Èl Sgner Pirein

Part 9

Chapter 94,063 wordsPublic domain

— Scusi bene, ha forse perduta la chiave? a star lì accosì si prenderà un raffredore... se vuvole profittare, il mio tetto è a suva disposizione...

— Ah signore, se sapesse... non mi vuvol aprire, perchè dice che sono venuta a casa troppo tardi...

— Oh, si sa, a fagh me, ci vuvol altro, alle volte manca la coincidenza del trabai: e poi sa, noi vomini, abbiamo dei momenti di cattivo umore; bisogna compatirci. Guardi io, se per caso ho le scarpe strette, divento una vipera senza saperlo...

— Caro signore, lei vuvol confortarmi... ma ho l'animo esasperato; il cuore gonfio; lo spirito affranto... i nervi in convulsione...

— Se vuvole, la Lucrezia ci farà la camomilla, venghi dentro...

— Quanta bontà! quanta gentilezza! E nel dire accosì, poverina, la si alza su e mi getta le braccia al collo, arstand inschè come la _lingua di Menelich_ quant a si soppia dèinter.

La Lucrezia che mi sentiva borbotare, la spalanca l'ùss, e non avezza ai tablò che adèss usano per chiudere i drami della vitta, la fa la dis: Vècc matt! Pèisa in cà sùbit!

— Mo Lucrezia, non vedi l'infelice che mi spenzola dal collo? Sùbit la camomella!!

Non avevo finito di pronunciare questa frase accosì calmante, che a seint trî, quater culp ed revolver e un forsenato che si precipitava dalle scale.

Lei, poverina, scossa da quel romore, scappa dèinter da no, e lui comincia naturalmente a darum di cazzut da cunfsiòn. La Lucrezia cerca di farmi scudo, mo lù al la ciapa per quel piccolo scodaino di capelli che ancora ci rimane e la getta per terra int èl premm sit. La Fedora, poverina, pratica della sitovazione, l'era andà a gattamion sòtta al lètt.

Quello che non fece quel vomo in casa nostra è impossibile descrivercelo. Ruppe parecchia cristaleria; al spudò int la faza a mî mujer... e quand l'avè tirà fôra pr' el gamb quella povera martire, e la vidde livida e contrafatta, si mise a gemere, dicendo:

— Perdonami Fedora... amor mio! mio angelo! mia vitta!!... E tutti duve seduti per terra con el gamb sòtta al lètt, e la bandinèla dla querta in tèsta, cominciarono a farsi tanti ziricocchini che, per non disturbarli, ci dovessimo ritirare, sino a che, facendoci un mondo di scuse, i saltonn fora tenendosi a braccetto, e ci abraciarono e baciarono senza distinzione di sesso, al punto che ci dovessimo dire: — Quando ci favoriscano fanno sempre un piacere.

*

Ma... comme sia stato, non lo so. Quel furibondo è scomparso, e Fedora fa una vitta più tranquilla; viene, ogni sera, un suvo zio, un vomo serio, che ha per la nipote tante premure, sicchè lei dice con la purtinara: — Eh, Palmira, non è meglio accosì? Meno pugni e più quattrini.

Ed ha ragione. Non sarà amore moderno... anzi sarà affetto antico, ma la cristaleria non sofre ed i nervi si limitano al puro necesario.

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 29 dicembre 1898.

DA UN MSTIR A QL'ALTER

_Car èl mî sgner Derettòur..._

_Romma, dicembre._

Sono purtroppo a spasso... Per quello considerata la cossa dal per d' fora, diremo, non è micca da disprezzarsi, perchè non più tardi di ieri me ne andai al Pincio con un sole più bello che si poteva veddere, cossì che qualunque fossi in gavardina, non davo nell'occhio, ma la peggio era il per di dentro che, non mi vergogno a dirlo, e tanto per non sentir molto gli stimoli della gola, ho trovato il sistema che diviso il pane in tre parti, si giuocchiamo a briscola quel po' di superfluvo che sarebbe il companatico, non essendovene per tutti, e quello che vince mangia e gli altri duve stanno a veddere che si divertano una massa comme è natorale.

Del resto la mî Lucrezia, che viene comme me da una buvona famiglia, ci piace di salvare il decoro degli indumenti, e dice, con ragione, che gli interiori nessuno li vede; io però mi guardo bene di fermarmi di sera con la lus elettrica che mi percuota nella schiena perchè ho timore di trasparire e che si vedda èl mî pover stòmgh poco persuaso di quel nulla che ci vorrei sgabellare, per dire in classico, per nutrimento da galantvuomo.

