Enrico IV

Part 5

Chapter 5 3,496 words Public domain Markdown

_lo atteggia, poi a Bertoldo:_

E tu così...

_lo atteggia:_

Così ecco...

_Va a sedere anche lui._

E io, qua...

_Volgendo il capo verso una delle finestre._

Si dovrebbe poter comandare alla luna un bel raggio decorativo... Giova, a noi, giova, la luna. Io per me, ne sento il bisogno, e mi ci perdo spesso a guardarla dalla mia finestra. Chi può credere, a guardarla, che lo sappia che ottocent'anni siano passati e che io, seduto alla finestra non possa essere davvero Enrico IV che guarda la luna, come un pover'uomo qualunque? Ma guardate, guardate che magnifico quadro notturno: l'Imperatore tra i suoi fidi consiglieri... Non ci provate gusto?

_Landolfo (piano ad Arialdo, come per non rompere l'incanto)._ Eh, capisci? A sapere che non era vero...

_Enrico IV._ Vero, che cosa?

_Landolfo (titubante, come per scusarsi)._ No... ecco... perché a lui

_indica Bertoldo_

entrato nuovo in servizio... io, appunto questa mattina, dicevo: Peccato, che così vestiti... e poi con tanti bei costumi, là in guardaroba... e con una sala come quella...

_accenna alla sala del trono._

_Enrico IV._ Ebbene? Peccato, dici?

_Landolfo._ Già... che non sapevamo...

_Enrico IV._ Di rappresentarla per burla, qua, questa commedia?

_Landolfo._ Perché credevamo che...

_Arialdo (per venirgli in aiuto)._ Ecco... sì, che fosse sul serio!

_Enrico IV._ E com'è? Vi pare che non sia sul serio?

_Landolfo._ Eh, se dice che...

_Enrico IV._ Dico che siete sciocchi! Dovevate sapervelo fare per voi stessi, l'inganno; non per rappresentarlo davanti a me, davanti a chi viene qua in visita di tanto in tanto; ma così, per come siete naturalmente, tutti i giorni, davanti a nessuno

_a Bertoldo, prendendolo per le braccia,_

per te, capisci, che in questa tua finzione ci potevi mangiare, dormire, e grattarti anche una spalla, se ti sentivi un prurito;

_rivolgendosi anche agli altri:_

sentendovi vivi, vivi veramente nella storia del mille e cento, qua alla Corte del vostro Imperatore Enrico IV! E pensare, da qui, da questo nostro tempo remoto, così colorito e sepolcrale, pensare che a una distanza di otto secoli in giù, in giù, gli uomini del mille e novecento si abbaruffano intanto, s'arrabattano in un'ansia senza requie di sapere come si determineranno i loro casi, di vedere come si stabiliranno i fatti che li tengono in tanta ambascia e in tanta agitazione. Mentre voi, invece, già nella storia! con me! Per quanto tristi i miei casi, e orrendi i fatti, aspre le lotte, dolorose le vicende: già storia, non cangiano più, non possono più cangiare, capite? Fissati per sempre: che vi ci potete adagiare, ammirando come ogni effetto segua obbediente alla sua causa, con perfetta logica, e ogni avvenimento si svolga preciso e coerente in ogni suo particolare. Il piacere, il piacere della storia, insomma, che è così grande!

_Landolfo._ Ah, bello! bello!

_Enrico IV._ Bello, ma basta! Ora che lo sapete, non potrei farlo più io!

_Prende la lampa per andare a dormire._

Nè del resto voi stessi, se non ne avete inteso finora la ragione. Ne ho la nausea adesso!

_Quasi tra sè, con violenta rabbia contenuta:_

Perdio! debbo farla pentire d'esser venuta qua! Da suocera oh, mi s'è mascherata... E lui da padre abate... --E mi portano con loro un medico per farmi studiare... E chi sa che non sperino di farmi guarire... Buffoni!--Voglio avere il gusto di schiaffeggiargliene almeno uno: quello!--È un famoso spadaccino? M'infilzerà... Ma vedremo, vedremo...

_Si sente picchiare alla comune._

Chi è?

_Voce di Giovanni._ Deo gratias!

_Arialdo (contentissimo, come per uno scherzo che si potrebbe ancora fare)._ Ah, è Giovanni, è Giovanni, che viene come ogni sera a fare il monacello!

_Ordulfo (c.s., stropicciandosi le mani)._ Sì, sì, facciamoglielo fare! facciamoglielo fare!

