Èl Sgner Pirein

Part 11

Chapter 114,054 wordsPublic domain

Ma scusino bene: la Lucrezia, micca mia moglie, poveretta, incapace di far male a una mosca, fosse pure di Milano, mo la Lucrezia, quella di Golatino che preferisce la cortelata alla macchia del disonore, ci pare una donna di spirito? La vitta bisogna guardarla nelle suve linee generali e non col dettaglio di dire marito e moglie, che sarebbero i posti numerati, nel grande spettacolo della umanità, ma vomo e dona presi colletivamente colla loro misione moltiplicativa senza incaselamento enagrafico, lasciati in platea a chi tocca tocca, com è i pondg e i burdigon, e questo si chiama avere dello spirito evitando il delitto della cortelata sudeta, mentre poi puvò darsi benissimo che interpelato il proprietario, avese preferito, diciamo il lapsus... pasegero, alla perdita definitiva di quel bel pezzo di compagna della suva assistenza. Ma non si capise che se non cè la colpa manca il mezzo per la generosità del perdono? E la dolcezza delle lagrime di pentimento, quando strangussand e detergendosi le nari, si mormora: An èl farò mai più!

E non erano poveri di spirito quelli che andavano a fare la lotta collo _Stiancone_ e dicevano: «Ciao Cesare, i muratori ti salutano?!» e questo per ricordargli di fare la bandiga a quelli che avevano costruvito il Goloseo?

Lo spirito moderno invezi insegna di conservare l'esistenza nella lusinga che nella vitta tutta intelettovale che oggi si vive, posa scaturire una qualche buvona edea, comme la logismografia; far èl vein sèinza ù e i portafoi di pelle di coccodrillo che si mettono a piangere doppo che hanno divorato i boni da mille!

L'unica esclamazione che nell'epoca attovale si puvò paragonare al saluto dei lottatori romani l'è èl mùtel ch' fan el bisti buveini in via per il macello, che sembra che capischino la non lontana smazzolata.

Ed eccoci arrivati allo spirito di nuster vicc, uno spirito castigato com è un ragazzol cattiv, ancora aranzinato par la pora dèl Sant Ufezzi, e osequente delle Chiavi con la relativa manara, lontano quindi anche da ogni ilusione politica o scolacciata.

E accosì la bestemmia... pensata, si convertiva sul labro in una graziosa materiolina:

— Per d...is e dû dòds!

— Sangv ed la M...arscota!

— Per din dirin dòlla!

— Vat fa f...rezzer!

— Ch'at vegna trî trî e quèlla ed còpp.

Augurio questo finamente ironico, pensato, forse in qualche salotto aristocratico, da un poco fortunato giocator di tresette.

Ma dovve lo spirito degli avoli era più acuto, si da far pensare al sarcasta signor di Voltère, era nella frase graziosa, sallace, esilarante...

Per esempio, volendo accennare di andare a casa:

— A vad a casalècc!

O parlando d'un bevitore:

— L'è dla bevrara!

Arrivando:

— A sòn que...nds e ùn sèds!

Cadendo un oggetto:

— Al s'afèirma per tèrra!

Detto questo, che racchiude la scienza di Nevton, colla arguzia di Budelario:

— A vad a teater a casa Bianchetti; per indicare che si va a letto e via di questo passo, mentre gli astanti non conoscendo nulla di meglio, i rideven a crepa pelle, com fa el scarp ed pèll lùstra se si piglia la zuccata.

Che cossa è l'umorismo?

— Le ghittole dell'intelligenza... e tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 1º giugno 1899.

LA GELOSÌ (FRA ME E UNA SECCATURA)

— Che cossa è la gelosî?

— La gelosî l'è qla gradleina ed lègn ch' sta int el fnèster ch' guarden sòtta al portgh, comme risponderebbe uno stupido per far dello spirito.

La gelosî invezi è il colmo del govismo in amore.

Al dice: — Si deve aver fede nella fedeltà della donna che si ama... — Va benone, mo quando si è struviti e si è sentito il tenore che canta: «la donna è mobile» e lo dice frulland una scranna, e spesso il pubblico ne chiede il bis, diciamo bene la verità, anche il vomo più cieco, l'avrà un uccein in fèssa, per sorvegliare la sitovazione di dire: ma ho io abbastanza attrative per fermare «la piuma al vento?»

