Chapter 8
Massimiliana di Charmory si era tratta un poco indietro ed il pallore del suo viso era cresciuto. «Io non so, signora... io non ho nulla notato...» balbettava, contenendo il respiro, con le ciglia abbassate. «Ma la vostra emozione parla per voi!..» esclamò la contessa. «Non siete dunque sincera, Maxette?..» Ad un tratto, il viso della fanciulla si era fatto di porpora, ed i suoi occhi, fissatisi un momento sull'amica, si abbassarono dinnanzi allo sguardo fermo di lei. «Vedete...» riprendeva brevemente quest'ultima, a cui la specie di affermazione letta in quell'imbarazzo dava nuova energia e come un'impazienza di uscire da quell'umiliazione di tutta sè stessa: «Vedete, il signor Raeli vi ama... e dipende solo da voi... che egli faccia presso la vostra famiglia...» Non ebbe il tempo di finire, di trovar le parole da completare il proprio pensiero, che Massimiliana, levandosi in piedi: «Sono molto onorata,» rispose con accento risoluto, «della domanda del signor Raeli; ma non posso accettarla. Vi prego, mia buona amica, di riferirgli questo rifiuto, che non ha nulla di sfavorevole per lui...»
Le ultime parole erano state pronunziate a stento; la voce veniva mancando alla signorina di Charmory, e ad un tratto, ricadendo sul divano, ella aveva cominciato ad ansimare affannosamente, tutta la sua persona era stata scossa da un brivido nervoso come per l'invasione della febbre. «Maxette... Maxette, bambina mia!...» aveva esclamato la contessa, chinandosi premurosamente su di lei, tentando di sollevarla, di sedare quella scossa inattesa.
Se vi è per ogni persona nello stato di calma sicura una punta di crudele compiacenza dinnanzi allo spettacolo dell'ambascia altrui, la contessa di Verdara doveva trovare tanto più giusto che Massimiliana soffrisse, quanto più aveva sofferto lei stessa. Nondimeno, chinata sulla sua giovane amica, le prodigava dolci parole, carezze materne, senza osare di riconoscere quanta parte aveva in quella sua pietà l'egoistica gioia per il rifiuto della fanciulla. «Maxette...» le ripeteva, tenendola amorevolmente abbracciata, «Maxette, ascoltatemi... perchè vi turbate così? Non ve l'ho già detto?.. Tutto dipende da voi; se voi non vorrete, non sarà... Chi potrà forzarvi ad accettare l'offerta di un uomo che non amate?..» Allora soltanto, nascosto il viso tra le mani, Massimiliana era scoppiata in pianto.
Nello stesso tempo che sosteneva la giovanetta, la contessa si guardava intorno, confusa. Ella sentiva tutta l'eloquenza di quel pianto, di quell'unica risposta, ma non arrivava a comprenderne il significato. Allora, se lo amava, che cosa volevano dire le sue parole e perchè si disperava a quel modo?.. In mezzo ai singulti, abbandonata fra le braccia dell'amica, Massimiliana rispondeva: «Non posso... non posso... Mio Dio, dovevo prevederlo!.. Io non ho nulla, voi lo sapete... vivo di elemosina, della carità che mi fanno,..» ma l'accento con cui ella insisteva nel rifiuto non era eguale a quello con cui ne dava la ragione. Ragione o pretesto? Poteva quella essere una difficoltà da arrestare Raeli? Egli era ricco per due... «No,» ripeteva ostinatamente la giovanetta; «io sono una straniera... bisognerà che io parta... debbo partire... ditegli che partirò!..» E una convulsione l'aveva fatta ricadere.
