Chapter 11
Incapace di dire una sola parola, Ermanno aveva portata una mano ai capelli, come se volesse strapparli. Rapidamente, la reazione era sopravvenuta, con l'orrore dell'atto commesso. Egli contemplava livide e smorte quelle labbra cui aveva osato un momento innanzi appressare le proprie, disfatta in un supremo abbandono quella figura adorata, spenti quegli sguardi luminosi; ed era l'opera sua sacrilega che egli contemplava. Restava inchiodato lì, dalla vergogna, dal rimorso, non potendo risolversi a toccare più con un solo dito quelle forme che aveva strette in un impeto di brama cieca, in un ritorno dell'antico istinto, lungamente mortificato e represso. La cognizione del tempo si era perduta in lui, quand'egli intese un passo avvicinarsi: era la signora di Verdara che si avanzava verso di Massimiliana...
Nel rimescolio delle danze, la contessa Rosalia aveva seguito fissamente la giovane coppia; e, ad un tratto, era stato come se la festa si fosse mutata per lei in qualche funebre rito. Tutte le sue persuasioni cadevano dinnanzi alla radiante figura di Ermanno a fianco di Massimiliana; non restava luogo che per l'esplosione del suo mal frenato rancore. La materiale rappresentazione della loro unione colmava la misura, faceva traboccare il fiele di cui si era abbeverata. Ora, senza riguardo, l'indegnità di quei due le si faceva manifesta: che grossolano inganno era stato il suo di credere alla loro nobiltà!.. Essi erano degni l'una dell'altro, erano veramente fatti per intendersi e per convenirsi, come dicevano intorno a lei gli spettatori curiosi... Egli con le sue pose di tristezza, l'altra con la vergogna di cui era coperta, erano lì, animati ed allegri, a ballare, a sorridere!.. La vista della loro felicità le riusciva insopportabile, la offendeva in tutto ciò che la donna aveva di più caro. Si sentiva trascurata, vilipesa, avvilita. Avrebbe voluto una folla dintorno, avrebbe voluto che una sua parola fosse avidamente contesa, che per un suo sorriso degli uomini si fossero battuti, affinchè _qualcuno_ avesse imparato a conoscerne il prezzo.... Invece la sua stessa tristezza la isolava. Lei, la regina delle feste per la grazia, pel brio, per l'eleganza, si sentiva spodestata da Massimiliana, che raccoglieva gli unanimi suffragi della società. Una quistione di amor proprio ferito è in fondo a tutte le rivalità femminili, e la contessa avrebbe forse trovata una consolazione se la sua sontuosa toletta dalla gonna di _cordonné_ rosa pallido con trine spumose disposte sul davanti, e dal manto di velluto verde cupo circondato di rose; se lo splendore dei suoi smeraldi e dei brillanti che fermavano una _aigrette_ rosa e verde disposta sul capo, non fossero stati offuscati dal modesto abito bianco e dai mughetti della signorina di Charmory. Turbata e quasi piangente, ella si era ridotta nella serra deserta e avvolta in una semioscurità propizia alla sua tristezza. E lì, con la bocca stretta, con le mani nervosamente contratte, ella aveva assistito, spettatrice non vista, alla rapida scena che si era risolta nella sincope di Massimiliana e che, dopo un momento di esitazione, aveva sollecitato il suo intervento. «Dell'acqua.... presto, qualche cosa....» aveva detto, tentando d'aprire la veste della fanciulla, ed Ermanno era corso ad intingere il suo fazzoletto nella vasca che la contessa gli additava, senza domandarsi in qual modo ella fosse sopravvenuta tanto a proposito.
