Part 2
— Tu mi vedrai morire. Vuoi tu, vuoi tu dunque ch'io muoia? — lessi nelli occhi. — Pure, io non ti feci male.
Pure, io non altro feci che amarti, che amarti; non altro feci che amarti sempre! Io non ti feci male. —
Vano ogni sforzo. Un freddo suggel mi chiudeva la bocca. Un maleficio occulto dentro m'avea gelato.
Ma trasalimmo entrambi, sostando: un tronco abbattuto attraversava il passo. Muti, sedemmo quivi.
V.
Sempre nelli occhi, sempre, avrò quella vista. Oh silente pallida ignuda selva non obliata mai!
Erasi chiuso il cielo. Qualche alito, raro, destava per le caduche cime quasi un brivido.
Cumuli di carbone qua e là nelli spiazzi, come alti roghi ove già fossero cenere i cadaveri,
lenti fumigavano. Salivan nell'aria le spire lente ondeggiando; lente dileguavano;
e su 'l composto suolo di foglie morte, su quella tomba d'autunni, l'ombre camminavano.
Cenere, fumo ed ombra parean quivi segnar la gran legge. — Devono, come i corpi, come le foglie, come
tutto, le pure cose dell'anima sfarsi, marcire; devono i sogni sciogliersi in putredine.
Devi tu, uomo, sempre, di ciò che ti diede l'ebrezza assaporare torpido la nausea.
Nulla dal fato è immune. Nel corpo e nell'anima, tutto tutto, morendo, devesi corrompere. —
Or chi di noi soffriva più forte? Ella, ella mi amava; vivere al men sentiva, d'una tremenda vita,
entro il cuor suo la fiamma: la fiamma anche pura e raggiante! Io non l'amava. Il cuore gonfio parea d'un tetro
lezzo; non altro senso avea che d'un tedio infinito l'anima ottusa. Oh come, donna, t'invidiai!
VI.
Ma trasalimmo entrambi, udendo sonare una scure. Colpi iterati, sùbito, echeggiarono.
Aspra nel gran silenzio ferìa l'invisibile scure: non il ferito tronco udíasi gemere.
Ella, ella, a un tratto, come ferita, ruppe in singhiozzi; ruppe ella in disperate lacrime; ed io la vidi
nel mio pensiero, quasi nel guizzo d'un lampo, io la vidi ùmile sanguinare, ùmile boccheggiare,
stesa tra 'l sangue, e alzare le supplici mani dal rosso lago; e dicea con gli occhi: — Io non ti feci male. —
Oh moribonda anima! Le stetti da presso impietrito. Anche una volta bere le sue lacrime
io non poteva? Al meno sfiorarle i capelli una volta io non poteva? Al meno, prenderle i polsi; il viso
bianco scoprirle, il giglio divino imperlato di pianto: chiederle al men con voce dolce: — Perchè piangete? —
Ella piangea. Di lunge, i colpi echeggiavano; gli alti roghi, d'in torno, lenti fumigavano.
IL VOTO
Discendevamo il colle, la sera d'aprile occupando i colonnesi boschi umida argentea
mentre ne l'ombra cantavano già gli usignuoli, noti aulivano fiori anche invisibili.
Ella era muta; muto io era. Breve intervallo era tra noi, tra i nostri deboli corpi: breve;
ma non quel colle, ma non quel lago, ma non il lontano mare, ma non la sera fulgida aveva abissi
tanto profondi quanto l'abisso che muto tra noi era... Oh discesa lenta per l'infinito clivo
mentre ne l'ombra cantavano già gli usignuoli, noti aulivano fiori anche invisibili!
Candido arrise il cielo. Recò nel sovrano candore suon di campane l'Ave, giù da Castel Gandolfo.
Ci soffermammo. Ed ella (il suo lieve gesto mi pesa ne la memoria) da la fronte dolente al petto
stanco segnò la croce: — indizi d'interna preghiera a la sua bocca pallida salirono.
Quale fu il vóto? Invase pur me, in quel lume, un fervore súbito; e pur fervido sorse il mio vóto al cielo.
— Ave, Maria. Voi fate, o Madre misericorde, ch'ella non m'ami! Fate ch'ella non m'ami, o ch'ella
muoia! Togliete il truce amore a l'anima sua, misericorde Madre, e a me il supplizio!
IN UN MATTINO DI PRIMAVERA
Era il mattino. Un grave sopore teneva la donna misera su 'l guanciale pallido men di lei.
Fredda, composta, immota, parea profondata nel sonno ultimo, ne la pace ultima, su la bara.
