Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta

Part 11

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Sopra una vestetta di drappo d'oro riccio portava una cappa di velluto pavonazzo acceso, foderata di zibellino, ed in capo una berretta compagna. Da un bellissimo zaffiro che serviva di fermaglio spuntava un pennacchio lungo poco più d'un palmo, ma interamente composto di perle fine infilzate in fili d'acciajo, e ondeggiava leggiero sulla fronte come fosse di piuma veramente. La spada ed il pugnale colle guaine parimenti di velluto pavonazzo scintillavano di gemme, e sul petto a sinistra avea una spada ricamata in rosso, che era l'insegna dell'ordine di San Yago.

Trovò a piè della scala una mula bianca catalana coperta sino a terra d'una gualdrappa di seta pavonazza cangiante, trapunta d'oro; messosi in sella, il suo seguito montò a cavallo, e tutti insieme si mossero per andare incontro a Donna Elvira.

Prospero e Fabrizio Colonna, vestiti di sciamito rosato, e pieni di ricami d'argento, cavalcavano, a' suoi lati, due cavalli turchi, i più belli che si fossero visti da gran tempo in Italia. I due cugini, oramai oltre la virilità, stavano su quelle alte selle di velluto frenando gli slanci de' loro cavalli in atto così bravo, che ben apparivano que' gran soldati che erano, ed i migliori condottieri che contasse allora la milizia.

Nella turba che seguiva si notava all'aspetto accigliato e robusto Pedro Navarro, inventore delle mine, usate con tanta fortuna all'espugnazione di Castel dell'Uovo. Diego Garcia di Paredes, l'Ercole di quel tempo, il quale non usando quasi mai coprirsi d'altro che di ferro, e neppur avendo in pronto abiti da comparire in tal giorno, aveva limitata la sua gala a far sì che le sue armi fossero meglio forbite del solito, ed a togliere il più feroce di parecchi cavalli da battaglia che aveva. Era un gran stallone calabrese preso al capestro da poche settimane, alto, membruto e nero come un corvo, senza pelo d'altro colore.

Il solo Paredes avrebbe osato e potuto cavalcare questa bestia selvaggia, che avvezza fra i boschi, trovandosi ora fra tanto popolo e tanto romore, s'era imbizzarrita, sbuffava e schiumava come un leone.

Ma la statura del cavaliere, la sua grave armatura e l'ajuto d'un freno lungo mezzo braccio che insanguinava la bocca al cavallo, glielo facevan soggetto, e dopo aver fatti nel muoversi cento strani salti (e nessuno era tardo a dargli luogo), prese il savio partito di non stimarsi più forte di Diego Garcia, che inchiodato fra gli arcioni rideva di quegl'inutili sforzi.

Il fiore della gioventù italiana veniva di conserva coi baroni spagnuoli. Ettore Fieramosca cavalcando fra i suoi due amici più cari, Inigo Lopes de Ayala e Brancaleone, portava un mantello di raso azzurro ricamato in argento, lavoro e dono delle donne di Santa Orsola. Aveva grido d'esser il primo dell'esercito nel maneggiare un cavallo. Quello che aveva sotto, color di perla coi crini scuri, donatogli dal signor Prospero, era stato addestrato da lui con tanto studio, che pareva capisse senz'ajuto di briglia o di sproni tutti i voleri del suo signore.

Pareva che Fieramosca avesse il dono di far sempre la prima figura in ogni cosa e fra tutti ovunque si trovasse.

Perfetto nelle forme del corpo, ne mostrava la gentile struttura con un vestire stretto alla carne, che in ispecie alle gambe ed alle coscie non gli faceva una piega, tutto di raso bianco; ed era tanta la sua bellezza, la grazia nell'atteggiarsi, che, passando la cavalcata per le strade, le turbe guardavano lui solo, e di lui solo si maravigliavano. Il giovane s'avvedeva di questo trionfo, ma quasi fra sè arrossiva di cogliersi in un pensiero che appena si vuol perdonare all'altro sesso.

