Part 4
_Belcredi._ Oh che scoperta!--Ma sì!--Guardate Frida e la Marchesa, dottore!--Chi è più avanti?--Noi vecchi, dottore! Si credono più avanti i giovani; non è vero: siamo più avanti noi, di quanto il tempo è più nostro che loro.
_Dottore._ Eh, se il passato non ci allontanasse!
_Belcredi._ Ma no! Da che? Se loro
_indica Frida e Di Nolli_
debbono fare ancora quel che abbiamo già fatto noi, dottore: invecchiare, rifacendo su per giù le stesse nostre sciocchezze... L'illusione è questa, che si esca per una porta davanti, dalla vita! Non è vero! Se appena si nasce si comincia a morire, chi per prima ha cominciato è più avanti di tutti. E il più giovine è il padre Adamo! Guardate là
_mostra Frida_
d'ottocent'anni più giovane di tutti noi, la Marchesa Matilde di Toscana.
_E le si inchina profondamente._
_Di Nolli._ Ti prego, ti prego, Tito: non scherziamo.
_Belcredi._ Ah, se ti pare che io scherzi...
_Di Nolli._ Ma sì, Dio mio... da che sei venuto...
_Belcredi._ Come! Mi sono perfino vestito da benedettino...
_Di Nolli._ Già! Per fare una cosa seria...
_Belcredi._ Eh, dico... se è stato serio per gli altri... ecco, per Frida, ora, per esempio...
_Poi, voltandosi al Dottore:_
Le giuro, dottore, che non capisco ancora che cosa lei voglia fare.
_Dottore (seccato)._ Ma lo vedrà! Mi lasci fare... Sfido! Se lei vede la Marchesa ancora vestita così...
_Belcredi._ Ah, perché deve anche lei...?
_Dottore._ Sicuro! Sicuro! Con un altro abito che è di là, per quanto a lui viene in mente di trovarsi davanti alla Marchesa Matilde di Canossa.
_Frida._ (mentre conversa piano col Di Nolli, avvertendo che il dottore sbaglia). Di Toscana! Di Toscana!
_Dottore (c.s.)._ Ma è lo stesso!
_Belcredi._ Ah, ho capito! Se ne troverà davanti due...?
_Dottore._ Due, precisamente. E allora...
_Frida (chiamandolo in disparte)._ Venga qua, dottore, senta!
_Dottore._ Eccomi!
_Si accosta ai due giovani e finge di dar loro spiegazioni._
_Belcredi (piano, a Donna Matilde)._ Eh, per Dio! Ma dunque...
_Donna Matilde (rivoltandosi con viso fermo)._ Che cosa?
_Belcredi._ V'interessa tanto veramente? Tanto da prestarvi a questo? è enorme per una donna!
_Donna Matilde._ Per una donna qualunque!
_Belcredi._ Ah no, per tutte, cara, su questo punto! È una abnegazione...
_Donna Matilde._ Gliela devo!
_Belcredi._ Ma non mentite! Voi sapete di non avvilirvi.
_Donna Matilde._ E allora? Che abnegazione?
_Belcredi._ Quanto basta per non avvilire voi agli occhi degli altri, ma per offendere me.
_Donna Matilde._ Ma chi pensa a voi in questo momento!
_Di Nolli (venendo avanti)._ Ecco, ecco, dunque, sì, sì, faremo così...
_Rivolgendosi a Bertoldo:_
Oh, voi: andate a chiamare uno di quei tre là!
_Bertoldo._ Subito!
_Esce per la comune._
_Donna Matilde._ Ma dobbiamo fingere prima di licenziarci!
_Di Nolli._ Appunto! Lo faccio chiamare per predisporre il vostro licenziamento.
_A Belcredi._
Tu puoi farne a meno: resta qua!
_Belcredi (tentennando il capo ironicamente)._ Ma sì, ne faccio a meno... ne faccio a meno...
_Di Nolli._ Anche per non metterlo di nuovo in diffidenza, capisci?