Alito non s'udiva. Parea che le labbra premute fossero da la Morte, tanto eran chiuse e pure.
— Non ti destare, non ti destare — pregai nel segreto cuore — se vuoi ch'io t'ami! Sieno per sempre chiuse
queste tue labbra; e ancora, ancora saranno divine. Ritroverò per queste labbra i sovrani baci.
Ritroverò la mia più lenta carezza per questa fronte che amai, per queste gote che amai, per queste
pàlpebre al fin su 'l tuo dolce insostenibile sguardo chiuse; e per queste chiuse labbra i sovrani baci!
IL MERIGGIO
Era un silenzio orrendo, lugùbre: il più cupo che in terra sia stato mai. Le tombe tutte pareano aperte,
sotto quei cieli. Nulla viveva. Nessuna apparenza era terrestre, in quella luce infinita eguale.
Entro la sua gran chiostra di boschi il lago raggiava sacro, aspettando la promessa vittima.
Ben eri tu, o Sole, a mezzo dei cieli alto, quando io la promisi! Tutto era silenzio.
III.
LA SERA MISTICA
(SUL TEVERE, ALL'ALBERO BELLO)
Anima, non è questa la pia solitudine amica, l'alta che noi cercammo riva letèa d'oblio?
Regna il Silenzio i luoghi. Nel vespro il Tevere splende: l'onda perenne ei reca de la sua pace al mare.
Guardano il padre fiume le querci immote, ch'ei nutre, spiriti ne la dura còrtice meditanti;
esseri paghi: bevono l'acqua con l'ime radici, godon raccorre i soffi tiepidi ne le chiome.
Dicono a me le querci: — Noi molti vedemmo dolori, truci dolori umani, piangere lungo il fiume.
Sorgere udimmo al cielo gridi ultimi di morituri. Ebri di morte, quelli chiesero ai gorghi oblìo.
Anima stanca, vieni. Benefica è l'ombra. Ne l'ombra è la saggezza. Vieni. Solo ne l'ombra è pace.
Vieni. A noi caro è l'uomo pensoso. Qui Claudio si piacque mescere ai grandi nostri pensieri i suoi. —
Dicon le querci. A specchio del fiume rosseggia, tra 'l bosco memore, la deserta casa del Lorenese.
Claudio, pittor sereno, voi forse udite? Anche forse abita il vostro dolce spirto la dolce casa?
Forse lo sguardo esplora ne l'umido ciel le fuggenti nubi che in su le tele nobilitò la mano?
O, testimone eterno, contempla il fiume che passa? Tacito passa il fiume, tacito come il Lete.
Regna il silenzio. È questa la pia solitudine amica, l'alta che noi cercammo riva letèa d'oblìo?
Suon di campane i vènti le recano, unica voce. Questa da te le giunge unica voce, o Roma.
— Ave. La pace è in alto. Nel cuore de l'umile scende. Anima triste, prega. Dà la preghiera oblìo. —
Alzan di lungi fiamma, come ardui cèrei, le torri. — Ave — risponde il vinto umiliato cuore.
IN SAN PIETRO
Per la profonda nave, che tanta ne' secoli accolse anima umana e tanta nube serrò d'aroma,
svolgesi il grave coro da bocche invisibili. Un rombo l'organo a tratti caccia da la sua selva ascosa.
Cupo ne l'ombra il rombo propagasi giù pe' sepolcri: pajon tremar da l'imo le portentose moli.
Vegliano al sommo i magni pontefici benedicendo: stanno a le ferree porte gli angeli ed i leoni.
Come solenne il canto! Da l'onda eguale una voce levasi, con un alto melodioso grido.
Piange la voce, e al mondo rivela un divino dolore. Sgorgan le note, calde, quasi lacrime.
Piange la voce, sola. Non ode nel gelido sasso il Palestrina? Sola piange la voce; e al mondo
narra un divin dolore. Non ode il sepolto? Non balza l'anima sua raggiante su l'ideali cime,
quasi colomba alzata a vol su pinnacoli d'oro? Piange la voce, sola, nel silenzio.
IN SAN PIETRO
L'absida è nel mistero raccolta. Un'ombra rossastra occupa il vano. Al fondo luce il metallo, enorme.
Sorgono scintillando per l'ombra le quattro colonne che nel pagano bronzo torse il Bernini a spire.
Sopra la croce il grande miracolo pende, che in terra offre a la faticosa anima umana un cielo.
Lampade tutte d'oro in torno a la duplice scala ardono, dove il sesto Pio reclinato prega.