In ultimo venivano gli scudieri di questi capi; e, come voleva l'uso in allora, ogni signore procurava avere a' suoi servigi uomini di diverse nazioni; e più erano barbari e strani, più s'apprezzavano: onde si vedevano Spahis turchi colle corazzine a squame, le storte ed i cangiarri: uomini del regno di Granata armati di zagaglie moresche, sagittarj tartari, e questi erano due staffieri di Prospero Colonna vestiti di colori vivacissimi cogli archi ed i turcassi d'argento. V'erano negri venuti dall'alto Egitto armati di lunghi dardi; e le barbare fisonomie di questa gente contrastando co' visi europei, formavano un quadro pieno di vaghezza e di varietà.

La mossa di Consalvo fu salutata dallo sparo di tutte le artiglierie che guernivano le torri e gli spaldi del castello, e dalle campane sonando a distesa. Fra tanto frastuono spiccava di tempo in tempo lo squillo delle trombe ed il suono degli strumenti, producendo un'armonia, se non perfettamente d'accordo, almeno tale da esprimere l'allegrezza marziale che animava l'esercito.

In questa giunse l'avviso al gran Capitano che il duca di Nemours co' suoi baroni era già entrato in Barletta; onde fermatosi mandò alcuni de' suoi ad incontrarli, e pochi momenti dopo i Francesi comparvero al lato opposto della piazza.

Il duca vedendo Consalvo smontato, e che veniva ad incontrarlo, scavalcò, e dopo essersi ambedue stesa la mano con gentile accoglienza, il Francese disse cortesemente che stimerebbe gran villania se, invitato ad una festa, venisse a disturbarla, come sarebbe accaduto se per cagion sua si ritardasse d'un momento al padre di riabbracciar la figlia. Conoscendo che s'andava ad incontrarla, pregava gli fosse concesso venire con essoloro, non dubitando che se la guerra li rendeva nemici, non volesse il Capitano spagnuolo tenerlo pel primo di quanti pregiavano in lui il valore, l'ingegno e l'altre sublimi sue doti. Non si poteva non esser cortese a tali parole. Risaliti i due capi a cavallo, s'avviarono i primi, ed il seguito tenne loro dietro alla rinfusa, usandosi scambievolmente que' modi cortesi de' quali i Francesi in ogni età sono stati sempre i maestri.

A poco più d'un miglio fuor della porta il corteggio si fermò, vedendo comparire da lontano la schiera che scortava la lettiga di Donna Elvira.

Veniva in compagnia di Vittoria Colonna figlia di Fabrizio, la quale divenne poi moglie del marchese di Pescara, e si rese cotanto chiara per fortezza, per virtù e per ingegno. Scavalcato Consalvo, corse ad abbracciare la figlia, che era scesa dalla lettiga, e se la tenne stretta chiamandola più volte _Hija de mi alma_[8], e colmandola di carezze che contrastavano mirabilmente colla matura gravità d'un tanto uomo.

Ettore ed Inigo erano stati scelti da lui a servir di scudieri alla figlia, onde vennero avanti conducendo una chinea per farla salire in sella. Il giovane italiano piegò un ginocchio a terra, e la donzella, posando leggermente sull'altro la punta del piede, si pose a cavallo con tanta grazia che più non si poteva vedere. La fronte pallida di Fieramosca si tinse d'un legger vermiglio, quando nel rizzarsi gli furono rese grazie da Donna Elvira con un tal sorriso, e con un volger d'occhi, che mostravano quanto avesse cara la scelta di un così bel giovane a suo scudiere.

L'indole di costei (forse n'era cagione la soverchia tenerezza del padre) non avea per avventura la maturità di senno che si potrebbe pur trovare in una giovane di vent'anni. Il cuor caldo e la vivace fantasia non erano in lei sempre temperate da quel giudicar retto, tanto difficile a trovarsi in ambo i sessi, e che pure, dopo la virtù, è il più prezioso giojello dell'anima.

La sua amica Vittoria Colonna univa a questa dote l'acutezza ed il brio d'un prontissimo ingegno. Quantunque ambedue si dovessero dir belle egualmente, non si sarebber però potute trovar due bellezze d'un carattere più dissimile. Gli occhi sfavillanti di Donna Elvira, il suo frequente sorriso, forse cagionato in parte da un intimo senso che l'avvertiva d'esser così più bella, piacevano sulle prime; ma le forme grandiose e veramente romane della figlia di Fabrizio, il suo bel volto, simile a quello immaginato dagli scultori greci per figurare le Muse, un certo raggio divino che le balenava fra ciglio e ciglio s'insinuavano ben altrimenti nel cuore, generandovi un affetto ed una maraviglia che si cancellavano difficilmente. Un occhio sagace avrebbe forse creduto scorgere in lei una tinta d'orgoglio. Se v'era, la sua virtù seppe dipoi vincerlo e volgerlo al bene.

