Part 3
Lui mi prega e, a dirci no, al parrev che volessi dargli una negativa, mèinter l'è bèin tùtt alter, o sì! non lo dovrei dire perchè chi s'loda s'insbroda, dseva quèl ch's'arbaltava la mnèstra sù pr'el bragh, ma d'altra banda è così: io sono un vomo cardiaco, vale a dire che a j ho dèl cor, e quanto mi toccano nella beneficenza, ecco che non mi so tirare indietro, com dseva quèl ch'era còntra al mur.
Gran bèla cossa questa istituzione della carità cittadina di dire che in quel mentre che si divertiamo, da un lato, as fa un po' ed bèin da ql'alter e cossì anche quello che per mancanza di mezzi an s'po vstir da puricinèlla, sente l'avantaggio ugualmente in causa dell'obolo come sopra.
A proposit di carnevale, ed mascher, e di altre sciocchezze, che al seinta cossa mi capita due anni fa, che se non si avesse della ducazione el srenn coss da inquietars int èl seri.
Ero stato a pranzo dai Scattabrugi, una nobile famiglia ricaduta, e per sô grazia hanno della differenza per me e per la Lucrezia, il quale sentendosi predisposta aveva preferito ed star a casa e cossì dicasi di quelle ragazze, che se non viene la mamma non veniamo neppur esse.
Allora la signora Scattabrugi, che è di una gentilezza che passa i limiti, quant a sòn per vgnir vî, mi chiama in un angolo remoto dla stanzia da dsnar, e mi tiene il seguente discorso:
— Che non se ne offendi, siccome la sô famèja non è potuto venire a pranzo, quèst l'è un poch ed latt mel da purtari: e così dicendo, estrae, la tira fora, dallo stracantone una bèla tarineina piena di latte miele coi cialtroni, e me la mette int un tvajulein... e felicissima notte.
Figurarsi la mî cuntintèzza per poter radolcire la bòcca al mî donn, e vî e vî ch'andava col mio involucro astrech e par, per pora di non rovesciarlo.
L'era l'ultum sabet ed carenval... e le maschere scorazzavano, el scurazzaven per la città... Incontro un turch che mi dice: addio Pirein, stala bèin l'Ergia? — Sè, sè benone... e vî d'longh... e sin lì andò bene, che anzi el mascher acsè peini ed spirit em piasen dimondi; ma non ho fatti pochi passi che am trov in mèzz a una massa ed mascarutt che im cmèinzen a saltar d'intòuren.
Io ci dicco subito: fate piano ragazzi per vî'd dèl latt mel!!!
Non lo avessi mai detto... strapparum vî èl fagutein di mano, cavarum èl cappèl e mettrum in tèsta la tareina cun èl latt mel, fu un punto solo... e po vî che se la diedero a gambe in quel mentre che tutto il liquido-solido em culava zò per la fazza che non facevo la parata a leccarmi, con buon rispetto, e me lo sentivo compenetrare zò pr'i sulein e lungo il filone della vitta.
An poss gnanch dir che al s' metta int i mî pagn, perchè si può figurare in che stato erano ridotti... e cossa si faceva in quel frangente? Eh, io leccai fino che potetti, poi am spazzè alla mei cun èl tvaiol coadiuvato dai passeggeri i quali, secondo il solito, riddevano del male altrui e dai biricchini che em vgneven dattòuren a alcarum fenna dov i pseven.
E èl gennasi?! Mo sissignore che qui brùtt mascarutt mi avevano trafugato èl cappèl, un cappello a cilindro quasi nov... oh, e nota che io non li conobbi micca perchè j aveven la maschera... basta ql'affar del mascher me an al poss mandar zò, dseva quèl ch' pluccava un oss ed brasadla, perchè secondo me, va bene che si vadi in maschera, ma a s'arè sèimper da dir: sono il tale dei tali, acsè quell'altro si regola e sa con chi ha a che fare.
Comme nel caso mio pr'esèimpi da chi andàvia a dmandar èl mî gennasi?
Diedi io la rinuncia alla questura, ma quanto mi domandarono i connotati dell'agressore e io ci dissi: naso lungo un 30 centimetri circa, il delecato si gettò a riddere come un sesso, dicendo: non può essere...
Ma che mi lasci finire, soggiunsi me: l'era èl nas dla maschera!!! d'altronde io non ci potevo dare altri connotati... Oh quant a pèins a qla sira!... E dir che èl carenval l'è fatt per divertirs!!!