Recando la pezzuola inzuppata, egli era passato dietro al sedile per sollevare la giovanetta, che all'impressione di freddo sulla fronte aveva tratto un profondo respiro, scuotendosi, «No... non come l'altro...» mormorava, respingendo la contessa che la teneva stretta fra le braccia. «Son io, Maxette!.. son io...» e con un segno della mano, ella ingiungeva ad Ermanno di tenersi discosto. Dischiusi gli occhi, Massimiliana guardò un poco la donna; poi si sollevò, in un rapido ritorno della memoria, spingendo lo sguardo dinnanzi a sè. E come si vide sola con l'amica, afferrossi a lei, convulsamente. «Aiuto... soccorso...» supplicava, fremendo; «è troppo... è la morte...»--«Maxette!.. Maxette!..» ripeteva la contessa, subitamente comprendendo, impotente a sedarla, atterrita al vedere Ermanno avvicinarsi... «Diteglielo voi, di fuggirmi... voi che vedeste le mie lacrime... che sapete tutta la mia vergogna... Ah, Dio Signore... mio Dio Signore!..» La contessa tentava invano di farla tacere, di chiuderle la bocca in un abbraccio, vedendo già lo sguardo di Ermanno smarrirsi; ma l'altra continuava, tra le soffocazioni: «Bisogna dir tutto... Voi non sapete..! Vedere quell'uomo, l'uomo che ebbe questo miserabile corpo... parlare con lui, stringergli la mano!. Ed egli mi confidava l'anima... ed io tacevo!..» Girando la testa, in cerca d'aria, aveva allora visto Ermanno impetrato lì accanto; ed era sorta in piedi, come uno spettro, con una mano alla gola quasi per lacerarla, mettendo un strido che la contessa aveva soffocato.
Era ricaduta, esanime, con la bocca dischiusa. Come della gente si affacciava dall'altra estremità della serra, la contessa ingiunse brevemente ad Ermanno: «Vada via... per carità; si allontani... mandi qualcuno...»
Egli andava, vacillante, guardando dinnanzi a sè, con uno sguardo cieco, vitreo, stendendo una mano come per afferrarsi a un sostegno. «Qualcuno, una donna, laggiù... nella serra...» disse al secretario dell'albergo, che domandava allarmato, che cosa fosse avvenuto e non otteneva risposta...
Il duca Gastone di Précourt si avanzava, tenendo a braccio una dama elegantissima, che frenava a stento degli scoppii di risa dietro il ventaglio, mentre il suo cavaliere le mormorava qualche cosa all'orecchio. Ermanno aveva indietreggiato, come per dar loro passaggio; ma lentamente, senza arrestarsi, fino in fondo, fino a dar della testa sul muro.
XV.
Quando Massimiliana di Charmory riacquistò nuovamente i sensi, si trovò nella sua camera, adagiata sopra il suo letto con a fianco la contessa che spiava inquieta il suo ritorno alla coscienza. Ella aveva il vago ricordo di esser stata trascinata, inerte, con la testa fatta come di piombo; e lo stesso peso ora le gravava sulla fronte, malgrado la sua acconciatura fosse stata disfatta e una pezzuola imbevuta d'acqua ghiaccia vi venisse adattata continuamente. «Maxette... come stai?...» chiedeva sommesso la signora di Verdara, ed ella rispondeva appena con un moto degli occhi. Nella camera, solo la donna di servizio aiutava l'amica in quelle cure; la scena era avvenuta così rapidamente e tanto lontano dal centro della festa, che nessuno, neppure la viscontessa appartata in un salottino con qualche altra signora sofferente, se n'era accorto. «Desideri qualche cosa?... Vuoi che chiami tua zia?...» Ritrovando le sue forze a quella minaccia: «No... no!...» rispose Massimiliana, sollevatasi un poco sul letto; «ecco, è passato...» E, abbracciando l'amica: «Grazie... grazie!... Vorrei soltanto, come un favore, restare un poco sola...» La contessa insisteva per tornare più tardi; ma l'altra ripeteva: «Grazie, non occorre... È finito; ora sto bene...» E sorrise.