E si guarda nello specchio e ci pare di essere meno bello di un altro che baziga nei pressi della dona del cuvore, vestito all'ultima moda, con qualche baiocchino in tasca... e sente che se la fanciulla li mette sù int la balanza della vitta pratica, lù al va pr'aria fagand vèdder el bragh arpzà, e ql'alter se ne scende a posare patriarcalmente fra la mamma che spera assicurato il grostino della vecchiaia e la figlia che sogna gli sfronzoli, non mai sperabili da quèl boletari!

E ne viene il cozzo della pasione di dire di lui, poverino, che ha la scufia sul serio; la ragaza che vorebe disfarsene con onore; la madre che stringendo i freni, e non sonecchiando più nelle lunghe serate invernali, la spera ed stufar èl ragazz.

Invece succede l'efetto all'incuntrari com è quèl ch' s'era mess el scarp all'arversa e che cherdand d'andar zò in canteina al s'truvò sù int èl granar.

Il mosconzino ronzante, eccita viepiù la pasione del fidanzato, che si sente pungere nello amor proprio, sicchè a quelle donne succede il fatto di una passareina ciappà con èl vesti che più si dibatte per scappar, più ci si apicica èl stèch ed granà con la mandleina ed pulèint.

— Ma quèsta la n'è megga gelosî, è un fondato timore di un rivale pericoloso.

— Lei dice bene, ma la gelosia, diciamo accosì, per la gelosia, non esiste, o la diventa una indisposizione fisica, — infatti quel vomo di cacao e zucchero, che strozò la misera consorte comme un'anadra, ebbe bisogno di una base: un mogighino, base debole, sisignori, tanto che una lavandara la poteva perdere, ma pure se non c'era quella pezuola, le insinovazioni del signor Jago, sbiòssi, sbiòssi non avrebbero ragiunto la catastrofe racapriciante, riprodotta in oleografia.

E sicom io mi servo spesso e volentieri dei tenori per dar forza alla filosofia di dire la cossa è accosì perchè è accosì, aggiungerò che quando Nemorino canta nella _Sonambula_: «Son geloso dell'avra che spira che ti scherza col crine e col velo». Non si tratta della gelosia ed cioccolata comme sopra, ma del desiderio di non voler molestato un oggetto caro, com fa quî ch' teinen el ciav dla porta dèinter int una burseina ed pèll, e che i porten i ghett perchè i stival non abbiano a soffrire il freddo.

Cè poi la gelosia che chiamerei: «Perchè la zèint en degga...» che è forse la più comune, certo la più noiosa.

Èl sgner Carlein è zò vgnò trèi volt int un mèis a fari visita: bisògna aluntanarel! Jusfein l'ha tolt a teater lo scanno vicino a noi; Pavolo lo abbiamo incontrato duve volte nello stesso sito — quelli che veddono diranno che cè la conivenza... e ridderanno alle mie spalle. Sono certo che lei non ci pensa; posso anche dire che a me comme me, non mi importerebbe niente... ma an voj che la zèint degga!... Sono mansueto comme un agnello, mo am indspiasrè ed crèsser!...

— E accosì, secondo lei, la gelosia assoluta?

— Non cè; si tratta sempre di un composto o di un derivato di altre debolezze umane; di invidia, quando si dice che si è gelosi del bene altrui; di govismo perchè non si vuvole neanche che il prossimo posi lo sguardo sull'ogeto del vostro cuvore; di ambizione di poter dire io solo qui regno; di seticismo perchè non si crede alla saldezza degli affetti ed alla onestà della dona...

La gelosia insomma, l'è una cossa di lusso, che serpeggia fra quelli che hanno del tempo da perdere e che fanno la psigolocia. Quant a s'è tirà int la sèiga tùtt èl dè, e che as va a cà stùff, a s'ha alter in mèint che vstirs da moro e guardar sòtta al lètt... tant più che dei fazzoletti non è accosì facile a trovarne... Quel giorno però che la pisunèinta mett la pùlsa int l'urèccia... vengono in mente i savi insegnamenti ed Sandròn. Èl mattarèl dalla spoja al dvèinta il protagonista... Ecco la sola, la vera gelosia, insegnata col sistema froebeliano...

Ma non ci pare che, acsè, as ciama assrar la stalla quand i bû j ein scappà?

— Sè, i bû sran scappà, mo a j è arstà la...

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 6 aprile 1899.

