Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta

Part 15

Chapter 153,876 wordsPublic domain

Nel tumulto d'una mensa tanto numerosa, poco o nulla si badava ad Ettore e a Donna Elvira; ma Vittoria Colonna, nella quale era già nato un sospetto, avea posto mente ai visi mutati dei due giovani, e dubitando che fossero tra loro passati ragionamenti più stretti, stava coll'animo sollevato e l'occhio attento, osservando gli atti del cavaliere e della sua amica, per la quale non poteva a meno di non tremare. Mentre costoro erano in tal situazione, s'era andato inoltrando il pranzo imbandito con quel profluvio e con quelle varietà di vivande che voleva l'usanza d'allora. Se l'arte della cucina è difficile al nostro tempo, lo era forse più allora, esigendosi da un cuoco, in un'occasione come questa, prove delle quali non hanno i moderni la menoma idea. Tutti i piatti dovevano non solo piacere al palato, ma dilettare eziandio l'occhio dei commensali. Davanti a Consalvo era un gran pavone con tutte le sue penne spiegate facendo la ruota, e la difficoltà di cuocerlo senza guastarne la vaghezza era stata vinta con tanta fortuna che l'avresti creduto vivo; era attorniato nell'istesso piatto da molti uccelli di minor grandezza che pareva lo stesser guardando; tutti ripieni di spezierie e d'aromi: di distanza in distanza sorgevano enormi pasticci alti due braccia, e quando parve tempo, il maestro di sala diede un cenno, e si vide senz'ajuto d'alcuno alzarsi i coperchi, e dall'interno sorgere dal petto in su altrettanti nani stranamente vestiti che con cucchiai d'argento distribuivano il contenuto e gittavano fiori sui convitati. I piatti di confetti erano formati, ora come monticelli sui quali crescevano piante cariche di frutti canditi, ora ad immagine di laghetti d'acque stillate, ne' quali galleggiavano barchette di zucchero lavorato, piene di dolci; alcuni figuravano un'alpestre montagna con un vulcano sulla cima, ed il fumo che n'usciva era di gratissimi profumi. Aprendola vi si trovavan castagne ed altre frutte che si cuocevano lentamente su fiammelle d'acquavite. Fra molt'altra cacciagione un piccol cignale colla sua pelle, ed a vederlo intatto, pareva assalito colli spiedi da' cacciatori formati di pasta, e tagliandolo poi si trovava cotto: i cacciatori anch'essi erano distribuiti in pezzi colla stessa vivanda. Verso la fine del convito, entrarono nella sala quattro paggi vestiti a scacchi rossi e gialli cavalcando quattro cavalli bianchi, e reggendo un enorme piatto sul quale era un tonno lungo tre braccia, che posarono dinanzi a Consalvo, mentre tutti ammiravano la mole del pesce ed il modo com'era ornato, avendo sulla schiena una figura d'un giovane ignudo colla lira che figurava Arione di Metimna. Volgendosi Consalvo al duca di Nemours gli presentava un coltello pregandolo volesse aprire al pesce la bocca.

Il duca l'aprì, e n'uscirono molte colombe che spiegando le ale prendevano il volo per la sala a misura che si trovavan fuori della loro prigione. Questo scherzo fu ricevuto da prima con maravigliosa festa da tutti, ma poi fermandosi le colombe qua e là, si vide che dal collo di ciascuna pendevan giojelli e brevi sui quali era scritto un nome.

Accortasi la brigata che in tal piacevol modo voleva il Capitano di Spagna presentare i suoi ospiti, faceva bellissimo vedere lo scompiglio che nasceva dal voler prender quelle colombe; e chi ne coglieva una, leggendo il breve, con gran festa la veniva presentando a quello cui era destinata.

Fanfulla anch'esso si diede a cercar di prenderne qualcuna; ed essendogli volata sul capo quella che portava il nome di Donna Elvira, potè così di volo leggere il breve: e piacendogli fieramente il viso della donzella, pose in animo d'esser egli quello che le presentasse il dono. Così appostato l'uccello, agile com'era, tanto fece che l'ebbe in poter suo, e, fattosi largo fra la gente, pose un ginocchio a terra avanti a lei, ed offrendole la colomba, le mostrò che aveva al collo un fermaglio di grossissimi e bei diamanti.