Muti, il mistero e l'ombra s'addensano in velo di morte. L'ora si perde. Un passo va lontanando: tace.
Ma di repente il Sole, fierissimo violatore, (oh trionfate nubi pe 'l ceruleo
giugno!) fendendo l'ombra dal culmine, investe la fredda tomba ove Paol terzo, calvo e barbato, siede.
Sotto il suo bacio, come un tempo nel letto del Borgia, rosea nel marmo vive Giulia Farnese ignuda.
LE ERME
(VILLA MEDICI)
Erme custodi, o in terra solinghi iddii taciturni, vigili meditanti anime ne la pietra,
voi custodite ancora l'antica memoria, voi siete memori ancora, ne la solitudine!
Altri l'oblío già tiene. A quale di voi ella cinse ilare il collo, tra li acanti floridi?
IL PETTINE
(VILLA MEDICI: DAL BELVEDERE)
Poi che su 'l Monte Mario si spengono i fuochi del Sole, vengon le nubi in torme lente dal Palatino.
Mite le aduna il soffio de' vènti e le tragge a l'occaso, ove i cipressi in contro figgon le acute cime.
Mordono allor le cime de' neri cipressi le nubi che scorron come in lungo pettine chiome d'oro.
DAL MONTE PINCIO
Sorge lavato il monte, fragrante di fresca verdura, trepido; e il ciel di maggio ride a la rotta nube.
Pace ne l'aria viene dal bel lacrimevole riso, cui vaga pur d'altezza l'anima nostra attinge,
cui balenando in cima le cupole attingono e gli alti alberi che gran serto fanno a' tuoi colli, o Roma.
Mite risplendi, o Roma. Cerulea sotto l'azzurro, tutta ravvolta in velo tenue d'oro, giaci.
Sopra correa la nube, con tuono lungo echeggiante; ecco, ed il ciel di maggio ride a la rotta nube.
Tal, dopo sì gran guerra, dopo tanta notte funesta, dopo l'amaro tedio, dopo il lamento vile,
(lungi per sempre, lungi, o sogni, da l'anima nostra; sogni, che troppo un giorno perseguitammo in vano!)
l'anima, liberata di tutte procelle, respira; non il ricordo l'ange, non il desio l'acceca,
più non la morde cura d'antichi amori o novelli, ansia non più l'affanna d'altri ignorati beni.
L'Anima sta: tranquilla rispecchia la vita e raccoglie entro il suo vasto cerchio l'anima de le cose.
IV.
“FELICEM NIOBEN!„
Triste e pensoso, l'ombre cadendo, su 'l getico lido sta Publio Ovidio. Innanzi urla il feroce mare.
Chino biancheggia il capo cui cinser gli Amori corone: pendon su lui la grande ira d'Augusto e il fato
ferreo, che la lunga querela non odono. Il pianto inutilmente riga le tomitane arene.
Inutilmente, ancora, da Cesare nume benigno l'esule attende un ramo de la pacata oliva.
Già sopra sta l'inerte vecchiezza; la ruga senile ara già il volto. Attende egli la morte, e chiama.
Flebile il carme sale per cieli immiti ove i dardi fischiano che di lungi scaglia il bracato Geta.
— Niobe felice, se ben tante vide sciagure; che, fatta pietra, il senso perse del male. E voi,
voi pur felici, cui le bocche chiamanti il fratello chiuse di novo cortice il pioppo. Io sono,
io son colui che mai sarà confinato in un tronco, io son colui che in vano essere pietra vuole. —
Cadono l'ombre, s'addensano gelide; il mare ulula; il vento reca strepito d'armi. Oh Roma,
Roma! Oh su' colli piniferi aureo tepente vespero e ne' rigati orti da l'acque nove
murmure che sopiva la cura e lungh'essi gli insigni portici riso de l'amica giovine!
AVE, ROMA
Esule anch'io, pensoso di te, di te sempre pensoso, Roma, non fra gli intonsi barbari Ovidio sono;
nè mi colpì lo sdegno di Cesare, ma la funesta dea che la tua campagna orrida e sacra tiene.
Mi visitò nel sonno la livida Febbre; e il mortale tossico, me misero! tutto il mio sangue tiene.
Lugubre è il mio perire, se ben non sia questo il feroce Ponto e non la scitica freccia nel cuore io tema.
Sotto sereni cieli più duro è l'esilio a tal cuore cui più nessuna cosa che amò rimane.
Stanca è la carne e spira già l'anima, in questa incompresa pace. Oh lasciate un'Ombra verso la morte andare!