NOTE:

[8] Figlia dell'anima mia.

CAPITOLO DECIMOSECONDO.

Ritornata la comitiva in Barletta scavalcò alla rocca. I nuovi ospiti vennero allogati nelle migliori stanze; e, scioltosi il corteggio, ognuno si preparò alle cacce ed alle giostre che dovevano aver luogo nella giornata.

Sulla piazza era stato eretto uno steccato con gradinate e palchi di legname all'intorno, ornati quanto più s'era potuto, ed in certi rimessini appropriati a tal uso si guardavano da più giorni tori, giovenchi e bufali selvaggi destinati allo spettacolo allora tanto gradito agli Italiani, ed al quale non isdegnavano prender parte i primi fra i signori. In questo luogo medesimo, che era sterrato e ben adatto, doveva seguire la giostra; onde già era pieno di popolo in ogni parte, ed i tetti, le finestre, tutti i luoghi elevati si vedevano guerniti di spettatori. I sergenti ed i donzelli con farsetti a diversi colori, spazzata ed innaffiata la piazza, aspettarono l'arrivo di Consalvo.

Egli giunse ben tosto con tutti i suoi, avendo alla destra il duca di Nemours, ed alla sinistra Donna Elvira. Fatto il giro dello steccato, smontò ad un palco più grande e meglio addobbato, ch'era in uno dei lati, e fra gli evviva e le grida che il popolo dona facilmente allo sfoggio delle vesti, all'oro, ed all'altre gale, sederono tutti, e fu dato il segno di lasciare il primo toro.

Il bisbiglio delle turbe, e le contese che in casi simili nascono fra gli spettatori dalla gara d'occupare i migliori posti cessarono all'aprirsi del rimessino. Si lanciò nell'arena un gran toro, tutto nero il capo e le parti anteriori, colla groppa d'un bigio scuro: snodando la coda andò buon pezzo qua là a salti, finchè, veduto che da quel luogo non era uscita, si fermò aggirando l'occhio sanguigno con sospetto, e spargendo colle zampe d'avanti l'arena.

In quel mentre i visi e gli occhi di tutti si volsero verso un angolo della piazza al rumore cagionato dalla rissa di due uomini, della quale non si conosceva la cagione. Per farla nota al lettore ci conviene tornare alle donne di Santa Orsola per un momento.

La sera in cui Fieramosca annunziò loro ch'era stabilito il combattimento contra i Francesi, Ginevra non fu la sola che tremasse all'idea del pericolo cui egli si doveva esporre. Zoraide anch'essa ne rimase atterrita. Una natura altera ed animosa va spesso unita a cuore di difficile accesso; ma se alfine pur v'entra amore, quanta rovina! Essa non conobbe pace, nè riposo, nè sonno da quella sera. Passava i giorni sempre in un sol pensiero, sempre aggirandosi colla mente nelle medesime idee senza poter lasciarle, e neppur materialmente occuparsi di cosa alcuna di seguito; soltanto, ma per brevi momenti, sedeva al telajo lavorando ai ricami del mantello destinato ad Ettore, e, tosto alzandosi passava le ore o seduta al balcone, e senza che la sua mente v'avesse parte, veniva svellendo i pampini o le frondi che vi facean ombra; o talvolta usciva sollecita, come dovendo far cosa che molto importasse, e poi, quasi dimentica di sè, andava allentando il passo e si fermava cogli occhi volti al suolo, sempre cercando esser sola, e fuggendo più di tutto gli sguardi della sua amica, che ogni momento le pareva dovesse scoprire ciò che più d'ogni altra cosa bramava tener segreto.