Donna Elvira con grata accoglienza prendeva la colomba, e volendosela avvicinare al viso per farle carezze, quella batteva le ale impaurita, alzando e scompigliando i capelli biondi ed inanellati sulla fronte bianca della giovane, che si tingeva d'un leggero incarnato. Mentre essa voleva staccare il giojello dal collo della colomba, Fanfulla rizzandosi le diceva:

--Io stimo non esser al mondo i più bei diamanti di codesti; ma, Damigella, metterli accanto agli occhi vostri è lo stesso che volerli vituperare.--

Un sorriso di compiacenza ricompensò Fanfulla delle sue cortesi parole.

Alcuno de' miei lettori, usato forse alla delicatezza che la civiltà moderna pone in tutte le relazioni sociali, penserà fra sè, questo complimento saper troppo di lambicco, e lo preghiamo però a riflettere che per un uomo d'arme del cinquecento, con un cervello pazzo quale aveva il giovane lodigiano, fu anche troppo; e ciò che lo assolve meglio di quanto potrei dire, si è che la figlia di Consalvo pensò che avea parlato accortamente e bene.

Ma non potè Fanfulla veder senza invidia ed un po' di dispetto che, dopo aver molto attentamente guardato e lodato il giojello, voltasi a Fieramosca e presentandogli uno spillone d'oro lo pregò che volesse appuntarglielo al petto. Vittoria Colonna che era vicina si fece avanti con serietà per far essa quest'ufficio; ed Ettore, conoscendo ciò che la proposta di Donna Elvira avea d'inconsiderato, stava per consegnare il fermaglio; ma Elvira che era capricciosa e fatta a suo modo, come i fanciulli che hanno sempre avuto i genitori soverchio indulgenti, entrò in mezzo a loro e disse a Fieramosca con un riso che voleva celare il dispetto:

--Siete tanto avvezzo a maneggiar la spada che sdegnate tener fra le mani uno spillo un momento?--Non restava all'Italiano che obbedire. Vittoria Colonna si volse altrove, mostrando sul viso bello ed altero quanto sarebbe stata lontana dall'usare tali lusinghe; e Fanfulla rimasto un momento a guardar Fieramosca:

--Buon per te--gli disse--gli altri seminano e tu raccogli: e s'allontanò zufolando come fosse stato solo per istrada, e non in mezzo a tal compagnia.

I doni però di Consalvo non erano soltanto destinati alle donne; aveva pensato anche ai suoi ospiti francesi; ed al duca di Nemours, non meno che a' suoi baroni, toccarono di ricchi presenti d'anella, di lavori d'oro per portare sulla berretta ed altre coserelle. La sontuosità che il Capitano di Spagna spiegava in questo convito non era senza cagione; voleva mostrare ai Francesi che non solo non gli mancava cosa veruna per provvedere le sue genti, ma che gliene avanzava tanto da poterne usar cortesia.

Il giuoco delle colombe era finito; ed ognuno, ritrovato il suo posto, si stava preparando ai brindisi che si vedevano poco lontani.

Il duca di Nemours, seguendo l'uso di Francia, si rizzò, prese il bicchiere, e volgendosi a Donna Elvira, la pregò volesse tenerlo d'allora in poi per suo cavaliere, salva l'ubbidienza del re Cristianissimo. La donzella accettò e rispose cortesemente; e dopo molti altri brindisi parve tempo a Consalvo d'alzarsi, e seguìto da tutti i convitati uscì su una loggia che guardava la marina, ove spesero in ragionamenti le ore che ancor mancavano al fine di quella giornata.

La maggior parte di questo tempo Donna Elvira e Fieramosca lo passarono insieme. Pareva che la giovane non sapesse star un momento discosta da lui: se egli si allontanava, mescolandosi al resto della brigata e fermandosi in qualche crocchio, essa dopo pochi minuti gli si trovava accanto. Ettore, troppo sagace per non avvedersi di questa preferenza, per un giusto sentimento d'onestà non voleva fomentarla, sapendo che non poteva aver lodevol fine, ma legato dalla sua natura e dal dovere di Consalvo non poteva mostrarsi scortese. Molti s'avvidero di questo giuoco, e ne bisbigliavan tra loro sogghignando. Fanfulla che ancora si sentiva indispettito pel fatto della colomba, si rodeva di vedere il compagno in tanto favore, e quando poteva accostarsegli gli diceva mezzo ridendo e mezzo con istizza--Me la pagherai ad ogni modo.