LA VITTA COLLETTIVA

Che cossa è la Società?

— Secondo: se la fa i ritratt, si chiama Società fotografica bolognese con Sandrino Buvongiorgi, che per quanto finga di non saperlo, deve avere più anni di un altro che sia meno vecchio di lui; se si sentono delle schiopetate, è la Società del tiro a segno, anche che non colpiscano nel medesimo; poi cè quella delle levatrici emiliane che aiuta a nascere; quella della «_pro-scola_» che aiuta a insporcarsi le mani coll'inchiostro; ql'altra del risveglio cittadino, che potevano risparmiarsela, perchè non si gode altro che a dormire — meno male la pro-Via Farini, che almeno uno se ha bisogno d'andar in Strasteven, la percorre libero, o magari non ci passa perchè ci conviene meglio andare pr'èl stradlein di Pèpol.

Mo dichino la verità, non ci pare che con questo abuso del pro, si cominci a sentir la voglia di un po' di contro?!

Se si seguita accosì, èl capèl si chiamerà pro-testa; la stiopa: pro-caccia e un giurnal, se è noioso: pro-cesso!

Mo cossa vado a tirar fuvori, mentre non ci ha niente a che fare col mio discorso.

La Società l'è un nucleo di persone che si riunisce per vivere in consorzio nazionale... tgnand èl cadnaz all'ùss, el fnèster assrà, èl librètt dla Cassa d'arsparmi arpiattà int èl paiazz — che studia ed far crèdder ed trattarsla brusand dla carta ùnta int l'òura che ai srè da far l'arrost; zercand di guadagnare sul prossimo, che non è mica vero che si ami comme sè stesso, prova ne sia che se un vicino muvore, ci si va dietro pr'èsser zert ch'an tòurna brisa indrî, mentre ciò non si farebbe se si trattasse del proprio corteo.

Nel momento del maggior gaudio, dirò sociale, quando per uno spettacolo tutti accorrono nello stesso posto, ùn pesta i pî al fratello che gli sta accanto o fa le materioline alla sorella che ci volta le spalle, e ognuno si arrampica sulle membra del confinante nella speranza di vedder meglio, e rompendo, non di rado, diverse costole ad un ostinato che, messo fra lui e il muro, non ci lasciava libero il passo.

Ed ecco la poliambulanza che accomoda le costole al ferito, visto che ora non ci è più bisogno di adoperarle per fare delle donnine, come il Signore nel paradiso terrestre.

Certo che il vivere sociale ha dei grandi vantaggi, comme quello che ci si incontra sulle scale senza dirsi neanche: a rivedersi; ma poi se si va a domandare un fiamifero perchè i nostri si sono accesi tutti in una volta, come le lampade eletriche in via Nazionale a Romma, si è sicuri d'avèir l'usio sul naso; e non parliamo di nasi... perchè a fazz com è èl fazzulètt di cuntadein che al scappa vî premma ch'j al tojen fora d'in bisacca!

Lor signori forse dirano che io veddo tutto nero, com è quèl ch' guardava dèinter int èl calamar; ma invece ci so dire che anch'io veddo benissimo che ogni dritto ha il suo rovescio. Ed infatti, chi è quello, per quanto ignorante, che non capisca se ùn al va in là o al vein in zà?! Anch'io so aprezare i vantaggi della convivenza di tante migliaia d'anime aglomerate entro la cinta daziaria, che la srè comme dire la gusia d'un grande melone! Usite di casa e cè il lustrascarpe che ve le fa diventare uno specchio; il giornalista che vi prepara il vostro parere sulla sitovazione; èl tabaccar che vi somministra i zigari che non tirano come i due ucelini atacati al carro di Venere: la quale, hanno un bel dire che era una donina leggera, ma per tirarla su ce ne volevano altro che duve!... non ci pare?

Eppure, o su o giù, è un fatto che nel vomo cè l'estinto di andare dovve ve ne sono degli altri — se un benestante di campagna mette assieme qualche bajocco, ecco che si sente trasinato verso il centro, lasia la suva modesta casetta, circondata da latuga e cipolle, con un'aria pura da non consentir spazio fra il pranzo e la cena, con Turco che baia alla lòuna e Mascarein ch'al fa el canèl in grembo alla spòusa vstè ed rigadein, si capisce, lî, megga èl gatt!

