Èl Sgner Pirein

Part 12

Chapter 124,131 wordsPublic domain

E questa febbre di tarnasismo di dire: ho la sete del sapere, voglio mettere il naso da per tutto! lo spinge, questo povero re della natura, ad entrare anche dovve si direbbe: _È vietato l'ingresso a chi non è adeto ai lavori_, e accosì se usite di casa con un paio di brache nuove, non tardate molto a trovare l'amico il quale vi dice:

— Oh che bî pantalon, quant j hât dà?

Se dovesse rispondere il vero dovrebbe dire:

Dati?!... non ancora, ma glie li darò...

Invece per saziare la sete del sapere l'arspònd:

— 25 lire in oro!

E il sole non giunse ancora all'occaso... che tutti gli amici ed quèl dal bragh novi, sanno che ci costarono 10 lire, poichè per tenere il prosimo fra gli umili lo si tartassa sempre dal lato delle finanze.

E l'occhio indagatore, avido di scoprire, spinge le ricerche dèinter dal fnèster; da qui l'inventezza delle tende onde evitare che il mondo sapia a che ora precisa uno si è mutata la camicia, o ha fatto, con rispetto, il codiluvio.

Lui è il sovrano; tutto è messo a suva disposizione: taglia le anose quercie per far di steccadeint; congiunge i mari; cambia il corso ai fiumi; trafora i monti al punto che èl mònd l'è dvintà una fètta ed mental; al sèiga èl zervèll a i can per vèdder se i muden ed pensir; con quèl che al mett fora al fa crèsser quèl ch'ha d'andar dèinter; al sbraghira dapertùtt; int èl sòul; int el strèl; sott'acqua per coier el spòngh, èl curaj, el perel.

Va fino a mettere le mani, brutto porcone, nel seno della terra, per purtari vî l'or, èl fèrr, la sòulfna, coi relativi scioperi. A Vienna ai veins in mèint ed studiar el bistieini dla fivra zalla, e fa morire delle povere infermiere... al corr a Oporto a studiar la pèsta, mentre con un po' di pazienza la poteva avere, magari a domicilio, sèinza ricorrere al Portogall.

Lui squarta il suvo simile; ai tira fora j intestein; soprime le superfluità a quelle soferenti di tanti disturbi, inutili per se e molto noiose per gli altri; radrizza gli stropizzi; al da di pùnt al cor com è s'al fùss una scarpa ròtta; al trapana èl crani, e al fa dvintar supran un bass prufònd... s' l'è stùff ed star in tèrra al va int èl ballòn; s' l'ha cald al va in Svezzera; s' l'ha frèdd al va sòtta l'equatore, disperandosi poi pr'avèir pers la sô òmbra.

L'ha voja d'acqua, si getta nel Tevere; l'ha voja ed fugh, al s' dà una stiuptà int la tèsta; l'ha voja ed saltar, al s' fecca zò dal Dom d' Milan.

È lui il re! Fa nascere, fa vivere, fa morire! Al mett in gabbia dal grell a l'elefant; al magna dai prugnù ch' fan int el zad, agli averi delle vedove e dei pupilli; al bèv dal tè ed camamella, all'acido prussico...

È lui il re...

Mo se l'incòntra dû ucciein che lo afasinano, al piga j usvei e al s' mett a far caruzzein com è un pipiein ch'ava magnà un'agòccia, cade in una specie di catalessi, e l'eroe, ucisore di fiere, perforatore di monti, si lascia menare per il nasino, fanciulleggiando. E Dalila taja i cavî a Sansòn... ed Ercole s' mett a filar com è la Vèccia d' mèzza quarèisma...

O uccisore di microbi... perchè non schiacci quelli dell'amore?

Che bèla dmanda!...

Perchè quand i nassen, lù al perd el forz per fari murir... sono essi che tengono vivo il sburzighlino di dire: vieni fra le mie braccia... e tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 19 ottobre 1899.

APPENDICE

IL DRAMA DELLA VITTA

OVEROSIA

LA STAMPIGLIA DELL'UMANITÀ

SAGIO DI SIMBOLISMO

PROLOGO

Un'arcòvva con el purtir zò...

