Èl Sgner Pirein

Part 8

Chapter 84,076 wordsPublic domain

A dir la verità am n'indspiasè perchè era un ginnasio quasi nuovo, lùster col mio sistema, che quanto è unto sino a metà lo faccio ungere sino in cima, accosì non si capisce più niente; ma il signor Presidente che fava degli omarini sù int la tavla, bagnand el dida nei bicchieri, si gettò a ridere comme un mantecato, e disse: Stia tranquillo che un bel cappello ce lo faccio dare dal Comitato: ne hanno presi tanti!

Io lo ringraziai commosso perchè il vino mi rende tènder d' piccaja, di attacagnolo, e si seguitò a bere.

Il segretario che doveva fare il verbale della seduta, al s' diverteva a tirare nel naso agli intervenuti le anime d'oliva, e beveva senza tener nota del parere che si diceva.

A poch a poch, e bèv e bèv, cominciassimo ad esilerarsi e intonassimo il coro: _O fosco cielo_, _la notte bruna_... accompagnandosi con i pugni sulla tavola, che faceva scodociare i bicchieri e le bottiglie.

Gli inservienti, che avevano bevuto a sorci il collo delle bottiglie che andavano distoppando, si erano esilerati anche loro e ce n'era uno che arrivava dei copponi al signor Presidente, che si era fatto un cappello col regolamento della giuria, e cantava a squarzagola.

Un altro si era estratto la uniforme e cossì in busto di maniche diceva che era Ziotti e giocava al ballone colle bottiglie di vino, insomma bisogna dire che l'unica etichetta che fosse rimasta, era quella incolà nel ventre delle medesime.

E qui si seguitava a bere e a mangiare le olive, io a dire proprio la verità non avevo fatto colazione, perchè credevo che ci fosse lì — perchè a pinsava che mentre si mangia un boccone si beve il vino, e cossì ci sembrerà più saporito — laonde nel mio stomaco c'era appena appena un caffè col latte, senza bagnarci niente dentro, e con èl stomgh acsè vud, tutto quel vino di diverse qualità più le olive, mi fece una brutta burla, cioè che mi girava la testa che a pareva sù int la giostra.

Tùtt j urlaven, sèinza avèir mai fatt j urladur, e insòmma al pareva, brisa l'ultum dè dèl giudezzi, mo ql'alter sùbit quant dèl giudezzi a n'i n'è propri più.

E que il giramento seguitava, sicchè mi tenevo duro alla tavola, mentre gli inservienti favano la corsa dintòuren, e anche loro retribuivano a far crescere il giramento, sicchè am veins una spezia d'un vèil, di una trina, dinanz a j ucc' e confesso che non capii più niente.

* * * * *

Dop dû dè am dsdò e mi trovai nel suo letto circondato dalle cure della famiglia, che mi disse che mi avevano condotto a casa cargà int un fiacher, assistito da due inservienti che dissero d'avèirum truvà int la mùccia, ch' s'era furmà sotto la tavola in unione al signor Presidente, e fortuna che ci erano i cartellini colle annotazioni, altrimenti chissà dove andavamo a finire. Mi dicano quelle donne che stettero in pena perchè a pareva un zoch e ci toccò perfino di estrarmi le scarpe, con rispetto dei lettori gentilissimi; sicchè si temeva d'un colpo popletico.

Ma poi si consolarono quant am mess a cantar: _Eri tu che bagnavi quell'angolo_...

Domani si aduniamo per dare il voto, non ai bicchieri, ma proprio a quelli che sono già stati stabiliti di darcelo, dovve non si sa, ma pare nel salone dei concerti.

Non ci nascondo che a sòn sbumbanà, mi fanno male le ossa, ho la bocca che sembra un pantano. Ma cossa sarà stato? Èl sgner duttòur dice che fossero le olive che ci hanno fatto male, ma me a ritein invezi che sia stato quel po' di vino a stomaco vuvoto.

Basta all'avèin scappà, l'abbiamo fuggita, e sia ringraziato il cielo.

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dall'_Ehi! ch'al scusa... all'Esposizione_, 4 settembre 1888.

DALLE RIVE DEL GOLISEO

(ÈL SGNER PIREIN A RÒMMA)

IMPRESIONI ROMANE

_Romma 23 giugno 1889._

... Chi lo avrebbe detto l'anno pasato che io ero a Bologna senza nessuna edea di dire vado via, e invece quest'anno che sono qui all'ombra del goliseo, comme dicano, ma che non è micca vero, perchè invece cè un sole che si cuciscono le ova in bisacca, a quelli che le avessero ben inteso.