NOTE:

[10] Il duca di Nemours fu morto alla battaglia della Cerignola.

CAPITOLO DECIMOQUINTO.

Al pian terreno, nella sala maggiore, che tutte le antiche rocche avevan per ritrovo degli uomini d'arme, era stato eretto un teatro formato all'incirca come i moderni, salvo che in quel tempo il sipario in vece d'alzarlo, s'usava lasciarlo cadere nel luogo ove oggi si tiene l'orchestra. Da una città vicina del littorale era stata chiamata una compagnia di comici ambulanti, che dopo aver passato il carnovale in Venezia, veniva da città in città rappresentando drammi e commedie, per ritrovarsi poi a Napoli per le feste di San Gennaro, od a Palermo per Santa Rosalia. Dovendo ora comparire innanzi ad un'adunanza così scelta, s'era preparata con ogni studio, onde lo spettacolo riuscisse gradito. Appena fatto notte, s'allogarono gli spettatori, e tosto fu dato ordine d'incominciare. Mandata giù una gran tela che serviva di sipario, apparve un palco, sul quale, da un lato si vedea un portico ricco di colonne e di statue, e che mostrava esser l'ingresso di una reggia, sulla cui porta era scritto a lettere d'oro: TERRA DI BABILONIA; e sotto di esso, seduto su un trono ed attorniato da' suoi baroni, un re collo scettro d'oro in mano, vestito alla foggia d'Oriente, con un gran turbante coperto di gemme, e sovr'esso la corona: nel mezzo una spiaggia di mare; e dall'altro lato, sotto un'alpestre montagna piena d'alberi e di rupi, era scavata una caverna, dalla quale un dragone usciva di tempo in tempo facendo vista di guardare una pelle d'ariete coi velli dorati molto rilucente, che stava appesa ad un albero vicino.

Accanto al re, su un trono minore, stava una donna alta, complessa, di bella faccia, vestita di raso rosso con due braccia di strascico ed un capperone di velluto nero alla francese; un falcione accanto ad uso di storta, ed in mano un libro ed una verga: era Medea.

Poco stante comparve sul lido una nave dalla quale scesero molti giovani in abito di soldati, e fra questi uno bellissimo, tutto coperto a piastra e maglia, salvo il capo: era Giasone; due giovani Mori gli portavano l'elmo e lo scudo.

Venuto avanti, e fatta riverenza al re, cominciò costui una parlata in versi ottonarj, che forse non sonarono troppo bene all'orecchie di Vittoria Colonna, come non soneranno a quelle de' miei lettori, e che cominciava così:

Di cristianità venemo, Argonauti se chiamemo, Al soldan de Babillona, Che Dio salvi sua corona.

E seguitando su questo metro, diceva com'eran venuti per riportarne con loro il vello d'oro. A queste parole il re Oeta, dopo aver tenuto consiglio coi suoi baroni e colla figlia, rispondeva che era contento, e partendo lasciava sola Medea con Giasone.

Questi cominciava tosto a vagheggiar la donna, e domandandole il suo ajuto, le prometteva di condurla in cristianità, dove l'avrebbe fatta sua sposa e gran regina. Medea si lasciava facilmente piegare, e gl'insegnava certi incanti co' quali addormentare il drago; raccomandandogli sopra ogni cosa che, se voleva poterli usare, non nominasse Santi, nè facesse segni di croce, le quali cose li avrebber guastati. Come fu partita, Giasone volto ai compagni, diceva non essere opera di buon cavaliere combattere con incanti; e perciò voler prima tentare di vincere il drago colle armi, e ponendo mano alla spada, coprendosi collo scudo, che uno degli scudieri gli avea presentato, mentre l'altro gli allacciava l'elmo, veniva ad assalire il drago. Ma questo uscendo dalla caverna e vomitando fiamme si difendea così bene che, dopo una battaglia di pochi minuti, Giasone dovette rinunziare all'impresa. I suoi compagni allora con molte preghiere l'esortavano a servirsi degli incanti; ed egli così facendo riusciva ad assopire il dragone, e spiccava il vello senza contrasto. Ciò fatto, ritornava Medea sollecitando tutti per riporsi in nave con esso lei: si udiva allora nella terra dar nelle trombe e sonar cembali, chiarine ed altri stromenti moreschi. Poco dopo usciva un giovane a cavallo in abito saracino a sfidar Giasone, che accettava l'invito ed in pochi colpi l'abbatteva; e mentre volea salire in nave co' suoi, sopraggiugnendo Oeta colla sua baronia, e vista fuggir la figlia, e a terra morto il figlio Absirto, ordinava che s'impedisse agli Argonauti di partire. Medea allora cominciava i suoi incanti; l'aria si faceva oscura, e molti uomini, stranamente vestiti in sembianza di demoni, scorrendo colle fiaccole finivano coll'incendiar Babilonia; e portar con loro il re e tutti i baroni, nel tempo che si scorgeva in fondo gli Argonauti andarsene liberi al loro viaggio. Così finiva il dramma.