Che stiino bene, e tersuà a lòur sgnòuri.
_Bologna, febbraio 1885._
ALLA CÒURT D'ASSISI[9] (PR'ÈL PRUZÈSS DLA ZERBINI)
_Caressum sgner Derettòur_,
Acciderboli!... Che non mi faccino bestemiare fuori della convenienza... perchè ci dicco la verità che ne ho empie le tasche!! Cossa ci va a venire in mente a quel sig. Ciliegia[10] di scrivere che anzi fanno bene ad andarci, mentre tutti gli altri dicevano che non sta bene perchè bisogna ogni tanto diventar rosse, il quale è una bella fatica per chi ci avesse perduto l'abitudine. Il rosore per certuni l'è com i lampion di trabai, che se il conduttore al se dscorda di cambiare il vetro rimangono o bianchi, o verdi per tutta la vitta!!
Sicuro, dunque comme ci dicevo, la mia Ergia, fenna che i giornalisti stampavano che le persone di sesso diverso, non conveniva andassero alla causa e slanciavono del biasimo contro a quelle che c'erano, non cercò mai d'andarci contentandosi ed lèzzer i bolettini dovve vi sono le metafore ed mod che li potrebbe leggere anch un urbein, senza temma d'arstar uffèis nell'amor proprio della suva famiglia.
Ma sissignore che un dè l'Ergia l'am corr incòntra con questo giornale in mano digand: Papà che mi ci vi conducca, al le dis èl foi, guardi qui l'è il sig. Ciliegia, lui dice che facciamo bene ad andarci, dunque che al toja mo èl sô catubein (la pazzerella, chiama accosì il mio cappello a cilindro), èl sô tabarrein, e si vadi alle Assisi!!
Cossa volni che avessi detto dal momento che mi presentava la carta che canta ed il villano che dorme?! Detto fatto: a ciapp sù e colla mia ragazza si avviamo al palazzo Baciucchi.
Appena entrati vediamo tanta gente ch' s'era messa a seder lè int la còurt su pei moriccioli, fitonzini ed altri loco sigilli, per usare una frase dei tribunali, tanta era l'influenza delle persone. L'Ergia che le ha sempre pronte, la fa, la dis: an s' po negar che l'an sia la _còurt d'assisi_!!
Nel momento confesso il mio debole, non l'avevo afferrata, mo quant dòp una mèzz'òura, capii l'antigona, non potetti intrattenere il riso che mi uscì copioso dalla bocca, com è un suldà che ci abbia fatto male èl rang, il raglio.
Intanto cerchiamo d'infilzare le scale, ma cè tale una _ressa_ che pare una _rissa_, la mia ragazza diventa _rossa_ e ai garantess che lè in mèzz nessuno _russa_. Questo gioco di parole che mi venne fuori spontaneo an so gnanca me da dovv, mentre im striccaven i pagn adoss, fece riddere i vicini e la mî spepla saltò su: Bravo papà tu hai fatto un meclemburg! Intant là, da un ussulein, si vede un po' di parapiglia ma sembra che si trattasse di un piglia senza il para, perchè un forestiere che è vicino a mia figlia dice: «Una femme ha donato un sufflet a una guardia!!»
— Bona quèsta! a degh me: che vagh regal da far a una guardia, dal mumèint che ha il pipì in tèsta, cossa se ne deve fare d'un sufflet?
Allòura èl furastir soggiunge: «Je comprend che vous ne comprenez pas le français!»
Mî fiola che studia il tedesco da 6 anni e non sa neanche cossa s' voia dir chartreuse, non ci parve vero ed metters a baccajar col etranger comme dice lei, e sèinza l'incomud ed far i pirù si trovassimo trasportati nell'aula.
Ai degh la verità che ne ho provato delle strettoje durante la mia esistenza, ma quella che lì an m'la dscord per zio!! Io vedevo la mî ragazza che suvo malgrado si era appiccicata al forastiero e che si allontanava sèimper più dall'autorità paterna... meno male se fosse stato un bolognese, si sa dal più al meno dove stanno di casa, ma quello lì, se me la conduceva al suo pajese, dov l'andàvia a pscar per combinare il matrimonio?
A proposit: quèl biricchein del copista l'ha piantata... ma adèss a n'ho tèimp ed perdrum sugli assessori.