La Lucrezia poveretta da para suva, si climatiza abastanza, non accosì l'Ergia, che ha sempre l'agitazione di dire che passano gli anni e sono sempre qui, e quanto poi sente che qualche signorina si è fatta alla sposa, colle compartecipazioni tutte indorate a diversi colori, ci torna la tosse nervina, che il professore dice che non è niente e ci ordina la noce vomica, e non ha micca tuti i torti perchè si diventa anzianete condanate a stare collo scaldino vicino al fuvoco comme quel cane che va a dormire sul casonzino dalla legna da bruciare con dei gnicchi che pare un omarino vero.

Non ci starò a descrivere le belezze della città dei Cesari Lugli[21] che lo vedo sempre che fa il calegino e il giovinotto perchè già lui le conosce che vi sono dei marmori e delle stoccature che le danno anche qui che bisogna provare per crederlo. Quando si va dentro si dice: è tutto qui? Ma poi basta misurare gli spargolini dall'acqua santa per dire che strazz d'una cisa, che cencio di una chiesa! Quando si viene fuvori i duve fontanoni che primma si vedevano davanti si vedano didietro che fanno l'acqua polverizata e cossì quelli che per la meraviglia restano a bocca aperta fanno le nalazioni a gratis e nel mezo cè una punta di macigno con dei gerolifici che sono belli perchè nessuno li capisce.

Su per la scalinata vi sono dei nidi di ciucciari vomini, donne e piccolini che diccono che sono lì per beleza perchè sono artistichi e quanto più sono sporchi, e più di accosì non si potrebbe, tanto più sono artistichi, e che viene ad essere comme la corconzola, il quale dicano che con più cè la muffa e i bigattini tanto più è buvona, ma io primma ci vorrei dare la santonina. Non ci pare?

In quanto alle donne che si veddono, io ci guardo poco perchè la Lucrezia è celosa, ma sono fatte senza colomia e i neonati posono dire: va là mònd ch'a t'ho gudò, perchè sembrano proprio i macamondi di dire questa è l'Africa e questa è l'America, quella che lì la via lattea e via discorrendo.

I mezzi di trasporto sono infiniti e gli omnis che per tre soldi vi conducano a spaso per delle mezze ore intere, siccome si va su e giù, così ora vi sono quattro cavalli, ora tre, ora duve e ora si potrebbe fare anche con nessuno, ciovè nelle disese che si andrebbe anche senza tirare nessuno.

E la cirandola? Che la chiamano accosì per fare dei complimenti, comme quando si invita a pranzo che si dice vieni a mangiare una suppa e poi invece vi sono i tortellini e tante buvone piatanze, lo stesso ci diccono una cirandola, eppoi sono dei più bei fuvochi con un palazzo fatto a forza di luce che si resta inochiti per venti minuti circa.

Ma io ci vengo a contare delle cosse che lei sa benissimo, mentre èl scopi di questa lettera era quello di farci tanti auguri di felicità, prosit, grazie e... tersuà a lòur sgnòuri.

Da una lettera gentilmente comunicata dalla signora Margherita Buldrini vedova Orlandi.

TRASLOCO INFAVSTO!

_Caro signor Derettore,_

_Romma, 10 maggio 1892_.

Anche che a lui non c'importi, io desidero di dirci che sono infranto, scoraciato, causa quanto segue.

Comme saprà qui non vi sono i _sanmicheli_ propriamente detti, comme si usa nella mia cara Bologna dove l'otto maggio squasi tutti i mobili petroniani fanno una specie di primo suddetto, scendendo nella strada comme un sol vomo, a zigar sulle barelle, spesso feriti a morte, con el gamb ròtti o la pelle scuargiata, mentre gli uni saliscano, gli altri discendano, e spesso ruzzolano giù dalle scale, e i più cattivi sebbèin che j lighen com è salam, hanno il coraggio ed scapar vî dalla broza, e spacarsi il cranio sui sassi, comme mi successe una volta con ùn ed qui Napoleon prem ed zèss che un facchino anarchico, aveva mess a mia insaputa in zemma al carr, sotto cui, am arcord, ligà una caldareina che con melanconico dondolìo, secondava i sussulti del veicolo, rimpiangendo forse l'abbandonato ramponzino nella vecchia cucina, e spaventata sull'ignoto avvenire.