Viene in città, a un quinto piano, con del stanzieini, che la moglie paragona ad un alveare; con disopra il proletario, che ubriaco, nel cuor della note, bastona la compagna della suva miseria... e quattro o cinque pezzi d'infanzia abandonata; con disotto alle finestre il fumo d'uno stabilimento di bagni; con di faccia della gente che vi fa l'inventario delle zangatole, magari a traverso i muri, e il Don Giovannino che bombarda colle pupille quel boccon di carne che sa di sole, dalla virtù incavtelata, perchè nata e cresciuta nella solitudine.

O incavti! Avete trovato bene il parangone dell'alveare, data l'angustia delle celle, con la differenza che quelle bestie che lì, guidate dall'estinto, non sbagliano la strada... ma in zittà a se sbaglia bus, spèss e vluntira!

E ci dicco la verità, che avendo in casa un poch ed zitrà ed magnes, un persuttein attaccato al soffitto, una zùcca ed vein, una buttsteina d'arnica pr'el bergnoquel dei pargoli, è pur sempre bella la solitaria vitta dei campi da cui deve essere venuto il «campare» cioè vivere con un occ rivolto alle stelle e ql'alter nel sorriso della famiglia. Se lo figurano un uomo in questo stato? No? Mi dispiace per la pochezza della loro imaginativa, invezi l'è una cossa che viene da sè, di raccogliere ciovè da un lato il sentimento della natura e versarlo da quell'altro sul seno dei propri cari...

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 29 giugno 1899.

LE PARENTESI DELLA VITTA (DA UNA CONFERENZA)

— Che cossa è una parentesi? Dmandava ùn. La parentesi, arspundeva ql'alter, è un poco di epulone che copre un pezzetto della via del discorso. Infatti quand una carozza dòp avèir ruzlà sù pr'i sass, l'arriva in uno spazio coperto dal suddetto per infermità, parla sommessa e riprende poi il suo tono normale quand la tòurna sù int la tèrra nuda. La parentesi l'è, insomma, quella cossa di dire che non ha niente a che fare nè con quello che cè primma, nè con quello che vien doppo, segregato dal resto da quei duve quarti di luna che si guardan sempre e non si toccan mai...

La parentesi sembra raffigurata in quelle due pistagnine dorate che portano di dietro j uffizial ed stat mazzòur, e che potrebbe chiamarsi la parentesi del... passato remoto; come i favoriti di camarir potrebbero dirsi: parentesi facciali.

Èl Pavajòn si potrebbe dire una parentesi luminosa, in mèzz a Bologna al bur, com'è una parentesi orchestrale la pscarì[25] per quant el dòu ungià non chiudano bene tant dal là di via Rizzoli che da ql'alter, sicchè la sinfonia si ripercuote sotto il naso dei buvoni petroniani, poco frequentatori di quel cimitero del tèinch e di ranucc pscà int i masnadur.

* * * * *

Tutto al mondo ha la suva parentesi: el ferrovî j han i tunnel: i fiùm j han i pont: el zittà j han la cinta daziaria; i quattrein j han la cassa-forta, j han èl catuein, j han èl buslot d'l'urbein sù int la porta dla cisa. Èl vein, dalla zada ch'assrava la vegna, al passa int la castlà, int èl tinazz, int la bòtt, int la butteglia, int èl bicchir e in bòcca, l'ultima parentesi che per lui si apre e che lo giudica in _articola mortis_. A j è infenna la parentesi commerciale, ciovè il fallimento che si apre a richiesta d'un creditore feroce e si chiude con il cinque per cento, dopo di che il negoziante riprende il suo traffico comme primma.

E cossì la vitta ha il primmo periodo dell'infanzia che si comincia col tenere il nasino fra le... parentesi del seno materno e si finisce con le cinque elementari, dopo essere pasati per la trafila dla fersa, del busanch e di quella tirania di dire di dovere andar vestiti a modo degli altri con di bertuch fatt in cà, el calzètt confezionate dalla nona, i cavî lùngh anch d'estad, magari col relativo scadore, perchè il papà dice che al s'arvisa a Raffaello; con di pagn, o trop grand perchè a s'è in crèsser, o trop cein perchè l'ha da far anch st'ann, e tuttociò spesso condito con l'oli ed merlùzz, el scoppel dei fratelli maggiori e el srigtà dèl sgner Mèster.