Tutto è sereno. Il flutto è docile. Incurvasi il lido come una lira, dove sorgono emerocàli
simili agli asfodeli che illustrano i clivi de l'Ade, candidi. Ma non questa pace il morente chiede.
Chiede il silenzio immenso, eterno, che sta su l'immoto fascino del deserto onde tu sorgi, o Roma.
Quale alto monte, quale oceano infinito, qual somma tenebra vince tanta solitudine?
Quivi la morte sta. Ti vegga da lungi più grande d'ogni più grande cosa il morituro e — Ave —
dica — o tu, Roma, tu dolce e tremenda! Ave, o Roma unica, o dell'anima nostra unica patria!
VESTIGIA
E tu ritorni, o Vita? Ritorni a me con un riso dubio, ed in mano fronde trascolorate rechi.
E tu ritorni, o Amore? Obliquo ritorni, ed in mano rechi l'antica tazza, piena d'un falso vino.
Dice la Vita: — Guardi tu in dietro gli antichi vestigi! Sonvi più dolci frutti, altri ignorati beni.
Dice l'Amore: — Bevi. — Ripete egli antiche parole. — Ecco la nova ebrezza, lo sconosciuto bene. —
L'Anima dice: — Vane lusinghe. Io chiudo un supremo sogno. Da me il mio sogno non uscirà già mai. —
Pure, si volge; guarda gli antichi vestigi. Oh silente pallida ignuda selva non obliata mai!
NELLA CERTOSA DI SAN MARTINO
(IN NAPOLI)
Vita, negli occhi miei, negli occhi di quella che a fianco m'era e credea sé tutta cinta de' miei pensieri,
sé nel mio sogno, ed ebri ancora i miei sensi, e la mia anima con intatti vincoli trarre seco;
negli occhi nostri, o Vita, le imagini tue dileguando come serenamente fluttuavano!
Eran su l'alte mura i tralci (pendevano i neri grappoli da la canna come da un tirso d'oro)
e pe' leggeri intrichi pampinei l'isole e i golfi s'intravedeano splendere: Puteoli
cerula su 'l lunato azzurro, ove l'Ibi migrante agile tra le corna scese de' bianchi buoi,
Baja voluttuosa, e il tumulo ingente che Enea diede a Miseno, e l'alta Cuma che udì gli ambigui
carmi fatali, e il lido lacustre che l'orme sostenne d'Ercole dietro il gregge pingue di Gerione:
plaghe da gli Immortali dilette, ove (come in profondi talami cui piacciansi premere amanti umani)
gli incliti corpi ambrosii giacendo lasciarono impronte sacre, vestigi eterni de la Bellezza prima.
Quella che al fianco m'era — Non senti — mi disse — la nostra felicità salire? Tutte le cose belle
credo io aver nel cuore. — Mi disse languendo la donna tenera. Ne la bocca le rifioríano i baci.
Io che provai? Mi stava su 'l cuore un affanno ignorato. Tutto pareami quivi solitudine,
vacuità, tristezza, immobile tedio, nel muto lume, sotto i muti chiari lontani cieli.
Poi, ne le vaste sale deserte, vedemmo le inani spoglie del re, le vesti, l'armi, i vessilli, i cocchi
d'oro, il vascel vermiglio che tenne le pompe del terzo Carlo; e il tuo cupo rombo parvemi udire, o Fato.
Parvemi; ma più forte salìa verso l'ardua loggia, ove tremammo, il rombo de la città che tutta
quanta ferveva al sole, tutta quanta aperta in un riso, in un possente riso inestinguibile,
illuminando i cieli che in lei tendevano l'arco, avida con rosee braccia abbracciando il mare.
Mise la donna un grido, stringendosi a me, con un lungo brivido, come presa di vertigine.
Poi, reclinata il volto bianchissimo, parvemi in atto di voluttà profonda bere la dolce luce.
— Oh, tutti i sogni miei per questo! — dicea lenta, quasi ebra. — Infinito e pure intimo ne l'anima
come un divin segreto da te rivelato a me sola! — Tacque; ed ancor la bocca parve bevesse luce.
Io che provai? Mi stava su 'l cuore un affanno ignorato. L'anima ansando attese il rapimento in vano.
Pur intendea confuse parole. — Quale ombra ti copre? Quale altro oscuro mondo occupa gli occhi tuoi?
Quello che in te contempli ha forse orizzonti più vasti? Dentro, più lieti s'aprono spettacoli?
Tu possederlo credi! Non è in tal possesso la gioja. Meglio è nel Tutto l'anima disperdere.