Bèin, questo stupendo spettacolo: una delle manifestazioni più simpatiche della intelligenza bolognese che dice: ah! tu cambi domicilio? ma lo voglio cambiare anch'io e nello stesso giorno..., accosì non sarà tanto facile trovare i vomini e i veicoli pratici della partita; e spenderemo un occhio della testa (del resto di occhi, propriamente detti, non ne ho mai visti che lì!) perchè giustamente, vogliono quel che vogliono e ricoreremo ai carri coi buvoi rurali, che, molti esperti a caricare delle canape, non sanno poi mettere su un canapè e succede non di rado che i metten di spicc' in fònd al carr, e sòuvra j armari e i cumà, con quale egatombe è facile figurarsi se si sa la fracilità della cristalleria in genere; bèin, questo stupendo spettaculo non si puvò gustare nella città dei Cesari... dovve: _tremendo egheggierà_, comme diceva la Norma presentendo forse lo scoppio della polveriera[22].

*

Ma turnand a Bulògna, dovve mette lei, sgner Derettòur, l'emozione che si prova in questa gran giornata, quant a mèzzdè non si sono potute avere ancora le chiavi del nuovo appartamento, perchè gli aquilini, si sono bistigiati col padrone di casa, che aveva la strana pretesa di voler la ratta di fitto e per farci dispetto, si tengono le chiavi suddette, e la fanno con me, nuovo arrivato, che non ce ne ho nè colpa nè peccato, come si suol dirsi, costringendomi a tenere il mobilio imobile sopra il carro, magari sotto la sferza della pioggia, che non so poi percossa abbiano dato la sferza al sole, mentre mi pare che la vera sferza l'abbia l'acqua che viene giù che sembrano proprio tanti curdseini d'arzèint.

D'altronde l'ott ed mazz, che piovi, nevichi o tempesti, an j è rimedi, bisogna andarsene a spass colle zangatoline famigliari, mostrando a tutti le proprie miserie, depositandole magari sotto un portico, se non si potè trovare il buco che vi convenisse, pagando prima, s'intende, perchè giustamente i proprietari non sanno disgrazie e dicono: una volta dèinter chi si è visto si è visto!...

Qui a Romma invece che è la capitale del Regno, si cambia casa comme i Ministeri quando si vuole, talchè nel cuvore della notte, si vedono dei Sanmicheli... di gente che per non incomodare nessuno se lo fa da sè, e così procurano al padrone di casa un quarto d'ora o anche 22 minuti di buon umore, quando la mattina trova sulla scala la chiave di un quartiere dal quale doveva avere il fitto di duve mesi, perfettamente vuoto, e senza aver modo di seguire le orme dei pazzarelli che ci fecero la burla, perchè, natoralmente, avevano dato un nome e cognome falso comme quasi dicessi j urcein che indossa la mî Ergiola, e d'altra banda dovve cercarli nella vastità di Romma che si sta dei mesi senza incontrarsi l'uno coll'altro? Ma l'affare delle picioni scadibili di mese in mese ha dei vantaggi che una persona d'ingegno può rilevare di leggieri. Pr'esèimpi, a Bologna si capita in una casa dovve la cocina ritiene il fummo e nosignore che bisogna stare per un anno a far la vitta di bucchein ed spomma o di persùtt ed Vignola, mentre qui as tôl sù arum e bagai e si va dovve ci sia una cocina più ragionevole e che facci il suvo dovere.

Per questa facilità dei trasporti che si verificano ogni giorno, vi sono delle società di fattorini pubblici, pratici di smaneggiare il mobilio, e così anche che lo rompino, si può accomodare facilmente.

* * * * *

A me successe che per lo scoppio della polveriera si ruppero i cristalli della finestra davanti che per fortuna, erano di carta. Il padrone col pretesto della forza maggiore, non volle saperne di rimetterceli del suvo e diceva che toccava a me, io invece sostenevo che toccava a lui, basandum, baciandomi, sul concetto, che lo scoppio di una polveriera non è cossa che succeda proprio tutti i giorni e che nessuno poteva prevvedere primma che succedesse, dunque per stretta locica, comme disse un avvocato che interpellai, doveva pensarci lui... e lui forse ci pensava, ma un bel pensier non fu mai un lastrone! comme dissi io per far la materiolina, e doppo che ci fummo presi un bel mamone per cadauno, io, la Lucrezia e la mî cara Ergia, dormendo sòul con i tlar che tengono poco, disdissi regolarmente il contratto e fermai un bel quartierino al primo piano, cominciando dal disopra, in via: _Testa spaccata_ che, comme sa, rimane vicino a via _Macel dei Corvi_, nomi di strade che fanno venire la pelle ochina e vi fanno pensare a duve appendici del _Secolo_ o a duve drammi di Ulisse Barbieri, invece sono le strade più pacifiche e più... sporche della vecchia Romma, amess che la Romma giovane sia meno sudicia di quella che là.