Appena entrato in sala e che gridavo: Ergia, attaccati al vecchio genitore! mi impongono silenzio e i cmèinzen a dir: «Ehi! abbass il gennasio! ohè! Vicolo quartiroli... al n'èl sa brisa che bisògna cavars èl cappèl... Ehi sumaròn, si scopra, abbass, abbass!»
Io che ho sempre conosciuti e rispettati gli obblighi dei proprio stato, io che la ducazione la insegnerei allo stesso Galateo, bruciavo di questo apostrofo ingiusto poichè non mi era possibile muovere le braccia rimaste coinvolte nella caparella e fra della gente che spingeva da tutti i lati.
Me però che mi premeva di giustificarmi col sig. Presidente, esclamai: Scusi! sono impotente!! Cossa volni vèdder! a questa dovuta giustificazione si scatenò una ilarità generale... e uno che mi era vicino e che aveva una mano libera, mi levò gentilmente il ginnasio, ma invez di tenerlo in custodia lo cominciò a passare ad un amico, e quello a un altro e così di seguito ed mod che io veddevo passeggiare il mio cappello comme se fosse abitato, cossa che ci giuro che non mi era mai succeduta! E io ero sempre nella condizione di un ragazzol ed nassiòn, quando è fasciato comme uno zampone di Modena nel momento della cucitura. Ormai èl mî pover cappèl era sparito e d'altra banda cossa potevo fare per ricuperarlo?! Perduta la figlia, perduto il cappello... che cossa mi rimaneva?! Oh! ce lo dicco subito: La rassegnazione, e così feci, a lassò incossa in braccio agli eventi e mi misi a stare attento alla causa del processo.
Am pias che dicono: sono vietati i rumori nella Corte... at lass po dir se fossero permessi!
Mentre ero in quella ristrettezza di spazio che ci ho detto, a sinteva lì giù propri int la còurt quî dai foj che i zigaven, piangevano i bollettini del resoconto... dei cani che favano il bordello, e quindi per quant stassi inorecchiato, an m'era fattebil capir quello che dicevano quî dalla toga, che c'era uno che parlava di medicina, sebbèin che al fatt succedesse a Bologna, e lascia pur dir a lui che per me non avevo altro intento che il pensiero della ragazza che aveva già fatto relazione con l'etranger e se la riddevano, lungi da questo povero padre che a forza ed sacrifezzi a l'ho tirà su per le vie della onestà e della temperanza.
E èl mî pover gennasiein che era già scomparso dalla superficie e che non ci contavo più sopra?! Mah! sono vaghi fasti dell'esistenza umana e chi lo avrebbe detto che uscito in cappello, a srè andà a cà in cavî?!
Intant lo stringimento era dvintà acsè terrebil che c'erano dei discorsi a psèir avèir èl respir, quindi am veins la bona ispiraziòn d'andar fora... ah, la presenza di spirito in certi casi l'è una gran risòursa, dseva quèl ch'aveva veint 12 sold al luttein.
Percui sèinza gnanch salutar il signor Presidente che m'aveva gentilmente permesso d'andar dèinter, a furia ed lavurar di gomito, a riussè a vgnir fora!
Che s'imaginano bene cossa mi tocca di vedere? Èl mî cappèl mess sù pr'una man di quelle statuve ch' j ein a custodia degli scaloni... e un biricchein che stava lì a riddere e poi diceva:
— Quai a chi lo tocca!
Puvrein! Sintî ch' catarr!! dseva quèl ch'era custipà. Senza darci neanche mente, ripresi il mio cappello e me l'avviai bestemmiando, si lo confesso anche la bestemmia mi uscì dal labbro e a dess: Malendrein i bambuzz!!! E vî ed scappà... ma quant a fo presso il Pavaglione am vein in mèint che am era dscurdà la mî Ergia... Oh! pader snaturato, a dess in cor mî, e retrocessi indietro, ma non sono appena dall'Istituto technico, che adèss i disen Crescenti, e a vèdd tutto il popolo che veniva fuori coi giudici che si erano già vestiti da vomini, mo l'Ergia, niente... A dmand ai soldati della guardia che venivano via, si mettono a riddere e mi rispondono in napoletano. A vad sù dalla duneina dai baston che fava fagotto, niente, indson l'aveva vesta... e per cavarsela i disen che non la conoscono.
Cossa avrebbe fatto lei, che lo dichi pure, sgner Derettòur?