Lo spettacolo di quel dolore si faceva attristante. Rosalia di Verdara aveva dimenticato il proprio interesse che si giuocava in quella partita, per darsi tutta alle cure che lo stato della sua giovane amica richiedeva. Ella sentiva che nessuno di quei pretesti reggeva, comprendeva che sarebbe bastato insistere ancora un poco, perchè Massimiliana le dicesse tutto, le svelasse il secreto che la soffocava; ma la sua lealtà, la sua coscienza l'ammonivano, le dicevano che profittare della debolezza, del dolore di quella creatura per strapparle una confessione della quale avrebbe potuto giovarsi, sarebbe stata una indegnità. Se Massimiliana avesse parlato... ma la signorina di Charmory le si irrigidiva tra le braccia, pareva sul punto di perdere i sensi. «No, è impossibile...» mormorava ancora, «io dovevo prevedere questo momento fatale...»--«Maxette, mia povera Maxette... fatevi animo!..» riprendeva allora Rosalia di Verdara; «sono qua io!.. contate su di me, se avete bisogno d'un aiuto, se avete bisogno d'un appoggio...» Sì, sì, l'altra accennava di sì, passandosi macchinalmente una mano sulla fronte... «Ebbene, innanzi tutto rimettetevi. La domanda per la quale io sono venuta, facciamo conto che non ve l'abbia partecipata. Guadagneremo del tempo. Voi avrete del tempo per considerarla attentamente, per maturare una decisione... Sta bene?.. E se potrò esservi utile... se i miei consigli...»
Ad un tratto, un gemito s'era sentito dall'altra camera; la contessa aveva pòrto l'orecchio, e passata di là, scorgendo la signora d'Archenval svenuta sopra una sedia accanto all'uscio di comunicazione, aveva chiamato: «Maxette, vostra zia!...» La signorina di Charmory, rapidamente ricomponendosi ed asciugate le sue lacrime, era accorsa mettendosi accanto alla tramortita e scostando con un gesto di preghiera l'amica. Ma come Rosalia di Verdara aveva fatto per avvicinarsi al bottone del campanello, per chiamare qualcuno, l'altra aveva scongiurato: «No, di grazia... non occorre...»
Respirando dei sali, sotto l'azione di bagnature fredde sulla fronte e sulle labbra, la sofferente si era scossa dal suo letargo; poi, battute un poco le palpebre, aveva spalancato gli occhi, e scorta Massimiliana curva su di lei, l'aveva stretta a sè con una forza che non si sarebbe sospettata in quel miserabile corpo stremato dal male. Si sentiva una specie di singulto rauco, di querela soffocata ma così lacerante, che la contessa di Verdara ne era rimasta turbata ed oppressa. Ella era nello stesso tempo piena d'imbarazzo, presentendo un secreto fra le due donne, persuasa che nessuna intimità poteva giustificare una sua più lunga presenza. Appena dunque Massimiliana si staccò dalla stretta della zia, ella si avvicinò alle amiche, mormorando un pretesto per ritirarsi. Prese la mano della viscontessa d'Archenval: era di una freddezza cadaverica. Massimiliana, terribilmente pallida, con le labbra quasi scomparse, le porse una mano che scottava; e tenendola a quel modo, la accompagnò fino al salotto.
Non diceva nulla, col respiro quasi spento, la testa china, gli sguardi fissi. E tutt'in una volta, come Rosalia di Verdara, fermandosi innanzi all'uscio, aveva fatto per abbracciarla, ella si era scostata un poco dall'amica, portando le mani alla bocca, come per soffocare il suono delle sue parole. «Ebbene... è una pazzia!.. bisogna, intendete? che tutto finisca!..»--«Massimiliana!» tentò d'interrompere la contessa, spaventata dall'espressione della giovanetta. Ma l'altra, abbassando ancora di più il tono della sua voce e accennando con la mano alla stanza vicina: «Zitta!..» scongiurò; «lasciatemi... Voi non sapete!.. Più tardi... più tardi!..»
XI.
La contessa di Verdara, tra riluttante ed insistente, ma comprendendo di non dover chiedere di più, era scomparsa in fondo al corridoio; la signora d'Archenval, accasciata sul suo letto, con la faccia tra le mani, non dava alcun segno di vita--e Massimiliana restava tutta allo schianto che la tragica prova le aveva prodotto.