* * * * *

Il quartierino fava al caso nostro e io lo fisai, depositando duve mesi di picione, e pagando all'esattore incaricato dal padrone, anche il primo mese anticipato comme si usa. Essendo vuoto, ai pseven andar a nostro bene placido, ma quel donn, per far le cosse in regola ci volero andare doppo un mese, cioè quanto cominciava il contratto. Allòura a tolsen due fattorini con una bèla brozza e combinai il prezzo, più un fiasco di vino per la suva buona grazia.

Il corteo era accosì composto: dinanz il caretto che uno tirava e quell'altro spingeva, comme si usa anche fra noi quando non vi sono asini, mulli o altri quadrupedi, con sopra il nostro mobilio, che contrariamente all'uso del paese, quel donn j aveven vlò spulvrar, mentre in generale, qui nei traslochi as porta vî incossa: el tèil ed ragn, la pòlver alta un dit sù int i armari, e perfino le tende le tolgono tal quali dalle finestre con i ridò, i fir e i curdon, nigher comme la fuga, e coi ragnetti ed altre bestioline, che scorazzano spaventate e spiacenti di dover faticare al nuovo domicilio a rifabricarsi la tela.

La mî Ergiola invece, contraria alla massima: «Paese che vai usanza che aritrovi» volle pulir tutto, e volle asistere al caricamento del caretto che comme dissi, apriva la marcia. Alla destra, a j era me, cun il Dvomo di Milano, di carta intaliata, dirò accosì, un mio errore di giovinezza al quale però ho afezione perchè am custò dla fadiga e otto soldi di gomma, che allora era di quella vera arabica, brisa com è quella d'adesso che as lècca, as lècca e l'è l'istèss che niente. La mî Ergia, puvreina, l'aveva in brazz la sô tulètta, coperta se vogliamo da un burazino il quale lasciava però che si vedessero le forme dell'oggetto in questione. La mî Lucrezia l'aveva dsfudrà una bursa ed pèll, che io a dir la verità an j aveva mai vesta, un aricordo di un suvo fratello morto in Russia congelato con Napoleone il grande, e ci aveva messo dentro le gioie della famiglia, poche e, per la maggior parte, matti, pazze, e in brazz da ql'altra banda l'aveva ùn ed qui bambinein ed zira che sembrano vivi, e che lei tiene caro perchè dice che assomiglia alla nostra Ergia quant l'era ceina.

* * * * *

Il tragitto dalla casa vecchia alla nuova era lungo e faticoso, èl sòul al scùttava e propri ed bèl mèzzdè si toccò di traversare la piazza dei cinquecento, che si chiama accosì perchè non cè mai un'anima. La Lucrezia avendo le mani ingombre non potette ripararsi coll'ombrellino da quel sole, che pareva di pasare la zona torbida, comme diccano i viaggiatori, o quando fummo all'ombra, s'imaginano mo? Il povero bambino era colato; la testina l'era arstà una balutteina tònda, che pareva il pomo d'un bastone, e il resto del corpo l'era andà in consumaziòn sicchè as vdeva èl fil ed fèr dello scheletro a trasparire. Non ci descrivo la disperazione d' qla povra dona, e la suva rabbia nel vedere che i fattorini, quella birichinella dell'Ergia ed i passanti, favano le più grasse risate per quella cera che se l'era fatta di cera, sotto la cappa del cielo.

Io la rincorai dicendoci che era meglio si fosse disfatto quel bambino che lì che la nostra cara figliola, e dietro questa giusta ed afettuosa riflessione non fece più lamenti e decise d'utilizzar la testina, comme ha fatto, pr'inzirar èl rèif da cuser.

Finalmente giungemmo alla meta e a cminzipiaven a dscargar, quant veins fora èl purtir, e con modi cortesi, perchè qui la cortesia è all'ordine del giorno, al fa, al dis:

— Che tu possa morir amazzato! o che ve salta la fantasia de portar qui sti stracci!