(_alcuni strilli_)

ATTO I

Una cmar, un filein ed sèida, una cadinèla d'acqua calda...

(_molti strilli_)

ATTO II

Un signor maestro, di liber strazzà, dla carta inscarabutà, qualche scopola...

(_qualche strillo_)

ATTO III

Diversi professori, molte sigarette, una porta con sòuvra scrett:

DOTT. N. BARUCCO _Consultazioni dalle ore 14 alle 16_

(_uno strillo acutissimo_)

ATTO IV

_Per d' dèinter_: Una panza con sòuvra una sciarpa tricolore; piuttosto usata; un rigester dov as firma anch quî ch'en san scriver, un ussir ch'aspetta la manza.

_Per d' fora_: Una carozza ed Mazzètt; di fiur ed Gnudi; dei confetti ed Viscardi...

(_lo strillo... del vapore_)

E que tòurna da cap la stampeglia, cminzipiand con l'arcòvva, magari sèinza strilli... e così di seguito.

* * * * *

EPILOGO

Un falegname ch' pianta quatter ciud; alcune parole fra due liste nere nei giornali cvotidiani; un poch ed tèrra mossa là fora ed Sant'Isî... e tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 5 gennaio 1899.

LA CONFERENZA DÈL «SUMAREIN DÈL RUSCAROL»

_Signore e signori_,

Am è d'avvis ed seinter tutto quello che giustamente diranno a vèddrumm que su questo bergamo, dovve si sono seduti, anch stand in pî, delle illustrazioni italiane, megga stampà dal sgner Treves, ma proprio vive e palpitanti d'attualità.

Se loro quindi mi dibattono nel muso la taccia di temerario, io ci dirò che ne sono più parsuvaso di lui, ma d'altronde io amo la popolarità e quindi visto che le conferenze hanno preso non solo piede, ma eziandio la gamba... perchè si parla fino di cosse dell'Alpinismo, che in fondo poi non c'è niente, perchè se si salisse su di un _monte_ si fanno tanti squarci, mentre se si va su di un _montone_ che è il superlativo, nessuno si fa caso, sebbene che ve ne sono tanti...

Ma se sòuvra a un _Dant_ hanno durato a discorrere per dei mesi, e i dseven che parlavono in un _canto_, mèinter erano nel mezzo del camin di nostra vitta, che si può tradurre: «in metà dla fuga dla nostra scheina?».

Non sarà poi da mettermi il bronzo, se anche me sono qui in questa sala[26] carica di quadri di persone armoniche, che, cun rispètt di lor signori, chi più chi manch j aran scrett chissà quant azzideint, che nel gergo musicale sono i diesis, bî mol... in quant ai bî quader non sarei del suvo parere perchè ve ne sono dei bruttini...

Ma qui non si tratta di fare la storia dell'ambiente, ristorato di fresco, nè di tutte le cosse che ci si sono fatte dentro, dai congressi ai saggi, dai concerti, alle volte sconcertati, ai discorsi spesso più sconcertati di quei concerti, dalla musica detestabile alle famose mattinate della Società del Quartetto sotto la verga magica dèl sempatich Mancinelli, ci dicco la verità che per quant a hava còntra la vesta el sbactà, quanto fosse lui che me le somministrasse le toglierei volentieri... almanch a srè sicur che anderebbe in tempo!

Ma veniamo al dunque... ch' l'è òura.

A dir la verità sono stato un po' incerto premma ed dezidrum: espormi al pubblico dall'alto di questo seggio, me, che non ho una felice comunicazione, e con una pronunzia cossì infelice, che a sussezz... salciccio... chè da cinein non mi tagliarono il filetto.