Vi è una specie di forza tutta negativa, particolare agli spiriti troppo provati dal dolore, la quale consiste, invece che nell'agire sulle circostanze esteriori, come fa la reale energia, nel resistere all'azione di queste medesime circostanze. Una forza di tal genere era quella che la signorina di Charmory aveva spiegata durante il prepararsi del dramma, e che era diventata sforzo doloroso durante il suo colloquio con la contessa. Prevista, affrettata, angosciosamente temuta, scoccava per lei l'ora immancabile in cui la sinistra fatalità della sua vita doveva essere rivelata, da lei stessa, a costo di tutta sè stessa!.. Come lungamente il suo silenzio l'aveva oppressa! ma come studiatamente aveva cercato di prolungarlo--e come il dovere di parlare le si era imposto ogni giorno, a tutti gl'istanti!.. Da quali terrori era stata invasa, ogni volta che aveva creduto di scorgere in quanti la circondavano un'attitudine di sospettosa attenzione! e che violenze aveva dovuto farsi per non gridare il suo secreto all'amica, poichè aveva già cominciato a tradirsi!.. Non aveva ella, infatti, confessato l'amor suo per Ermanno? Sì, ella aveva osato questo... e non aveva avuto il coraggio di compiere la confessione, di soggiungere che ella era indegna di quell'amore, che mai ella avrebbe potuto accostarsi all'altare!.. Ella aveva avuta questa viltà; ma questa viltà era anche l'unico suo sostegno, l'unica ragione, non di sperare, perchè la speranza era morta per lei, ma di resistere--in tale abisso di miseria ella agonizzava!.. Ed era poi tutta colpa o merito suo il silenzio così gelosamente mantenuto, o non vi erano piuttosto delle terribili cose sfuggenti ad ogni espressione, da non potersi tradurre in parole senza che il sangue s'agghiacciasse nelle vene e la ragione si smarrisse?
Erano state le parole che le erano mancate, ogni volta che la sorda voce della coscienza le aveva ingiunto di dir tutto; erano le parole che ella cercava adesso, seduta al suo tavolo, dinnanzi alla carta con l'intestazione azzurra dell'albergo, sulla quale ella scriveva alla contessa, perchè sentiva di non poter durare nel silenzio senza danni più grandi; perchè ella _doveva_ confessarsi alla donna a cui Ermanno stesso si era confessato, e perchè l'espressione scritta le pareva meno repugnante al pensiero gelosamente pensato... Più nitidamente che mai, a quell'ora che ne subiva le orribili conseguenze, che stava per rivelarla ad un'altra creatura vivente, risorgeva in lei, con tutti i suoi particolari, la storia della sua giovinezza contaminata, della sua vita distrutta. Ella si rivedeva, triste ma rassegnata, nella casa dove era stata raccolta, all'uscir dal collegio, fra quelle persone che le facevano più sensibile la mancanza della famiglia: lo zio, pel quale la famiglia non esisteva; la viscontessa, buona ma travagliata da dolori fisici e morali per la sfrenata condotta del marito e del padre lontano. Ella aveva sentito vagamente parlare dei continui scandali provocati da costui, di famiglie rovinate, di duelli fatali, che lo avevano finalmente costretto ad allontanarsi da Parigi per ricominciare altrove, lasciando alla figlia pietosa e sensibile il rimorso del male ch'egli aveva fatto... Ed un giorno egli era giunto inaspettatamente fra loro. Stanco della sua lunga peregrinazione attraverso i centri della vita internazionale, il duca Gastone di Précourt era stato preso dalla nostalgia dei _boulevards_; ma, tornato a Parigi, aveva cominciato a frequentare la casa di sua figlia, riconoscendo con lei i suoi torti, facendo proposito di mutar vita, mutandola infatti, e passando il suo tempo in compagnia delle due donne, che trattava non da parenti, ma da amiche a cui si vuol riuscire gradito. La viscontessa si era tutta rallegrata di quella trasformazione, uno dei suoi più grandi motivi di dolore svaniva; ma il visconte, ricorrendo ora all'aiuto del suocero, che non glie lo negava mai, si era dato con maggior foga al suo vizio.
Ricordando tutte le lacrime che il duca aveva fatto versare alla figlia, un'istintiva avversione aveva sulle prime allontanata Massimiliana da quell'uomo, che nulla prendeva sul serio, la cui vita era trascorsa in un'ansiosa febbre di piaceri sempre rinnovati e mai sufficienti ad estinguerla. A poco a poco, però, e dinnanzi a quella specie di conversione che si operava in lui, la diffidenza della fanciulla si era sopita; e come avrebbe ella sospettato di lui, se mai una parola od uno sguardo aveva tradito il disegno che egli aveva concepito?
Il duca Gastone di Précourt era uno di quegli individui che circoscrivono ogni scopo e dirigono ogni attività alla conquista della donna. Vi è però una grande differenza fra un certo tipo di _Don Juan_ che l'enimmatica sfinge femminile attira incessantemente, e che passa di tragica in tragica prova senza penetrarne il mistero--vittima, fino ad un certo punto, più che carnefice--ed il seduttore di mestiere, senza grandezza, senza simpatia, che non cerca se non il piacere e che in breve non lo trova più. Non vi era in lui nè elevatezza d'intelligenza, nè delicatezza di sentimento; egli era solo distinto nell'abito e nelle maniere, e grande unicamente nel modo di profondere il proprio danaro. La sua stessa fisonomia aveva qualche cosa che deponeva contro di lui; non già che si potesse dir brutto; lo si giudicava anzi un bell'uomo e nessuno lo avrebbe creduto padre d'una signora come la d'Archenval; ma il suo sguardo era duro, volontario, uno di quegli sguardi dinnanzi ai quali tutti gli altri si abbassano; e nel suo viso, nell'aggrinzamento frequente delle sopraciglia, nella mobilità delle narici, nell'acutezza del naso e del mento, vi era come un ricordo della classica espressione del fauno.
Vedere la signorina di Charmory e fissar su di lei il proprio desiderio imperioso, era stato tutt'uno. Ma egli aveva ben presto compreso come gli ordinari mezzi d'attacco, la seduzione sentimentale o la bassa corruzione, si sarebbero spuntati contro la diffidenza che aveva letta in Massimiliana, e più contro la serietà triste di quella fanciulla tanto diversa dalle altre. Così, egli si era guardato bene dal commetter l'errore di dirle una sola parola di dubbio senso; l'aveva trattata come una sorella, come una figlia... Era riuscito ad evitare la diffidenza della viscontessa col suo cangiamento di vita, aveva alimentata l'inclinazione del visconte pel giuoco... ed improvvisamente, violentemente, buttata via la sua maschera, senza neppur tentare di coonestare con l'impeto della passione l'iniquo attentato, egli aveva tratto profitto della forza dei suoi muscoli irrigiditi, della potenza magnetica degli sguardi penetranti... Il rauco grido di ribrezzo, di terrore, di raccapriccio che era uscito dalle labbra contratte di Massimiliana, lo aveva fatto avvertito che nulla più egli aveva da sperare; allora, aveva avuto l'accortezza di allontanarsi, di dileguarsi, immediatamente e per sempre...
Egli era scomparso, ma la sua imagine turpemente decomposta non si era cancellata più dagli occhi di Massimiliana. Più che il sentimento della contaminazione subita, era un vaneggiamento dinnanzi all'infamia commessa da quell'uomo che occupava il suo spirito. Ciò a cui ella si ribellava, era il fatto che una simile doppiezza, che tanta perversione, che una iniquità simile fossero possibili. La sua fede, la sua stessa ragione si erano scosse, nella lunga crise che aveva seguita la repentina rivelazione dell'orrore. La sua primitiva tristezza si era complicata d'una profonda misantropia; il suo stesso sistema nervoso si era scosso, esponendola a turbamenti gravi e frequenti.