_Enrico IV (subito, severo)._ Sciocco! Lo vedi? Perché? Per fare uno scherzo alle spalle di un povero vecchio, che lo fa per amor mio?

_Landolfo (a Ordulfo)._ Dev'essere come vero! Non capisci?

_Enrico IV._ Appunto! Come vero! Perché solo così non è più una burla la verità!

_Si reca ad aprire la porta e fa entrare Giovanni parato da umile fraticello, con un rotolo di cartapecora sotto il braccio._

Avanti, avanti, padre!

_Poi assumendo un tono di tragica gravità e di cupo risentimento:_

Tutti i documenti della mia vita e del mio regno a me favorevoli furono distrutti, deliberatamente, dai miei nemici: c'è solo, sfuggita alla distruzione, questa mia vita scritta da un umile monacello a me devoto, e voi vorreste riderne?

_Si rivolge amorosamente a Giovanni e lo invita a sedere davanti alla tavola:_

Sedete, padre, sedete qua. E la lampa accanto.

_Gli posa accanto la lampa che ha ancora in mano._

Scrivete, scrivete.

_Giovanni (svolge il rotolo di cartapecora, e si dispone a scriveve sotto dettatura)._ Eccomi pronto, Maestà!

_Enrico IV (dettando)._ Il decreto di pace emanato a Magonza giovò ai meschini ed ai buoni, quanto nocque ai cattivi e ai potenti.

_Comincia a calare la tela._

Apportò dovizie ai primi, fame e miseria ai secondi...

Atto Terzo.

(La sala del trono, buja. Nel bujo, la parete di fondo si discerne appena. Le tele dei due ritratti sono state asportate e al loro posto, entro le cornici rimaste a ricingere il cavo delle nicchie, si sono impostati nel preciso atteggiamento di quei ritratti, Frida parata da «Marchesa di Toscana», come s'è vista nel secondo atto, e Carlo Di Nolli parato da «Enrico IV».)

_Al levarsi del sipario, per un attimo la scena appare vuota. Si apre l'uscio a sinistra ed entra, reggendo la lampa per l'anello in cima, Enrico IV, volto a parlare verso l'interno ai quattro giovani che si suppongono nella sala attigua, con Giovanni, come alla fine del secondo atto._

_Enrico IV._ No: restate, restate: farò da me. Buona notte.

_Richiude l'uscio e si muove, tristissimo e stanco, per attraversare la sala, diretto al secondo uscio a destra, che dà nei suoi appartamenti._

_Frida (appena vede che egli ha di poco oltrepassato l'altezza del trono, bisbiglia dalla nicchia, come una che si senta venir meno dalla paura)._ Enrico...

_Enrico IV (arrestandosi alla voce, come colpito a tradimento da una rasojata alla schiena, volta la faccia atterrita verso la parete di fondo, accennando d'alzare istintivamente, quasi a riparo, le braccia)._ Chi mi chiama? _(Non è una domanda, è un'esclamazione che guizza in un brivido di terrore e non aspetta risposta dal bujo e dal silenzio terribile della sala che d'un tratto si sono riempiti per lui del sospetto d'esser pazzo davvero.)_

_Frida (a quell'atto di terrore, non meno atterrita di ciò che si è prestata a fare, ripete un po' più forte):_ Enrico... _(Ma sporgendo un po' il capo dalla nicchia verso l'altra nicchia, pur volendo sostenere la parte che le hanno assegnata.)_

_Enrico IV (ha un urlo: si lascia cader la lampa dalle mani, per cingersi con le braccia la testa, e fa come per fuggire)._

_Frida (saltando dalla nicchia sullo zoccolo e gridando come impazzita)._ Enrico... Enrico... Ho paura... ho paura...

_E mentre il Di Nolli balza a sua volta dallo zoccolo e di qui a terra, e accorre a Frida che seguita a gridare convulsa, sul punto di svenire, irrompono--dall'uscio a sinistra--tutti: il Dottore, Donna Matilde parata anche lei da «Marchesa di Toscana», Tito Belcredi, Landolfo, Arialdo, Ordulfo, Bertoldo, Giovanni. Uno di questi dà subito luce alla sala: luce strana, di lampadine nascoste nel soffitto, per modo che sia sulla scena soltanto viva nell'alto. Gli altri, senza curarsi d'Enrico IV che rimane a guardare, stupito da quella irruzione inattesa, dopo il momento di terrore per cui ancora vibra in tutta la persona, accorrono premurosi a sorreggere e a confortare Frida, che trema ancora e geme e smania tra le braccia del fidanzato. Parlano tutti confusamente._

_Di Nolli._ No, no, Frida... Eccomi qua... Sono con te!