Tuttavia pinsand che ci fu uno una volta che fece una conferenza sòuvra a Sarah Bernardt sèinza avèirla mai sintò, cossa di cui con ragione lî ciappò cappèl, in modo che li vende Marchesini[27] da San Nicolà dai Alber che secondo il solito c'è di tutto fuorchè degli alberi, incoraggiato da quanto sopra, dissi fra io, dscurrand cun quel signore gentilissimo che è, come si vede nella calce dell'avviso: Dichi bene, senza complimenti, mi permetterebbe di fare una conferenza? Scusi bene sa, ma mi è saltato il grillo: — Oh anzi si potrebbe fare a beneficio della dote del Teatro Comunale.

— Oh come vuole lui, per io sono differente...

— E qual tema?

— Eh sicuro, un po' di pavura l'ho ma...

— Oh, intendo il soggetto...

— È quello che mi tiene in soggezione, cussa volel mai, a star int la stalla, di suggètt non se ne trovano, tuttavia l'alter dè che tirava del vento, a vest ruzzlar vî un balocch, un giuocatolo di pelo che mi era crodato, e a pinsò: se favellassi mo sul pelo?... al srè un argumèint che si presterebbe per me, che ai stagh in mèzz tùtt l'ann... e così fu, e mi diedi a tutto asino a studiari sòuvra, quantunque non sia di stagione, che è caldo.

Ed ora che sapete lo scoppio che qui mi ha strascinato, lassam rusgar due granelli di biava gentilmente offertami da alcuni ammiratori e poi entreremo nell'argomento che porta per titolo: _Del pelo nei suoi rapporti colla natura e colla civiltà_.

_Signori e signore!_

Io non sono sofistico e quindi non andrò a cercare il pel nell'ovo, nè mi occuperò di accennare che èl sgner _Raoul_[28], quanto ebbe sentito il titolo si tastò in testa e sentendo che di pelo ci era piuttosto scarsezza, esclamò: per me siamo fuori d'argomento... e per parte mia non creddo di tirarglielo pei capelli.

E qui non crediate micca che a voja andar a perdrum tra i cavî, il quale volere o non volere è pelo bello e buono, ma la materia non calza, e pr'un asen l'è una cossa che dispiace, tanto più che non sarebbe nuova l'edea di dire che la natura si esprime col pelo suddetto servendosi dei capelli biondi per dimostrare la bontà, la gentilezza, la povesia che vi trascina, come per esprimere la risolutezza mette fuori i capelli neri... e viceversa. Ma tutto quello che luce non è oro, che il vomo ha trovato modo di incannare gli altri sottoponendo il proprio pelo a dei bagni contro natura, e come da una casa vèccia si può cavare una casa nova imbiancandla, altri invece agiscono all'incontrario mettendo il nero sul bianco, senza essere scrittori, e cossì una signora che la sera era eburnea, la matteina mi salta fuori con i cavî ross o vird, di modo che non si sa più comme la pensi, amesso che i cavî siano un segno esteriore del pensamento interno.

Ma non è di questo che qui che dobbiamo occuparsi, le conferenze sui colori furono compiute e piuttosto am lemit a tuccar i cavî e el barb nel loro andamento, val a dir quî a spein zervein dèl sgner Ricci[29], che dimostrano èl desideri che hanno ed penetrar nella storia antica; qui dèl prof. Ferri[30] che rientrando in loro stessi i pèinsen al diversi misur di crani e in s' troven brisa sèimper d'accord fra d' lòur, mèinter la barba dividènds in dòu pùnt, la corr drî ed cuntenuv agli idei dèl sô padròn èl qual al corr drî alla sô barba; non accenno a quelli dèl sgner prof. Mattioli[31] che non rispondono all'appello per assenza giustificata.

Nè si voglia credere che i capelli i sien l'arfiad delle proprie idee, perchè allòura quî ch'han la pirùcca chissà in che mod i la pinsarenn, non essendo i veri proprietari della propria capigliatura.

Ma l'è del pelo di noi altre bestie, o cortesi uditori, che vi voglio intrattenere. En guardadi al mî, che ormai non c'è più, a furia di vicissitudini che sarebbe lungo l'indicare, ed anche, non mi vergogno a dirlo, per età avanzata, che se passano per me debbono passare anche per gli altri; ma me a voi faruv cgnosser quanta gratitudin voi dobbiate a coloro il quale vi forniscono il pelo, specialmente le signore.