Ginevra per parte sua non era meno agitata di lei, e forse i contrasti ch'ella soffriva avevano cagioni anche più potenti e vaste. L'affetto ch'essa provava pel giovane italiano, prodotto e nutrito da una intrinsichezza antica, e dagli obblighi che gli aveva grandissimi, era fatto ora più intenso dal frangente in cui si trovavano, dall'idea che forse una morte gloriosa l'avrebbe troncato per sempre, e dal virtuoso rimorso (giacchè nulla più dei gravi ostacoli suole accender la mente ed il cuore), che l'ammoniva esser obbligo suo tentar ogni via per ritornar col marito, ed allontanarsi da quello che, malgrado la loro scambievole virtù, la teneva sull'orlo del precipizio. Si ricordava d'aver promesso a Dio ed alla Santa del monastero di palesare ad Ettore la risoluzione presa di abbandonarlo: trovava scusa di non averlo fatto nel riflettere che il giorno in cui doveva annunziargliela le era venuto dicendo della sfida; ma sentiva pure dentro di sè che, se questa causa poteva farle perdonare una dilazione, non dovea però mai toglier l'esecuzione del tutto.

Oltre questi pensieri, che già abbastanza la travagliavano, le era sorto nella mente un doloroso sospetto sul conto della sua amica. Le donne hanno un senso intimo, direi quasi un istinto che le guida ad iscoprire l'amore anche quando più si cela nel fondo del cuore. Ginevra s'avvide presto che Zoraide non era più quella di prima. Indovinava anche troppo la cagione dei suo cambiamento. Le due amiche passarono così alcuni giorni, ma non era più fra loro quell'amorevole e spensierata familiarità di prima.

Intanto nel monastero fra l'ortolano Gennaro, le converse e gli uomini di munizione della torre, non v'erano altri discorsi che delle feste si dovean fare in Barletta; e chi v'andava alle volte per sue faccende, sempre tornava raccontando ciò che si preparava colà, e che si diceva sulle allegrezze di quel giorno: tantochè venuta quella benedetta mattina, a riserva di coloro che assolutamente non potevano, gli altri se n'andarono sul far del giorno alla città per prender posto; e l'ortolano che, come tutti gli uomini meridionali, era pazzo per i divertimenti, messosi indosso i migliori panni, ed al cappello un bel mazzetto, si disponeva entrare nel suo battello, che appena spuntava l'alba. Zoraide gli si fece incontro al sommo della scala che per pochi scalini scendeva al mare, ed era vestita con più cura che non parevan domandarlo il luogo e l'ora.

--Gennaro--disse--verrei con te a Barletta.--Queste poche parole erano state pronunciate con una certa esitazione così nuova per Gennaro, avvezzo ad udirla parlar risoluto e tronco, che rimase un momento guardandola prima di rispondere che era padrona, ed era troppo onore per lui, e solo gli doleva non avere spazzato il battello e messo un panno onde stesse con maggior agio.--Ma ora torno; fo in un momento--disse, e voleva andare per le cose che gli occorrevano. Zoraide gli afferrò un braccio, e l'ortolano si sentì dare tale stretta che la guardò negli occhi; pensava fra sè: è impazzita, o spiritata costei?

La donzella aveva lasciata Ginevra ancora in letto, e non voleva entrare in ispiegazioni circa questa sua gita, che non poteva a meno di non parere strana, essendo la prima volta che usciva del monastero. Le sembrava, ogni momento che si tardasse a partire, veder comparire la sua amica.

Perciò con poche parole, e con voce di comando più che di preghiera, affrettò l'ortolano a scendere, e fu da lui condotta alla città. Costui mentre remigava non ristette mai dal cicalare, dicendole che l'avrebbe menata per tutto, che era amico del cameriere di Consalvo, e che nessuno meglio di lui avrebbe potuto trovarle luogo per goder delle feste. Giunsero sulla piazza al Castello, quando Consalvo e tutti i suoi coi baroni francesi si avviavano ad incontrar Donna Elvira; e le preghiere di Zoraide che non la lasciasse sola, non valsero a trattenere Gennaro dal seguir la cavalcata fra la polvere e gli urti della folla. Soltanto la condusse all'osteria di Veleno dicendole non dubitasse che tosto sarebbe tornato.