Rompi il tuo cerchio al fine! Guardando la donna che t'ama, lascia il supremo sogno al cielo effondersi! —
— Non uscirà già mai da me — io pensava — il mio sogno, poi che non basta il cielo, poi che non basta il mondo
a contenerlo: vince d'altezza ogni cosa creata. Pur questa immensa forza non mi riempie il cuore! —
E, reclinando il capo, non altro sentii che l'interna vacuità fra il rombo de la tua fuga, o Vita.
Sotto raggiava il mare pacato nel fervido amplesso; e la Montagna in contro, armoniosa al giorno
quale una forma escita di mano d'artefice puro, con incessante palpito da l'igneo
grembo esprimea ne l'aria le sue multiformi chimere che lente il cielo sommo conquistavano.
Come divino allora mi parve il silenzio del chiostro ove scendemmo. E un'Ombra muta scendea con noi.
Alto quadrato eretto su belle colonne polite: era il tuo, Morte, candido vestibolo.
NEL BOSCO
(CAPODIMONTE)
Segue i miei passi l'Ombra; mi segue dovunque: mi guarda. Occhi non ha sì dolci quella che a fianco viene.
Ah, perché mai risorgi tu da l'oblio? Perché mai tu d'improvviso mi riprendi l'anima?
Qui noi passammo forse, un giorno, in quest'ora? Gli illusi occhi, l'illusa anima veggono i cari luoghi.
Simili a questi i luoghi che amammo, ove amammo la vita, ove la morte parveci una favola.
Simili innanzi a noi s'aprivan sentieri profondi. Alta venìa ridendo ella fra gli alti steli.
L'ombra de' bei capegli oscura battea come un'ala su la sua fronte; i lunghi occhi parean più neri.
Freschi salìan di sotto il breve suo passo gli effluvi: molli pioveano albori da le vocali cime.
— Ella, ella sola è gioja — cantava il mio cuor dietro l'orme labili. Il cuor cantava: — Ella, ella sola è gioja.
Entro le man sue reca più luce che non l'Ora prima; fatta ella tutta quanta è di sovrane cose.
NEL BOSCO
(CAPODIMONTE)
Ride l'autunno al novo amore. Dal ciel pluvioso ride un suo vago riso lacrimevole
che, trepidando i rami nel lume, la tua pel velato aere imagine suscita, o primavera.
Oh primavera, tutta la selva correano i tuoi spirti, quando io condussi l'Altra verso l'atroce scure!
CONGEDO
_Tu tamen i pro me, tu, cui licet, aspice Romam!_
OVIDII TRISTIUM L. P.
Libro, tu Roma nostra vedrai. Ti manda a la grande Madre colui che molto l'ama, che sempre l'ama.
Recale tu il dolente amore e il desío che distrugge l'esule, e il van rimpianto, ahi, del perduto bene.
Io non tentai nel verso esprimere l'alta bellezza. Troppo ella è grande e troppo umile è il verso mio.
Sol chiusi in te, o Libro, de l'anima mia qualche parte. Va senza gioja. Quasi cenere fredda rechi!
Va, dunque. Roma nostra vedrai. La vedrai da' suoi colli, dal Quirinale fulgida al Gianicolo,
da l'Aventino al Pincio più fulgida ancor ne l'estremo vespero, miracolo sommo, irraggiare i cieli.
Tal la vedrai qual gli occhi la videro miei, quale sempre ne l'ansiosa notte l'anima mia la vede.
Nulla è più grande e sacro. Ha in sè la luce d'un astro. Non i suoi cieli irraggia soli ma il mondo Roma.
INDICE
I.
Il Vespro Pag. 7 Sogno d'un mattino di primavera » 13 Villa d'Este » 21 Sera su i colli d'Alba » 25 Villa Medici » 31 Elevazione » 45
II.
Sul lago di Nemi (Villa Cesarini) » 53 Il Viadotto » 59 Villa Chigi » 63 Il Vóto » 81 In un mattino di primavera » 87 Il Meriggio » 91
III.
La Sera Mistica (sul Tevere, all'Albero Bello) » 97 In San Pietro » 103 In San Pietro » 107 Le Erme (Villa Medici) » 111 Il Pettine (Villa Medici: dal Belvedere) » 115 Dal Monte Pincio » 119
IV.
«Felicem Nioben!» » 125 Ave, Roma » 131 Vestigia » 137 Nella Certosa di San Martino » 141 Nel Bosco » 149 Nel Bosco » 153
Congedo » 157
Finito di stampare il dì 20 maggio MDCCCXCII nella tipografia di Nicola Zanichelli in Bologna.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.