Quand tira qui bî zagnoch, cum faressi se an avessi delle pelli di belve cunzà, condite, che si fanno poi di quelle pelliccie così poco espansive che el s' teinen incossa dèinter e che vi arrivano fino dai piedi che parete, o belle uditrici, tante Madonne di Loreto foderate di pelo? E voi fattori di campagna che venite a Bologna colla goletta di lepre, come fareste a ripararvi se la medesima si facesse tosare e andasse dal barbiere come fanno gli vomini che si cavano la barba se si eccettua quelli che la tengono come il signor prof. Magni[32] ed il signor Dallanoce[33] il cronichista _in partibus_ della _Stella d'Italia_?

Come conservereste le vostre manine gentili, o sempatiche uditrici, se non vi fossero i manicotti di pelo lustro che i paren murî d'anguella o di quelle altre ch'i paren ed gatt strinà int la scheina, ovverosia di castracane, e perfino di penna, che allora poi entrando in iscena gli uccelli io non c'entro più, che i dan di bcutt e non li voglio a mano.

Ci fu un lusignolo che al dè un bcot int un occ a un sumarein mio amico, il quale poverino al pers l'occ, smarrì l'occhio, e rimase guerz, cardine, per tutta la vitta.

E al pelo quale espressione dei sentimenti umani non ci avete mai pensato?

Cussa fa un gatt quanto vede un cane? l'arùffa èl pèil, quel pelo che è sorgente delle falistre elettriche il quale sfergandel int la scheina in una camera oscura si vede un luciore che pare una scatola di fiammiferi.

E in generale tutte le bestie che vanno nella medesima, perchè accecate dall'ira, si esprimono tutte per mezzo del pelo che si indirizza chi da una parte chi dall'altra, se si eccettua quelle che non ne hanno, come le mosche e i ricci porcellini, i quali sono calmi, per conseguenza... infatti del mòsch arrabè non ne ho mai sentito a dire.

E che èl pèil sia un coifficiente della civiltà, ne sia prova che dappertùtt lù al j èintra... dèinter int el scarp ed vivagn per i dilettanti ed busanch... sù int i sach di suldà, dintòuren ai paltunzein di uffizial ed cavallarî e di altre armi; e poi, ditemi bene, senza pelo, sarebbe egli possibile lo czar di tutte le Russie? O gnanch da burla; e questo vi provi che l'è propri il segnacolo della civiltà... sebbèin che alla Corte di Russia più che Laurati, prev guadagnar Facchein, quèl dalla canva, perchè dla corda se ne va consumando!!

Ma ciò non toglie che èl pèil sia l'espressione del lusso e della ricchezza! Qual è quèl rè di burattein che non abbia la gabbana guarnita di conino?

Quale quel gran Sultano, per piccolo che sia, che non sia guernito di pelo?

Quale quel trono che non abbia il suo bravo pelo di ermellino con i su scudajein nigher?

Qual è quèl bavoll antigh che non abbia sul suo dorso la peluria messa pr'ingannar gli insetti ch' fan termar l'estat la lana, il quale si perdono fra quel pelo e non pensano ad entrarvi?

Nè crediate già che il pelo sia un'invenzione moderna, perchè sèinza andar fenna a Adamo e a Eva, di cui si ignorano le opinioni in proposito, noi troviamo Assalonne che arèsta impiccà pr'i cavî a un alber, e questo prova che allòura n'usava nè i pètten nè el strègg; abbiamo Sansone che aveva la forza nei capelli, e Dalila lo tosò, scoprendo così l'arte del barbiere; ed infine ci è quel verso che dice:

«Un vecchio bianco per antico pelo» sicchè, se oltre all'esser bianco l'era anch antico, mittiv in mèint in quali remoti tempi s' perdeva qla caviara... simile forse a quella ed monsgnòur Gulfir[34], che distratt cmod l'è, una volta al sustgneva d'èsser tusà alla Fieschi.