Mo se l'essere a spasso da un lato, comme ho detto, fa bene alla salute, produce poi il danno delle scarpe che a dire la verità, purtroppo, hanno le suole con qualche bucanino nella pianta sicchè mi ci va dentro la polve... il quale sebbene sia polve d'eroi, comme dice Pavolo nella Francesca t'amo, fa però un brutto sentire, pegio poi quando, comme mi sucese ieri ci penetra qualche sasolino, che essendo in compagnia dovevo fare il disinvolto, e ogni volta che deponevo il piede in terra era uno spasimo; basta quando Dio volse, rimasi solo e potei estrare il proietile provando grande sollievo. Beati quelli che vanno a cavallo, a dseva, che almeno anch se j han el scarp ròtti non soffrono i tormenti dei sassolini, ma io purtrop, non ho neanche quel vantaggio che lì, e in questa circostanza sarebbe una vera providenza.

Non credda micca signor Derettore che io stia colle mani alla cintola, comme si suol dirsi, chè fra gli alter coss an la port brisa, la zengia. Mi sono andato a raccomandare da per tutto — sino in Vaticano, chè mi avevano detto che c'era morto uno di quelli ch' dan al tèil ed ragu alla Cappella del Papa, ma avevano già nominato il successore.

Avevo trovato un prenditore del lotto d'andarci il giovedì sera, che mi dava una mezza lira e un busslott ed sgadezza, ma sventuratamente capitò un signore che fece una giuocata di terni e quaderne per 14 lire e 75 centesimi e quando ebbe in mano i polizzini, mi disse che aveva lasciato la borsa dentro ai pantaloni per casa, e che li andava a prendere. Io natoralmente da persona educata risposi: mo ci pare! facci pure il suvo comodo!! Ma o che non ritrovasse la borsa, o che dimenticasse il numero della bottega, il fatto sta che, poveretto, non si vidde più e chissà che notte d'angustia avrà passato.

Il padrone natoralmente se la prese con me, perchè diceva che non si fa credito, e non solo non mi diede il mezzofranco pattovito, ma avrebbe avuto la bella pretesa che pagassi io l'importo, sì, con questi quattro? E sta a veddere che ci debbo stare davanti io se uno perde la borsa!

Per fortuna che non cè n'è venuto neppur uno per quel verso!!

E così appena dischiusa una onorifica carriera, il fato viene a troncarla miserabilmente.

L'altro giorno vedo fuori un avviso di concorso per posti d'allievo macchinista nella R. Marina e io, spunzecchiato anche dalla Ergia, che l'edea dell'ocevano ci piaceva per sentirsi, comme diceva lei, sdondolarsi in braccio ai tridoni, vado e l'impiegato mi dice: Si tratta di un suvo figlio?!

— Mo che figlio! Io non ne ho, e anche ne avessi non li slancerei in alto mare senza che avessero la vitta stagionata dall'esperienza!

Questo giovinotto si mise a riddere comme per prendermi in giro; per fortuna che lì vicino c'era un altro, una persona educata che mi disse:

— È dunque lei che vuole arolarsi?

— Sissignore, io Pietro Sbolenfi.

— E sta bene, ma bisogna che Lei si sottoponga alla visita medica e m'introdusse in una camera chiamando altri tre o quattro, tutte persone allegre, e mi ordinò di spoliarmi.

Fortuna che mi ero cambiato di camicia, la mattina, che anzi non avendone più delle mie, ne avevo una dell'Ergia racorgiata con apposite bastine sino alla misura ragionevole e ricamata a giorno nella orlatura superiore colle maniche a balanzino.

Le mie, per quanto le avessi date ad una lavanderia a _vapore_, ci metteva più tempo delle altre.

Benchè fosse freschino, mi spoliai proprio come un Adamo, se vogliamo, a scartamento ridotto, perchè sono piuttosto mingolino, e solo chiesi il permesso di tenere il ginasino per evitare di prendere il rafredore, il che mi fu accordato ad unanimità.

Intanto quello che disse d'essere il medico cominciò a picchiarmi con un certo vigore nelle costole, e a contare i paternoster della spina orsale, dicendo che pareva ne mancasse uno: io l'assicurai che non mi ricordavo d'averlo mai perduto, e si persuase.