Ella sospingeva cogli occhi l'amica che si allontanava, dopo aver detto qualche parola alla cameriera; e come vide l'uscio richiudersi sulle due donne e come il rumore dei loro passi si spense, nascose la faccia tra le mani con un grido rauco di terrore e di raccapriccio. Era finito! Tutto era finito! Una parola era bastata perchè la malia fosse rotta! Egli era lì, aveva tutto udito, era rimasto come fulminato!.. Ella si sentiva come precipitare da un'altezza incommensurata, con la testa in giù, senza speranza d'arresto. La parola che avrebbe dovuto dire fin dal primo momento, il sinistro secreto della sua vita, la sua eterna condanna era pronunziata... Quale oscura, implacabile fatalità!.. «Perchè?... perchè?...» mormorava ella, soffocando il suono della sua voce contro i guanciali, torcendosi le mani, e i conati di ribellione si ammortivano sotto il peso enorme di quella fatalità. Implacabile!... Eterna!... «Perchè?... perchè?...» e non v'era risposta all'angosciosa domanda, o ve n'era una sola: perchè gli uomini erano delle belve insaziate, perchè la vita era una cosa malvagia. Fuggirla: questo ella avrebbe dovuto, e la propria debolezza, la propria viltà non l'avevano consentito. Aveva durato in quell'orribile vita, fra quegli agi che quell'uomo aveva finito per pagare, comprando così il silenzio dell'altro che avrebbe dovuto farle da padre! Tutto era turpitudine intorno a lei; tutto era falso in lei, come quelle falsificazioni della casa che erano gli alberghi nei quali aveva dimora. Fra quelle miserie aveva durato, aspettando--che cosa? che il peso di quel destino ricadesse ancora su di un altro, che un poco di quel fango schizzasse addosso ad un altro, che il sentimento della sua sciagura s'inacerbisse e si complicasse d'un rimorso. Parlare prima, dir tutto subito e poi andarsene, ascriversi tra le suore di carità: era quello che avrebbe dovuto fare e che non aveva fatto per ridursi a quel supplizio. «Perchè?.. perchè?..» Perchè lo amava! perchè lo aveva amato fin dal primo giorno, con forza sempre cresciuta! «Io l'amo!.. io l'amo!..» gridava, nascondendosi ancora la faccia contro l'origliere; ed era la morte dell'ultima illusione, la coscienza della fine, che le dava quelle vertigini... Com'era lontano quel giorno!.. appena pochi mesi, nel tempo; ma che cammino aveva ella fatto!.. Accasciata su quel letto di dolore, intanto che, come una raffinata ironia arrivavano fino a lei i suoni giocondi del ballo, ella ricostruiva tutta la storia di quella lotta, dimenticava un poco in quella evocazione il cordoglio presente, cercava di giustificarsi innanzi a sè stessa. Si era ella tradita una sola volta, quando aveva sentita la sua passione crescere ed ingigantirsi? Ella non poteva amare, ella era al bando del consorzio umano, e tutto il suo studio era stato di stornare da sè l'attenzione degli uomini, l'attenzione di _lui_... Un giorno era venuto, giorno di gioia paurosa e d'angoscia ineffabile, in cui ella si era accorta di essere amata--e come intensamente e delicatamente!.. Ella lo aveva ben compreso; aveva letto come in un libro nella sua anima nobile e grande; aveva previsto, prima ancora che egli le avesse detto una sola parola, in qual modo l'avrebbe amata!... Ella era ben certa di dir tutto, un giorno, quando ne avrebbe avuta la forza; di dire l'oltraggio subito, e non finalmente una colpa commessa... Sì, un istante ella era arrivata a dimenticare la sua macchia; era questa la sua colpa, e come orribile e pronto giungeva il gastigo! Ah, quell'uomo a fianco di _lui_!... la sua mano in quella di Ermanno... un viscido serpe... «Strappatelo!... schiacciatelo!»
Macchinalmente, ella alzava un braccio, accennando, e ad un tratto l'uscio si schiudeva, e la viscontessa, pallida, ansimante, le si faceva vicina... «Come stai?... Non mi hanno detto nulla... Maxette!» Subitamente alzatasi, cominciando a disfare la sua toletta: «Non è niente, un capogiro...» rispondeva Massimiliana. «Ma perchè non mi hai fatta chiamare?.. vuoi che venga un dottore?..» insisteva l'altra, prendendole una mano. In quel momento, l'ammalata non era più lei, era la giovanetta: ella lo comprendeva al tremore della persona, allo splendore degli sguardi; ma l'altra replicava: «No, grazie... il riposo finirà di guarirmi...» e ritirava la sua mano!.. Non la voleva con sè! Non voleva dirle la causa del suo male che ella aveva presentita nelle mezza parole con cui la contessa l'aveva fatta accorrere! Respingeva il suo aiuto, ancora, sempre!.. E la povera donna si allontanava, piegando la testa; sull'uscio, arrestavasi un poco, come volendo tornare; ma lasciava la camera, disperando.