_Signori e signore!_

Qui ha fine il mio dire, e persuaso come sono che vualter an avadi brisa il cuor col pelo, a sper che avrete compassione di io che per pruvaruv che l'asen perde il pelo ma non il vizio, am sòn intestardà di tenere questa conferenza a cui Dio voglia manchi almeno un pelo, a arvinar la riputaziòn dèl voster

SUMAREIN DÈL RUSCAROL

Dall'_Ehi! ch'al scusa..._, 30 giugno 1882.

ARRIVA LA MADÔNA[35]

— Ecco èl dòppi a S. Pavel... a momenti l'è que... Ergia, vein sù pr'i pirù di Zelestein, guarda quanta zèint, che fess ch'as fa. Ergia, bada que, cum t'î distratta... fala finè ed guardar qla schivèzza ed ql'umarein.

— Mo ch' la staga mo bona... che non guardo a nessuno...

— S' l'è tùtt incû ch' t'en fa che filar... chi êl? me al vrev savèir.

— Mo nessuno...

— Un bolettari ed zert, se al foss un sgnòur an guardarev megga a te ch' t'î una povra ragazza...

— Insomma, sa che è una bella noia lei con queste storie..

— An importa che a dscurradi in tuscan per dirum del j insulèinz, che av dagh dû smataflon in bulgnèis... que in mèzz a la strà... impertinèinta d'una sfazzà!

Perchè l'è stà alle scuole ormali, l'as crèdd d'èsser chissà cossa... da' n rispettar più sô mader... e po t' vû tor marè con quèl caratter, pover omen! an vrè gnanch èsser int el sòu zavatt... A ecco i tambur, ecco la banda... l'è que, l'è que la vèira mader di Dio. Vein pur sù pr'i pirû, acsè a vdèin benone sèinz'èsser asquizzà.

— Ci sarà poco da vedere.

— Zò! perchè as tratta d'una cossa religiòusa, quand as trattava d'andar al còurs a fars infarinar, allòura a j era quâl da vèdder... qui bî baccî ed qui carr... qui grazius... dl'_Ehi! ch'al scusa..._ che im ficcon una spaluzzà ed zèss propri int èl cappèl che al n'è mai più andà vî... allòura tùtt andava bèin... Fèinla finè, che a j è que la prozessiòn. Ecco la banda, j ein quî dal pipî zal.

— Mamma, che dici? Kepì... e non...

— L'è l'istèss, dutturèssa ed santa mader cisa... guarda che fess, tùtt drî alla banda, in mèzz ai sunadur, sèinza rèigla... guarda i pover Sabadein armistià alla zèint... guarda èl sgner Luvigien che al s' saluta... cheini bèin la tèsta, hât pora ed cumprumetter la nubiltà, a salutar un Sabadein?... _Beata me dicent_... arspònd bèin: Santa _Maria mater Dei_...

— Ecco dòn Ignente èl fiol dla furnara... Ehi, a degh con te, bada che se t' seguit a filar con quèl ghignòus... a in fazz ùna del mî... Ecco l'inno, st'ann al l'ha fatt pader Capanna... almanch che j èl cantassen adèss! Guarda èl sgner Luvigein Bartolomasi... ch'al coj... quèl lè in abit, eh! almanch che am vdess... che am darè una Madôna... ohi! cminzeppia èl clero... ai voi cuntar: dû e dû quatter... Dòn Angiolini, e dû sî... _ora pro nobis_... arspònd bèin anca te, t'en seint ch'i disen el tani... _ora pro nobis_... e dû trèintadû... _ora pro nobis_, Dòn Sberli... _ora pro nobis_... Però! j ein quasi un zintunar... Bazzurlòuna! Tirar un tremlot perchè i liven èl dòppi ai Zelestein?! Hât pora che at vegna in tèsta èl campanel?! Ecco i seminari... guarda èl fiol dla sgnera Sùnta com al dvèinta grand... l'è ùn ed quî della redità Pallotti... Eh! la vol èsser furtouna... sè, basta, lassèinla lè... _Santa Maria mater Dei_...

