Èl Sgner Pirein

Part 10

Chapter 104,082 wordsPublic domain

E i spuslein, el seruv, i padron, el ragazzi, i tusett, eccetera, i turnonn rinfrancati dèinter in cà a finir le cose lasciate in sospeso.

Per parte mia, ad esser proprio sincero, con loro ormai posso dirci tutto, un po' di impressione mi è rimasta, ma micca per quelo pasato, ormai quelo non sdondola più, ma per i casi avenire, col distacamento dei calcinaci, e le screpolature delle pareti, che si finirà di non avere la libertà propria e as vivrà in una specie ed capunara com è el galleinn, e quèst em sècca, com dseva quèl furmèint ch'i mitteven al sòul.

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 3 agosto 1899.

A CHE GIOVA LA CLOVACA MASSIMA?!

_Romma, 22 ottobre 1899._

Sentino: dacchè sono al mondo, ne ho visti degli acquazzoni, che vien giù, comme si dice, a gatinelle, ma il diluvio della scorsa settimana qui a Romma, è rimasto indimenticabile; è proprio stato un diluvio universale perchè c'era anche l'arca... che veniva dalle rispettive fogne, comme ci spiegherò in seguito.

Io ero andato fuori per fare il chilo, doppo aver bevuto una tazetta di caffè surogato, comme ci dicono adesso, e sicome c'era un po' di nubiferio, la Lucrezia, sempre previdente, la fa la dis:

— Pierino, prendi bene l'ombrelo, non si puvò mai sapere! È un omberlina che mi capitò non so comme, di quella seta di cotone gloria, che si chiama accosì perchè quando ci si è sotto si vede il cielo comme il _gloria in excelsis_ di presèpi.

Io la presi, mai pensando che mi dovesse servire, perchè le nubi c'erano, ma accosì vagabonde che pareva impossibile si dovessero combinare fra di loro...

Mi aviai verso il Panteon, e intanto la luce si fava sempre più serale al punto che un capo scarico, che mi stava davanti, incontrando un amico, al fa al dis:

— Oh! buona sera!

El j eren el dis e mèzz, e si figurino quindi se non si fecero le grasse risate... io non potetti a meno di stringerci la mano esclamando:

— Felice lei che è un vomo di spirito!

Ma non avevo terminato la parola, che mi sento nella coppa una gòzza granda com è un scud, e po un'altra... e, in tèrra, il marciapiede era diventato in un momento che al pareva un leopard.

Allora ricorsi al pensiero gentile della mia Lucrezia... aprii cioè l'umberleina, che ad ogni gòzza ch'j arrivava adoss, non essendo ancora bussata, la dava un termlutein, e lasciava passare alcuni spruzzetti sulla faccia, com fava quèl barbir ed campagna, che non avendo il polverizzatore, al tuleva una bcunà d'acqua e, con molta arte, al la spudava in fazza all'avintòur.

Quel giovene di spirito intanto, al seguitava a diren ed quèlli da far redder un par ed scarp novi.

— Se piovesse del vino, non sarebbe meglio?! accidenti! è acqua che bagna, e simili barzelette.

Intant mi si era arotolato dietro, e siccome i goccioloni che servono d'esordio alle piovute ben organizzate, si erano convertiti in tanti cordoncini d'acqua fitti fitti che venivano diagonalmente sulle gambe per via dello stravento, accosi corsi anch'io, con molti altri, sotto il portico del Panteon, a quello che ci dicono il pronao, tanto per rendere dificili anche le cosse più facili.

E il matacchione pure, fu fra quelli che mi seguirono, tanto più che aveva dimenticato di prendere l'ombrello, un ombrello, comme mi diceva, di seta e l'ossario di balena e il manico d'avorio con un intaglio finissimo, rappresentante una battaglia navale.

— Per bacco! a fazz me, vada per la mia, che ha questa testa di cane, che cè saltato via un occhio, povera bestia, eppoi nell'assieme è uno straceto; però il suvo servizio lo fa.

E lui mi dice:

— Vede quelle finestre che là all'angolo della Maddalena, dovve cè quel vaso di prasegoli?

— Benissimo!

— Bene, quella è la mia casa. Se lei mi presta il suo ombrello per cinque minuti, io vado a prendere il mio, e accosì ci faccio veddere un capolavoro.

— Mo ben volentieri, ci dicco io, prendi pure io sono al coperto.

Lui mi ringrazia e via di corsa con la mî umberleina, che a vèdderla in man a un alter l'an me pareva più quèlla, avezzà com a j era a vèdderla sèimper per dsòtta. Forsi al pruvarè l'istèssa impressiòn èl Papa, se al s' dezidess a vgnir fora da S. Pir a vèdder la copola che da tant ann al va vdènd sòul da dsòtta insù.

Mentre correva, si voltava indietro a salutarmi ridendo... e intanto l'acquazone si era convertito in tale uno squinterno che, non so se loro siano pratici di Romma, ma che faccino conto che la fontana di Trevi e quella Pavolina del Gianicolo, el s' fossen vultà a gamb a l'aria.

In un momento le strade erano rimaste deserte, non si vedeva, fra la nebbia, che qualche carozela in cerca di naufraghi, traversare a guado la fiumana che scorreva iruvente, sbocando da ogni viotolo e venendo verso di noi, perchè, si sa che il Panteon rimane in una bassa.

Quelli che avevano l'ombrello e che sapevano l'idraulica di dire, fra dieci minuti l'acqua ci arriverà alle ginocchia, preferirono sfidare l'acqua di sopra, meno danosa di quella disoto, si diedero a saltare, e delle signorine si favano portare in braccio da dei vomini del mestiere, dietro equo compenso, sicchè mi pareva di asistere al rato delle Sabine...

Ma io che favo? Oltre a essere senza ombrello, avevo l'apuntamento con quel signore della battaglia navale, e non sarebbe stata da gentiluomo abbandonare il posto. La gente mi diceva:

— Venghi anche lei! Si copri il ginasino col fazzoleto, guardi che l'acqua crese, dovrà poi usire a nuvoto...

Ma io che so la ducazione li lasciavo dire e col soriso del martire del dovere aspettavo, sì, non lo nascondo, spinto ancora dalla curiosità di veddere un capolavoro.

D'altronde si capise che lui non poteva espore un ombrelo di quel genere, alle intemperie cittadine.

Mo l'acqua cherseva e l'amico non si vedeva! Era già giunta alla cavcèla... e la gente rifugiata sotto i portoni circostanti, mi urlava:

— Si salvi! si salvi!!

Le chiaviche rigurgitavano: invece di inghiottire, mandavano fuvori, si vede che avevano lo stomaco guasto!

Allora, ci dicco la verità, provai comme un senso di timore di dire: io grazie al cielo, non sono una clovaca, e se l'acqua mi vien dentro non la metto più fuvori!!

A trovarmi poi lì solo, a dar spettacolo, mi sentii mortificato; diedi un'ultima ochiata a via della Maddalena, per vèdder se vedevo la mî umbrèla; pensai all'angustia di quel disgraziato che forse stava smaniandosi fra le braccia della moglie che non lo voleva lasciare uscire comme Roberto nei _Duve Sergenti_, e levatomi il capellino che involtai in un giornale di scorta che porto sempre nella taschina interna del paletò, mesomi in testa il fazoleto, che era rimasto sopra al livello del mare, mi diedi a fendere le onde con le gambine che erano coperte di rigurgito sino alle genocchia.

Fu allora che capii come l'arca... entrasse nel diluvio!

Il momento fu terribile! La cittadinanza trepidante assisteva a questa specie di autosalvatagio... Qualche vocina di donna mi incoraggiava:

— Si facci animo!... Adagio che non si pianti nella fanghiglia.

E tanti altri saggi consigli...

Io sentivo che ero già fuvori dal pronao perchè la pioggia mi colpiva il fazzoleto che mi ero messo legato sotto alla gola comme le caje forosete; già il livello dell'acqua intorno a me era calato... quando la fatalità vuvole che non mi ricordi più che c'era il gradino del cancello, e patatrach che casco bocconi.

L'urto em fa scappar èl genasi, che si mette a galeggiare sulle onde... fortuna vuvole che i pompieri arrivati in quel momento per il salvatagio, mi sollevino e mi portino quasi in trionfo sino dall'obelisco fra le turbe degli astanti, ed io lieto da un lato, nel vedermi accosì ben voluto da tanta gente che non conoscevo, mi adoloravo dall'altro a veddere il mio capellino che si manteneva a gala dondolando sulle acque, comme succede delle sostanze untuvose, senza che potessi riabracciarlo...

La pioggia intanto cadeva con più garbo, e la gente si era afolata intorno a me che ero più bagnato d'un savuiard int una limunà, talchè il cuvoco della _Rosetta_ che era uscito a veddere lo spettacolo, moso a pietà del mio stato, mi ricoverò nella suva cucina. Io, nel seguirlo, diedi una ultima occhiata al mio capellino ch' l'era là che al prillava tònd su di un gorgo d'acqua che lo avrà assorbito, all'arversa d'un stupai int èl tirabussòn!

Quel buvon uomo mi mise vicino al fuvoco, e mi lasciò asciugare i pagni, anzi mi diede i burazi che poi servivano per i piatti, onde mi pulisi le gambine dalla melma.

Le pietanze cuocevano con un odore delizioso... io avevo già fatto il chilo... ma lui, natoralmente, non era il patrone... Quando mi sentii asiuto, andai via a testa nuda, si capisce, non pioveva più, e d'altronde crederanno che a vada lè a ql'altra porta!

Quand'arrivò a casa, la Lucrezia, al solit, andò sulle furie. Io la mattina dopo andai in via della Maddalena a zercar quello dalla battaglia navale, ma lo crederebbero?! non sono riuscito a trovarlo!

Vorrei vedere le pene di quel disgraziato che è costretto a tenere un ombrello non suvo!!

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 26 ottobre 1899.

ÈL SGNER PIREIN FILOSOF

SI FISOFOLEGGIA!

Li prego prima di tutto di non chiedermi ancora notizie sulla tormentosa pasione in precedenza descritta[23], essendomi già aperto sino dovve potevo poichè si sa che quando si arriva, diciamo cossì, alla linea del pudore, bisogna far sosta, più ubidienti del treno d'Ancona ch'al seint a urlar: Fermo! e lù s'avveja l'istèss.

Lasino dunque che conservi in fondo alle catacombe dell'anima mia i preziosi avanzi d'una pasione che si cuoce in sè stessa, com è la panzètta, e incolland in quella tabella d'afisione, che è la faccia del vomo, l'avviso della gaiezza, pasi a fare il filosofo.

* * * * *

Che cosa è la tomidezza?

La tomidezza l'è la mancanza dèl stupein! Sisignore! il timido sa, come gli altri, preparare la girandola d'un discorso, il razzo d'una burletta, lo scopiettio d'una bella dichiarazione di amore, ma in tùtt sti fugh a j amanca èl stupein, per fari scuppiar, brillar, saltar pr'aria!

Èl temid al sa benessum com s' fa a dar un stiaff, ma ci manca la molla che ci facci alzar la mano! Non cè vomo che capisca meglio del timido l'erovismo ed il coraggio, ma ci manca la forza per essere erove e coragioso.

Al va da un calzular a cumprar un par ed scarp fatti. Se ne prova un paio che ci sta dentro due volte.

— Ci vanno queste? Dis l'umarein che ce le ha messe, e ch' l'è anch in znocc in tèrra.

— Mi sembrano un pochino vantaggiose...

— Proviamo queste altre! E ce le mette con tali sforzi da dvintar ròss com è un gamber.

— E queste?

— Mi sembrano un tantino strettuccie...

— Ma scusi, non lo sa che la pelle cede? E poi ha delle calze così grosse... quando le ha tenute un poco, le si adattano... sembrano fatte su misura...

— Allora va bene... prenderò queste... ma adesso me le vorrei levare...

— Che levare! Ora bisogna le tenga per darvi la forma... Alè, giri!... su via!...

— Ma cossì, al primmo momento, mi pare mi faccino male...

— Sfido! in confronto di queste due barche... Da chi le ha prese? Scommetto alla Cooperativa... Conosco le suole di cartone... vuole che ce le incarti?

— Anzi... ma mi pare che queste mi siano strette... a girare sento uno spasimo...

— Che bella idea! Non sente che siroco: tutti abbiamo male ai piedi in questi giorni... Non ha fatto cento passi fuvori dal negozio che non sente più nulla...

— Allora... scusi se l'ho fatto impazzire, a rivederla.

E brancolando drî a la muraja, arriva ad aferare un omnibus, per giungere a casa con i sudur fredd per cavars le duve morse che ha nei piedi e rimettersi le vecchie, dòp avèir fatt, in tla stanzia da per lù, una scena con èl calzular, dicendo tutto quello che aveva pensato durante la suva seduta in botega, mo che a j era mancà èl stupein per farel saltar fora!

La differenza fra il timido e lo stupido sta in questo: che l'uno ha i fochi ma non ha lo stupino, e l'altro ha questo... ma ci manca il resto.

Le idee del timido sono paralizzate nelle gambe, nascono, crescono, ma non escono di casa; oppure sono talmente misantrope, da usire soltanto quando nessuno le vede. Ed ecco la scena fatta da quèl del scarp strètti, nella solitudine della propria stanza.

Am arcord una volta che a incuntrò un mî amigh, di quella razza, ch' l'aveva in tèsta un caplein che ci stava lassù in cima alla testa, che se ci veniva lo starnuto ai saltava da que a là...

— Cossa è suzzès? a fazz me, ti sei meso il capello di tuvo fratello il piccolo?

Lui diventa rosso, poi dice:

— Cossa ha di straordinario? È di ultima moda!

— Benone, ma per un altro... Non vedi che non ti sta in testa!...

— El caplar al m'ha dett che andando incontro all'estate, è meglio che becchi in stretto, perchè si suol farsi tosare a teso...

— Allora hai ragione, caro mio. E accosì dicendo ci astricai la mano con tanta energia, che èl caplein cascò in terra, non dico con grave scorno dell'amico, perchè era nubile.

* * * * *

Ma a vrè savèir una cossa.

Perchè mo mi è saltato in mente di dire tante sciocheze su quella anemia dello spirito che è la tomidezza?

— Ah! forse perchè ieri sera la Clelia, che, poverina, va venendo a farci compagnia mi domandò:

— Comme va, signor Pierino, che lui mi dà tanta soddizione?

— Ai voi poch a capirel: perchè tu ti senti più asina di me!

La materiolina ci piacque, e seguitò:

— Perchè quand s'ha suddiziòn si suda?

— Perchè ci sentiamo il bisogno di farci piccini, quindi la pèll s'artira, e sforzando, i pori lassen vgnir fora la parte umida dell'individuo, com è a striccar èl pimazzol int l'acqua ed rèmel, con la quale si lavano i panni colorati.

— E com êla che quand a s'ha pora as trèmma?

— Perchè tutte le parti del corpo vrên scappar vî e siccome non lo possono, perchè sono congatenate, l'animo umano rimane sospeso per quelle forze che vorrebbero andarsene per suvo conto, comme un pinein ch' fazza: vòula, vòula, e da lì la termarî.

— E il coraggio?

— Cara mia, tu vuvoi sapere troppo... sòul at dirò che al tempo che si favano i colmi, io feci questo:

Il colmo del coraggio: Confessare di non averne.

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 18 maggio 1899.

PRENDI MARITO!!

Se la ricordano, la Clelia, quella povera ragaza invachita del granatiere di dire che fava l'amore da sè perchè lui non se ne dava per inteso, sebbèin lî povra ctà sospirasse com è un suppiadur ch'hava ròtta la pelle di contorno; e, giacchè ci sono, noto, accosì di pasagio, comme questo dòp el stû e le cucine a gas, sia diventato uno strumento fuvori d'uso, e scometo che vi sono i nati della classe 1899 e anche primma che non sanno cossa sia?:

Èl suppiadur, perdonino la degresione, era una specie di polmone artificiale che tirava il fiato per un bligolino e lo mandava fuvori da un cannunzein sottoposto, spingendo per aria la cenere; ficcand vî el bras e facendo ardere il fuoco quand era finè incossa.

Sicura, alla Cleliùzza ci è capitato un buon ragazzo che sta nella stazione a dir: «Partenza per la linea di Milano, Torino, Genova!» con una voce robusta, sapendo quelo che dice, brisa da papagal, la quale ripete ciò che ci insegnano, che se un furastir ci domanda:

— Scusi, è partito il treno di Romma?

[Illustrazione: L'ERGIA]

Lui ci risponde:

— Quello per la città dei Cesari, va via alle 21 e 30!

Facendo capire accosì coi Cesari, che conosce la storia antica, e con il 21 e 30 quella moderna.

La paga per ora è pochina, ma i superiori, conoscendolo accosì struvito ci hanno promesso un avanzamento, e se non ce lo danno dentro l'anno, per quest'altro è sicuro, e allora passerebbe nell'interno a dire: «Sortita! Sortita!» con due filetti int èl bertocch.

Lui è solo; suva madre, poveretta, ci morì nel dare alla luce suo fratello, il padre non lo ha conosciuto di persona essendosi estinto prima che venisse al mondo; e soltanto l'ha in fotografia, quasi scomparso, perchè allora non ci facevano i bagni per fermarli, e i poveretti, nella stagione estiva, se l'aviavano pian piano, lasciando soltanto j ucc e i cavî ritoccati colla china... che allora non era neanche Migone.

Ma mentre lui si capisce che ha preso la scufia, lei ha sempre il pensiero a quel benedetto ufficiale che quando lo vede, la dis che si sente èl solit calzèider d'acqua frèdda giù per il filone della vitta; il cuore ch'i dà del zampà int èl pètt, com è un can assrà in cà, e el gambeini s' pighen com fa quî meter ch'i porten in bisaca j inzgnir.

La dis:

— Signor Pierino mi consigli lei, cossa debbo fare?!

— Fiola cara, a fazz me, non lo sai, che la vitta si divide in duve parti sostanziali. Quella fantastica, che se la fa e se la dice dentro al pomo di quel bastonzino che si chiama il vomo, il quale senza spendere un centesimo si crea delle gioie, delle felicità, dei gavdi incredibili. Poi viene l'altra parte che l'è quella buvona ciovè le esigenze fisiche di dire che bisogna formarsi una posizione; e qual'è cara la mî Cleliùzza, la posizione della donna? Cè poco da eludersi, se non ne ha del proprio, bisogna accetti quelo del vomo, che ci dice comoso: Ecco il pane bagnato col sudore della fronte, mangialo per amor mio e declina il tuo capo, doppo che ti sei liquefatto èl pulptunzein tratenuto dalle forcinele, su nel cuscino di crine vegetale. Cossa vuvoi rispondere, ragazza mia, a un galantuvomo che ti offre un par ed linzû nuv, un po' ruvidi sulle prime, ma che non tarderanno a far la plùmma; un letto di ferro con degli efeti di luna utgnò con la madreperla; una spartura in cuseina che puzza d'olio cotto; delle oleografie rappresentanti «Otello e Amleto» pagabili a duve lire la settimana; una sveglia ch' salta pr'èl cumà per essere puntuvale all'uficio e le scranine gialle impagliate a colori. Cossa vuvoi pretendere di più?!

— Mi è antipatico!

— Oh, è quistione di abitudine, eppoi fino a che lasi atacata al chiodo cardiaco l'efigie ed quèl capitani che se ne inziffola di te, l'è inùtil, tutti ti sembreranno brutti, antipatici e che so io. — Ma se ti muvore tua zia, poveretta, che il cielo te la conservi, com èl pèver èl mî paltò da inveren, cossa vuvoi fare, disgraziata?!

— La maiestra!

— Ma se non hai la patente! E poi anche che l'avessi, credi che sia facile trovare il collocamento di dire alla cantonale di Sant'Isaia o di Azzo Gardino?

Sono obìe, cara la mî ragazzola, il vero mestiere della donna è quello di essere la madre dei propri figli, artesta egreggia che fa delle statovine movibili sèinza che ai sia bisògn ed cargarli dedrî; che diccano papà e mammà sèinza che abbiano nello stomaghino una pivetta o un urganein. Tu mi dirai: Ma si prova del male! Fiola cara, in tutte le cosse prima si soffre e poi dopo si sta bene. Quand èl barbir vi raschia la faccia, av fa vèdder el strèll doppo vi lava coll'acquina profumata e provate un godimento intellettovale da non dirsi; un contadino vi schiaccia un piede con tutto il suo peso, e voi provate uno spasimo atroce, ma quando si decide a cavars la scarpa, provate un sollievo senza precedenti.

— Ma, questo lo capisco se sposassi il mio ideale...

— Eh, ma non dire delle siocheze! l'ideale è una cossa di lusso, com è la emicrania e le giaretiere da cinque lire, che io poi vorrei sapere a cossa serve a spendere tanto, mentre se si ha intenzione di stare comma si deve, andarè bèin anch un sfurzein... Diccono: ma se tira del vento?! Eh, cossa vanno a pensare!! Se mai, se le mettino di marzo e basta.

L'ideale l'è comme la propria ombra, che a si corr drî e non si ragiunge mai, che ora è lunga, ora è corta, òura l'è dinanz, òura dedrî, conforme la luce che la proieta, ma per quanto tu facci, resta sempre sola, e non cè dubbio che tu ci vegga spuntare per mano un ragazzol che saltella giulivo a caio, conscio che

Il mondo è una danza Corriamo a danzar!

Se aspetti ed magnar dell'ideale in umido, farai la fine di quella pulce che nacque col pudore di dire di non voler andare dovve vanno le suve compagne, perchè aveva pavura di stare al buio, e morì d'inedia.

Aldvighein, l'è un ragazz, che puvò arrivare sino a capostazione con dei filetti di più del tuvo capitano; che ti farà star bene anche quando sei malata, mentre se prendesi un'altra carriera, se si sta poco bene spesso, o vi licenzian, o nessuno vi guarda più. Pensa che ti condurrà all'Arena a sentire la Signora dalle Camelie, in casa tuva sarai la gran padrona, e se qualche volta per un malinteso ti dovesi prendere un smataflòn, pasata la burasca, proverai la gioia inefabile del rapatumarsi: ma solo la parola non ti dà l'edea ed spazzar vî ogni lordura dalla strada della felicità?!

Va là, va là e fa prèst premma ch'al s' pintessa.

— E se quando sono legata, eternamente legata, dovessi incontrarmi in quell'essere che è l'anima dell'anima mia?!

— Ma cossa vai a pensare a sti sciucchèzz, bazzurlòuna! Non si sa che dov magna ùn magna dû!...

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dal _Bologna che dorme_, 20 luglio 1899.

LO SPIRITO

Non si creddino micca che ci vogli parlare di quello spirito che vende il signor Musi[24] ed arti affini, chè sarebbe un argomento che al svapurarè sùbit o che intontirebbe in modo, da sentirsi poi a dir: «duro!» dai piccoli gentilvomini delle scuvole comunali.

Questo è spirito che si lasia a quelli che vogliono conservare gli sbagli della natura, il quale si dice poi: «la fe un mòster, un maestro, e i l'han mess int un vas alla Specola, puvrein, al fa pora! A sfid, andò a vedere la lanterna magica, che c'erano delle figure spaventose e lo fece tal quale!».

Se non fosse perchè non voglio che dicchino che ho il vizio d'andar fuori dal seminario, comme fanno quelli che non vogliono farsi preti, ci direi degli studi che ho fati sull'influenza delle impressioni esteriori sulla costruzione del vomo entro le visere materne, ma ne parleremo un'altra volta e accosì acquistando tempo, non se ne parla mai più.

Lo spirito che mi intendo io, ed è una grande fortuna, perchè quando una cossa la capise quello che la dice, può andar superbo nel pensiero che non morirà incompreso, come favano le erovine dei romanzi di una volta, estinte dalla languideza o anegate nelle lagrime esteriche delle lettrici che si sostentavano con el mnestreini d'ov e la tazteina ed brod..., con la prèisa dèl pèver per incalorire lo stomaghino sonechioso e imbazurlito per mancanza di lavoro, sicuro, lo spirito in questione, sebbèin che endson degga nient, è quello che ogni vomo ha in sè steso, non per la conomia vitale, che allòura as dirè l'anma, ma quello che adeso, dopo il _Fanfulla_, il _Don Chisiotte_ e gli altri sfogli umoristici, tutti voliono usare.

Uno dice un'insolenza e quell'altro se la prende, ridendo come un mato, e questo è un vomo di spirito, com'è di spirito colui la quale chiedendovi cinque lire in prestito non ve le restituvise più.

E lo strano è che chi volesse far la storia di questo spirito che qui, atraverso i secoli si vedrebe che una cossa adeso spiritosa, in altri tempi non lo era o viceversa, se si vuvole cominciare dall'altra parte.

Adeso duve amici s'incontrano e subito: «Addio stupido, imbecile, cretino!» e ciò non di rado accompagnato da qualche pugno nella schiena.

Questa specie di saluto, diciamo, alla rovescia, fa sì che il candidato crede di esere tutto l'oposto, ciovè: spiritoso, svegliato, inteligente e, meso su questa falsa via, finise per persuadersene e quel ch'è pegio, se ne persuvadono anche gli altri, ed ecco per lo meno un Consiliere Comunale, non senza nutrir speme d'arivare a Montecitorio.

Una volta si salutava diversamente o con èl _Salve, Salvete, Salvetote vos!_ oppure retrocedendo ancora: _Ave Maria gratia plena!_ E le nostre buvone genti del contado: «Ch' at ciappa un azzidèint! pust arrabir!... ch'at vegna èl mal zittòn, l'è veint ann che an s' vdeven, boia d'un Pirètt!!» e buon per il visitatore se an j arriva una sbadilà int la scheina.