_Belcredi._ Ma sì! _Quantitè négligeable!_
_Dottore._ Bisogna dargli assolutamente, assolutamente la certezza che ce ne siamo andati via.
_Entra dall'uscio a destra Landolfo seguito da Bertoldo._
_Landolfo._ Permesso?
_Di Nolli._ Avanti, avanti! Ecco... --Vi chiamate Lolo, voi?
_Landolfo._ Lolo o Landolfo, come vuole!
_Di Nolli._ Bene, guardate. Adesso il Dottore e la Marchesa si licenzieranno...
_Landolfo._ Benissimo. Basterà dire che hanno ottenuto dal Pontefice la grazia del ricevimento. È lì nelle sue stanze, che geme pentito di tutto ciò che ha detto, e disperato che la grazia non l'otterrà. Se vogliono favorire... Avranno la pazienza di indossare di nuovo gli abiti...
_Dottore._ Sì, sì, andiamo, andiamo...
_Landolfo._ Aspettino. Mi permetto di suggerir loro una cosa: d'aggiungere che anche la Marchesa Matilde di Toscana ha implorato con loro dal Pontefice la grazia, che sia ricevuto.
_Donna Matilde._ Ecco! Vedete se m'ha riconosciuta?
_Landolfo._ No. Mi perdoni. È che teme tanto l'avversione di quella Marchesa che ospitò il Papa nel suo Castello. È strano: nella storia, che io sappia--ma lor signori sono certo in grado di saperlo meglio di me--non è detto, è vero, che Enrico IV amasse segretamente la Marchesa di Toscana?
_Donna Matilde (subito)._ No: affatto. Non è detto! Anzi tutt'altro!
_Landolfo._ Ecco, mi pareva! Ma egli dice d'averla amata--lo dice sempre... --E ora teme che lo sdegno di lei per questo amore segreto debba agire a suo danno sull'animo del Pontefice.
_Belcredi._ Bisogna fargli intendere che questa avversione non c'è più!
_Landolfo._ Ecco! Benissimo!
_Donna Matilde (a Landolfo)._ Benissimo, già!
_Poi, a Belcredi_
Perché è precisamente detto nella storia, se voi non lo sapete, che il Papa si arrese proprio alle preghiere della Marchesa Matilde e dell'Abate di Cluny. E io vi so dire, caro Belcredi, che allora--quando si fece la cavalcata--intendevo appunto avvalermi di questo per dimostrargli che il mio animo non gli era più tanto nemico, quanto egli si immaginava.
_Belcredi._ Ma allora, a meraviglia, cara Marchesa! Seguite, seguite la storia...
_Landolfo._ Ecco. Senz'altro, allora, la signora potrebbe risparmiarsi un doppio travestimento e presentarsi con Monsignore,
_indica il Dottore_
sotto le vesti di Marchesa di Toscana.
_Dottore (subito, con forza)._ No no! Questo no, per carità! Rovinerebbe tutto! L'impressione del confronto dev'esser subitanea, di colpo. No, no. Marchesa, andiamo, andiamo: lei si presenterà di nuovo come la duchessa Adelaide, madre dell'Imperatrice. E ci licenzieremo. Questo è soprattutto necessario: che egli sappia che ce ne siamo andati. Su, su: non perdiamo altro tempo, ché ci resta ancora tanto da preparare.
_Via il Dottore, Donna Matilde e Landolfo per l'uscio di destra._
_Frida._ Ma io comincio ad aver di nuovo una gran paura...
_Di Nolli._ Daccapo, Frida?
_Frida._ Era meglio, se lo vedevo prima...
_Di Nolli._ Ma credi che non ce n'è proprio di che!
_Frida._ Non è furioso?
_Di Nolli._ Ma no! È tranquillo.
_Belcredi (con ironica affettazione sentimentale)._ Malinconico! Non hai sentito che ti ama!
_Frida._ Grazie tante! Giusto per questo!
_Belcredi._ Non ti vorrà far male...
_Di Nolli._ Ma sarà poi l'affare d'un momento...
_Frida._ Già, ma là al bujo! con lui...
_Di Nolli._ Per un solo momento, e io ti sarò accanto e gli altri saranno tutti dietro le porte, in agguato, pronti ad accorrere. Appena si vedrà davanti tua madre, capisci? per te, la tua parte sarà finita...
_Belcredi._ Il mio timore, piuttosto, è un altro: che si farà un buco nell'acqua.
_Di Nolli._ Non cominciare! A me il rimedio pare efficacissimo!
_Frida._ Anche a me, anche a me! Già lo avverto in me... Sono tutta un fremito!
_Belcredi._ Ma i pazzi, cari miei--(non lo sanno, purtroppo!)--ma hanno questa felicità di cui non teniamo conto...
_Di Nolli (interrompendo, seccato)._ Ma che felicità, adesso! Fà il piacere!
_Belcredi (con forza)._ Non ragionano!
_Di Nolli._ Ma che c'entra qua il ragionamento, scusa?
_Belcredi._ Come! Non ti pare tutto un ragionamento che--secondo noi--egli dovrebbe fare, vedendo lei,
_indica Frida_
e vedendo sua madre? Ma lo abbiamo architettato noi tutto quanto!
_Di Nolli._ No, niente affatto; che ragionamento? Gli presentiamo una doppia immagine della sua stessa finzione, come ha detto il dottore!
_Belcredi (con uno scatto improvviso)._ Senti: io non ho mai capito perché si laureino in medicina!
_Di Nolli (stordito)._ Chi?
_Belcredi._ Gli alienisti.
_Di Nolli._ Oh bella, e in che vuoi che si laureino?
_Frida._ Se fanno gli alienisti!
_Belcredi._ Appunto! In legge, cara! Tutte chiacchiere! E chi più sa chiacchierare, più è bravo! «Elasticità analogica», «la sensazione della distanza del tempo!» E intanto la prima cosa che dicono è che non fanno miracoli--quando ci vorrebbe proprio un miracolo! Ma sanno che più ti dicono che non sono taumaturghi, e più gli altri credono alla loro serietà--non fanno miracoli--e cascano sempre in piedi, che è una bellezza!
_Bertoldo (che se ne è andato a spiare dietro l'uscio a destra, guardando attraverso il buco della serratura)._ Eccoli! Eccoli! Accennano a venire qua...
_Di Nolli._ Ah si?
_Bertoldo._ Pare che egli li voglia accompagnare... Sì, sì, eccolo, eccolo!
_Di Nolli._ Ritiriamoci allora! Ritiriamoci subito!
_Voltandosi a Bertoldo prima di uscire._
Voi restate qua!
_Bertoldo._ Debbo restare?
_Senza dargli risposta, Di Nolli, Frida e Belcredi scappano per la comune, lasciando Bertoldo sospeso e smarrito. S'apre l'uscio a destra e Landolfo entra per primo, subito inchinandosi, entrano poi Donna Matilde col manto e la corona ducale, come nel primo atto e il Dottore con la tonaca di Abate di Cluny; Enrico IV è fra loro, in abito regale; entrano infine Ordulfo e Arialdo._
_Enrico IV (seguitando il discorso che si suppone cominciato nella sala del trono)._ E io vi domando, come potrei essere astuto, se poi mi credono caparbio...
_Dottore._ Ma no, che caparbio, per carità!
_Enrico IV (sorridendo, compiaciuto)._ Sarei per voi allora veramente astuto?
_Dottore._ No, no, né caparbio, né astuto!
_Enrico IV (si ferma ed esclama col tono di chi vuol far notare benevolmente, ma anche ironicamente, che così non può stare)._ Monsignore! Se la caparbietà non è vizio che possa accompagnarsi con l'astuzia, speravo che, negandomela, almeno un po' d'astuzia me la voleste concedere. V'assicuro che mi è molto necessaria! Ma se voi ve la volete tenete tutta per voi...
_Dottore._ Ah, come, io? Vi sembro astuto?
_Enrico IV._ No, Monsignore! Che dite! Non sembrate affatto!
_Troncando per rivolgersi a Donna Matilde._
Con permesso: qua sulla soglia, una parola in confidenza a Madonna la Duchessa.
_La conduce un po' in disparte e le domanda con ansia in gran segreto:_
Vostra figlia vi è cara veramente?
_Donna Matilde (smarrita)._ Ma sì, certo...
_Enrico IV._ E volete che la ricompensi con tutto il mio amore, con tutta la mia devozione dei gravi torti che ho verso di lei, benché non dobbiate credere alle dissolutezze di cui m'accusano i miei nemici?
_Donna Matilde._ No no: io non ci credo: non ci ho mai creduto...
_Enrico IV._ Ebbene, allora, volete?
_Donna Matilde (c.s.)._ Che cosa?
_Enrico IV._ Che io ritorni all'amore di vostra figlia?
_La guarda, e aggiunge subito in tono misterioso, o d'ammonimento e di sgomento insieme:_
Non siate amica, non siate amica della Marchesa di Toscana!
_Donna Matilde._ Eppure vi ripeto che ella non ha pregato, non ha scongiurato meno di noi per ottenere la vostra grazia...
_Enrico IV (subito, piano, fremente)._ Non me lo dite! Non me lo dite! Ma perdio, Madonna, non vedete che effetto mi fa?
_Donna Matilde (lo guarda, poi pianissimo, come confidandosi)._ Voi l'amate ancora?
_Enrico IV (sbigottito)._ Ancora? Come dite ancora? Voi forse, sapete? Nessuno lo sa! Nessuno deve saperlo!
_Donna Matilde._ Ma forse lei sì, lo sa, se ha tanto implorato per voi!
_Enrico IV (la guarda un po' e poi dice):_ E amate la vostra figliuola?
_Breve pausa. Si volge al Dottore con un tono di riso:_
Ah, Monsignore, come è vero che questa mia moglie io ho saputo d'averla soltanto dopo--tardi, tardi... E anche adesso: sì, devo averla; non c'è dubbio che l'ho--ma vi potrei giurare che non ci penso quasi mai. Sarà peccato, ma non la sento; proprio non me la sento nel cuore. È meraviglioso però, che non se la senta nel cuore neanche sua madre! Confessate, Madonna, che ben poco v'importa di lei!
_Volgendosi al Dottore, con esasperazione:_
Mi parla dell'altra!
_Ed eccitandosi sempre più:_
Con un'insistenza, con un'insistenza che non riesco proprio a spiegarmi.
_Landolfo (umile)._ Forse per levarvi, Maestà, un'opinione contraria che abbiate potuto concepire della Marchesa di Toscana.
_E sgomento di essersi permesso questa osservazione, aggiunge subito:_
Dico, beninteso, in questo momento...
_Enrico IV._ Perché anche tu sostieni che mi sia stata amica?
_Landolfo._ Sì, in questo momento, sì, Maestà!
_Donna Matilde._ Ecco, sì, proprio per questo...
_Enrico IV._ Ho capito. Vuol dire allora che non credete che io la ami. Ho capito. Ho capito. Non l'ha mai creduto nessuno; nessuno mai sospettato. Tanto meglio così! Basta. Basta.
_Tronca, rivolgendosi al Dottore con animo e viso del tutto diversi_
Monsignore, avete veduto? Le condizioni da cui il Papa ha fatto dipendere la revoca della scomunica non han nulla ma proprio nulla da vedere con la ragione per cui mi aveva scomunicato! Dite a Papa Gregorio che ci rivedremo a Bressanone. E voi, Madonna, se avrete la fortuna d'incontrare la vostra figliuola giù nel cortile del castello della vostra amica Marchesa, che volete che vi dica? fatela salire; vedremo se mi riuscirà di tenermela stretta accanto, moglie e Imperatrice. Molte fin qui si son presentate, assicurandomi, assicurandomi d'esser lei--quella che io, sapendo di averla... sì, ho pur cercato qualche volta--(non è vergogna: mia moglie!)--Ma tutte, dicendomi d'essere Berta, dicendomi d'esser di Susa--non so perché--si sono messe a ridere!
_Come in confidenza_
Capite?--a letto--io senza quest'abito--lei anche... sì, Dio mio, senz'abiti... un uomo e una donna... è naturale... Non si pensa più a ciò che siamo. L'abito, appeso, resta come un fantasma!
_E con un altro tono, in confidenza al Dottore:_
E io penso, Monsignore, che i fantasmi, in generale, non siano altro in fondo che piccole scombinazioni dello spirito: immagini che non si riesce a contenere nei regni del sonno: si scoprono anche nella veglia, di giorno; e fanno paura. Io ho sempre tanta paura, quando di notte me le vedo davanti--tante immagini scompigliate, che ridono, smontate da cavallo.--Ho paura talvolta anche del mio sangue che pulsa nelle arterie come, nel silenzio della notte, un tonfo cupo di passi in stanze lontane... Basta vi ho trattenuto anche troppo qui in piedi. Vi ossequio, Madonna; e vi riverisco, Monsignore.
_Davanti alla soglia della comune, fin dove li ha accompagnati, li licenzia, ricevendone l'inchino. Donna Matilde e il Dottore, via. Egli richiude la porta e si volta subito, cangiato._
Buffoni! Buffoni! Buffoni!--Un pianoforte di colori! Appena la toccavo: bianca, rossa, gialla, verde... E quell'altro là: Pietro Damiani.--Ah! Ah! Perfetto! Azzeccato!--S'è spaventato di ricomparirmi davanti!
_Dirà questo con gaja prorompente frenesia, movendo di qua, di là i passi, gli occhi, finché all'improvviso non vede Bertoldo, più che sbalordito, impaurito del repentino cambiamento. Gli si arresta davanti e additandolo ai tre compagni anch'essi come smarriti nello sbalordimento:_
Ma guardatemi quest'imbecille qua, ora, che sta a mirarmi a bocca aperta...
_Lo scrolla per le spalle._
Non capisci? Non vedi come li paro, come li concio, come me li faccio comparire davanti, buffoni spaventati! E si spaventano solo di questo, oh: che stracci loro addosso la maschera buffa e li scopra travestiti; come se non li avessi costretti io stesso a mascherarsi, per questo mio gusto qua, di fare il pazzo!
_Landolfo Arialdo Ordulfo (sconvolti, trasecolati, guardandosi tra loro)._ Come! Che dice? Ma dunque?
_Enrico IV (si volta subito alle loro esclamazioni e grida, imperioso)._ Basta! Finiamola! Mi sono seccato!
_Poi subito, come se, a ripensarci, non se ne possa dar pace, e non sappia crederci:_
Perdio, l'impudenza di presentarsi qua, a me, ora col suo ganzo accanto... --E avevano l'aria di prestarsi per compassione, per non fare infuriare un poverino già fuori del mondo, fuori del tempo, fuori della vita!--Eh, altrimenti quello là, ma figuratevi se l'avrebbe subita una simile sopraffazione!--Loro sì, tutti i giorni, ogni momento, pretendono che gli altri siano come li vogliono loro; ma non è mica una sopraffazione, questa!--Che! Che!--È il loro modo di pensare, il loro modo di vedere, di sentire: ciascuno ha il suo! Avete anche voi il vostro, eh? Certo! Ma che può essere il vostro? Quello della mandra! Misero, labile, incerto... E quelli ne approfittano, vi fanno subire e accettare il loro, per modo che voi sentiate e vediate come loro! O almeno, si illudono! Perché poi, che riescono a imporre? Parole! parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure così le così dette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono! Per esempio: «pazzo!»--Per esempio, che so?--«imbecille»--Ma dite un po', si può star quieti a pensare che c'è uno che si affanna a persuadere agli altri che voi siete come vi vede lui, a fissarvi nella stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di voi?--«Pazzo» «pazzo»!--Non dico ora che lo faccio per ischerzo! Prima, prima che battessi la testa cadendo da cavallo...
_S'arresta d'un tratto, notando i quattro che si agitano, più che mai sgomenti e sbalorditi._
Vi guardate negli occhi?
_Rifà smorfiosamente i segni del loro stupore._
Ah! Eh! Che rivelazione?--Sono o non sono?--Eh, via, sì, sono pazzo!
_Si fa terribile_
Ma allora, perdio, inginocchiatevi! inginocchiatevi!
_Li forza a inginocchiarsi tutti a uno a uno:_
Vi ordino di inginocchiarvi tutti davanti a me--così! E toccate tre volte la terra con la fronte! Giù! Tutti, davanti ai pazzi, si deve stare così!
_Alla vista dei quattro inginocchiati si sente subito svaporare la feroce gajezza, e se ne sdegna._
Su, via, pecore, alzatevi!--M'avete obbedito? Potevate mettermi la camicia di forza... --Schiacciare uno col peso d'una parola? Ma è niente! Che è? Una mosca!--Tutta la vita è schiacciata così dal peso delle parole! Il peso dei morti--Eccomi qua: potete credere sul serio che Enrico IV sia ancora vivo? Eppure, ecco, parlo e comando a voi vivi. Vi voglio così!--Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita?--Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un'alba. Questo giorno che ci sta davanti--voi dite--lo faremo noi!--Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripetete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!
_Si para davanti a Bertoldo, ormai istupidito._
Non capisci proprio nulla, tu, eh?--Come ti chiami?
_Bertoldo._ Io?... Eh... Bertoldo...
_Enrico IV._ Ma che Bertoldo, sciocco! Qua a quattr'occhi: come ti chiami?
_Bertoldo._ Ve... veramente mi... mi chiamo Fino...
_Enrico IV (a un atto di richiamo e di ammonimento degli altri tre, appena accennato, voltandosi subito per farli tacere)._ Fino?
_Bertoldo._ Fino Pagliuca, sissignore.
_Enrico IV (volgendosi di nuovo agli altri)._ Ma se vi ho sentito chiamare tra voi, tante volte!
_A Landolfo_
Tu ti chiami Lolo?
_Landolfo._ Sissignore...
_Poi con uno scatto di gioja:_
Oh Dio... Ma allora?
_Enrico IV (subito, brusco)._ Che cosa?
_Landolfo (d'un tratto smorendo)._ No... dico...
_Enrico IV._ Non sono più pazzo? Ma no. Non mi vedete?--Scherziamo alle spalle di chi ci crede.
_Ad Arialdo_
So che tu ti chiami Franco...
_A Ordulfo_
E tu, aspetta...
_Ordulfo._ Momo!
_Enrico IV._ Ecco, Momo! Che bella cosa, eh?
_Landolfo (c.s.)._ Ma dunque... oh Dio...
_Enrico IV (c.s.)._ Che? Niente! Facciamoci tra noi una bella, lunga, grande risata...
_E ride._
Ah, ah, ah, ah, ah, ah!
_Landolfo Arialdo Ordulfo (guardandosi tra loro, incerti, smarriti, tra la gioja e lo sgomento)._ È guarito? Ma sarà vero? Com'è?
_Enrico IV._ Zitti! Zitti!
_A Bertoldo:_
Tu non ridi? Sei ancora offeso? Ma no! Non dicevo mica a te, sai?--Conviene a tutti, capisci? conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a sentirli parlare. Che dico io di quelli là che se ne sono andati? Che una è una baldracca, l'altro un sudicio libertino, l'altro un impostore... Non è vero! Nessuno può crederlo!--Ma tutti stanno ad ascoltarmi, spaventati. Ecco, vorrei sapere perché, se non è vero.--Non si può mica credere a quel che dicono i pazzi!--Eppure, si stanno ad ascoltare così, con gli occhi sbarrati dallo spavento.--Perché?--Dimmi, dimmi tu, perché? Sono calmo, vedi?
_Bertoldo._ Ma perché... forse, credono che...
_Enrico IV._ No, caro... no, caro... Guardami bene negli occhi... --Non dico che sia vero, stai tranquillo!--Niente è vero!--Ma guardami negli occhi!
_Bertoldo._ Sì, ecco, ebbene?
_Enrico IV._ Ma lo vedi? lo vedi? Tu stesso! Lo hai anche tu, ora, lo spavento negli occhi!--Perché ti sto sembrando pazzo!--Ecco la prova! Ecco la prova!
_E ride._
_Landolfo (a nome degli altri, facendosi coraggio, esasperato)._ Ma che prova?
_Enrico IV._ Codesto vostro sgomento, perché ora, di nuovo, vi sto sembrando pazzo!--Eppure, perdio, lo sapete! Mi credete; lo avete creduto fino ad ora che sono pazzo!--È vero o no?
_Li guarda un po', li vede atterriti._
Ma lo vedete? Lo sentite che può diventare anche terrore, codesto sgomento, come per qualche cosa che vi faccia mancare il terreno sotto i piedi e vi tolga l'aria da respirare? Per forza, signori miei! Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni!--Eh! che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! O con una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Volubili! Oggi così e domani chi sa come!--Voi vi tenete forte, ed essi non si tengono più. Volubili! Volubili!--Voi dite: «questo non può essere!»--e per loro può essere tutto.--Ma voi dite che non è vero. E perché?--Perché non par vero a te, a te, a te,
_indica tre di loro,_
e centomila altri. Eh, cari miei! Bisognerebbe vedere poi che cosa invece par vero a questi centomila altri che non sono detti pazzi, e che spettacolo danno dei loro accordi, fiori di logica! Io so che a me, bambino, appariva vera la luna nel pozzo. E quante cose mi parevano vere! E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri, ed ero beato! Perché guai, guai se non vi tenete più forte a ciò che vi par vero oggi, a ciò che vi parrà vero domani, anche se sia l'opposto di ciò che vi pareva vero jeri! Guai se vi affondaste come me a considerare questa cosa orribile, che fa veramente impazzire: che se siete accanto a un altro, e gli guardate gli occhi--come io guardavo un giorno certi occhi--potete figurarvi come un mendico davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell'altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca...
_Pausa lungamente tenuta. L'ombra, nella sala, comincia ad addensarsi, accrescendo quel senso di smarrimento e di più profonda costernazione da cui quei quattro mascherati sono compresi e sempre più allontanati dal grande Mascherato, rimasto assorto a contemplare una spaventosa miseria che non è di lui solo, ma di tutti. Poi egli si riscuote, fa come per cercare i quattro che non sente più attorno a sè e dice:_
S'è fatto bujo, qua.
_Ordulfo (subito, facendosi avanti)._ Vuole che vada a prendere la lampa?
_Enrico IV (con ironia)._ La lampa, si... Credete che non sappia che, appena volto le spalle con la mia lampa ad olio per andare a dormire, accendete la luce elettrica per voi--qua e anche là nella sala del trono?--Fingo di non vederla...
_Ordulfo._ Ah!--Vuole allora...?
_Enrico IV._ No: m'accecherebbe.--Voglio la mia lampa.
_Ordulfo._ Ecco, sarà già pronta, qua dietro la porta.
_Si reca alla comune; la apre; ne esce appena e subito ritorna con una lampa antica, di quelle che si reggono con un anello in cima._
_Enrico IV (prendendo la lampa e poi indicando la tavola sul coretto)._ Ecco, un pòdi luce. Sedete, lì attorno alla tavola. Ma non così! In belli e sciolti atteggiamenti...
_Ad Arialdo_
Ecco, tu così...