«Va!... va!...» diceva mentalmente Massimiliana seguendola con lo sguardo. La presenza di un essere umano le era insoffribile. Che cosa poteva per lei quella moribonda?... La cameriera che aveva aiutata la contessa, tornava a chiedere notizie da parte della Verdara; ella la rimandava via con uno «Sto bene... sto meglio...» Si era passato un abito di casa, abbandonandosi sopra una seggiola, insofferente dell'immobilità del letto. E mentre il suono d'un vivace ballabile veniva dal salone, intese una carrozza allontanarsi. Repentinamente, il sordo pensiero a cui tutti gli altri si erano fino a quel momento sovrapposti, prese forma precisa. Ermanno!.. Dov'era egli?.. Che cosa accadeva in lui?... Una rovina più spaventevole di quella che lei stessa mirava! Ella si era illusa, volontariamente, deliberatamente; ella sapeva che quella felicità presto o tardi sarebbe fuggita per sempre. Ma lui che non sospettava di nulla, lui che l'aveva creduta pura ed immacolata, unicamente degna dell'amor suo, di quell'amore timido, discreto, rispettoso, supplichevole... ah! di quell'adorazione infinita?...
S'era alzata, smaniando; era andata ad appoggiare la fronte ai vetri della finestra, guardando nel buio. Vi era dunque qualche cosa di più terribile del dolore, l'idea del dolore di cui si è causa?.. E il bisogno di rivederlo sorgeva adesso in lei, imperiosamente. Ella si diceva di non poterlo lasciare in quel modo, sotto l'impressione della brutale rivelazione: era necessario completarla, giustificarsi... No, non giustificarsi; ma parlargli, dirgli tutte le circostanze dell'orrore, non lasciarlo così... Percorreva ora la sua camera, da un capo all'altro; il rumore dei suoi passi si attutiva sul grosso tappeto. Di tratto in tratto ella si arrestava, mettendo innanzi le mani, come per respingere qualcuno. Imaginava di trovarsi sola con lui, lo vedeva stringersela fra le braccia, avvicinarle le labbra alla bocca, sentiva il fuoco del suo bacio... «No!.. non come l'altro!..» Ebbene, perchè?.. Perchè lo avrebbe ella respinto? Ne aveva il diritto? Ella avrebbe quasi voluto ch'egli la prendesse; sarebbe morta poi... Oh, era il delirio, era la pazzia!..
Il movimento delle carrozze cominciava ora dinnanzi all'albergo, la festa volgeva alla fine, e dei rumori cominciavano a venir dalla via; degli usci che si schiudevano, un canto di carrettiere, quell'araba melopea malinconica che la faceva quasi piangere... «Che notte!... che notte!...» La sua veste bianca era ancora buttata sul divano, il ramoscello di mughetti sfrondato per terra. Ella contemplava tutto con occhio arido e freddo... Era necessario rivederlo: questo pensiero le martellava nella testa, non la lasciava più, le dava la forza di reggersi... Non sperava nulla, non aspettava nulla, non sapeva che cosa sarebbe avvenuto di lei, di lui, ma una spiegazione era indispensabile: non poteva lasciare così!.. L'uomo che l'amava, lei!.. che le aveva detto di vivere della sua vita!... E un brivido la percorse da capo a piedi, mentre i capelli le si drizzavano sulla fronte: «Morto!... per me!...»
Dalla finestra rimasta aperta, la prima luce dell'alba cominciava a penetrare nella camera, una luce fredda e triste; i rumori per la via si facevano più frequenti. Massimiliana restò un momento a guardarvi, poi andò a schiudere il suo grande baule, ne cavò il mantello e tolse la _toque_ di pelliccia dalla scatola di cartone. I suoi movimenti erano secchi, automatici. Aveva presa la sua risoluzione: bisognava cercar subito di Ermanno. Non sapeva dove si sarebbe diretta; doveva trovarlo. Se avesse conosciuto il suo indirizzo sarebbe andata direttamente a casa di lui. Non le importava quel che avrebbe potuto pensare: l'interessante era di vederlo, subito... Adattossi la _toque_ senza guardarsi allo specchio, si avvolse nel suo mantello... In quel momento l'uscio a fianco si aperse e la viscontessa, con indosso un accappatoio bianco, bianca ella stessa come una morta, si avanzò verso di Massimiliana. «Tu esci... a quest'ora?...» Anch'ella non aveva chiuso occhio, in quella notte d'angoscia, porgendo ascolto ad ogni rumore che venisse dalla stanza vicina, con la febbre della paura. «Lasciami!... lasciami andare!...» diceva Massimiliana; e la debole donna l'aveva circondata con le sue povere braccia, cercando di trattenerla. «Maxette... in nome di Dio!... Non voglio che tu esca...»--«Lasciami andare! non aver paura...»--«No!... verrò io stessa, piuttosto... aspettami; il tempo di vestirmi...» ma le forze l'abbandonavano sempre più, la sua respirazione si faceva affannosa. «Va a letto... non aver paura!...» ripeteva Massimiliana, allacciandosi il suo mantello con le mani tremanti; «ho bisogno d'aria... il tempo di respirare l'aria fresca del mattino...»--«Maxette!... Maxette!...» insisteva la viscontessa, afferrandosi a lei, passandole una mano scottante sulla fronte agghiacciata. «Maxette... non andare!... non morire!...» Allora ella proruppe, svincolandosi: «Ma è lui che muore!... lui che sa tutto... la mia vergogna... e la vostra!...»