— Ecco i curat; guarda èl noster! sta bèin cmod va... l'è zò èl più bèl... che bèla stola, al fu èl regal dla rettòura l'ann passà, l'è un arcam del sòr del Sacro Cuore... Auh! guarda èl guardian, al par un cavalir.

— Cussa j è in quèl fagott vèird...

— Èl tabar e èl capèl dèl sgner curat... ohi, ohi; al guarda; dè bèin del j uraziòn...

— Quèl zuvnein la, êl èl curat nov di Zelestein?

— Ah, quèl lè l'è dòn Carpanèl quèl dl'Eternità... lo que, quèl di Zelestein, an pôl megga gnanch èsser in prozessiòn al n'ha gnanch avò l'_exequatur_ da Ròmma.

— Cuss'êl po l'exequ...

— L'è èl bòl, che sèinza ed quèl lè, in polen entrar in pussèss...

Ecco èl Capetol ed S. Ptroni... dòn Tunein, quèl ch'ha qla gran vòus...

— Acsè cinein...

— Sè, ohi! cum'êla che an j è brisa monsgnòur Gulfir?!... Puvrètt, guarda lè monsgnòur Bedetti, un sant omen... a j in vrev dimondi ed qui lè...

— Ecco S. Pir, dòn Zarri, dòn Uless Parisein...

— È parente del maestro di musica che si veniva a insegnare le arie dei motivi nelle scuole normali?

— Sô fradèl, e anca lù l'è un brav mèster ed musica... Ecco la Madôna! Mettet in znocc e pregla ed cor che ti provvedda per l'avvenire, che ti facci capitare un buon partitino... brisa quèl dsgrazià là... sta bèin raccolta, _Ave Maria_... Guarda che fadiga ch' fa qui puver prit a purtarla... _gratia plena_... guarda quanti gioj... _dominus tecum_... tein zò qui ucc... _tu in mulieribus_... Ecco èl cardinal, guarda che cô... puvreina, la nostra Madôna, anch per st'ann...

— Chi è quell'altro vicino all'Arcivescovo?...

— L'è èl vèscov Ratta che l'è vescov int'ùn ed qui sit dov j è i gatt maimon, j omen salvadgh... Ecco tùtt i servitur con el torz... Casa Bevilacqua, Marselli, Guidott, la Davî cun el solit livrè vèirdi, ecco i fedeli... ohi! a j è anch la sgnera Claudia con èl sô candlott, eh! è meglio tardi che mai, puvrètta: una volta l'aveva alter da pinsar che alla prozessiòn... basta, lassèinla lè che an voi dir mal dèl prossum... Oh che brùtta prozessiòn prèss'a una volta che a j era èl senatòur, tùtt i professur d' l'università... e po la trùppa... la guardia d'unòur ed qui ed Palazz... che i biricchein i la ciamaven po la guardia tuccheina... a j era anch tô pader...

Seint èl dòppi ed S. Pir... che blèzza, adèss a stèin asptar ch' daga zò la zèint e po a s' l'avvièin in cisa.

— Oh... voglio andare a spasso...

— Ergia, en me seccar... a mumenti cun quèl tstimoni lè impalà, a la finess me... Andèin vein vî...

— Ma non l'abbiam già pregata la Madonna?

— Sè pulidein... ch' t'êr sèimper distratta... e po t' m'ha sèimper fatt ciaccarar che a n'ho dett niente pr'èl drett, vein pur vî gaiarda...

Eccoci, avsein a San Pir, seint te che sgumbei!

— _Povr'urbein, sgnòura_...

— A n'ho nient, puvrètt...

— _La Madôna e l'uraziòn, la panira e tùtt pr'un bagaròn_...

— Ohi! Valeri...[36]

— _Èl pover stroppi... quaranta al baiocch el caramèl... frische e bona... gelata frische_...

— Che tèsta ch'i fan vgnir...

Seint Ergia che bèl dòppi, al dà consulaziòn!