Poi cominciò con di quei metri a cordella a misurarmi la grossezza e la lunghezza di tutte le membra umane trovandole ora troppo lunghe ora troppo corte; e dettando i numeri a uno che scriveva, comme fanno i sarti quando si fa un paltonzino nuovo, cossa che io mi ricordo in barlume.

Tutto era andato bene, quando sisignore che arrivato, con buon rispetto al piede sinistro, trova che l'anulare è piegato ad arco da ponte, e allora io pensai che è poi per quello che sotto ci passa l'acqua, quando entra nei bucanini, e quindi disse che non potevo essere ammesso.

Io ci feci notare che per stare in un bastimento...

— Nel bastimento sta bene, sogiunse lui, ma quando si va in terra?!

— Ah, credda signore, che se andassi in terra, troverei la forza di rialzarmi per il bene inseparabile... ma ad onta della mia eroica risposta, fui dichiarato inabile per anulare arcuato a schiena di giumento, e cossì eccomi chiusa da un dito la via ad una brillante carriera!

* * * * *

Avevo anche trovato d'andar a lèzzer i _Promessi_ _sposi_ a un vecchio signore russo, sòurd com è una zùcca e che non capiva una parola d'italiano.

Appènna che am vdeva al s' ficcava int un urèccia un coren che ci forniva sua moglie, e io ci dovevo urlar dentro un capitolo al dè.

Una di quelle fatiche da rimeterci un polmone, mentre poi l'amigh non se ne dava per inteso — e il peggio si era, che tanto lui che la suva signora che non stava mai lì, ma era sempre di là a studiar l'italiano con dei maestri sempre nuvovi e gioveni, non parlavano del molumento in una lira per capitolo, non compresa la peste, che essendo il più lungo, la signora disse che fava un conto a parte.

Finalmèint, spinto proprio dai bisogni più urgenti, finito il capitolo aggiungo del mio, dèinter int èl coren: «Monsù, escusez bien... mais arè besoin de bajochs».

Cossa volel vèdder, sgner Derettòur?! Se avess mess una brasa int l'urèccia a un sumar, non avrebbe fatto il salto che fece quel russo che lì, e poi mi cominciò a correre dietro per discendere a via di fatto, mentre nella suva lingua mi diceva di quelle insolenze che ci dicco la verità se non trovavo l'usio mi poteva accadere di peggio, però una mi colpì nella testa che giunto a casa dovetti meterci della carta cencia bagnà int l'acqua, ma la bergnocola ci venne e a purtò èl nezz premma zall e po ròss e po nèigher che mi disero poi che era la bandira rùssa.

Cossa dice mo lei che sia stato quel vago felomeno che lì, di quel vomo che ci aveva già pasato per le orecchie 10 capitoli del Manzoni, senza che dimostrasse di aver capito niente, e con quelle poche parole del mio, che ci si sviluppa quèl strazz d'ira da scacciarmi quasi a furore di popolo comme ci avessi detto più del suvo nomme?!

Natoralmente io non ci ho messo più piede e lui sarà là ad aspettare la peste, se! cinein, avrai un bel da ziffolare se l'aspetti da me! ed anche Lucrezia dice che ho ragione.

Dall'_È permesso?..._, 4 dicembre 1892 e 8 dicembre 1894.

L'AMORE È UN DARDO...

_Romma, 22 gennaio 1899._

Anzitutto li prego di non parlare colla mia buvona Lucrezia di questo fatarelo, micca per niente, ma alle volte, è un momento a turbare l'armonia, e loro sanno che tanto una famiglia comme il Liceo Rossini, non sarebbero completi se an i foss l'armunì.

Sicuro ero lì per Via Nazionale, acosì tanto per far venir sera, quando veddo una donina, smilza con duve piedi che parevano quelli di suvo fratello, dei capelli comme la pirùcca di Messalina e la faccia cosparsa di crusca da sembrare una pagnotta da suldà, e soridendomi come quèll tèst ed tigra ch'han fora i plizzar, mi si rivolge dicendomi diverse parole, da cui comprendo ch' l'era una furastira, perchè i furastir j ein com'è èl mal ed stòmgh; is capéssen dalla lèingua.

— Scusi, a fazz me, ma non ho il bene di capirla... E ricordandomi i vecchi studi d'inglese, ci sogiungo: _Ai not studerland_, che come sanno, vuol dire: Non capisco!

Ma lei poverina, diventando rossa e verde com'è un fugh dal bengala, pareva che non potese star ferma, e finalmente la dice:

— _Vater closet_...