Trattenuto più che non pensava, osservò la sua promessa un po' tardi; e quando volle venir con lei alla piazza per prender posto nei palchi, trovò tutto pieno di spettatori, e con un'occhiata s'accorse che non v'era speranza di situar sè e la sua compagna. Ora colle preghiere, ora coi gomiti aprendosi la strada fra il popolo che era affollato anche dietro i palchi, giunse pure a cacciarsi sotto uno di questi presso l'apertura per la quale entravano nell'arena i combattenti; ma da un tal luogo non vedeva altro che sopra il suo capo le gambe spenzolate degli spettatori, e si disperava d'essere stato guida sì poco accorta. Per sua fortuna, nel momento che il toro fu lasciato, uscì dell'arena Fanfulla da Lodi; preposto a dirigere quei giuochi, il quale, vista Zoraide che stava molto malcontenta guardandosi intorno, venne ravvisando l'ortolano e questi gli si raccomandava dicendo:

--Eccellenza! Illustrissima! guardate questa povera signora che si muor di voglia di veder la giostra e siam giunti tardi...--

Zoraide accorgendosi che il giovine cui si dirigeva questa preghiera mostrava in certe sue occhiate fulminanti più che buona volontà di trovarle posto, punzecchiava Gennaro che stesse cheto; ma era tardi: Fanfulla venne a lei, e, presala per la mano, la trasse fuori al largo dietro il palco, e con un bastoncello fece far piazza al popolaccio; poi, alzati gli occhi guardava dove potesse allogarla.

Sul più alto gradino, nel miglior luogo, seduto molto a suo bell'agio, colle ginocchia aperte e le braccia intrecciate sul petto si trovava per i suoi peccati il Conestabile della torre di Santa Orsola, Martino Schvarzenbach. Fanfulla non avrebbe dato quest'incontro ed in questi termini per mille ducati. Col suo bastoncello poteva giugnere al tallone del Tedesco, alto da terra un uomo e mezzo circa: lo percosse leggermente; e colui si voltò in giù guardando chi lo voleva. Fanfulla senza scomporsi alzò la mano all'altezza della fronte, e movendo le dita dall'alto al basso con una leggera scossa di capo laterale unita ad un cenno dato coll'occhio e colla bocca, gli fece intendere come gli occorresse il suo posto per la donna che conduceva; e l'espressione del suo viso avrebbe fatto saltar la stizza ad un morto. Martino, che essendo in alto si teneva sicuro, memore forse in quel momento del barile guastatogli, fece colle spalle quell'atto d'impazienza che significa, levamiti d'attorno; e si rimise come era prima.

--Tedesco! Tedesco!--disse allora Fanfulla scuotendo il capo ed alzata la voce:--ti farai dare un carico di legnate; e in ogni modo la giostra per oggi fa' conto d'averla veduta!--

E Martino non si moveva, solo a mezza voce brontolava; chè il suo avversarjo, benchè lontano, pure lo teneva in sospetto.

Prima fatto che detto saltò Fanfulla su una trave ch'era in traverso, prese di sotto il Conestabile per le gambe, il quale colto all'improvviso non potè ajutarsi, lo fe' sdrucciolar giù di dove era seduto, e lo tirò a sè credendo batterlo in terra; ma il povero Martino era rimasto incastrato in mezzo di due assacce, fra le quali il suo ventre non potea farsi strada, e gridava: Misericordia! ajuto! L'altro seguitava a dar tratti, tirate e scosse, e finchè quel pover uomo non fu a terra tutto pesto e pieno di graffiature, non fu contento. Ciò fatto, e dicendogli con pace:--Me ne dispiace al cuore, ma non te lo dicevo io che la giostra l'avevi veduta?--fece con diligenza salir Zoraide e Gennaro, e si cacciò tra la folla ridendo delle mille villanie gli mandava dietro colui, che s'andava racconciando e tastandosi se aveva nulla di rotto, raccoglieva il cappello, la spada, i guanti, durando fatica a rimettersi di quella sconfitta.