La viscontessa era caduta sul divano, con la testa sul petto, ansimante. «Perdono!.... Perdono!... hai ragione... è colpa anche mia... è stato mio padre... oh!...» Come un singhiozzo le aveva lacerata la gola, Massimiliana era caduta quasi in ginocchio dinnanzi a lei, brancicandola: «Sei tu che devi perdonarmi.... Povera donna! non ti accusare... Che colpa è la tua?.. Sono stata troppo vivace; perdonami...» Allora la viscontessa aveva rotto in pianto. Era un nodo che aveva nel petto, da anni: vederla soffrire in silenzio, senza poter far nulla... e mai un lamento... mai un rimprovero... come una martire... «Oh, Maxette!... povera, povera!...»--«Basta!.. tranquillati!..» interrompeva Massimiliana; «buon Dio, basta!.. Vedi: anch'io sono tranquilla... Ma lasciami andare... è giorno chiaro, c'è già il sole... Senti, bisogna ragionare... Andrò dalla contessa, le domanderò per favore di chiamarlo presso di lei; è necessario ch'io lo riveda, non fosse che per un minuto...»--«Lasciami venire con te...»--«È una pazzia... Se hai la febbre!... E poi, perchè?... Non farò nulla senza la contessa... No, no!... è già tardi...» E svincolatasi dalla nuova stretta, era uscita, rapidamente.
Pei corridoi dell'albergo, nelle scale, nessun segno di vita. Nel salone da ballo, le candele consunte, il suolo sparso di carte dorate, di banderuole, di tutti i minuti residui del _cotillon_. Massimiliana rabbrividì, passandovi dinnanzi dagli usci spalancati. Sul vestibolo, ella andò incontro al portiere che passeggiava di su e di giù, con le mani in tasca e la pipa in bocca. «Dove potrei trovare una carrozza?» Il vecchio aveva smesso di fumare, guardandola stupito. «In piazza del Teatro Massimo... Se vuole che vada io...»--«No, grazie...»
Ella traversò il Maria-Square, dirigendosi alla via Cavour. La sua risoluzione era presa: andare dalla contessa, invocare l'assistenza di lei: era stata a parte di tutto; lei sola poteva soccorrerla. Errò un poco per le strade ancora deserte senza incontrare una carrozza; trovatala, dette al cocchiere l'indirizzo della villa Verdara. Col moto, con l'aria fredda del mattino, l'incubo si dissipava; ella considerava con un poco più di fermezza la situazione; ma la necessità di rivedere Ermanno le pareva sempre più imperiosa. Giunta alla villa, vide il cancello spalancato, le finestre aperte, come se anche lì non si fosse dormito. «La contessa?...» chiese alla cameriera che venne ad aprirle. «È uscita, per venire da lei, sarà un quarto d'ora...» Ella restava ancora sulla soglia dell'uscio, interdetta da quel contrattempo quando sopravvenne Giulio di Verdara, col cappello in mano, in atto di uscire. «Lei?..» Egli le strinse la mano, con un'espressione di affettuoso interessamento. «Come sta?... Ho saputo che iersera non s'è sentita bene... Rosalia era giusto venuta da lei per sentire sue notizie...» Allora, ringraziatolo, rifiutando l'offerta ch'egli le aveva fatta di accompagnarla, era risalita in carrozza, dando ordine al cocchiere di portarla all'_Hôtel des Palmes_...