Io per mia parte, comme uomo mi misi in una collera che arè magnà la mî òmbra, ma comme padre che sa il proprio dovere, mi gettai a piangere e dissi al portiere che caso la trovassero im la condusessen a casa che si sarebbe dato una competente mancia...
A lass èl purtinar interessantissimo della cossa, e a vein zò per il marciapiedi, quand a sòn lè da quel caffè in piazza dei Tribunali a seint una gran risata e veggio l'Ergia sotto il braccio all'etranger che erano stati a bere il vermutte.
Ingrata, sèinza ed me! e dir che la sa che quella bibita è la mia passione!
Tersuà a lòur sgnòuri.
Dall'_Ehi! ch'al scusa..._, 2 febbraio 1884.
[Illustrazione: ÈL SGNER PIREIN]
DIES IRAE[11]
_Sgner Derettòur!_
Ah, che al vada pur là, ch'a sòn arrabè com è un can, non tanto contro quello che l'ha scritto, quanto con lui che lo ha stampato. Ma mi scusi bene, dov'è la ducazione di dire si insulta un collega, e io ci tengo il bordone?
Perchè se lui non lo stampava, la cossa poteva rimanere in famiglia, invez acsè me l'ha resa di pubblica ragione e lui ha avuto torto, perchè che io faccia quello che diceva la povesia è una bella bugia, che in ogni modo an s'in dscòrr brisa in un sonetto, fosse pure a rime obbligate. Ah! la mî Ergia ha altro da pensare adèss che alle acque del signor Coltelli, che è per quello che saranno di ferro, in causa che i proprietari sono del medesimo. Ah, povra ragazzola, se vedessero comme è diventata gialla, la fa cumpassiòn ai sass, com dseva quèl salghein.
Ed io non voglio digerire nient affatt l'insulto fattomi in testa al giornale, che an s'po gnanch dir un insulto gratuito perchè al còsta un sold. Ma cossa mi creddono perchè sono vecchio che an m'attrova anca me la cavallarî adoss di dire che se offendono il mio sangue io non sia pronto a spargerlo?
Sono paziente, ma se am suvramònta la mòsca al nas, a dvèint anca me una bistia come lòur sgnòuri quanto giustamente vengono presi dalla bile di dire mi hanno insultato e voglio la soddisfazione.
Ah, qualunque cossa ci mettessero in mezzo me ai saltarè per dsòura... me a voj arrivari d'cô, dseva quèl ch'andava sù int la tòrr!
Poche litanie, e all'armi, che io sono pronto. L'è trî dè che a j ho tolt fora la spada di quanto ero nella guardia tuccheina, e l'ho confricata sù int èl stiar che è diventata lucida e aguzza comme che ci avessi dato la pietra in taglio. A n'ho megga pora me, a j è la mî Lucrezia che dice che non mi riconosce più, a vedermi cossì pieno d'ergìa bellicosa, che tutto il giorno an fazz che eserzitarum còntra a un umarein che ho dipinto nella muraglia con del lustro da scarpe, e ci ho scritto sotto _avversario_ pr'en me sbagliar nel conflitto, e per mantener vivo èl sparazisum dell'odio e dell'avversione. E vèdder com a j acciap! A st'òura l'è tùtt sbusanà int'èl pètt che al par un sculadur, e dalla muraja ai salta vî di pzû ed stablidura, che ci si vedono le pietre che sembrano gli interiori del nemico.
Am sòn infurmà da delle persone pratiche, per fare le cosse in regola, e mi hanno detto che intant io studi bene la scherma col sistema che creddo meglio, e quanto sono in ordine che chieda la soddisfazione onoraria, per avere nel sonetto medesimo della una cossa che desideravo rimanesse fra noi — e po allòura ci tiro il guanto — anzi ci nacque un po' di tafferuglio fra i pedrini, perchè io misi sulla tavola una butteglia e di bicchir, questo si sa, ma anch il quesito se si poteva usare come guanto di sfida uno di quelli di filo di scozia, anch un poch ròtt nelle diverse estremità ditali. Chi dseva ed sè e chi dseva ed nò, e si finì per stabilire così, e finalmente la cossa la finè benone.