Zoraide intanto, che dal luogo procurato dalla vittoria di Fanfulla scorgeva ottimamente tutto l'anfiteatro, volse l'occhio in giro e lo fermò sul balcone in faccia, ove scorse Ettore che, seduto accanto a Donna Elvira fra i primi baroni, l'intratteneva e procurava colla sua cortesia di mostrarsi degno d'esserle destinato cavaliere in quel giorno. La giovane spagnuola di cuor caldo e di mente fervida, ed in parte anche leggiera, voleva forse attribuire a quelle attenzioni una causa che in lei lusingava del pari l'amor proprio ed il cuore. Il loro dialogo aveva spettatrici due donne, che a distanze diverse, e con sentimenti dissimili, pure non ne perdevano un cenno. L'una era Zoraide che, troppo lontana per poter udire i loro ragionamenti, vi prendeva però premura tale, e tanto attentamente seguiva ogni lor moto da doversi accorger che la figlia di Consalvo sapeva apprezzare quanto valesse il prode italiano, e non lo guardava colla sola benevolenza della cortesia; non si sentiva di dar giudizio quali fossero i pensieri di Fieramosca, ma un cuore nei termini ove si trovava il suo suol tremare d'un'ombra. L'altra era Vittoria Colonna, che per esperienza aveva conosciuto non saper la giovane Elvira abbastanza guardarsi contra gli assalti d'un bel viso e di dolci parole. Sentiva per lei affetto vero e profondo, ed appariva dalla fronte severa e dallo sguardo penetrante della figlia di Fabrizio che vedeva mal volentieri stringersi tanto que' ragionamenti, e ne temeva le conseguenze.

Quel primo toro entrato nell'arena era stato sul principio abbandonato alla moltitudine; molti erano venuti a combatterlo con varia fortuna, ma senza poterne ottener vittoria. Da un palco laterale ove coi baroni francesi eran molti Spagnuoli ed Italiani scese finalmente Diego Garcia, che era da que' forestieri stato pregato desse saggio di sua destrezza in questo genere di combattimento. L'abilità del _matador_ (ossia uccisore del toro) consiste oggi in Ispagna nel saper cacciargli la spada nella giuntura delle vertebre del collo, mentre abbassa il capo per levar sulle corna il suo avversarjo: in que' tempi, ove il maneggio d'armi pesanti cresceva alle braccia la forza, si soleva tener per miglior colpo lo staccar netto con un fendente il capo del toro; ed a chi accoppiava molta forza a molta destrezza sovente riusciva.

Paredes entrato nell'arena col suo buon spadone a due mani che teneva sulla spalla sinistra, vestito in giustacore di bufalo e colla testa scoperta, vide che il toro era già stato ferito e perdeva sangue. Accennò ai donzelli, e disse volerne uno fresco; perciò fu tirato il laccio a quello già combattuto e condotto fuori, ed aperto il rimessino n'uscì un altro maggiore, d'aspetto feroce, che dallo scuro venendo al sole, aizzato ed infierito cominciò a scorrere a slanci l'arena come è costume di questi animali, finchè, visto il suo antagonista, gli si fermò rimpetto, abbassando il capo, mugghiando, con un palmo di lingua fuor della bocca; quasi volesse prender campo, s'arretrava, gettandosi l'arena coi piè dinanzi sulla groppa e sul collo. La forza di Garcia era somma; sarebbe stato però fidarvisi troppo volerla metter con un toro che aveva la fronte armata di grandissime corna, ed un collo largo e nerboruto da non temer paragone; lo Spagnuolo vide che bisognava operar con cautela. Alzò a due mani lo spadone sulla spalla manca, col piè dritto battè due o tre volte il suolo, gridandogli _ah! ah!_ Il toro abbasate le corna si getta sul suo nemico; questi ne era quasi giunto, allorchè lanciatosi da una parte gli cala sul collo la spada con tanta forza e fortuna, che il capo cade sull'arena, ed il corpo fa ancora uno o due passi prima di stramazzare.

Uno scoppio generale di grida fe' plauso a Diego Garcia, che tornò a sedersi fra' suoi. I cavalieri francesi non avvezzi a questo genere di spettacolo, vedendo con quanta facilità lo Spagnuolo avesse tagliato quel collo, pensarono fosse cosa molto agevole. E come erano uomini sul fiore dell'età e della forza, e venivan loro benissimo maneggiate l'arme, dicevano: Anche noi faremmo lo stesso. E quello che lo disse più degli altri fu La Motta, il quale, come vedemmo, prigione di Garcia se n'era riscattato: superbo per natura, aveva sempre con lui il dente avvelenato; non che ne fosse stato trattato male, ma perchè gli pareva troppo strano l'aver avuta la peggio, ed il vedersi davanti chi l'avea fatto stare a segno.