Questa l'è la parentesi che non ha proprio più a che veddere col resto del periodo, mentre si apre quella più ghignòusa per sè e per gli altri, ciovè la parentesi del baiocchismo di dire delle aspirazioni premature e dei fanatismi di pasagio.

Ai più calmi ai vein pr'esèimpi la voja ed lavurar in cartòn, ma presto passa il furore e la scatla da lavurir, fatta per la mammà, rimane comme unico ricordo di questa breve parentesi, mentre di pzû ed cartòn e èl caldarnein da la cola giacciano polverosi sù int èl granar. Questo esercizio però non riesce del tutto inutile per la pratica che si acquista nell'arte attaccaticcia, sì da riuscire periti nell'appiccicare i francobolli sulla corrispondenza. Per altri invece a j è il passeggero entusiasmo pr'i rintaj in lègn, quei nidi da polvere fatt colle seghine, diremo, adolescenti, tanto son piccole: di questo rimangono la curnis dèl ritratt della zia Carlotta, un porta musica per la Clelia che suvona sul piano: «_Caro nome che il mio cor_» ed anche questo pasatempo adestra la mano per di lavurir più in grand. Gli arditi invez, quelli che ci fumma la cavallina, aprono la parentesi con un prillamèint ed tèsta pr'avezzars a fumar: un nezz sòtta a un occ pr'un pùgn di contracambio d'un collega liceale e con un scantalufott alla serva, che gli procura una severa paternale condita da qualche calcio int'èl _poggiascranna_, per ragione di patria potestà sulla sudeta fantesca. Questa parentesi si chiude colla licenza da unire, in seguito, a molte istanze per concorsi a pubblici impieghi, con esito quasi sempre negativo.

* * * * *

E po ai vein la parentesi marziale, ciovè la chiamata sotto le armi, ma anche questa nel chiudersi con il congedo, non lascia traccia nella vitta, non restando, nel ritorno in famiglia, che la giacca da fatica ed tèila d'Africa da purtar per cà; èl bertoch, privo del numero del reggimento, pr'el galleinn che preparano il gesso nelle fabbriche in costruzione ed il foglio del congedo.

La donna, invez, che vive più di tradizioni, non ha che una parentesi comune che abbraccia, fortonata lei, tutta l'infanzia e la conseguente crescimonia, chiudentesi con la patente di maestra o con un marito... ed è qui che si apre l'altra parentesi cioè quando non più attaccata alle sottane materne comincia a fare di propria iniziativa ed è poi allora che, per certune, il cuvore, questo affittacamere, cosciente della propria missione al lassa andar vî èl studèint pr'èl sgner avvucat, il quale più fortunato del suo predecessore, al trova i linzû ch' n'han più èl rovd dèl nov, e l'ùss ch'en ziga più int l'avrirel int la camera ch'al tôl in affett.

Ogniuna di queste simpatie a fior di pelle o sti sbali, com j ciamen indulgentemente le compagne di sventura, sono tante parentesi che fanno da sè, non avendo alcun legame fra loro e non lasciando adentellato di sorta.

Infatti, le amiche nel leggere la vitta di quella che si confidò con loro, quand el j arriven a questi cambiamenti di aquilini, sèinza asptar j 8 ed mazz, se li sussurrano all'orecchio, facendo accosì una parentesi crudele in mezzo al discorso a voce alta, narrante la vitta di figlia, di sposa e magari di madre, percorsa sulla via maestra sèinza scappuzzar int èl pulòn. E tutti questi fatti, che hanno un principio ed una fine determinanti, sono indipendenti dalla parentesi madre, quella ciovè che segrega ciascun individuo dal discorso collettivo e che si apre col primo vagito e si chiude con l'ultum scarabaccein. Sotto di essa però scorre un filo di continuità, sul quale si alternano da capo a fondo le duve forze elettriche: ùna ch' fa andar èl tram della esistenza, l'altra ch' tein impià la lampada dell'intelletto: _l'amore_ e il _sentimento_. Se su questo filo si apre una parentesi, la corrente cessa e si diviene o inerti o snaturati.

* * * * *

L'amore l'è quèl ch'av ciappa tùtt e che voi assorbite com è una fètta ed pan messa int èl vein, sicchè esso rimane intero ed intenso in tutto voi, cominciando a parlarvi alto, anche che non si sia sordi, ai primi baci della mamma e cessando coll'ultimo sospiro com è Margherita Goutier.