— Stracci?! a fazz me, mo prima di giudicare facci il piacere di guardar pulito. Sòul ste quader che è di buona mano...

A seinter a dscòrrer di buona mano si fece subito più dolce dicendo:

— Ma che vieni a far qui, sangue delli mortacci tui, che è tutto pieno!

— Tu hai voglia di scherzare, a degh me, tuland fora il mio bravo contratto di fitto...

E l'amico nel guardarci comincia a macellarsi dalle risa dicendo:

— Quello vale molto! L'è fatto dal sor Pagliacetti, l'esattore che è scappato col vostro e tanti altri depositi, e il padrone si è messo ad affittare per conto suvo e qui ora tutto è pieno...

Non ci nascondo che parve proprio che mi venisse un colpo!... ma pensi alla nostra situvazione?

Scusi bene, sgner Derettòur, cossa avrebbe fatto Lei, con buon rispetto, nei miei piedi?!

Lo sa lei? no?!... e neppure io!

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dall'_È permesso?..._, 15 maggio 1892.

ASSICURAZIONE «LA FONDIARIA»

_Caressum sgner Derettòur_

_Romma, 25 agosto 1892_.

Io se debbo dire la verità, alla teorì dla strèla, ci avevo sempre creduto poco, mo a veddere la continva seguela di disgrazie che mi succedono, succedendosi le une alle altre con una persistenza da mosca autunnale, ho dovuto convenire che sia nato sotto una stella inversa, che per quanto facci non riesco a malciparmi.

E senta se non ho ragione di dire accosì.

Ho fatto relazione con un mio compagno d'ufizio, un buvon omarino, che per sua grazia qualche volta m'invita a bere un bichirott, in casa suva colla famiglia, e si passa la sera in alegria.

Avevo visto che sul usio della casa sudetta c'era un cartellino di metallo inchiodato che diceva: _La Fondiaria_, e ci domandai cossa voleva dire, e lui mi spiegò che era l'assicurazione dei mobili contro l'incendio che se a lui ci fosse attaccato fuoco, al ciappava duve mila lire.

L'edea lì per lì mi piacque, poi an i pinsò più; quando l'altro mese, passand un merquel da Campo dei fiori, che sarebbe la piazzola della Capitale, mi viene sott'occhio in un banco d'un zavai un cartello preciso di quello che là... un po' sucido, ma polibile facilmente. Mi metto in trattative e con 30 centesimi me lo porto via e appena a casa me lo apigigo sul usio dopo averlo lustrato con del petrolio che stava benissimo.

L'Ergia era tutta contenta perchè diceva che ci dava dell'aria signorile, chè quei cartelli che lì, li aveva visti nelle case nobili.

La Lucrezia, che ha sempre avuto pavura del fuoco, al pùnt che quand la fo musgà da _Tabarein_, un cagnuolo di suva sorella, non ci fu verso che si volesse lasciare cicatrizzare, l'era tùtta feliz, finalmente siamo sicuri dagli incendi.

Credete mo alla ficacia di certi rimedi! adèss la va digand!! Sarà l'affare di 10 giorni fa, anzi era sera, e la mî Ergiola che ha duve mani più industriose della coda d'un castoro, aveva finito una portierina per l'usio del salottino, fatta con la tela d'impalaggio, che ci servì a coinvolgere le poche zangatoline quando si fece il trasbordo da Bologna alla Capitale, e sopra ci aveva aricamato con del cotone da calze e cose affini, di color sangue... diciamolo pure, ed purzèl, d'un effetto straordinario. D'intòuren c'era un melandro fatto accosì: [Illustrazione: bordo geometrico] e nel mezzo un arlichein con una gambeina pr'aria, che pareva parlante.

Smaniosa di vedere l'effetto, la salta in pî int la scranna e soleva la purtireina dicendo: guardate che bellezza!

Non aveva finito il concetto del suvo discorso, che con un pidein la ciappa còntra a la tavla, il lume a petrolio di vetro s'arbalta rompendosi propri adoss alla coda della portierina che si trascinava per terra, le fiamme invadono il melandro e arlichein, la mî ragaza urlando comme un osesa lascia la preda e cade svenuta fra le braccia di suva madre che esclamava: Bel preservativo quèl cartlein! Ciarlatani, incantabess, questo è un incendio bell'e buono!