I pedrini che ho scelti io, che bisognava trovare degli vomini d'arum pratich di cose di guerra, j ein èl piantòn ed S. Ptroni, che poveretto al m'insgnò sùbit la ritirà in caso di sconfitta, e ql'alter l'è alla sua volta èl piantòn dla mî parocchia, che per il giorno dello scontro al m'ha prumess d'imperstarum la raviola con èl spnacc a salice torchino per intimorire l'avversario, e un zuvnein ch' sta lè dsòuvra si è esibito di darmi la sô visira di quanto andò nel corso l'ann passà, sebbene che al l'ava ardotta come copripiatto, mittandi un pomino che viene a riferire sulla punta del naso.
Ma quisti j ein assessori, dseva quèl sendich che presentava la giunta, perchè l'esenzial l'è quel di difendere a qualunque costo l'onore della famiglia e chiunque si faccia avanti, fosse anche èl sgner Dalpein[12] io ci tiro il guanto, sebbèin che lui non sappia cosa farsene, che li dà agli altri, poi ci mando i miei pedrini in fiacre, che siamo cossì d'accordo perchè ai dà fastidi a correr, e voglio che i patti siano che il primo che resta morto sia quello che ha torto, acsè io rimango in vitta perchè tutti dicono che ho ragione, anche il giury d'onore che a fe lè in casa con mî mujer e 'l mî ragazzi.
Dònca lù l'ha capè, sgner Derettòur, se l'avtore della povesia non si fa avanti, io la faccio con lui, ma in un modo o in un'altro voglio la soddisfazione d'andare sul terreno, che per lo più è sempre di nessuno dei duve, per far veddere che quella cossa di dire: borghesi, alla circostanza si sa essere militari, colla spada nel pugno alla difesa della verità e della giustizia.
All'armi! all'armi!
Dall'_Ehi! ch'al scusa..._, 4 agosto 1883.
I BIGLIETT DLA LUTTARÌ
_Caressum sgner Derettòur!_
Mo el j ein vaghi coss quèsti, dseva quèl sart ch' pruvava el brag a Bergunzòn[13], che non si abbia d'avere un momento di pace! Finè onna sòtta ql'altra e via che la vadi che è un vero piacere... Se ci dicco che al mondo quando si nasse disgraziati, sarebbe meglio tornare indietro... in ti n'i mod per quello che si gioisse, si è sempre a tempo, l'è quèl che dice sempre la mia Lucrezia ed ha ragione, come l'ho anch'io. Non faccio per farmi l'apologia, che an j è dùbbi che a sia ed quî dai reclam, comme dicono adesso, a quelli che si arampigano da per tutto...; mo non faccio del male neanche ad una mosca... d'inverno spezialmèint... e sissignore che trovo sempre della gente ch'em tol a streina, a bruciaticcio, e mi perseguita vitta natural durante! Mo che senti cossa mi capita. L'era un pzulètt che quel ragazzi mi stavano dietro dicendomi: vadi là babbo comperi i biglietti della lotteria di Verona, che si può vincere per fino 20 lire... e a dirla, non parlavono a un sòurd, come dice l'averbio, perchè i giuochi d'azzardo sono la mia pasione e anzi, quant a mi trov, non guardo alla spesa, che tùtt i ann per la lotteria dèl giovedè grass, am acquistava èl mî brav bigliètt[14] in sozietà con la mî famèja e a dir la verità però quelli che lì della lotteria di Verona erano bellini l'è vèira, ma j eren anch carùzz, una lira l'ùn che capiranno che può essere anche un discapito per chi non abbia che 19 soldi.
Basta, io però a stava sempre in cerca per vèdder di avere qualche facilitazione, e un dè che transigevo per Via Rizzoli, a vèdd in mòstra dal tabaccaio delle Spaderie dei biglietti che erano andati piuttosto giù di colore a star lì alla polvere ed alle intemperie.
Io che sono filosofo, a fazz, nel mio interno, a degh: quelli che li è certo che a una sibizione diminuita me li ammollano che non ci par vero, e a m'inòulter int èl negozi e dicco: scusi, il prezzo ristretto di quei bigliettini che lì? A j è poch ed prezi ristrètt, mi si risponde: un franco l'uno. — Va bene pei nuovi, a degh me, ma non vede quelli in mostra come sono deperiti nel colore, e qua e là, col debito rispetto, vi sono delle evacuazioni moscovite?
Per tutta risposta mi si gettano a riddere in faccia come avessi detto una facezia! Io faccio le mie giuste creminazioni... e loro si macellano sempre più dal riddere... e me ne vado col sorriso della compassione sopra i labbri, che voleva proprio dire: Poveretti si capisse che non mi capite!! Ma non per questo avevo dimesso il pensiero. Picchiate, picchiate e sarete aperto, com suzzèss a quèl ch' j spaccon la tèsta, e anch'io feci lo stesso.