_Bel, bal, bel, boon!_

LA MUJER DÈL SGNER PIREIN

ME PTÈIGLA?![37] (MONOLOGO... IN DÛ PERSUNAGG)

_Una stanzia mudèsta — Tavla peina d' lavurir — La sgnera Marieina a seder avsein a la tavla con èl scaldein sòtta al grimbal. Una scranna vuda indrett a lî dov as figura sia a seder la sgnera Neina._

MARIEINA. — ... Ah, che piasèir ch' l'ha m'ha fatt, la mî sgnera Neina... l'era un gran pèzz ch'an s'êren vesti...

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Eh puvrètta, al so me ch' l'ha poch tèimp. E la sô Clelia com vâla?

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Oh guarda! Puvrèina, acsè bleina!... Mo la vdrà che con la bona stasòn la guarirà dèl tùtt. Sâla chi sta mal? la Viola.

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Sicura, benessum, la fiola dla sgnera Catareina...

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Com disla?

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Nò, nò, ed quèl lè la guarè. Adèss as tratta d'un mal ai polmon — speriamo nella gioventù! Quèl ragazz ch'j andava, al n'i va più...

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Sicuro, as capeva ch' l'era un scalda-scrann, mo qla sô mader per la smania ed maridarla l'avra l'ùss a tùtt...

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Bravo, la m'ha tolt la parola d'in bòcca... chissà che la causa dèl mal non sia il matrimonio andato a monte... Viva la mî fazza che d'omen an n'ho mai vlo savèir...

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Com disla? sè, sè, Aristide, una cossa prinzipià e finè, zert ch'al srêv sta un bòn partè — mo quand a vèdd quèsta que indrett: la Farnesi...

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — L'an la cgnoss brisa?! Eh! l'è in sfròmbla tùtt èl dè. — Una bèla dona — almanch j al disen — al le sa èl duttòur Carini, che al la va a curar anch quand la sta bèin — acsè a j ho sintò dir, perchè me a viv tra stel quatter muraj e an me cur di fatt di alter... hâla abastanza fugh int èl scaldein... a j è que la palteina (_la tôl da la tavla una palètta e l'armèsda èl sô scaldein_) l'an fazza cumplimeint! l'è zindrein dèl furnar que zò... quèl ch'i disen che al mett la pòlver ed marum tra 'l pan perchè ch'al pèisa... mo zò chi dess mèint al mali lèingv... a fazz bèin me a badar ai prassû dla mî stanèla... Ah, la redd, sgnera Neina, mo al n'è vèira?... Dònca, turnand alla Farnesi, sô marè l'è minester int la drugarî dla semmia, e sebbèin ch' l'ava una pagteina appènna, appènna, al fa un lusso che bisògna vèdder — scusum cassètta se at dagh una strètta.

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Sicura, propri quèl bèl girungein, che al par un suspir ed Santa Bregida, — e po l'ha una ch' sta int'èl Burghètt, una bèla ragazza, che al la manda con tùtti el premmi mod, e se an bastass a j è el seruv che an li lassa viver...

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Mo zò, in ein mai cunteint, l'alter dè a j era giùst tra la grella, megga per star a sbraghirar, mo per ciappar un poch d'aria, e in quèl mèinter che la sgnòura stava in anticamera col dottor Carini, perchè soffre del nervoso, èl marè fava èl burdèl con un spaipètt d'una brusa-pgnatt, ch' l'ai piantò po in s'dû pî, perchè in casa di quei Principi as magna da magher anch i dè da grass. Gran bèla cosa badar ai fatt sû, che an s'ha mai nient da dir con endson. A j è i Barletti ch' stan a l'ùss que indrett, che i troven da litigar con tùtt — e se che lî spezialmèint, l'arê un bèl da star zetta... l'è la protetta ed dòn Bergonzi èl caplanein.

NEINA. — . . . . . . .

MAR. — Mo sicura. — Al la vein a cunfsar spèss, perchè, puvrètta, ci dà fastidio a stare in chiesa. A proposito: êla stà a seinter èl predicatòur ed San Pir?

NEINA. — . . . . . . .