Anche questo amore però ha le sue parentesi: le braccia del bimbo al collo della mamma, le braccia dell'amante al collo dell'amata, con in lontananza il canto: _addio mia bella addio..._

E così il sentimento non ammette parentesi, esso vibra potente innanzi ad un splendido tramonto, com me a vèdder la ciozza con i pulsein; ammira l'arte in tutte le suve manifestazioni dall'_Apollo di Belvedere_ al figureini ed Santa Luzî, dalla _Divina Commedia_ al _Casamia_; dalla _Gioconda_ di D'Annunzio al _Bologna che dorme_.

Mo qui minaccio d'andar fuvori d'argomento, com dseva quèl ch' n'aveva brisa i bajucch pr'èl bigliètt dèl teater. E sanno da che dipende? Debbano sapere che quando mia madre, poveretta, era incinta di io, trovandosi in campagna, veniva spesso a Bologna con èl cuntadein che aveva uno di quei soliti somarini ch'i volten a tùtt i purton, ed io che mi trovavo in ebolizione, si vede che assorbetti questo vizio, e, mio malgrado, a vad fora ed carzà, com dseva quèl ch'era cascà int èl foss, scusino dunque e si torni sulla retta via del vero sentiero.

* * * * *

Lasino perciò, che a avra la parentesi delle parentesi, quèlla dèl mònd che le _abbraccia tutte_, beato lui, ed ste pover mònd, che ci sopporta da secoli e che anch adèss ne vede cominciare un altro, sempre cogli stessi personaggi, cogli stessi venti, le stesse inondazioni; l'eterna lotta tra Caino ed Abele e fra la _Gazzetta_ e il _Carlino_, el soliti tajadèl sùtti, la solita storia di chi sale e chi scende com è el mastèl int una zisterna; questo mondo accosì povero di Lucrezie e accosì ricco di Lanciotti, costretto a cercare il godimento intellettovale sòtta al vultòn dèl Pudstà, e di inghiottire gli sbadigli alla Società del quartetto, è pur sempre la nostra custodia naturale, com è quella del pussà d'arzèint, che offre un soffice cuscino agli ospiti che sanno farvi l'impronta.

* * * * *

E questa del mondo è la grande parentesi che ci separa dall'infinito... l'infinit; una cossa che non ha confine, ve la figurate voi? me nò, avezzo comme sono a vèdder che incossa finess: dai baiucch in bisacca ai stradlein murt, ai vicoli defunti.

E qui faccio sosta, com dseva quèl caval che ai vgneva l'arstein, doppo avervi pregato di considerare questa cicalata, comme la più brutta parentesi della mia vitta e tersuà a lòur sgnòuri.

(1899)

IL TARNASISMO UMANO

Êl un usèl? Punf, una stiuptà, e zò! Êl un pèss? Se il pescator non dorme, ecco che al casca int la rèid e quindi passa nel corpo musicale dla pscarî.

Lui è il padrone del mondo: al dscordga i gatt per far la gulètta dla plezza; l'attacca i caval al tram per dimustrar comme quattr'oss in cròus possano trascinare quaranta grassi borghesi; al smazzola i bû per fars del bistèch; i can al j ajùsta a sô mod taiandi el j urècc e la cô; al brusa el rugh; al bastòuna i palpastrî; al dà èl tabach al lusert; al ròmp la teila ai ragn e el scatel al prossum: alle api al fa da Luvein; el pùls le perseguita perchè el j fan scadòur; el zinzal le asfissia con i fidibus Zampironi.

Lui è il re, e quindi può tagliar la testa al toro; far castelli in aria, sciogliere il nodo gordiano, mettere la cuffia del silenzio, cascare dalle nuvole sèinza fars nient.

Non cè buco in cui non metta il dito.

Cerca il pasato sottoterra, felice di trovare la tieina dovve gli etruschi si cucivano le ova, e le ossa di bestie più grosse delle attuvali; o alargando il foro romano per trovarvi delle vestali sèinza tèsta o il _Lapis niger_, che fa perdere la medesima agli studiosi.

E non è solo il pasato che lo attira, ma anche, diciamo accosì, l'avenire, ciovè va a cercare le terre sconosciute e adeso ci è venuta anche la smania di arrivare a veddere dove s'impernia il mondo, che poi ci vuol poco a figurarselo quando si è visto il globo teracqueo a scuvola coi suvoi chiodini girovaghi dentro al meridiano.