Ermanno Raeli

Chapter 3

Chapter 33,342 wordsPublic domain

Da ambe le parti, l'equivoco fu delizioso; ma durò poco. Al completo abbandono dell'essere suo, Ermanno si veniva accorgendo che non era risposto con eguale effusione; che quella donna stretta al suo fianco era molto lontana da lui, più lontana che se migliaia di miglia li separassero... Come da un orlo indifeso, egli scorgeva un abisso spaventevole; ma la stessa enormità del pericolo gli procurava una specie di sicurezza. Sentiva che il disinganno gli sarebbe stato fatale, che aggiunto alle amarezze sofferte avrebbe avuto un'influenza decisiva su tutta la sua vita; e preso da una paura crescente dinanzi ai sintomi sempre più inquietanti che l'altra, già stanca di rappresentare una parte non sentita, non riesciva più a nascondere, cercava di persuadersi di aver visto male, di essersi ingannato, di diventar troppo esigente, di mancare d'esperienza... Se il fanciullo che chiude gli occhi dinanzi al pericolo crede di sottrarvisi, egli è che il pericolo in tanto esiste per lui in quanto ne ha la coscienza; con l'abolirne la percezione egli stima di averlo realmente abolito. Per le nature in cui l'imaginazione ha uno sviluppo esuberante, un simile fenomeno si riproduce frequentemente anche nell'età in cui la ragione potrebbe intervenire a far sentir la sua voce; ed Ermanno, che non poteva più illudersi, si sorprendeva talvolta a negar fede a ciò che avveniva.

Erano, sul principio, dei malintesi, futili in apparenza, a proposito di incidenti volgari: una parola interpretata in vario senso, un diverso modo di vedere, ma che intanto rivelavano la radicale impossibilità di una comprensione reciproca. Ciò nondimeno, Ermanno non poteva decidersi a rassegnarsi; e con l'inconfessato convincimento della inutilità dei suoi sforzi, cercava di leggere in fondo al cuore di quella Sfinge, nella lusinga di trovare qualche cosa a cui aggrapparsi. A misura che egli si faceva più insistente, la stanchezza della donna cresceva. Con una maggiore esperienza della vita, ella vedeva che era impossibile durarla, aspettava che egli stesso se ne sarebbe persuaso proponendole di separarsi con una buona stretta di mano, da persone di spirito. Dinanzi alla strana ostinazione di Ermanno, ella fu anche tentata di prendere l'iniziativa della separazione, dichiarandogli lealmente di voler riacquistare la propria libertà; un istintivo sentimento di rispetto per l'intuita superiorità di quell'anima la arrestò. Allora, i malintesi divennero più grandi, scoppiarono più frequenti, fin quando un giorno Ermanno Raeli vide compiersi una cosa abbominevole, che spense come un turbine l'ultima sua illusione. Quella donna che aveva appartenuto a lui, a cui egli aveva creduto come alla stessa Fede, si era data ad altri; semplicemente, freddamente, per capriccio, come gettava via dei guanti ancora freschi pei nuovi, ella lo aveva abbandonato per un altro... La súbita rivelazione di questa mostruosità diede una scossa terribile al suo spirito. Non crederla, era impossibile; ribellarvisi, era inutile: il fatto esisteva, brutale, violento. Tutte le dolcezze, tutte le promesse, quell'intima, quella lunga comunione: tutto era finito. Ogni legame era sciolto. Fra loro, dopo quello che erano stati l'uno per l'altro, nulla esisteva più di comune; essi erano ridiventati due estranei, come prima, più di prima... Un momento, egli fu tentato di andarsene da lei, di supplicarla, di scongiurarla, di riprenderla fra le sue braccia, di evocare gl'istanti volati, di rivelarle l'abisso che gli aveva scavato dinanzi, di fargliene misurare la profondità, di domandarle in ginocchio di stendergli una mano, di non farlo perdere, di non indurlo a negare, a bestemmiare la fede, l'amore... L'amore? E ad un tratto la mal repressa ribellione scoppiava dentro di lui. Era dunque quello l'amore? Quale disgusto!... In alto e in basso della scala sociale, brutalmente confessata o ipocritamente nascosta, venduta o concessa, non esisteva che la sodisfazione degl'istinti!... Egli non era stato amato, ma non aveva amato neppure. Riconosceva adesso la sua illusione, l'inganno in cui era caduto, il chimerico inseguimento di qualche cosa che era soltanto dentro di lui, nella sua imaginazione, e che mai, mai, avrebbe potuto afferrare...

Una crise violenta scoppiò nella sua coscienza. Come reazione voluta, accarezzata, con una sfrenata compiacenza, sostenuta dal fondo d'energia che era nella sua natura e che prendeva una rivincita, egli si buttò a capo fitto in una vita di pazzi piaceri e di amori malsani; trovò una specie di furibonda voluttà nel profanare, nel deridere, nel macchiare di fango i suoi assurdi ideali. Di quella crise fu per morire. Nondimeno, guarì; ma il suo sguardo serbò per sempre l'attonita immobilità di chi ha visto spalancargli la terra dinanzi; e una ruga precoce, indelebile traccia della tempesta, solcò la sua fronte.

IV.

Quando Ermanno Raeli tornò a Palermo, dopo parecchi anni di assenza, la sua vita riprese a scorrere sola, monotona, come una volta. Nessuno, o ben pochi, sospettavano ciò che era avvenuto nell'animo suo; a giudicarne dai suoi atti, nulla sembrava mutato in lui; la sua tristezza, il suo mutismo, la sua avversione pel mondo erano antichi. Agli occhi degli indifferenti, Ermanno non aveva nulla di particolarmente interessante: era un giovane dovizioso, di buona nascita, molto intelligente, ma incerto ancora della via da seguire, e forse per ciò stesso dall'aria un poco eccentrica.

Fra le rare persone la cui compagnia egli talvolta non disdegnava, il conte Giulio di Verdara occupava il primo posto. Era un carattere, nelle sue manifestazioni esteriori, perfettamente opposto a quello di lui; ma, sotto al sorriso canzonatore che gli errava sulle labbra, dietro le professioni di scetticismo egoistico, si nascondeva un gran fondo di bontà e di rettitudine. Avviatosi per la carriera diplomatica, l'aveva sul più bello lasciata, come se la riserva e la finzione imposte repugnassero a quello spirito franco malgrado l'apparente contradizione fra le teorie professate e la pratica. Datosi ad operazioni di grande commercio, egli sosteneva per esempio che l'onestà era una _blague_, che il primo istinto dell'uomo era quello della frode e della rapina; ciò non impediva intanto che egli fosse onesto fino allo scrupolo, e buono fino a danneggiare i proprii interessi quando v'era un interesse altrui da risparmiare.

Giulio di Verdara ed Ermanno Raeli, intendendosi nel fondo, soffrivano la loro diversità esteriore; ma i loro incontri, per la stessa natura delle loro tendenze, non erano frequenti. Il conte aveva preso moglie durante l'assenza di Ermanno; questi, nella sua avversione a conoscere nuova gente, aveva evitato una presentazione spesso proposta. Doveva però ben tosto avvenire una circostanza da metterlo nell'impossibilità di dare indietro.

Dalla sua peregrinazione per i musei di Europa, egli aveva portato un gusto per le cose dell'arte, e lasciata da un canto la filosofia, si era messo attorno ad uno studio sulla scuola siciliana di pittura, e specialmente sul Monrealese. La figura di questo artista forte, originale, precorritore del proprio tempo e di tanto superiore alla sua fama, lo aveva subitamente sedotto. Aveva fatto il giro dell'isola per vederne tutte le opere, ed a Palermo, quando lasciava il suo grazioso pianterreno del Corso Alberto Amedeo, passava le sue giornate fra la Biblioteca comunale e il Museo nazionale, attorno agli scritti su Pietro Novelli ed alle pitture di lui.

Un giorno che egli era appunto per recarsi al Museo, il conte di Verdara gli fece pervenire un biglietto nel leggere il quale Ermanno non potè frenare un movimento di contrarietà. «Mio caro,» scriveva il conte, col suo abituale tono disinvolto e scherzoso, «mi piove sul capo un'amica di mia moglie, alla quale bisogna fare gli onori della città. Io che mi ricordo quant'era seccante Cicerone a scuola, vorrei salvarle, mia moglie e l'amica, dai ciceroni di piazza. E quanto a me, la mia ignoranza è tale, che non so se il Monrealese è di Partinico. Poichè tu sai dunque i Filippini a memoria, sarai così amabile da trovarviti oggi all'una? Grazie e scusa.» Ad un invito motivato in quel modo, Ermanno non poteva sottrarsi, ma fu con un fastidio mal nascosto che egli s'incamminò. Però, quando fu giunto all'Olivella, appena entrato nel primo cortile, dimenticò completamente quel malumore e la sua causa. Al pensiero aborrente dall'attuale realtà, i ricordi e le evocazioni dei mondi sepolti sono un grato rifugio. Fra quelle antiche rovine Ermanno ritrovava, se non la gaiezza, almeno una compiacente serenità. Il Tritone del cinquecento, in groppa al delfino guizzante, distendeva in alto le braccia ad imboccare la involucrata buccina. Tutt'intorno: le iscrizioni greche, arabiche e medievali; le porte intagliate dell'antico ospedale, i sarcofaghi, le stele ed ogni sorta di marmi logori e scuri. In quel silenzio, in quella solitudine, quelle pietre mutilate si animavano agli occhi di Ermanno, ridicevano antiche storie di splendori e di miserie, attestavano con la loro sola presenza la fatale nullità delle umane vicende; però, la conferma che le cose esteriori danno ai nostri concetti più tristi non è per sè stessa una specie di strana ma profonda sodisfazione?.. L'attrattiva d'una grande poesia era per lui in quei ruderi da cui ordinariamente si rifugge attristati ed oppressi; le voci delle generazioni tramontate riecheggiavano ancora lì in mezzo, ed era come se le iscrizioni non fossero scolpite nella fredda pietra, ma sussurrate da qualche voce, dai morti dei vuoti sarcofaghi...

«Ti sei allontanato da quanto in vita era agli occhi tuoi più caro; hai lasciato il mondo e non ritornerai.

«Finchè Iddio non ridesti le sue creature. Nessuno spera vederti e pur tu stai vicino.

«Il tuo viso ogni dì si logora ed ogni notte: l'amor tuo non si svela e pur tu ami.

«Scenda sopra di te la pace di Dio, finchè sorga in Oriente il sole, finchè tremoli una vettina sugli alti rami dell'arak.»

Questi versetti d'un frammento d'iscrizione araba furono i primi che Ermanno Raeli spiegò quando, all'arrivo di Giulio di Verdara e delle signore, la comitiva cominciò il suo giro. La contessa Rosalia di Verdara poteva avere, a quel tempo, poco più di trent'anni. Alta, slanciata e flessuosa come un ramo di palma, bruna dalla carnagione leggermente dorata, dagli occhi vivi e profondi, ella riuniva la simpatia del più puro tipo siciliano all'eleganza e allo spirito di una parigina. Tutto in lei rivelava la gran signora di razza, l'agevole sicurezza di sè, la padronanza che esercitava dintorno, la distinzione del tratto, il modo di dire le cose più indifferenti. Appena suo marito ebbe pronunziato il nome di Ermanno, districato il braccio dal mantello che ricopriva l'abito di velluto e _gros grain mordoré_, chinando amabilmente il capo su cui portava una capottina analoga, guernita di un grosso _colibri_ bianco, ella gli aveva stesa la mano: «Io già la conosco, di nome, come un buon amico di Giulio...» ed a sua volta lo aveva presentato alla sua giovane compagna: «La signorina Massimiliana di Charmory...» All'inchino di Ermanno questa aveva risposto con una breve mossa del capo; poi la visita era incominciata.

Intanto che si girava sotto i portici e che Giulio di Verdara scherzava sulle cose spiegate e sullo spiegatore, la contessa, leggermente intimidita dallo scuro ambiente, prestava alla sua nuova conoscenza un'attenzione tra curiosa ed inquieta; ma la signorina di Charmory pareva interessarsi soltanto a quel che vedeva. Era un tipo di bellezza perfettamente contrario. Con un personaggio egualmente slanciato, ma più piccolo, la signorina di Charmory aveva la carnagione bianca, i capelli d'un biondo cinereo e gli occhi ceruli d'una settentrionale. Sotto il suo costume ad ampie pieghe di vigogna azzurra con risvolte di _faille_ della stessa tinta, il suo corpo s'indovinava appena; e solo la vita sottile e le braccia perfette si modellavano. Il guanto rovesciato al principio del pugno lasciava vedere la giuntura della mano, agile, nivea, solcata dagli esili filetti azzurri delle vene, e sotto l'ombra del cappellino rotondo a larghe falde con un'ala rossa, risaltavano i delicatissimi lineamenti, la levigatezza marmorea delle tempie, la magrezza sana delle guancie, la freschezza rosea delle labbra sbocciate sul pallore del viso, la grazia del mento che pareva fosse stato accarezzato dal pollice compiacente d'uno scultore. Ella aveva un modo di atteggiarsi, con le braccia pendenti non lungo i fianchi, ma un poco sul dinanzi del corpo, con le palme delle mani appena rivolte in fuori, che ricordava certe figure di Elette della scuola preraffaellesca. La espressione degli occhi larghi, nuotanti come in un fluido e quasi perduti dietro una visione errabonda, completava quel tipo di bellezza nordica, ma pertanto non fredda. Accanto alla contessa di Verdara essa acquistava risalto--e ne dava. Una era la grazia capricciosa, la simpatia vivace, la spigliata fantasia; l'altra era lo stesso candore, la stessa purezza fatta persona. Così com'erano, la loro gioventù, la loro freschezza, la loro eleganza formavano un contrasto deciso con la vecchiezza cadente dell'ambiente pel quale si aggiravano. Nulla era fatto per impressionare più di quelle figure di donne adorne di tutte le ricercatezze dell'ultima moda, fra gli scomposti avanzi di tempi remotissimi; l'efflusso odoroso che esse si lasciavano dietro, nell'atmosfera leggermente ammuffita del Museo; il suono argentino delle loro voci, nel silenzio dei corridoi; la vivacità dei loro movimenti, nella rigidezza cadaverica dei vecchiumi polverosi ed allineati... Ermanno comprendeva quelle due figure nella sua attenzione per gli oggetti circostanti, come se il Museo si fosse, da un giorno all'altro, arricchito di due nuovi oggetti; notava il contrasto, ma con lo stesso disinteresse personale, col quale giudicava le differenze passanti fra due quadri di scuola diversa... Egli continuava a guidarle e a dare le sue spiegazioni, malgrado gli epigrammi del conte, che facendo spesso sorridere la comitiva, contribuivano a sciogliere l'inevitabile freddezza di un primo incontro. A misura che la visita proseguiva, la curiosità con cui la contessa guardava intorno fra quelle tristi rovine si faceva sempre più allarmata; ma la signorina di Charmory pareva dimostrare un più grande interesse, rivelando nei suoi giudizii e nelle sue stesse domande una intelligenza dell'arte e della storia. «E i quadri del Monrealese?..» aveva chiesto, con la sua voce d'un'armonia sommessa, quasi lontana, quando, esaurito il giro delle gallerie e delle stanze del primo piano si stava per passare al piano superiore. «Vi saremo a momenti,» rispose Ermanno, con una visibile compiacenza per quell'interesse dimostrato verso il suo artista favorito; e intanto che la contessa si attardava un poco dinanzi al trittico del Van Eyck, il capolavoro del Museo nazionale, egli rappresentava alla signorina di Charmory le qualità che distinguono la pittura di Pietro Novelli. «Una freschezza di tavolozza, uno scrupolo di verità spinto talvolta a qualche eccesso, una preferenza per le proporzioni grandiose, un'intensità d'espressione nella figura umana: questi mi sembrano i suoi caratteri più salienti...» La signorina di Charmory lo aveva ascoltato senza guardarlo, chinando di tratto in tratto il capo. «Non lo chiamano il Raffaello di Sicilia?» chiese, quando Ermanno ebbe finito. «A torto, quanto allo stile; a ragione, quanto al valore...» E dinanzi al ritratto dell'artista--una figura scarna, dagli occhi espressivi, dalla piccola barba a punta spiccante sul bianco d'un grande collare alla spagnuola--egli s'era fermato un poco. «È stato l'ultimo dei grandi pittori siciliani; Antonello da Messina fu il primo. La storia della nostra pittura si riassume in questi due nomi. Di Antonello il Monrealese non ha però la fama. Gli nocque forse l'esser vissuto sempre nella sua isola, il non aver potuto allargare il campo dei proprii studii. Ed è morto giovane ancora, pure in questo simile a Raffaello...» Ermanno parlava pianamente, fissando il ritratto con una specie d'involontaria emozione. Con la forza della simpatia che egli metteva in tutte le cose, era in certo modo come se egli rivivesse la vita dell'antico artista, come se egli soffrisse un poco delle sofferenze che supponeva provate da lui; e, in fondo, quel destino abortito, quell'ingegno potenzialmente forte ma non espresso del tutto malgrado l'assiduo proseguimento di uno scopo preciso, non offriva dei punti di contatto col suo? Era dunque un interesse quasi personale che egli metteva nel parlare di lui, nel rimpiangerne la sorte; però, pentito di essersi lasciato trascinare, tacque ad un tratto. Dopo un istante di silenzio e quasi seguendo il filo di quel pensiero, la signorina di Charmory disse:

«Muor giovane colui che al cielo è caro...»

Ermanno fissò un momento lo sguardo su di lei. La citazione di quel verso in bocca ad una fanciulla, d'una straniera, non era certo una cosa molto comune; meno comune era l'aria di serietà triste con la quale ella era entrata nel suo modo di vedere... «Amici miei,» esclamò ad un tratto la contessa di Verdara, «voi siete funebri! Il signor Raeli ha trovato una collaboratrice in Maxette!... Per me, dichiaro umilmente che cotesto Monrealese ha un'aria molto antipatica!»--«Ammesso che sia lui!» disse Giulio di Verdara; «il Van Eyck non è poi certo che sia del Van Eyck!»--«Non si attribuisce al Mabuse?» chiese la signorina di Charmory evitando lo sguardo di Ermanno, cui la domanda pareva nondimeno diretta. «Se non è del Cornelissen...» rispose quest'ultimo. «O fatemi il piacere!..» esclamò allora la contessa, stringendosi un poco nelle spalle, con un moto graziosissimo. «E quell'attacca-panni, di che secolo è?..» disse a sua volta il conte, con una grande impassibilità, fermandosi dinanzi al gabinetto della Direzione e mostrando l'oggetto in quistione.

La visita al Museo finiva così, tra la finta serietà di Giulio, i sorrisi della moglie e il crescente turbamento di Ermanno. Dinanzi al portone, dove la sua _victoria_ stazionava, la signora di Verdara rinnovava ad Ermanno i ringraziamenti per l'amabilità che egli aveva avuta. «Si ricordi,» soggiunse con intenzione, «che io sono in casa tutti i mercoledì... Ma già, lei è tanto severo con noi povere donne!.. Che cosa le abbiamo fatto?.. Ad ogni modo, se i quadri la interessano, le mie buone amiche sostengono che io mi dipingo! E grazie, ancora...» Ermanno, un poco confuso da quelle parole, dal tono leggermente sarcastico col quale erano state pronunziate, le porse la mano per aiutarla a salire in carrozza; e, come fu la volta della signorina di Charmory, questa s'inchinò un poco dinanzi a lui, ma senza accettare l'appoggio ch'egli le offriva. Il legno era già scomparso in fondo alla via Bara, che Ermanno, fermo sul marciapiedi, lo cercava ancora cogli occhi.

V.

La contessa Rosalia di Verdara abitava un elegante villino in fondo a quella strada della Libertà che è stata così rapidamente popolata di costruzioni graziose. La fabbrica era condotta su quella maniera arabo-normanno-sicula che, malgrado la mescolanza di tanti elementi, si considera come uno stile a parte, tanto essa è caratteristica di tutto un felice periodo di civiltà. Internamente, la leggiadra fantasia della padrona di casa aveva messo da per tutto la sua impronta. Linee spezzate, capricciose, ma armonizzanti nella loro apparente confusione; delle concessioni intelligenti al gusto modernissimo per il _bibelot_ antico od esotico, una ricchezza sobria di stoffe e di mobili, una larga parte fatta all'arte contemporanea: erano questi i caratteri che davano un aspetto particolare alle sale della contessa.

Bisognava che ella fosse vista in quell'ambiente suo proprio, perchè si potesse giudicarla al suo giusto valore. Aveva una di quelle fisonomie mutabilissime che da un istante all'altro sono capaci di produrre un'impressione diversa. Analizzata a parte a parte e minutamente, non sarebbe parsa bella; ma vista in casa sua, con l'indefinibile adattamento dell'espressione all'ambiente, nelle tolette di ricevimento o meglio ancora negli abiti da camera delle visite più confidenziali, l'irregolarità dei suoi tratti sembrava più simpatica e geniale, la sua grazia più squisita, il suo spirito più brillante ed acuto.

Quel mercoledì seguente alla visita del Museo, la contessa avrebbe dato qualche cosa per dividere cotesta sicurezza. La forza dell'interesse personale è tanta, e il timore di non poterne conseguire la soddisfazione nasce e s'ingigantisce così facilmente, che le cose sulle quali si è fatto più grande e sicuro assegnamento, si vedono messe in forse ad un tratto. Un interesse ancora secreto e quasi incosciente persuadeva Rosalia di Verdara ad assicurarsi della propria seduzione; ma, più aveva bisogno di contar su di essa, più ne dubitava. Qualcuna delle sue amiche che si seguivano nel suo salottino le aveva detto, in un abbraccio affettuoso che era anche un mezzo di esaminar da vicino la qualità del velluto del suo abito nero a _tablier_ e _quille_ di _jais_, dal corpetto alla Watteau, e il gusto dei gioielli portati da lei: «Tu sei oggi un amore!» ma quegli elogi fatti con una grande espansione non la rassicuravano punto; più valore avrebbero avuto se fossero stati pronunziati a mezza voce, con quello stento che in simili casi è un sintomo di sincerità.