A dess colla mia famiglia... — Abbiate piacenza, lasiamo pasare la smania della lotteria, e vedrete che li avremo a prezzi ridotti.
E quando me la sono messa in testa, dseva quèl ch' s'incollava la pirocca, è difficile che me la levino.
La mia idea fitta l'era dònca di volere dei biglietti di Verona a prezzo più basso. Infatti la decorsa settimana a pass per via Broccaindosso e a vèdd due monelli che si divertivano a zugar con questi biglietti, e ne dovevano avere otto o dieci e favano conto ed zugar al cart. Ecco Pirein, mi dicco in un orecchio, il parmense ti cade sui maccheroni, e mi avvicino con disinvoltura ai ragazzetti esclamando: oh che bei bigliettini! Scommetto che se vi dò mezzo franco cadauno me li cedete eh?
E poi mi venne lo scrupolo di dire: abuserei forse della sua inespertezza? Sarebbe per caso un caso di truffa fraudolenta come diccono alla Corte d'Assisie? e allora aggiunsi: badà che so che costano un franco, ma j ein tant strafugnà che per quel prezzo l'è diffezil vèndri.
Il maggiore di quell'altro, mi risponde: Mo ci pare, ce li diamo anche per niente, capirà noi ci siamo divertiti abbastanza e li rigettiamo via.
Allora mi son creduto nei propri deritti di accettarli pel prezzo suddetto, piuttosto che lasciarli finire nel rusco, e a j ho sbursà cinque lirette.
Vado a casa feliz e cuntèint, per la bazza comme sopra e scadagnon può ben di leggeri figurarsi la gioja dell'intera famiglia.
L'Ergia che come sassi l'è la più struvita, chè l'è arliva del scol ormal, la dis: Babbo per vedere se abbiamo vinto bisogna andar dal sgner Bus, dal signor Buchi, che fa il cangia-valute lì in principio del portico lì presso Scagliarini il cappellaio.
Non me lo faccio dire duve volte, e vado filato da lui, e faccio, dicco:
— Che scusi bene, arêl la pazenzia ed guardarum a sti bigliett di Verona, che a j ho cumprà stamatteina? Non avevo finito la parola, che lui si teneva duro l'epa tanto scrichiolava dalle risa... esclamando:
— Mo, stamatteina cossa? S' l'è un mèis che la vendita è finita, e la luttarî è già stata estratta... mi dispiace dirle che lo hanno mistificato, questa è carta sporca... e niente altro!!!
I vomini di spirito si riconoscono alle circostanze, e me mi hanno appunto riconosciuto quando riprendendo i miei biglietti, me li sono rimessi in saccoccia digand: benone, i sran bon pr'impiar la peppa. Si figurino che fra le altre cose da dòp che a sòn al mònd a n'ho mai spèis un zentesum nè in pepp, nè in bucchein, e gnanch in zigal; insomma il fummo in genere mi rivolge lo stomaco, scusino, ma è così. La cossa però era spiritosa lo stesso e fece furore...
Come po quî ragazzû avessero ancora dei biglietti mentre avevano già fatta l'astrazione, quèst è quèl che nè io, nè la mia famiglia arriveremo mai a capire.
Mo, al dè d'incû zo, bisògna asptarsli tùtti, com dseva quèl cuntadein che i polisman cunduseven in Palazz.
Dal rèst però, s' crèddni che a brusa? com dseva quèl rustezz moi... e tersuà a lòur sgnòuri.
Dall'_Ehi! ch'al scusa..._, 26 aprile 1884.
SAN MICHEL
_Caressum sgner Derettòur!_
A tanto intercessor nulla si nega, dseva quèl ch'j assaltaven con èl curtèl alla gòula... e cossì dicasi di me che non potrei mostrarmi negativo alle suve preghiere, quantunque a dirla stièta, an sia brisa int el mî pigh, com dseva quèl ch'era arpiatà int la cassètta d' la stû e via discorrendo.
Che si figuri bene sgner Derettòur, che doppo quella cara battosta per Padre Agostino[15] che come saprà im rumpenn, con bòn rispètt, una custa, nel sortire da S. Petronio, se ce lo debbo dire, an sòn più sta me, e quanto vuol fare il tempo cattivo sento delle fittole nelle parti offese che vedo le stelle...