Quelli fra i nostri lettori che troppo s'invanissero della squisitezza de' moderni teatri, considerino che il talento, col quale oggi si sa in certi spettacoli cavar gli applausi degli spettatori, e che consiste nel disporre le cose in modo che finiscano sempre con qualche incendio, o qualche rovina, o coll'Olimpo, o col Tartaro, non è nuovo nella nostra età, ma serviva già le scene, ed era apprezzato dal pubblico del millecinquecento.

La compagnia alla quale si poneva innanzi questo spettacolo, benchè composta in parte di persone non prive di coltura, ne fu contenta, o almeno mostrò di esserlo. E per verità da comici di quella portata, ed in un luogo come quello in cui si trovavano, fu fatto anche troppo. Ma un'altra porzione fra gl'invitati alla festa, cui per la loro condizione inferiore non veniva permesso di frammischiarsi ai nobili e cavalieri, godeva intanto d'un altro simile spettacolo che le era stato preparato in cortile, e certamente con ischiamazzi e grida dava segni di una più viva approvazione.

Alcuni soldati spagnuoli avevan dimandato ed ottenuto la licenza di recitare anch'essi alla meglio una loro commedia nazionale; ed accomodato in un angolo del cortile un luogo con tavole e tele in foggia di teatro, da molti giorni s'erano andati esercitando, ingegnandosi ognuno d'imparare e portar bene la sua parte; ed avean messa insieme una commedia carissima agli Spagnuoli intitolata _Las mocedades del Cid_, che letteralmente significa le ragazzate del Cid, e più propriamente la sua giovinezza: dopo questa, se avanzava tempo, dovean recitare un _Saynete_ a guisa di _petite pièce_, come soglion chiamarle i Francesi.

Mentre cominciava in castello l'azione drammatica che abbiam descritta, ebbe principio anche il secondo teatro, e l'udienza era numerosissima, composta di capisquadra, uffiziali, soldati, di molti abitanti, bottegai, e d'infinito popolo minuto. L'aristocrazia di questa adunanza sedeva assai comodamente presso al palco, ed a mano a mano che i raggi della folla si scostavano da questo centro si trovavan sempre individui di più basso stato, e di più povera apparenza; finchè si giugneva agli ultimi che erano monelli, e cenciosi di strada. L'ingresso del cortile era aperto a tutti, perciò la folla era grandissima; e se tutti egualmente per la situazione diversa non potevan godere del divertimento, quelli che ne stavan lontani si rifacevano collo schiamazzare, e cacciar urli e fischi che dai più vicini al palco eran uditi con segni di sdegno, ed inutilmente repressi con dei _zitto_, lanciati or da un angolo or da un altro, e che invece di servir di freno, eran piuttosto di stimolo ai perturbatori.