Bisogna che lo sconforto sia infinitamente grande, che la disperazione non abbia confini, perchè l'anima vi si possa finalmente acquetare e trovarvi una specie di compiacenza al rovescio. Per la signorina di Charmory, l'estremo limite del dolore, della solitudine, dell'impotenza, di tutte le miserie dello spirito era stato raggiunto. Con un carattere più energico, più risoluto del suo, una ribellione sarebbe stata la conseguenza della violenza patita; debole, sfibrata dai primi dolori, le impotenti velleità di rivolta si erano domate in Massimiliana; tutto era finito per comporsi in un accasciamento stanco ed apatico. Ella aveva pensato di fuggire almeno da quella casa, di andarsene non importa dove, di scomparire dai vivi, di mendicare la vita poichè non aveva altre risorse... ed era rimasta. Come non aveva trovato nel suo miserabile corpo la forza di respingere quell'uomo, così non aveva trovato nell'anima vinta dalla sventura la forza di mettere in atto il suo proponimento.
Dapprima, ella aveva coinvolta la viscontessa nell'odio per il padre, quasi anch'ella fosse responsabile dell'infamia commessa da lui; poi anche il suo principio di odio era caduto. Non una parola s'era scambiata fra le due donne, ma la viscontessa aveva tutto saputo, ed era di dolore che ella moriva. Ogni volta che i suoi sguardi si arrestavano su di Massimiliana, una dolente pietà, una specie di rimorso per aver potuto contribuire a quella sciagura, vi si leggeva; la povera donna accusava sè stessa, trovava che era stata sua colpa il non aver vigilato; che, data l'indole del padre, ella avrebbe dovuto prevedere quel che era accaduto--ma nutrire un simile sospetto non sarebbe stato un altro delitto?.. Però, con tutti gli sforzi dei quali, nella sua lenta agonia, era capace, aveva tentato di confortare lo strazio della fanciulla.
Massimiliana aveva rifiutato quei conforti; ella non domandava la pietà di nessuno. Aveva trascinata la sua esistenza sopportando da sola, in silenzio, il peso del suo destino, comprendendo che nessuno poteva nulla per lei, cercando e trovando solo nello studio un sollievo efficace. Quando il rapido deperire della salute della viscontessa aveva reso necessario quel continuo peregrinaggio che era finito in Sicilia, Massimiliana aveva dapprima temuto il cambiamento di vita, come temeva tutto quello che la togliesse alla sua concentrazione; ma, nell'errare di luogo in luogo, il suo spirito si era un poco distratto; in quella mancanza di stabilità, in quel rapido cambiare di orizzonti e di ambienti, ella aveva cominciato a trovare un'intima convenienza con lo stato dell'animo suo, che a nulla oramai poteva afferrarsi... Allora, un'altra triste esperienza era venuta a confermarla nel suo sconforto: nella promiscuità, di quella vita instabile, nella facilità con cui i rapporti si creavano e si rompevano in quel mondo raccogliticcio popolante gli alberghi e le case di salute, i freni morali erano aboliti; ed ella aveva saputo, spettatrice riluttante, confidente disgustata, i compromessi delle _flirtations_, le vergogne dei falsi legami, le miserie degli intrighi quotidiani, tutte le sozzure di una società accozzata, senza casa, senza rispetto... Ah, di quel mondo miserabile ella era degna! In nome di che cosa avrebbe potuto farsene giudice? Non si sarebbe parlato di lei, a bassa voce, con dei sorrisi d'intelligenza, come si parlava di tante altre sciagurate?.. Esisteva un altro mondo per lei?..
Lasciando tratto tratto di scrivere, Massimiliana si prendeva la testa fra le mani, atterrita dalle visioni che le sfilavano dinnanzi. Un altro mondo esisteva! ed ella ne aveva adesso la rivelazione, per sentirne l'incauto ma per apprezzarne anche l'impenetrabilità!.. Il suo primo turbamento aveva preceduto l'incontro di Ermanno Raeli; si era prodotto allo stesso annunzio della partenza per Palermo. Ella sapeva di trovarvi Rosalia di Verdara, e l'idea di rivedere un'amica che aveva conosciuta _prima_, l'aveva sgominata. Con una muta e quasi fatidica stretta al cuore, ella aveva contemplata la terra di Sicilia, vaporosa all'orizzonte, dal bordo della nave che ve la trasportava, rapidissimamente; e poco tempo dopo il suo arrivo, la vaga minaccia aveva subito preso corpo... La prima volta che aveva incontrato Ermanno Raeli, durante la visita al Museo nazionale, ella aveva evitato di guardarlo, di stringere la sua mano.... ma non ostante il suo partito preso di sottrarsi a tutto ciò che potesse attaccarla al mondo, ella aveva pur dovuto avvertire il senso delle parole del giovane e l'espressione che le coloriva. Era stata come una rispondenza secreta, fatale, come l'imprevedibile incontro di due note tratte da strumenti diversi... Fin da quel primo istante, la visione del futuro a cui andava incontro le era balenata alla mente; ed ella aveva combattuto, a palmo a palmo, contro di sè stessa; poichè ella non aveva il diritto di amare, poichè non poteva essere amata... E come più conosceva la nobiltà, la bontà, la gentilezza, tutte le doti del cuore e dello spirito di quell'uomo, l'affinità della sua indole con la propria, più ella si agguerriva contro la passione nascente... o credeva d'agguerrirsi; perchè quelle ragioni di evitarla erano nello stesso tempo delle ragioni--le più potenti!--di farla gigante. Ella aveva anche sperato di illudersi sul significato della riserva di Ermanno, cercando di attribuirla a indifferenza, piuttosto che a timida e delicata discretezza... e nel risveglio di tutti i suoi dolori, aveva sperato di esser la sola a sacrificarsi...
Ora, l'inganno non era più permesso. Si era rotto il giorno che i loro sguardi eransi incontrati, come i loro pensieri, sotto la rustica imagine del Salvatore; si dissipava, svaniva dinnanzi alla rivelazione della contessa. Egli l'amava, le tendeva la mano leale, e non sapeva che la mano di lei era indegna di posarsi sulla sua! Una voce interiore la rimordeva, l'accusava di perfidia, poichè ella non aveva fatto nulla per evitare l'inganno, e delle vampe di vergogna le salivano al viso... Bisognava che tutto finisse, o sarebbe stata senza scusa; bisognava che essi ridiventassero estranei l'una all'altro, come prima e senza ritorno. Ma nel punto che quella necessità le s'imponeva, inevitabile, ella sentiva che qualche cosa le si spezzava nel petto. Ella non sapeva dove avrebbe trovata la forza di rassegnarsi a quella necessità, perchè anch'ella lo amava, perchè la sua lotta era stata inutile, perchè ad ogni giorno, ad ogni ora, ella si era sentita avvincere a lui; e le prove ne erano l'illusione che si era fatta, tutte le transazioni per le quali era arrivata a quel punto... Aveva creduto distogliere la propria attenzione da quel sentimento, aveva quasi perduta la coscienza del suo stato, e ad un tratto la più formidabile delle alternative le si presentava: o ingannare ancora quell'uomo che aveva riposto in lei la sua fede e diventare in certo modo complice di sè stessa, o spezzare col cuore di quell'uomo anche il suo proprio... Vi era un'altra soluzione? Poteva ella andare da lui, e rivelargli tutto, ed aspettare la sentenza che egli avrebbe pronunziata?.. E sarebbe poi stata una soluzione diversa, o non si sarebbe risolta in una delle due che più l'atterrivano? Vincere Ermanno con le proprie lacrime, con la confessione del proprio amore, non sarebbe stato ancora ingannarlo? Ma l'orribile verità non avrebbe piuttosto tutto distrutto?..
Ella teneva per sè il dilemma angoscioso, intanto che finiva di rivelar tutto all'amica e che, atterrita dalla propria risoluzione, sicura che un istante di esitazione avrebbe fatto sorgere il pentimento col corteo di nuove lusinghe, chiudeva la lettera senza osar di rileggerla...
XII.