Una notte egualmente insonne ed angosciosa era stata anche quella passata dalla contessa di Verdara. Soccorsa Massimiliana, ella era discesa a cercare di Ermanno, con l'idea dello strazio a cui doveva essere in preda. Non l'aveva trovato, e la sua preoccupazione era cresciuta. Aveva allora pregato suo marito di far venire la carrozza, non fidandosi più di assistere a quella lugubre festa. Durante il tragitto dall'albergo a casa, facendosi forza, sentendosi salire al viso le fiamme del rimorso all'idea di parlare di Ermanno con l'uomo che un momento aveva pensato di offendere, gli aveva detto ogni cosa: quello che era successo fra i due giovani, l'aiuto che bisognava dar loro perchè potessero superare la terribile crise... «Sì, hai ragione...» aveva risposto Giulio di Verdara, non più in vena di tormentarla un poco, come una volta; comprendendo che ella era ormai fuori di causa e che il dramma correva in quel momento rapidamente alla fine. «Sì, hai ragione...» ripeteva, guardandola soltanto un poco, come ella gli rappresentava l'ambascia in cui Ermanno doveva esser caduto; e nel cuore della notte, egli era riuscito, cercando inutilmente del giovane all'_Hôtel des Palmes_ e a casa sua.
Dinnanzi allo sguardo di Giulio, a quel solo segno con cui egli le diceva di averle letto nel cuore, dinnanzi alla grandezza d'animo di quell'uomo che era corso in cerca dell'amico, la contessa Rosalia era stata sul punto di trattenerlo, di gettarglisi ai piedi, di confessarsi a lui e di chiedergli perdono; solo i tristi presentimenti che occupavano il suo spirito l'avevano arrestata, dimostrandole che in quel momento urgeva pensare agli altri.
Appena giorno, raccomandato a Giulio di andare nuovamente in cerca di Ermanno, ella si era messa in carrozza, facendosi portare all'albergo. Nulla, a quell'ora, le parlava più per lei: una pietà prepotente solo la vinceva per Ermanno, per Massimiliana, per tutti coloro che espiavano una colpa non propria. Era tutta un'esperienza che ella aveva fatta, ad insaputa di ognuno: gl'impeti della passione, i morsi della gelosia, i rimorsi dell'errore, le amarezze del disinganno, sentimenti buoni e malvagi, tenerezze e rancori: ella aveva tutto provato senza che nessuno ne avesse avuto un sospetto. Usciva dalla prova con una grande tristezza, ma guarita interamente. Per l'efficacia del contrasto, apprezzava ora come non aveva mai fatto, tutto il valore della sua tranquillità di spirito, del suo equilibrio interiore, della salute morale. Sarebbe ella stata a tempo di ridarla a quegli altri?...
La sua carrozza s'era arrestata dinanzi all'albergo; il portiere, avvicinandosi allo sportello, col berretto in mano, le rispondeva che la signorina di Charmory era uscita un poco prima. Allora, le sue paure erano cresciute. Dove poteva essere andata? che cosa pensava di fare?... Se una risoluzione funesta?... Scesa rapidamente dal legno, era salita dalla viscontessa: l'aveva trovata nella stanza di Massimiliana, raggomitolata sopra una poltrona, tremante di freddo. «È venuta da lei...» le diceva la moribonda, «per l'amor di Dio, corra a trovarla, a salvarla...»
Più turbata di prima, la contessa era ridiscesa, e nel vestibolo aveva scorta la signorina di Charmory. «Maxette!...» Massimiliana l'aveva presa per una mano, interrogandola, prima che con la parola, con lo sguardo: «Che cosa succede?...»--«Nulla... volevo vederti...» E l'ansia di ciascuna raddoppiandosi dinnanzi a quella dell'altra, il loro pensiero si era incontrato nell'unico oggetto che l'occupava: Ermanno... «Bisogna che mi conduciate da lui!...» chiese risolutamente la fanciulla. «Maxette mia... è impossibile...»--«È necessario. Se non volete accompagnarmi, andrò sola...» E fece per allontanarsi. Allora la contessa la trattenne: «Aspetta... vieni con me...»