Fra tanta gente intesa a darsi buon tempo, s'aggirava un uomo che, non ostante la sua povera apparenza ed il vestire dimesso, aveva un viso ed un portamento che non permetteva di confonderlo colla rimanente turba; e nel suo aggirarsi irrequieto e sollecito, mostrava che il fine che qui lo conduceva era tutt'altro di quello di divertirsi. Quest'uomo era Pietraccio; che venuto sin qui senza ostacolo per ammazzare il Valentino e per avvertire Fieramosca del pericolo di Ginevra, trovandosi ora in mezzo a tutta questa confusione, rimaneva perplesso, conoscendo con quanta difficoltà gli sarebbe venuto fatto di trovar le persone che cercava. Stupirà forse il lettore, che un assassino condannato nel capo ardisse venire in città ed esporsi ad esser preso; e certo nel modo onde è composta in oggi la società sarebbe grave imprudenza. Ma gli uomini di quel tempo non avevano come noi leggi ed ufficiali di polizia tutti intesi a vegliare alla loro tranquillità; e Pietraccio, ora che la stretta nella quale s'era messo ammazzando il podestà era passata, poteva star sicuro in Barletta (tanto più essendo notte) come sarebbe stato in mezzo alle macchie fra' suoi. Ma qualunque sia la difficoltà dell'impresa ch'egli tenta, è troppo avvezzo a trarsi d'impaccio, e troppo bramoso di sfogare la sua vendetta, per non trovar modo di superare ogni ostacolo: lasciamone il pensiero a lui, e torniamo piuttosto ai principali attori della nostra storia.

Le due ore di notte non erano molto lontane, quando, finito il teatro, ritornò la comitiva nella sala ove aveva pranzato, la quale cambiata ora negli addobbi era destinata al ballo, e tutta splendeva d'infiniti lumi di cera disposti intorno intorno in gran candelabri, e nel mezzo in bellissime lumiere che pendevano dalla volta. L'orchestra, come al tempo del pranzo, stava sulle logge aperte in giro su in alto a due terzi dello spazio fra il pavimento ed il cornicione: oltre i sonatori, che ne tenevano solo un lato, vi s'era cacciata ogni sorta di gente di minor conto per essere spettatrice d'un divertimento al quale non potea prender parte.

Consalvo co' suoi ospiti e le donne sederono sopra uno strato posto ove dal muro pendevano le bandiere; ed il duca di Nemours alzatosi poi, tosto che fu piena la sala, e pregata Donna Elvira, incominciò la danza.

Com'ebber finito, e la giovane fu tornata al suo luogo, Fieramosca, volendo anche in questa occasione mostrarsi cortese, venne ad offrirle la mano, scusandosi anticipatamente sulla sua imperizia. La proposta fu accettata con visibile allegrezza; si unirono molt'altre coppie, e Fanfulla fra gli altri, non potendo aver Donna Elvira, scelse fra le molte donne di Barletta che si trovavano alla festa una che gli parve più leggiadra, e fece di situarsi in modo che in quella che chiameremo _contraddanza_, si trovasse accanto ad Ettore ed alla sua compagna. Lo studio, col quale coglieva a volo tutti gli atti e le parole di Donna Elvira, non dovette troppo riuscirgli grato: negli sguardi tremoli della giovane spagnuola si leggeva quanto le andasse a' versi il suo compagno; ed il suono degli stromenti, il moto, il prendersi per la mano spesso, e quella licenza che il ballo mette anche fra persone che in altre circostanze si tratterebbero a vicenda col maggior riguardo, avea prodotto nella figlia di Consalvo un'esaltazione di fantasia che poteva reprimere a stento. Ettore e Fanfulla se ne accorgevano egualmente; il primo ne provava rammarico, il secondo dispetto; e sempre, o con mezze parole o con occhiate d'intelligenza, tribolava Fieramosca, il quale non amando tali scherzi teneva un contegno serio, ed in parte malinconico, interpretato dalla donzella a suo modo, e questo modo era molto lontano dal vero.

Alla fine Donna Elvira con quell'arrischiata imprudenza, che era tutta sua, cogliendo un momento che teneva Ettore per la mano, si piegò verso di lui, e gli disse all'orecchio:--Finito questo ballo andrò sul terrazzo che dà sul mare; venite, che voglio parlarvi.--

Fieramosca, colpito dolorosamente da queste parole che gli mostravan imminente un gravissimo intrigo, accennò col capo di sì, un poco mutato in viso e senz'altra risposta. Ma sia che le precauzioni di Donna Elvira nell'abbassar la voce non fossero state bastanti, o che Fanfulla troppo stesse sull'avviso, il fatto si è che anch'esso udì quelle malaugurate parole, e bestemmiando in cuor suo la ventura che toccava a Fieramosca e non a lui, diceva fra denti: Che non vi sia modo di farla costar cara a questa pazzarella?

Ettore dal canto suo era combattuto da avversarj pensieri: non gli passava neppur pel capo di dar retta alle lusinghe della bella Spagnuola, prima per esser nel cor suo troppo viva l'immagine di Ginevra, poi, anche senza questo motivo, avrebbe avuto senno abbastanza per non volersi dar buon tempo colla figlia di Consalvo; ed essa con siffatti modi non sarebbe mai stata tale da giungere al suo cuore, chè non era Ettore di quelli, i quali in questo genere son sempre pronti ad afferrar l'occasione. Per un altro verso gli rincresceva di poter passare per iscortese, villano, e forse peggio; chè pur troppo fra le contraddizioni umane v'è quella di voler chiamar cattive certe cose, e sciocco e dappoco nello stesso tempo chi non le vuol fare. Durante il resto del ballo andò sempre lavorando colla mente per trovar modo di salvar, come suol dirsi, la capra e i cavoli; e dopo aver molte volte mutato progetto, alla fine vedendo che il momento s'avvicinava, si dispose risolutamente a correr qualunque rischio prima di esporsi a far torto a Ginevra. E pensando che essa, mentre egli si trovava fra quelle feste, era in un povero chiostro in mezzo al mare, abbandonata da tutti, e probabilmente col pensiero in lui, si struggeva d'aver avuto anche un momento altri rispetti maggiori dell'amor suo, e perciò, appena finito di ballar con Donna Elvira, sollecitò a levarsi da quel luogo, e pensando metter per iscusa uno di quei mal di capo che servivano nel secolo XVI, come servono nel XIX in tante occasioni, si disponeva a lasciare il ballo ed andarsene a casa.

I giovani, che avean preso parte a questa contraddanza, per essere più svelti e perchè tale era l'uso, s'eran tolto i mantelli che portavano sulla spalla sinistra, e gli avean tutti insieme deposti in una camera attigua rimanendo in giustacore e calzoni, per la maggior parte di raso bianco. Fanfulla ed Ettore eran vestiti di questo colore, e somigliavan per la statura e per il sott'abito l'uno all'altro perfettamente; solo riprendendo i mantelli si sarebbe notata fra loro una differenza: Fieramosca lo portava azzurro ricamato d'argento; quello di Fanfulla era vermiglio.

Ettore trovato Diego Garcia, lo pregava volesse scusarlo presso Consalvo e la figlia se pel dolor di capo era obbligato partirsi; e s'avviò alla camera ov'era il suo mantello: quando fu presso a varcar la soglia, in un momento in cui avendo la folla fatto un poco di largo, egli si trovava non aver presso veruno, si sentì batter sulla spalla una leggera percossa come d'un corpo sodo che cadesse dall'alto, e, guardandosi ai piedi ove era di rimbalzo caduto, fide una cartolina piegata che conteneva qualche cosa di grave. Guardò in su alla loggia d'onde pareva venuta, e vide che nessuno fissava lo sguardo in lui. Stava per passar oltre: pure si chinò, la raccolse, e spiegatala vi trovò dentro un sassolino che vi era stato posto solo per darle peso, onde gettandola si potesse dirigere. Vi era scritto in modo grossolano ed appena intelligibile: «Madonna Ginevra debb'esser rapita di Santa Orsola per volere del duca Valentino al tocco delle tre ore. Chi vi dà quest'avviso v'aspetta con tre compagni al portone di Castello, ed avrà una zagaglia in mano.»

Un brivido scorse ad Ettore fin nelle midolle dell'ossa, e gli si raddoppiò ricordando che le due ore e mezzo eran già sonate all'orologio della torre da un pezzo. Non v'era un momento da perdere: pallido come un uomo che ferito a morte faccia gli ultimi passi e stia per cadere, in un lampo trovò la porta, e giù a gambe per lo scalone si gettò a precipizio così come si trovava senza mantello e senza berretta, facendo restare maravigliati quanti s'imbattevano in lui; e correndo quanto poteva, giunse al luogo indicato con tanto impeto, che si dovette attenere per fermarsi al grosso anello di ferro del portone; l'arco dell'entrata era scurissimo; guardò ansando pel correre e per l'angoscia, quando, scostandosi dal muro contra il quale stava appiattato, venne avanti l'uomo della zagaglia.