_Dottore (sopravvenendo con gli altri)._ Basta! Basta! Non c'è da fare più nulla...

_Donna Matilde._ È guarito, _Frida._! Ecco! È guarito! Vedi?

_Di Nolli (stupito)._ Guarito?

_Belcredi._ Era per ridere! Stai tranquilla!

_Frida (c.s.)._ No! Ho paura! Ho paura!

_Donna Matilde._ Ma di che? Guardalo! Se non era vero! Non è vero!

_Di Nolli (c.s.)._ Non è vero? Ma che dite? Guarito?

_Dottore._ Pare! Per quanto a me...

_Belcredi._ Ma sì! Ce l'hanno detto loro!

_indica i quattro giovani._

_Donna Matilde._ Sì, da tanto tempo! Lo ha confidato a loro!

_Di Nolli (ora più indignato che stupito)._ Ma come? Se fino a poco fa...?

_Belcredi._ Mah! Recitava per ridere alle tue spalle, e anche di noi che, in buona fede...

_Di Nolli._ È possibile? Anche di sua sorella, fino alla morte?

_Enrico IV (che se n'è rimasto, aggruppato, a spiare or l'uno or l'altro, sotto le accuse e il dileggio per quella che tutti credono una sua beffa crudele, ormai svelata; e ha dimostrato col lampeggiare degli occhi, che medita una vendetta che ancora lo sdegno, tumultuandogli dentro, non gli fa vedere precisa; insorge a questo punto, ferito, con la chiara idea d'assumere come vera, la finzione che gli avevano insidiosamente apparecchiata gridando al nipote):_ E avanti! Di' avanti!

_Di Nolli (restando al grido, stordito)._ Avanti, che?

_Enrico IV._ Non sarà morta «tua» sorella soltanto!

_Di Nolli (c.s.)._ Mia sorella! Io dico la tua; che costringesti fino all'ultimo a presentarsi qua come tua madre, Agnese!

_Enrico IV._ E non era «tua» madre?

_Di Nolli._ Mia madre, mia madre appunto!

_Enrico IV._ Ma è morta a me »vecchio e lontano», tua madre! Tu sei calato ora, fresco, di là!

_indica la nicchia da cui egli è saltato._

E che ne sai tu, se io non l'ho pianta a lungo, a lungo, in segreto, anche vestito così?

_Donna Matilde (costernata, guardando gli altri!)._ Ma che dice!

_Dottore (impressionatissimo, osservandolo)._ Piano, piano, per carità!

_Enrico IV._ Che dico? Domandando a tutti, se non era Agnese la madre di Enrico IV!

_Si volge a Frida, come se fosse lei veramente la Marchesa di Toscana._

Voi, Marchesa, dovreste saperlo, mi pare!

_Frida (ancora impazzita, stringendosi di più al Di Nolli)._ No, io no! Io no!

_Dottore._ Ecco che ritorna il delirio... Piano, signori miei!

_Belcredi (sdegnato)._ Ma che delirio, Dottore! Riprende a recitare la commedia!

_Enrico IV (subito)._ Io? Avete votato quelle due nicchie là; lui mi sta davanti da Enrico IV...

_Belcredi._ Ma basta ormai con codesta burla!

_Enrico IV._ Chi ha detto burla?

_Dottore (a Belcredi, forte)._ Non lo cimenti, per amor di Dio!

_Belcredi (senza dargli retta, più forte)._ Ma l'hanno detto loro!

_Indica di nuovo i quattro giovani._

Loro! Loro!

_Enrico IV (voltandosi a guardarli)._ Voi? Avete detto burla?

_Landolfo (timido, imbarazzato)._ No... veramente, che era guarito!

_Belcredi._ E dunque, basta, via!

_A Donna Matilde:_

Non vi pare che diventi d'una puerilità intollerabile, la vista di lui

_indica il Di Nolli,_

Marchesa, e la vostra, parati così?

_Donna Matilde._ Ma statevi zitto! Chi pensa più all'abito, se lui è veramente guarito?

_Enrico IV._ Guarito, sì! Sono guarito!

_A Belcredi:_

Ah, ma non per farla finita così subito, come tu credi!

_Lo investe._

Lo sai che da venti anni nessuno ha mai osato comparirmi davanti qua, come te e codesto signore?

_indica il Dottore._

_Belcredi._ Ma sì, lo so! E difatti anch'io, questa mattina, ti comparvi davanti vestito...

_Enrico IV._ Da monaco, già!

_Belcredi._ E tu mi prendesti per Pietro Damiani! E non ho mica riso, credendo appunto...

_Enrico IV._ Che fossi pazzo! Ti viene da ridere, vedendo lei così, ora che sono guarito? Eppure potresti pensare che, ai miei occhi, il suo aspetto, ora

_s'interrompe con uno scatto di sdegno._

Ah!

_E subito si rivolge al Dottore:_

Voi siete un medico?

_Dottore._ Io, sì...

_Enrico IV._ E l'avete parata voi da Marchesa di Toscana anche lei? Sapete, Dottore, che avete rischiato di rifarmi per un momento la notte nel cervello? Perdio, far parlare i ritratti, farli balzare vivi dalle cornici...

_Contempla Frida e il Di Nolli, poi guarda la Marchesa ed infine si guarda l'abito addosso._

Eh, bellissima la combinazione... Due coppie... Benissimo, benissimo, dottore: per un pazzo...

_Accenna appena con la mano al Belcredi._

A lui sembra ora una carnevalata fuori di tempo, eh?

_Si volta a guardarlo._

Via, ormai, anche questo mio abito da mascherato! Per venirmene con te, è vero?

_Belcredi._ Con me! Con noi!

_Enrico IV._ Dove, al circolo? In marsina e cravatta bianca? O a casa, tutti e due insieme, della Marchesa?

_Belcredi._ Ma dove vuoi! Vorresti rimanere qua ancora, scusa, a perpetuare--solo--quello che fu lo scherzo disgraziato d'un giorno di carnevale? È veramente incredibile, incredibile come tu l'abbia potuto fare, liberato dalla disgrazia che t'era capitata!

_Enrico IV._ Già. Ma vedi? È che, cadendo da cavallo e battendo la testa, fui pazzo per davvero, io, non so per quanto tempo...

_Dottore._ Ah, ecco, ecco! E durò a lungo?

_Enrico IV (rapidissimo, al dottore)._ Sì, dottore, a lungo: circa dodici anni.

_E subito, tornando a parlare al Belcredi:_

E non vedere più nulla, caro, di tutto ciò che dopo quel giorno di carnevale avvenne, per voi e non per me; le cose, come si mutarono; gli amici, come mi tradirono; il posto preso da altri, per esempio... che so! Ma supponi nel cuore della donna che tu amavi; e chi era morto; e chi era scomparso... tutto questo, sai? non è stata mica una burla per me, come a te pare!

_Belcredi._ Ma no, io non dico questo, scusa! Io dico dopo!

_Enrico IV._ Ah sì? Dopo? Un giorno...

_Si arresta e si volge al dottore._

Caso interessantissimo, dottore! Studiatemi, studiatemi bene!

_Vibra tutto, parlando:_

Da sè, chi sa come, un giorno, il guasto qua...

_si tocca la fronte_

che so... si sanò. Riapro gli occhi a poco a poco, e non so in prima se sia sonno o veglia, ma sì, sono sveglio; tocco questa cosa e quella: torno a vedere chiaramente... Ah!--come lui dice--

_accenna a Belcredi_

via, via allora, quest'abito da mascherato! questo incubo! Apriamo le finestre: respiriamo la vita! Via, via, corriamo fuori!

_Arrestando d'un tratto la foga:_

Dove? a far che cosa? a farmi mostrare a dito da tutti, di nascosto, come Enrico IV, non più così, ma a braccetto con te, tra i cari amici della vita?

_Belcredi._ Ma no! Che dici? Perché?

_Donna Matilde._ Chi potrebbe più...? Ma neanche a pensarlo! Se fu una disgrazia!

_Enrico IV._ Ma se già mi chiamavano pazzo, prima, tutti!

_A Belcredi_

E tu lo sai! Tu che più di tutti ti accanivi contro chi tentava difendermi!

_Belcredi._ Oh, via, per ischerzo!

_Enrico IV._ E guardami qua i capelli!

_Gli mostra i capelli sulla nuca._

_Belcredi._ Ma li ho grigi anch'io!

_Enrico IV._ Sì, con questa differenza: che li ho fatti grigi qua, io, da Enrico IV, capisci? E non me n'ero mica accorto! Me n'accorsi in un giorno solo, tutt'a un tratto, riaprendo gli occhi, e fu uno spavento, perché capii subito che non solo i capelli, ma doveva esser diventato grigio tutto così, e tutto crollato, tutto finito: e che sarei arrivato con una fame da lupo a un banchetto già bell'e sparecchiato.

_Belcredi._ Eh, ma gli altri, scusa...

_Enrico IV (subito)._ Lo so, non potevano stare ad aspettare ch'io guarissi, nemmeno quelli che, dietro a me, punsero a sangue il mio cavallo bardato...

_Di Nolli (impressionato)._ Come, come?

_Enrico IV._ Sì, a tradimento, per farlo springare e farmi cadere!

_Donna Matilde (subito, con orrore)._ Ma questo lo so adesso, io!

_Enrico IV._ Sarà stato anche questo per uno scherzo!

_Donna Matilde._ Ma chi fu? Chi stava dietro alla nostra coppia?

_Enrico IV._ Non importa saperlo! Tutti quelli che seguitarono a banchettare e che ormai mi avrebbero fatto trovare i loro avanzi, Marchesa, di magra o molle pietà, o nel piatto insudiciato qualche lisca di rimorso, attaccata. Grazie!

_Voltandosi di scatto al Dottore:_

E allora, dottore, vedete se il caso non è veramente nuovo negli annali della pazzia!--preferii restar pazzo--trovando qua tutto pronto e disposto per questa delizia di nuovo genere: viverla--con la più lucida coscienza--la mia pazzia e vendicarmi così della brutalità d'un sasso che m'aveva ammaccato la testa! La solitudine--questa--così squallida e vuota come m'apparve riaprendo gli occhi--rivestirmela subito, meglio, di tutti i colori e gli splendori di quel lontano giorno di carnevale, quando voi

_guarda Donna Matilde e le indica Frida_

eccovi là, Marchesa, trionfaste!--e obbligar tutti quelli che si presentavano a me, a seguitarla, perdio, per il mio spasso, ora, quell'antica famosa mascherata che era stata--per voi e non per me--la burla di un giorno! Fare che diventasse per sempre--non più una burla, no; ma una realtà, la realtà di una vera pazzia: qua, tutti mascherati, e la sala del trono, e questi quattro miei consiglieri segreti, e--s'intende--traditori!

_Si volta subito verso di loro._

Vorrei sapere che ci avete guadagnato, svelando che ero guarito!--Se sono guarito, non c'è più bisogno di voi, e sarete licenziati!--Confidarsi con qualcuno, questo sì, è veramente da pazzo!--Ah, ma vi accuso io, ora, a mia volta!--Sapete?--Credevano di potersi mettere a farla anche loro adesso la burla, con me, alle vostre spalle.

_Scoppia a ridere. Ridono ma sconcertati, anche gli altri, meno Donna Matilde._

_Belcredi (al Di Nolli)._ Ah, senti... non c'è male...

_Di Nolli (ai quattro giovani)._ Voi?

_Enrico IV._ Bisogna perdonarli! Questo,

_si scuote l'abito addosso_

questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest'altra mascherata, continua, d'ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontarii

_indica Belcredi_

quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d'essere--l'abito, il loro abito, perdonateli, ancora non lo vedono come la loro stessa persona.

_Voltandosi di nuovo a Belcredi:_

Sai? Ci si assuefà facilmente. E si passeggia come niente, così, da tragico personaggio--

_eseguisce_

--in una sala come questa!--Guardate, dottore!--Ricordo un prete--certamente irlandese--bello--che dormiva al sole, un giorno di novembre, appoggiato col braccio alla spalliera del sedile, in un pubblico giardino: annegato nella dorata delizia di quel tepore, che per lui doveva essere quasi estivo. Si può star sicuri che in quel momento non sapeva più d'esser prete, né dove fosse. Sognava! E chi sa che sognava!--Passò un monello, che aveva strappato con tutto il gambo un fiore. Passando, lo vellicò, qua al collo.--Gli vidi aprir gli occhi ridenti; e tutta la bocca ridergli del riso beato del suo sogno; immemore: ma subito vi so dire che si ricompose rigido nel suo abito da prete e che gli ritornò negli occhi la stessa serietà che voi avete già veduta nei miei; perché i preti irlandesi difendono la serietà della loro fede cattolica con lo stesso zelo con cui io i diritti sacrosanti della monarchia ereditaria.--Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto!--Il guajo è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia.

_Belcredi._ Siamo arrivati, guarda! alla conclusione, che i pazzi adesso siamo noi!

_Enrico IV (con uno scatto che pur si sforza di contenere)._ Ma se non foste pazzi, tu e lei insieme,

_indica la Marchesa_

sareste venuti da me?

_Belcredi._ Io, veramente, sono venuto credendo che il pazzo fossi tu.

_Enrico IV (subito forte, indicando la Marchesa)._ E lei?

_Belcredi._ Ah lei, non so... Vedo che è come incantata da quello che tu dici... affascinata da codesta tua «cosciente» pazzia!

_Si volge a lei:_

Parata come già siete, dico, potreste anche restare qua a viverla, Marchesa...

_Donna Matilde._ Voi siete un insolente!

_Enrico IV (subito, placandola)._ Non ve ne curate! Non ve ne curate! Seguita a cimentare. Eppure il dottore glie l'ha avvertito, di non cimentare.

_Voltandosi a Belcredi:_

Ma che vuoi che m'agiti più ciò che avvenne tra noi; la parte che avesti nelle mie disgrazie con lei

_indica la Marchesa e si rivolge ora a lei indicandole il Belcredi_

la parte che lui adesso ha per voi!--La mia vita è questa! Non è la vostra!--La vostra, in cui siete invecchiati, io non l'ho vissuta!--

_A Donna Matilde:_

Mi volevate dir questo, dimostrar questo, con vostro sacrificio, parata così per consiglio del dottore? Oh, fatto benissimo, ve l'ho detto, dottore:--«Quelli che eravamo allora, eh? e come siamo adesso?»--Ma io non sono un pazzo a modo vostro, dottore! Io so bene che quello

_indica il Di Nolli_

non può esser me, perché Enrico IV sono io: io, qua, da venti anni, capite? Fisso in questa eternità di maschera! Li ha vissuti lei,

_indica la Marchesa_

se li è goduti lei, questi venti anni, per diventare--eccola là--come io non posso riconoscerla più: perché io la conosco così

_indica Frida e le si accosta_

--per me, è questa sempre... Mi sembrate tanti bambini, che io possa spaventare.

_A Frida:_

E ti sei spaventata davvero tu, bambina, dello scherzo che ti avevano persuaso a fare, senza intendere che per me non poteva essere lo scherzo che loro credevano; ma questo terribile prodigio: il sogno che si fa vivo in te, più che mai! Eri lì un'immagine; ti hanno fatta persona viva--sei mia! sei mia! mia! di diritto mia!

_La cinge con le braccia, ridendo come un pazzo, mentre tutti gridano atterriti; ma come accorrono per strappargli Frida dalle braccia, si fa terribile, e grida ai suoi quattro giovani:_

Tratteneteli! Tratteneteli! Vi ordino di trattenerli!

_I quattro giovani, nello stordimento, quasi affascinati, si provano a trattenere automaticamente il Di Nolli, il dottore, il Belcredi._

_Belcredi (si libera subito e si avventa su Enrico IV)._ Lasciala! Lasciala! Tu non sei pazzo!

_Enrico IV (fulmineamente, cavando la spada dal fianco di Landolfo che gli sta presso)._ Non sono pazzo? Eccoti!

_E lo ferisce al ventre._

_È un urlo d'orrore. Tutti accorrono a sorreggere il Belcredi, esclamando in tumulto_

_Di Nolli._ T'ha ferito?

_Bertoldo._ L'ha ferito! L'ha ferito!

_Dottore._ Lo dicevo io!

_Frida._ Oh Dio!

_Di Nolli._ Frida, qua!

_Donna Matilde._ È pazzo! È pazzo!

_Di Nolli._ Tenetelo!

_Belcredi (mentre lo trasportano di là, per l'uscio a sinistra protesta ferocemente)._ No! Non sei pazzo! Non è pazzo! Non è pazzo!

_Escono per l'uscio a sinistra, gridando, e seguitano di là a gridare finché sugli altri gridi se ne sente uno più acuto di Donna Matilde, a cui segue un silenzio._

_Enrico IV (rimasto sulla scena tra Landolfo, Arialdo e Ordulfo, con gli occhi sbarrati, esterrefatto dalla vita della sua stessa finzione che in un momento lo ha forzato al delitto)._ Ora sì... per forza...

_li chiama attorno a sè, come a ripararsi,_

qua insieme, qua insieme... e per sempre!

FINE