— Ah, ho capito: non _closet_, vuol dire _soda-water_, venga meco, che la conduco alla farmacia.

Ma lei, ostinata, fava di no colla testa e sempre più si smaniava.

— Si spieghi colla mimica, a fazz me. E ci faccio capire coi gesti, che se aveva sete si tocase la boca, e via discorrendo: ciovè, tutt'altro perchè accosì non si parla.

Ma si vede che, oltre non comprendere l'italiano, l'era anch zuccòuna ed sô fatta, perchè tirand fora un apis, la scriv un 100 còntra la muraja e me lo indica.

— Ah, finalmente! esclamo io, mi dispiace, ma non ne ho degli spicci; eh! cambiar cento lire non è micca accosì facile... può provare da un cambiavalute.

Intanto pasava un altro signore e lei, senza neanche dirmi grazie per gli schiarimenti datici, va da lui e mi pianta lì; ma ci è stato bene, perchè lei si vede che cercava il palazo delle Belle Arti, e quèl sumaròn ci insegnò invece, poveretta, una di quelle che suvonano la sera i soldati nella piazeta dei Servi, e che è li vicina.

Imbecille! Ma pure, ce lo debbo confesare? Quel breve coloquio intimo con una signora che, senza dubio, era la figlia della bionda Albione, mi risvegliò nell'animo una simpatia profonda, poichè compresi quanta cultura e gentilezza di animo si racchiudevan sòtta a quèl capplein ed tèila inzirà, nèigra, che ci dava l'aria d'una butteglia incatramà, e mentre mi parlava, col vivo desiderio di essere capita, si leggeva su quel viso poch sdazzà, ma sempatich, una lotta interna, da lasciarmi capire che ci avevo fatto una certa impresione.

Accosì, quasi intratenuto da una forza irresistibile, a stè asptar; ma si vedde che non c'era subito lì il guardia-portone a dirci che s'era sbagliata, sicchè tardò un pochino a tornar fuvori, e, vedendomi lì, diventò nuovamente rossa, e siccome stava chiudendo il catovino degli spezzati di bronzo, preparò quattro soldi, e pare volesse darli a me, ma poì si pentì... e sorridendo nel guardarmi la si avviò.

Ed io: dietro! Cossa avrà significato con quella mimica che lì di dire dei quattro bajocchi? Chi lo conosce il gergo dell'amore per dlà dalla Mandga?

Che abia voluto farmi veddere che è ricca e puvò accosì far felice il vomo che la farà suva?

Basta, lei, ogni tanto, si voltava, e finalmente veddo che infila il giardino del Quirinale e parla con una guardia che è sempre lì, poi si mette a sedere togliendosi di tasca un giornale del suvo paese...

Io mi metto a fare il ronzinante intorno alla banchina e lei, per non compromettersi, invez ed guardarum a me, pareva che facese l'ochietto alla guardia, un piò brùtt rosp, e lui, per ingrazionirsi, fava il geloso sorveliandomi comme che fosi un sogeto pericoloso. Comme sono rari i vomini di spirito! com' dseva quèl che guardava una butteglia ed rusoli fatta con èl bost ed Garibaldi!

Ma la fiama entro di me, incigantiva; l'edea di essere amato da un cuvore straniero, era accosì nuova e accosì lusinghiera per me, che senza dar tempo a nesuno di meravigliarsi e dòpp avèir spulvrà alcune vecchie parole britaniche, mi getto a sedere nella banchina, esclamando:

— _Vere vell zengu'ju!_

La guardia fa l'atto di prendermi — ma l'angelo mio, perchè in quel momento era diventata un angelo, si mette a riddere... e ci fa cenno di lasciarmi stare. Il sentire la propria lingua in terra straniera, l'aveva comosa — poverina — e per dimostrarmi la sua gratitudine, la fa, la dis:

— _Yes!_

— A per zio, a fazz me, la voce del cuvore deve essere uguale in tutto l'universo, perchè i suvoi batiti hanno da per tuto la stesa cadenza... e accosi tu devi capire il mio amore, sebene non te lo sapia tradure in inglese. Lei seguitava a riddere e la guardia che capiva l'italiano, riddeva più di lei... Si capisce! gente materiale che credde che il feminismo consista fra una serva e quell'altra.