Lî, puvrètta, aveva inteso male la missione di quella _Fondiaria_, mo io invece, visto che il fogatino si era circoscritto in mèzz alla stanzia, e si limitava al tavolino e a una scranna mèzza dscalastrà, non mi perdetti d'animo e anzi a lassò correr fin che viddi che le fiamme si facevano alte, e allora con due secchi d'acqua... perchè poi secchi? a smurzò incossa lasciando intatte le macerie per la verifica, comme mi aveva insegnato il colega.

L'Ergia, puvreina, per lo spavento, fu presa dal solito delirio e diceva sempre: Voglio Arlecchino... Arde la Vampa... e tante altre cosse sconese.

All'atto pratico, io pensava, non dicco che mi diano duve mila lire, perchè il mobilio che si è bruciato non è molto, mo una buvona sometta è certo che me la danno, tenuto conto anche che non ho chiamato i vigili, perchè allòura l'era zert che andava pr'aria lo stabile intero.

Alla mattina appena in ufezzi, conto il fatto al colega che mi consiglia d'andar subito all'ufizio della _Fondiaria_, a denunciare la cossa perchè mandino la visita.

Difatti ci corro, e la prima cossa, mi domandano il nome dell'assicurato: Pietro Sbolenfi a servirli, a fazz me.

— Sbol! sbol! sbol? diceva l'impiegato sfogliando la rubrica.

— Da quanto tempo ha presa l'assicurazione?

— Saranno due settimane a Campo dei fiori...

— A Campo dei fiori? ed ha pagato il premio?

— Premio? nossignore, il prezzo patovito in 30 centesimi.

— Ma lei scherza?

— Scherzo? se viene a casa mia gliela faccio vedere! l'ho attaccata sopra l'usio...

— Ma quello non significa niente... caro lei!

— E i mobili che mi sono bruciati?

— Eh! non so che farci... e mettendosi a riddere come un pazzo am piantò lè!!

Io però non mi dò vinto; ed ho deciso di mettere la cossa nelle mani d'un avucat!

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dall'_È permesso?_..., 28 agosto 1892.

AMORE MODERNO

Nel fondo la Fedora, non sarebbe micca cattiva, ma sono i nervi, puvreina, che la fanno soffrire.

Lui era uno studente, e non esendo pasato all'esame, diede dei pugni al profesore di genastica, che avendoli presi tutti senza restituirli, si capì che non aveva capito lo scopo della materia che insegnava ciovè il pogilato, e lo licenziarono, poveretto, quasi accusato d'apropriazione indebita.

Lî poverina faceva la grestaia, e leggeva le apendici. Naturalmente si inamorarono a un Politeama Rappini di Romma... e, si sa bene, ragazzi che non hanno pratica, vennero a star lì, senza ocuparsi delle formalità che noi, vecchi del mestiere, faciamo col dire poi: è contento di sposare, ecc. ecc.

Sulle prime, nualter, non essendo pratici di questo genere d'amore, as ciapaven pora, la Lucrezia spezialmèint che diceva: — Mo Pierino, che diavel fani? anca nù a sèin sta spus zuven, mo non abbiamo mai fatto tant diavleri!

— Eh! allora non usavano i nervi, o a j era sòul quèl dèl sgner pader, che vi arrivava nella schiena quand an s' zerlava brisa pr' èl drett.

Erano continue scorrerie; scrann ch' vulaven pr'aria; culp ed revolver; urel; gemiti; rantoli; e, doppo una specie di assopimento generale, si sentivano venir giù dalle scale: — Questa è vitta! la dseva lî, se tu mi avessi a tradire colla Tosca, io uccido te, lei e poi me.

E lui ci rispondeva: — Ma tu non sai i deliri dei sensi; la sugestione dello spirito; la psigolocia di questo fremito che si invade!!

E accosì parlando, lù al sugava èl sangv, ch'i fava un sgranfgnott sòtta a un occ, e lî zercava ed cruvers èl nas che cominciava a far l'iride pr'un pogn ricevuto nei momenti in cui l'afetto era al colmo!

Una sira, l'era d'inveren, a vad a cà e nella penombra della scala am par ed vèdder un'òmbra a seder sui gradini della sucesiva, che singhiozzava borbottando: — Sei un mostro! eppur t'adoro!!

Fatta l'abitudine alle tenebre, riconosco la Fedora. Si sa, quando si ha la stofa del gentilvomo, anche che sia lèisa, la si sente sempre e, faccio, dicco: