Enrico IV

Part 3

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_Arialdo (piano, con un sospiro, come per suggerire al Dottore)._ Eh, sì, i vescovi rapitori.

_Dottore (per sostenere la parte, volto ad Arialdo)._ Quelli, eh già... quelli...

_Enrico IV._ Nulla è bastato a costoro!--Un povero ragazzo, Monsignore... Si passa il tempo, giocando--anche quando, senza saperlo, si è re. Sei anni avevo e mi rapirono a mia madre, e contro lei si servirono di me, ignaro, e contro i poteri stessi della Dinastia, profanando tutto, rubando, rubando; uno più ingordo dell'altro: Anno più di Stefano, Stefano più di Anno!

_Landolfo (sottovoce, persuasivo, per richiamarlo)._ Maestà...

_Enrico IV (subito voltandosi)._ Ah, già! Non debbo in questo momento dir male dei vescovi.--Ma questa infamia su mia madre, Monsignore, passa la parte!

_Guarda la Marchesa e s'intenerisce._

E non posso neanche piangerla, Madonna.--Mi rivolgo a voi, che dovreste aver viscere materne. Venne qua a trovarmi, dal suo convento, or'è circa un mese. Mi hanno detto che è morta.

_Pausa tenuta, densa di commozione. Poi sorridendo mestissimamente_

Non posso piangerla, perché se voi ora siete qua, e io così

_mostra il sajo che ha indosso,_

vuol dire che ho ventisei anni.

_Arialdo (quasi sottovoce dolcemente per confortarlo)._ E che dunque ella è viva, Maestà.

_Ordulfo (c.s.)._ Ancora nel suo convento.

_Enrico IV (si volta a guardarli)._ Già; e posso dunque rimandare ad altro tempo il dolore.

_Mostra alla Marchesa, quasi con civetteria, la tintura che si è data ai capelli._

Guardate: ancora biondo...

_Poi piano; come in confidenza:_

Per voi!--Io non ne avrei bisogno. Ma giova qualche segno esteriore. Termini di tempo, mi spiego, Monsignore?

_Si riaccosta alla Marchesa, e osservandole i capelli:_

Eh, ma vedo che... anche voi, Duchessa...

_Strizza un occhio e fa un segno espressivo con la mano:_

Eh, italiana...

_come a dire: finta; ma senz'ombra di sdegno, anzi con maliziosa ammirazione:_

Dio mi guardi dal mostrarne disgusto o meraviglia!--Velleità!--Nessuno vorrebbe riconoscere quel certo potere oscuro e fatale che assegna limiti alla volontà. Ma, dico, se si nasce e si muore!--Nascere, Monsignore: voi l'avete voluto? Io no.--E tra l'un caso e l'altro, indipendenti entrambi dalla nostra volontà, tante cose avvengono che tutti quanti vorremmo non avvenissero, e a cui a malincuore ci rassegniamo!

_Dottore (tanto per dire qualche cosa, mentre lo studia attentanente)._ Eh sì, purtroppo!

_Enrico IV._ Ecco: quando non ci rassegniamo, vengono fuori le velleità. Una donna che vuol essere uomo... un vecchio che vuol esser giovine... --Nessuno di noi mente o finge!--C'è poco da dire: ci siamo fissati tutti in buona fede in un bel concetto di noi stessi. Monsignore, però, mentre voi vi tenete fermo, aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche, vi scivola, vi scivola, vi sguiscia come un serpe qualche cosa, di cui non v'accorgete. Monsignore, la vita! E sono sorprese, quando ve la vedete d'improvviso consistere davanti così sfuggita da voi; dispetti e ire contro voi stesso; o rimorsi; anche rimorsi. Ah, se sapeste, io me ne son trovati tanti davanti! Con una faccia che era la mia stessa, ma così orribile, che non ho potuto fissarla... --

_Si riaccosta alla Marchesa._

A voi non è mai avvenuto, Madonna? Vi ricordate proprio di essere stata sempre la stessa, voi? Oh Dio, ma un giorno... --com'è? com'è che poteste commettere quella tale azione...

_La fissa così acutamente negli occhi, da farla quasi smorire._

--sì, «quella», appunto!--ci siamo capiti. (Oh, state tranquilla che non la svelerò a nessuno!). E che voi, Pietro Damiani, poteste essere amico di quel tale...

_Landolfo (c.s.)._ Maestà...

_Enrico IV (subito)._ No no, non glielo nomino! So che gli fa tanto dispetto!

_Voltandosi a Belcredi, come di sfuggita._

Che opinione eh? che opinione ne avevate... --Ma tutti, pur non di meno, seguitiamo a tenerci stretti al nostro concetto, così come chi invecchia si ritinge i capelli. Che importa che questa mia tintura non possa essere, per voi, il color vero dei miei capelli?--Voi, Madonna, certo non ve li tingete per ingannare gli altri, ne voi; ma solo un poco--poco poco--la vostra immagine davanti allo specchio. Io lo faccio per ridere. Voi lo fate sul serio. Ma vi assicuro che per quanto sul serio, siete mascherata anche voi, Madonna; e non dico per la venerabile corona che vi cinge la fronte, e a cui m'inchino, o per il vostro manto ducale; dico soltanto per codesto ricordo che volete fissare in voi artificialmente del vostro color biondo, in cui un giorno vi siete piaciuta; o del vostro color bruno se eravate bruna: l'immagine che vien meno della vostra gioventù. A voi, Pietro Damiani, invece, il ricordo di ciò che siete stato, di ciò che avete fatto, appare ora riconoscimento di realtà passate, che vi restano dentro--è vero?--come un sogno. E anche a me--come un sogno--e tante, a ripensarci, inesplicabili... --Mah!--Nessuna meraviglia, Pietro Damiani; sarà così domani della nostra vita d'oggi!

_Tutt'a un tratto infuriandosi e afferrandosi il sajo addosso._

Questo sajo qua!

_Con gioia quasi feroce facendo atto di strapparselo, mentre Arialdo, Ordulfo subito accorrono spaventati, come per trattenerlo._

Ah per Dio!

_Si tira indietro e, levandosi il sajo, grida loro:_

Domani, a Bressanone, ventisette vescovi tedeschi e lombardi firmeranno con me la destituzione di Papa Gregorio VII: non Pontefice, ma monaco falso!

_Ordulfo (con gli altri due, scongiurandolo di tacere)._ Maestà, Maestà, in nome di Dio!

_Arialdo (invitandolo coi gesti a rimettersi il sajo)._ Badate a quello che dite!

_Landolfo._ Monsignore è qua, insieme con la Duchessa, per intercedere in vostro favore!

_E di nascosto fa pressanti segni al Dottore di dire subito qualche cosa._

_Dottore (smarrito)._ Ah, ecco... sì... Siamo qua per intercedere...

_Enrico IV (subito pentito, quasi spaventato, lasciandosi dai tre rimettere sulle spalle il sajo e stringendoselo addosso con le mani convulse)._ Perdono... sì, sì... perdono, perdono, Monsignore; perdono, Madonna... Sento, vi giuro, sento tutto il peso dell'anatema!

_Si curva, prendendosi la testa fra le mani, come in attesa di qualche cosa che debba schiacciarlo; e sta un po' così, ma poi con altra voce, pur senza scomporsi, dice piano, in confidenza a Landolfo, ad Arialdo e a Ordulfo:_

Ma io non so perché, oggi non riesco a essere umile davanti a quello lì!

_E indica, come di nascosto, il Belcredi._

_Landolfo (sottovoce)._ Ma perché voi, Maestà, vi ostinate a credere che sia Pietro Damiani, mentre non è!

_Enrico IV (sogguardandolo con timore)._ Non è Pietro Damiani?

_Arialdo._ Ma no, è un povero monaco, Maestà!

_Enrico IV (dolente, con sospirosa esasperazione)._ Eh, nessuno di noi può valutare ciò che fa, quando fa per istinto...Forse voi, Madonna, potete intendermi meglio degli altri, perché siete donna. [Questo è un momento solenne e decisivo. Potrei, guardate, ora stesso, mentre parlo con voi, accettar l'ajuto dei vescovi lombardi e impossessarmi del Pontefice, assediandolo qui nel Castello; correre a Roma a eleggervi un antipapa; porgere la mano all'alleanza con Roberto Guiscardo.--Gregotio VII sarebbe perduto!--Resisto alla tentazione, e credetemi che sono saggio. Sento l'aura dei tempi e la maestà di chi sa essere quale deve essere: un Papa!--Vorreste ora ridere di me, vedendomi così? Sareste tanti stupidi, perché non capireste che sapienza politica mi consiglia ora quest'abito di penitenza. Vi dico che le parti, domani, potrebbeto essere invertite! E che fareste voi allora? Ridereste per caso del Papa in veste di prigioniero?--No.--Saremmo pari.--Un mascherato io, oggi, da penitente; lui, domani, da prigioniero. Ma guai a chi non sa portare la sua maschera, sia da Re, sia da Papa.--Forse egli è ora un po' troppo crudele: questo sì.] Pensate, Madonna, che Berta, vostra figlia, per cui, vi ripeto, il mio animo è cangiato

_si volta improvvisamente a Belcredi e gli grida in faccia, come se avesse detto di no

--cangiato, cangiato, per l'affetto e la devozione di cui ha saputo darmi prova in questo terribile momento!

_S'arresta, convulso, dallo scatto iroso, e fa sforzi per contenersi, con un gemito d'esasperazione nella gola; poi si volge di nuovo con dolce e dolente umiltà alla Marchesa._

È venuta con me, Madonna, è giù nel cortile; ha voluto seguirmi come una mendica, ed è gelata, gelata da due notti all'aperto, sotto la neve! Voi siete sua madre! Dovrebbero muoversi le viscere della vostra misericordia e implorare con lui,

_indica il Dottore_

dal Pontefice, il perdono: che ci riceva!

_Donna Matilde (tremante, con un filo di voce)._ Ma sì, sì, subito...

_Dottore._ Lo faremo, lo faremo!

_Enrico IV._ E un'altra cosa! Un'altra cosa!

_Se li chiama intorno e dice piano, in gran segreto:_

Non basta che mi riceva. Voi sapete che egli può «tutto»--vi dico «tutto»--Evoca perfino i morti!

_Si picchia il petto._

Eccomi qua! Mi vedete!--E non c'è arte di magia che gli sia ignota. Ebbene, Monsignore, Madonna: la mia vera condanna è questa--o quella--guardate

_indica il suo ritratto alla parete, quasi con paura,_

di non potermi più distaccare da quest'opera di magia!--Sono ora penitente, e così resto; vi giuro che ci resto finché Egli non m'abbia ricevuto. Ma poi voi due, dopo la revoca della scomunica, dovreste implorarmi questo dal Papa che lo può: di staccarmi di là

_indica di nuovo il ritratto,_

e farmela vivere tutta, questa mia povera vita, da cui sono escluso... Non si può aver sempre ventisei anni, Madonna! E io ve lo chiedo anche per vostra figlia: che io la possa amare come ella si merita, così ben disposto come sono adesso, intenerito come sono adesso dalla sua pietà. Ecco. Questo. Sono nelle vostre mani...

_Si inchina._

Madonna! Monsignore!

_E fa per ritirarsi, così inchinandosi, per l'uscio donde è entrato; se non che, scorto il Belcredi che s'era un po' accostato per sentire, nel vedergli voltar la faccia verso il fondo e supponendo che voglia rubargli la corona imperiale posata sul trono, tra lo stupore e lo sgomento di tutti, corre a prenderla e a nascondersela sotto il sajo, e con un sorriso furbissimo negli occhi e sulle labbra torna a inchinarsi ripetutamente e scompare. La Marchesa è così profondamente commossa, che casca di schianto a sedere, quasi svenuta._

Atto Secondo

(Altra sala della villa, contigua a quella del trono, addobbata di mobili antichi e austeri. A destra, a circa due palmi dal suolo, è come un coretto, cinto da una ringhiera di legno a pilastrini, intetrotta lateralmente e sul davanti, ove sono i due gradini d'accesso. Su questo coretto sarà una tavola e cinque seggioloni di stile, uno a capo e due per lato. La comune in fondo. A sinistra due finestre che danno sul giardino. A destra un uscio che dà nella sala del trono. Nel pomeriggio avanzato dello stesso giorno.)

_Sono in scena Donna Matilde, il Dottore e Tito Belcredi. Seguitano una conversazione; ma Donna Matilde si tiene appartata, fosca, evidentemente infastidita da ciò che dicono gli altri due, a cui tuttavia non può fare a meno di prestare orecchio, perché nello stato d'irrequietezza in cui si trova, ogni cosa la interessa suo malgrado, impedendole di concentrarsi a maturare un proposito più forte di lei, che le balena e la tenta. Le parole che ode degli altri due attraggono la sua attenzione, perché istintivamente sente come il bisogno d'esser trattenuta in quel momento._

_Belcredi._ Sarà, sarà come lei dice, caro dottore, ma questa è la mia impressione.

_Dottore._ Non dico di no; ma creda che è soltanto... così, un'impressione.

_Belcredi._ Scusi: però l'ha perfino detto, e chiaramente!

_Voltandosi alla Marchesa:_

Non è vero, Marchesa?

_Donna Matilde (frastornata, voltandosi)._ Che ha detto?

_Poi, non consentendo._

Ah sì... Ma non per la ragione che voi credete.

_Dottore._ Intendeva dei nostri abiti soprammessi: il suo manto

_indica la Marchesa_

le nostre tonache da benedettini. E tutto questo è puerile.

_Donna Matilde (di scatto, voltandosi di nuovo sdegnata)._ Puerile? Che dice, Dottore?

_Dottore._ Da un canto sì! Prego; mi lasci dire, Marchesa. Ma dall'altro, molto più complicato di quanto possiate immaginare.

_Donna Matilde._ Per me è chiarissimo, invece.

_Dottore (col sorriso di compatimento d'un competente verso gli incompetenti)._ Eh sì! Bisogna intendere questa speciale psicologia dei pazzi, per cui--guardi--si può essere anche sicuri che un pazzo nota, può notare benissimo un travestimento davanti a lui; e assumerlo come tale; e sissignori, tuttavia, crederci; proprio come fanno i bambini, per cui è insieme giuoco e realtà. Ho detto perciò puerile. Ma è poi complicatissimo in questo senso, ecco: che egli ha, deve avere perfettamente coscienza di essere per sè, davanti a se stesso, una Immagine: quella sua immagine là!

_Allude al ritratto nella sala del trono, indicando perciò alla sua sinistra._

_Belcredi._ L'ha detto!

_Dottore._ Ecco, benissimo!--Un'immagine, a cui si sono fatte innanzi altre immagini: le nostre, mi spiego? Ora egli, nel suo delirio--acuto e lucidissimo ha potuto avvertire subito una differenza tra la sua e le nostre: cioè, che c'era in noi, nelle nostre immagini, una finzione. E ne ha diffidato. Tutti i pazzi sono sempre armati d'una continua vigile diffidenza. Ma questo è tutto! A lui naturalmente non è potuto sembrare pietoso questo nostro giuoco, fatto attorno al suo. E il suo a noi s'è mostrato tanto più tragico, quanto più egli, quasi a sfida--mi spiego?--indotto dalla diffidenza, ce l'ha voluto scoprire appunto come un giuoco; anche il suo, sissignori, venendoci avanti con un po' di tintura sulle tempie e sulle guance, e dicendoci che se l'era data apposta, per ridere!

_Donna Matilde (scattando di nuovo)._ No. Non è questo, dottore! Non è questo! non è questo!

_Dottore._ Ma come non è questo?

_Donna Matilde (recisa, vibrante)._ Io sono sicurissima ch'egli m'ha riconosciuta!

_Dottore._ Non è possibile... non è possibile...

_Belcredi (contemporaneamente)._ Ma che!

_Donna Matilde (ancora più recisa, quasi convulsa)._ M'ha riconosciuta, vi dico. Quand'è venuto a parlarmi da vicino, guardandomi negli occhi, proprio dentro gli occhi--m'ha riconosciuta!

_Belcredi._ Ma se parlava di vostra figlia...

_Donna Matilde._ Non è vero!--Di me! Parlava di me!

_Belcredi._ Sì, forse, quando disse...

_Donna Matilde (subito, senza riguardo)._ Dei miei capelli tinti! Ma non avete notato che aggiunse subito: «oppure il ricordo del vostro color bruno se eravate bruna» ?--S'è ricordato perfettamente che io, «allora», ero bruna.

_Belcredi._ Ma che! Ma che!

_Donna Matilde (senza dargli retta, rivolgendosi al Dottore)._ I miei capelli, dottore, sono difatti bruni--come quelli di mia figlia. E perciò s'è messo a parlare di lei!

_Belcredi._ Ma se non la conosce, vostra figlia! Se non l'ha mai veduta!

_Donna Matilde._ Appunto! Non capite nulla! Per mia figlia intendeva me; me com'ero allora!

_Belcredi._ Ah, questo è contagio! Questo è contagio!

_Donna Matilde (piano, con sprezzo)._ Ma che contagio! Sciocco!

_Belcredi._ Scusate, siete stata mai sua moglie, voi? Vostra figlia, nel suo delirio, è sua moglie: Berta di Susa.

_Donna Matilde._ Ma perfettamente! Perché io, non più bruna--com'egli mi ricordava--ma «così», bionda, mi sono presentata a lui come «Adelaide» la madre.--Mia figlia per lui non esiste--non l'ha mai veduta--l'avete detto voi stesso. Che ne sa perciò, se sia bionda o bruna?

_Belcredi._ Ma ha detto bruna, così, in generale, Dio mio! di chi vuol fissare, comunque, sia bionda sia bruna, il ricordo della gioventù nel colore dei capelli! E voi al solito vi mettete a fantasticare!--Dottore, dice che non sarei dovuto venire io--ma non sarebbe dovuta venire lei!

_Donna Matilde (abbattuta per un momento dall'osservazione del Belcredi, e rimasta assorta, ora si riprende, ma smaniosa perché dubitante)._ No... no... parlava di me... Ha parlato sempre a me e con me e di me...

_Belcredi._ Alla grazia! Non m'ha lasciato un momento di respiro, e dite che ha parlato sempre di voi? Tranne che non vi sia parso che alludesse anche a voi, quando parlava con Pietro Damiani!

_Donna Matilde (con aria di sfida, quasi rompendo ogni freno di convenienza)._ E chi lo sa?--Mi sapete dire perché subito, fin dal primo momento, ha sentito avversione per voi, soltanto per voi?

_Dal tono della domanda deve risultare infatti, quasi esplicita, la risposta: «Perché ha capito che voi siete il mio amante!»--Il Belcredi lo avverte così bene, che lì per lì resta come smarrito in un vano sorriso._

_Dottore._ La ragione, scusino, può essere anche nel fatto che gli fu annunziata soltanto la visita della duchessa Adelaide e dell'Abate di Cluny. Trovandosi davanti un terzo, che non gli era stato annunziato, subito la diffidenza...

_Belcredi._ Ecco, benissimo, la diffidenza gli fece vedere in me un nemico: Pietro Damiani!--Ma se è intestata, che l'abbia riconosciuta...

_Donna Matilde._ Su questo non c'è dubbio!--Me l'hanno detto i suoi occhi, Dottore: sapete quando si guarda in un modo che... che nessun dubbio è più possibile! Forse fu un attimo, che volete che vi dica?

_Dottore._ Non è da escludere: un lucido momento...

_Donna Matilde._ Ecco forse! E allora il suo discorso m'è parso pieno, tutto, del rimpianto della mia e della sua gioventù--per questa cosa orribile che gli è avvenuta, e che l'ha fermato lì, in quella maschera da cui non s'è potuto più distaccare, e da cui si vuole, si vuole distaccare!

_Belcredi._ Già! Per potersi mettere ad amar vostra figlia. O voi,--come credete--intenerito dalla vostra pietà.

_Donna Matilde._ Che è tanta, vi prego di credere!

_Belcredi._ Si vede, Marchesa! Tanta che un taumaturgo vedrebbe più che probabile il miracolo.

_Dottore._ Permettete che parli io adesso? Io non faccio miracoli, perché sono un medico e non un taumaturgo, io. Sono stato molto attento a tutto ciò che ha detto, e ripeto che quella certa elasticità analogica, propria di ogni delirio sistematizzato, è evidente che in lui è già molto... come vorrei dire? rilassata. Gli elementi, insomma, del suo delirio non si tengono più saldi a vicenda. Mi pare che si riequilibri a stento, ormai, nella sua personalità soprammessa, per bruschi richiami che lo strappano--(e questo è molto confortante)--non da uno stato di incipiente apatia, ma piuttosto da un morbido adagiamento in uno stato di malinconia riflessiva, che dimostra una... sì, veramente considerevole attività cerebrale. Molto confortante, ripeto. Ora, ecco, se con questo trucco violento che abbiamo concertato...

_Donna Matilde (voltandosi verso la finestra, col tono di una malata che si lamenti)._ Ma com'è che ancora non ritorna quest'automobile? In tre ore e mezzo...

_Dottore._ (stordito). Come dice?

_Donna Matilde._ Quest'automobile, dottore! Sono più di tre ore e mezzo!

_Dottore (cavando e guardando l'orologio)._ Eh, più di quattro per questo!

_Donna Matilde._ Potrebbe esser qua da mezz'ora, almeno. Ma, al solito...

_Belcredi._ Forse non trovano l'abito.

_Donna Matilde._ Ma s'e ho indicato con precisione dov'è riposto!

_(È impazientissima.)_

Frida, piuttosto... Dov'è Frida?

_Belcredi (sporgendosi un po' dalla finestra)._ Sarà forse in giardino con Carlo.

_Dottore._ La persuaderà a vincere la paura...

_Belcredi._ Ma non è paura, dottore; non ci creda! È che si secca.

_Donna Matilde._ Fatemi il piacere di non pregarla affatto! Io so com'è!

_Dottore._ Aspettiamo, con pazienza. Tanto, si farà tutto in un momento e dev'esser di sera. Se riusciamo a scrollarlo dicevo, a spezzare d'un colpo con questo strappo violento i fili già allentati che lo legano ancora alla sua finzione, ridandogli quello che egli stesso chiede (l'ha detto: «Non si può aver sempre ventisei anni, Madonna!») la liberazione da questa condanna che pare a lui stesso una condanna: ecco, insomma, se otteniamo che riacquisti d'un tratto la sensazione della distanza del tempo...

_Belcredi (subito)._ Sarà guarito!

_Poi sillabando con intenzione ironica:_

Lo distaccheremo!

_Dottore._ Potremo sperare di riaverlo, come un orologio che si sia arrestato a una cert'ora. Ecco, sì, quasi coi nostri orologi alla mano, aspettare che si rifaccia quell'ora--là, uno scrollo!---e speriamo che esso si rimetta a segnare il suo tempo, dopo un così lungo arresto.

_Entra a questo punto dalla comune il marchese Carlo Di Nolli._

_Donna Matilde._ Ah, Carlo... E Frida? Dove se n'è andata?

_Di Nolli._ Eccola, viene a momenti.

_Dottore._ L'automobile è arrivata?

_Di Nolli._ Sì.

_Donna Matilde._ Ah sì? E ha portato l'abito?

_Di Nolli._ È già qui da un pezzo.

_Dottore._ Oh, benissimo, allora!

_Donna Matilde (fremente)._ E dov'è? Dov'è?

_Di Nolli (stringendosi nelle spalle e sorridendo triste, come uno che si presti mal volentieri a uno scherzo fuor di luogo)._ Mah... Ora vedrete...

_E indicando verso la comune:_

Ecco qua...

_Si presenta sulla soglia della comune Bertoldo che annuncia con solennità:_

_Bertoldo._ Sua Altezza la Marchesa Matilde di Canossa!

_E subito entra Frida magnifica e bellissima; parata con l'antico abito della madre da «Marchesa Matilde di Toscana» in modo da figurare, viva, l'immagine effigiata nel ritratto della sala del trono._

_Frida (passando accanto a Bertoldo che s'inchina, gli dice con sussiego sprezzante)._ Di Toscana, di Toscana, prego. Canossa è un mio castello.

_Belcredi (ammirandola)._ Ma guarda! Ma guarda! Pare un'altra!

_Donna Matilde._ Pare me!--Dio mio, vedete?--Ferma, Frida!--Vedete? È proprio il mio ritratto, vivo!

_Dottore._ Sì, sì... Perfetto! Perfetto! Il ritratto!

_Belcredi._ Eh sì, c'è poco da dire... È quello! Guarda, guarda! Che tipo!

_Frida._ Non mi fate ridere, che scoppio! Dico, ma che vitino avevi, mamma? Mi son dovuta succhiare tutta, per entrarci!

_Donna Matilde (convulsa, rassettandola)._ Aspetta... Ferma... Queste pieghe... Ti va così stretto veramente?

_Frida._ Soffoco! Bisognerà far presto, per carità...

_Dottore._ Eh, ma dobbiamo prima aspettate che si faccia sera...

_Frida._ No no, non ci resisto, non ci resisto fino a sera!

_Donna Matilde._ Ma perché te lo sei indossato così subito?

_Frida._ Appena l'ho visto! La tentazione! Irresistibile...

_Donna Matilde._ Potevi almeno chiamarmi! Fatti ajutare... È ancora tutto spiegazzato, Dio mio...

_Frida._ Ho visto, mamma. Ma, pieghe vecchie... Sarà difficile farle andar via.

_Dottore._ Non importa, Marchesa! L'illusione è perfetta.

_Poi, accostandosi e invitandola a venire un po' avanti alla figlia, senza tuttavia coprirla:_

Con permesso. Si collochi così--qua--a una certa distanza--un po' più avanti...

_Belcredi._ Per la sensazione della distanza del tempo!

_Donna Matilde (voltandosi a lui, appena)._ Vent'anni dopo! Un disastro, eh?

_Belcredi._ Non esageriamo!

_Dottore (imbarazzatissimo per rimediare)._ No, no! Dicevo anche... dico, dico per l'abito... dico per vedere...

_Belcredi (ridendo)._ Ma per l'abito, dottore, altro che vent'anni! Sono ottocento! Un abisso! Glielo vuol far saltare davvero con un urtone?

_Indicando prima Frida e poi la Marchesa:_

Da lì a qua? Ma lo raccatterà a pezzi col corbello! Signori miei, pensateci; dico sul serio: per noi sono vent'anni, due abiti e una mascherata. Ma se per lui, come lei dice, dottore, s'è fissato il tempo; se egli vive là

_indica Frida_

con lei, ottocent'anni addietro: dico sarà tale la vertigine del salto che, piombato in mezzo a noi...

_il Dottore fa segno di no col dito_

dice di no?

_Dottore._ No. Perché la vita, caro barone, riprende! Qua--questa nostra--diventerà subito reale anche per lui; e lo tratterrà subito, strappandogli a un tratto l'illusione e scoprendogli che sono appena venti gli ottocent'anni che lei dice! Sarà, guardi, come certi trucchi, quello del salto nel vuoto, per esempio, del rito massonico, che pare chi sa che cosa, e poi alla fine s'è sceso uno scalino.