Però vedendo che per quanto quella donna mi amase, non riesciva a capire quello che dicevo, ci domandai, coi gesti, l'apis con cui poco primma aveva scritto il misterioso 100, int la muraja, e lei gentilmente me lo favorì dandomi anche un pezo di carta che aveva in tasca. Appena mi cinsi a scrivere, tutti mi furono sopra a veddere, e dei bambini rampicantisi sulle mie genocchia dicevano: Bravo, ci facci degli omarini!! Stufilà pur vualter, dicevo fra me, io stò lavorando per la mia felicità, ed infatti presento a lei, poverina, l'opera mia: un cuvore trapasato da una freccia.

Per disimolare naturalmente la propria pasione, la si mise a riddere tenendosi le mani dove avrebbe dovuto avere la panzina, ma quegli ineducati, che mi circondavano, compreso la guardia, cominciano a fischiarmi e a tirarmi delle breccie contro il ginasio... Oh sta a veddere che in duve minuti avrebero preteso che dipingesi chissà cossa.

È un lavoro fatto senza pretesa, e che solo lei deve capire ed aprezare.

Ma, non ci fu verso; j urel si favano sempre più forti e i ragazini non mi lasciavano in pace — talchè essa lasciando cascare, chissà con quale strazio, quella carta con il mio cuvore, la scappò zò dalla scalinà, mentre io, fatto eroico dalla potenza del nostro afeto, ingiunsi alla guardia di farmi largo in mezzo a quel monelismo di dire d'essere fatto a bersalio dla giarleina municipale.

* * * * *

Sono pasati parecchi giorni — ma per quanto abbia gironzato preso gli Alberghi e nei fori dovve vanno i forestieri, non mi fu più dato di vederla, infelice, chissà comme sarà disperata!

Intanto l'unico conforto che mi resti è quello di andare tutte le matine a basar quèl 100 scrito dalle sue belle manone int la muraja!

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 26 gennaio 1899.

ÈL TÈRRAMOT

_Romma, 23 luglio 1899._

— Che cossa è il terremoto?

Èl tèrramot sono i sborborismi della terra, la quale, chissà che diavel la magna, ci si sviluppa dell'aria nelle viscere e produce qui sù e zò e quegli scuotimenti, comme succede nelle panzine umane.

Io ero lì sul letto che mi spezavo da solo il pane della sienza, quando sento il giacilio che pareva volesse malciparsi... Ohe! giudizio, signorine! a fazz me, ritenendo fosse una sciochezzina di alcune bestiole, che alle volte, nostro malgrado, alignano int i paiazz, che è poi per quello che si sente a dire che hanno bruciato il paglione.

Ma mentre facevo questa ipotisi, mi accorgo che anche altri ogeti apesi alle pareti, parevano scudrinà; tutta la verità mi si afaciò d'un tratto nella camera oscura dell'intelligenza... Non c'era dubbio: si trattava del terremoto... e che tèrramot d'un tèrramot!! Mi pareva di essere sull'altalena.

Intant la Lucrezia palida come il chiaror che vien dagli astri d'or; con quî quatter splùch drett sù int la tèsta, de parèir una sdareina fuori d'uso, con j ucc' fora dalla tèsta com è un ranocc' dscurdgà, la m'ariva int la stanzia urland:

— Ah, Pierino! Pierino! si spalanca la voragine. Salvami!...

È certo che lo scherzo è bello quando è breve, e la sdundlà la cminzipiava a èsser lùnga... Sicchè visto che non la voleva smettere, mi decisi a vgnir zò dèl lètt; se lo scopo che si era prefisso era questo, niente di meglio che livarum, per farlo cessare.

Infatti accossì fu, e la povra Lucrezia, riconoscente d'averci fatto finire tanto il susultorio che l'ondulatorio, si slanciò fra le mie braccia, ed io fra le sue che a pareven dòu vit sècchi di un vigneto abbandonato.

Questo lungo amplesso col contato dei nostri seni, ci rinforzò comme succede negli accumulatori dei trabai quando toccano il palo di carica ed io sciogliendo quella specie di nodo gordiano, a fazz:

— Ah, se Dio vol, anch quèsta è fatta!

— Pierino mio, che pavura... ho creduto nel momento di essere io, che mi venisse un improviso malore... e quando ho capito che era il taramoto, son corsa da te che sei il mio rifugio... pensando: almeno si schiaceremo asieme...

— Povra la mî cocca, il tipo vero della fedeltà coniugale di dire, se si dobiamo strifolare, strifoliamoci asieme, propri io sono come quel Polione, amante di Norma, che per quanto faccia per liberarsene, lei ci dice: «_sul rogo isteso che ti divora, sotterra ancora sarò con te_...». Che strazz d'una fedeltà!!

— E non deve essere accosì l'afeto che non ha confini, com è un Comune senza cinta daziaria?!

— Sì cara, l'è però una dsgrazia pr'i presentein!

— Chi êni i presentein?...

— Le guardie daziarie... sotto il vecchio regime... e se ci levi la cinta, cossa j arèsta, puver diavel?... la daga nò ed zert...

Ma mentre noi si giocarellava accosì di spirito per riaversi dal sacussot, che fava più impressione a pensarci su, di quello che nel momento culativo; sulle scale del casamento si sentiva un bacano d'inferno e anche noi, per non parere di volersi mantenere govisticamente estranei alle sventure cittadine, sortissimo sul pianerotolo.

Non ci so dire la confusione: vomini in bùst ed mandg; delle signore in corseto da note aperto davanti e che si facevano un X cole bracia sul seno per via del pudore; delle serve con la bòcca sporca ed pomdor pr'avèir pilucato èl cucciar ed l'ùmid; dei pargoli in patajola per star più freschi; una ragazzeina esterica, tremante com è una foja, centellinando un bichirein d'alchermes di S. Maria Novella... l'incombenza inevitabile per chi si reca alla città dei fiori.

Tutti parlavano in una volta, tutti nel rispettivo piano, con la tèsta vultà in sù com è ch'ai fùss un ballòn pr'aria, o vultà in zò com è ch'ai fùss cascà èl calzèider in fònd al pòzz.

Tutti, natoralmente cuntaven cossa i staven fagand nel momento della impazienza celeste, comme ci dirò poi che la spiegava quel fachino.

Sòul due sposini gioveni che stanno al quarto piano, smurt comme duve pezze lavate, erano talmente imbacuchiti che uno diceva una cossa, uno un'altra, e fra sti coss non si capiva cossa stavano facendo.

L'Ermenia, la serva dei Brigoli, stava macinando il caffè quant a j è cascà adoss la scatla dèl lùster ch'era sù per la fuga, fagandi vgnir èl nas nèigher com è èl Duttòur Balanzòn.

La signora Birilli, una vedovina tutta gas e benzina, apoponas e china Migone, dice, che era disinta e stava scrivendo un carmine, perchè si diletta di povesia, quando ha sentito quel affare, nel momento ha creduto fosse uno stiramento di nervi, poverina, è tanto nervosa, ma fatta consia della verità si è infilata la vestalia ed è corsa sulle scale... e dicendo a così lascia vedere una gambina nera con delle ciabattine già ricamate in lana.

Un socio dello sport fava lo spavaldo dicendo che appena aveva sentito il terremoto si era messo a cantare: «Celeste Aida».

La portiera dal fondo del abiso, chiedeva se era vero che fra duve ore sarebbe venuto il contracolpo, perchè, diceva, che la roba che si era spostata doveva tornare a posto.

Un professore, che sta al mezzanino, che ha in corso di compilazione una gramatica greca, al punto che la povera suva signora la tein purtar un fazzulètt ligà com è quant s'ha la flussiòn, per vî 'd ed tgnir a post el mandebol dal gran sbadacciar, si accinge a spiegare alla portinaia che cossa sia il felomeno del terremoto...

Allòura molti stanno per ritirarsi nei proprî apartamenti, presi da quel malesere che fa nascere il ricordo dei tempi felici nella miseria, quando io dall'altezza del mio quinto piano svincolandomi dalla Lucrezia che non mi vorebe lasciar parlare, per tema che dichi delle bazurlonate, a fazz a degh:

— Scusi professore, permete che ce la dicca io la spiegazione del terremoto comme la dava un fachino della mia città nativa?

— Facci, facci pure, m'arspònd il dotto vomo, arabè perchè ci rubavo il mestiere.

— Jusfètt dmandava a Pirein: Te ch' t' cgnoss tanti coss, em sat dir, cuss è èl tèrramot?

— Ai vol poch. Hât vest èl Pader eteren ch' l'ha èl mònd in man con in zemma una crusteina?! Bèin, ogni tant al cava la cròus e al guarda zò. Quand al vèdd che a fèin i matt, al dà una scussadeina digand: Ohe! galantomen, druvà giudezzi!

Un rumagnol che sta al primo piano al fa:

— L'è vèccia più ch'è èl cùcch!

— Mo è bellina...