Part 1
ÈL SGNER PIREIN
[Illustrazione: ANTONIO FIACCHI]
ANTONIO FIACCHI
ÈL SGNER PIREIN
SCRITTI SCELTI EDITI ED INEDITI A CURA DI ORESTE TREBBI.
CON PREFAZIONE DI LORENZO STECCHETTI
TERZA EDIZIONE CON AGGIUNTE E DISEGNI DI AUGUSTO MAJANI
BOLOGNA NICOLA ZANICHELLI EDITORE
PROPRIETÀ LETTERARIA
PREFAZIONE
E così fugge la vita, ora lieta, ora trista, lasciandosi dietro uno strascico di ricordi e di rimpianti tormentatori dell'età che declina. Così si riaffacciano alla mente le imagini dei morti che non vogliono esser dimenticati, degli amici caduti lungo la strada che par seminata di sepolcri come la Via Appia Antica.
E non è certo per la vanità dell'odiosissimo _io_ che ricordo l'ultima volta in cui vidi Antonio Fiacchi appunto sull'Appia Via, funeralmente silenziosa, in un grigio pomeriggio di ottobre, in faccia alla deserta maestà della campagna romana. Forse la desolata solitudine del luogo e la mestizia del giorno morente ci vincevano, opprimendoci con una vaga sensazione di malessere che spuntava i motti e ci faceva parlare sotto voce. Così, di quest'ultimo nostro colloquio, serbai e serbo un ricordo velato di tristezza, come se udissi ancora i corvi gracchiare tra le rovine.
E qualche cosa di triste era anche nella arguzia del Fiacchi, uomo di ingegno assai più alto di quello che la sua modestia lasciasse credere e che solo gli intendenti indovineranno sotto l'apparente facilità di queste pagine buttate giù come per svago negli intervalli tra le cure burocratiche, così ripugnanti alle cure dell'arte. Poichè è notevole come l'amaro dell'umorismo pervada e contagi spesso le opere degli stipendiati che si lasciarono tentare dal demonio delle lettere. Furono impiegati il grandissimo Porta, il Belli, il Zorutti e tanti altri che per avi ebbero il Berni, il Tassoni ed altrettanti illustri, costretti ai lavori forzati dello scrittoio e degli uffici. L'Ariosto reggeva un'umile podesteria in Garfagnana, il Rabelais fu correttore nella tipografia del Grifio e il Dickens era resocontista parlamentare quando esordiva coll'immortale Pickwick. Pare che l'arte di mascherare le miserie della vita sotto il lepore della forma sia il retaggio della famiglia di _Monsù Travet_!
Fatte le necessarie proporzioni, anche il Fiacchi fu di questi minuti _funzionari_ la cui opera, spesso dialettale, lascia per lo più la impressione salsa ed amara di una ingenuità disarmata contro gli assalti della mala fortuna attribuita a personaggi deboli, candidi e quasi deficienti, facile preda d'ogni più facile astuzia, vittime destinate del superiore imbecille, della moglie inacetita, del collega crudele o del primo raggiratore che capita. Tipi ferravilliani e pur veri, tipi che da Giovannin Bongée ad Oronzo E. Marginati ci passano accanto ogni giorno e che, appena esagerati dall'arte, ci muovono prima alla ilarità, poi alla compassione.
Ai tempi dei tempi, viveva in Bologna un giornaletto ebdomadario nel quale era in grande onore il dialetto e che perciò non usciva dalla cerchia delle mura cittadine e in dialetto si intitolava «_Ehi! ch'al scusa_...» formula garbata che si adopera per fermare qualcuno e parlargli. E garbato era il giornaletto che aveva per impresa — «_Colle persone usare modi gentili_» —, massima del Galateo. Non conosceva politica e non si mischiava nelle piccole contese municipali, ma si volgeva specialmente ad un pubblico simpatico di signorine e di signore cui tributava l'omaggio di sonetti lusinghieri e di allusioni urbanamente madrigaleggianti.
A questo giornaletto il Fiacchi recò fortuna colla creazione di un tipo comico — _Èl sgner Pirein Sbolenfi_ — incarnazione di un _petroniano_ antiquato, pesce fuor d'acqua nella vita moderna, alle prese col tenue bilancio famigliare e afflitto dalla moglie Lucrezia incresciosa e pettegola e dalla figlia Argia, già allieva delle Scuole Normali, sempre nubile, con pretese letterarie ed isterismi romantici che la condussero poi a non bella notorietà. Le risibili tribolazioni del povero uomo, esposte in lettere stravaganti ed infarcite di bizzarri idiotismi, ebbero in Bologna così allegra fortuna che in un lieto Carnevale fu eretto un villaggio di legno di cui fu acclamato Sindaco _èl Sgner Pirein_, sotto le spoglie dei povero orefice Magagnoli il quale fece discorsi, emanò regolamenti e mise fuori certi ameni manifesti che molti Sindaci del Regno dovrebbero invidiargli per lo spirito fine e l'acuto giudizio.
Ma il creatore del _Sgner Pirein_ era impiegato alle Poste e fu trasferito a Roma. Lasciò qui gli amici, il giornaletto, le piacevoli consuetudini ed ogni cosa più caramente diletta per andar lontano dalla sua materna Bologna a riassumere _pratiche_, ad evader note e a rivedere statistiche. Così la radice era strappata dal suolo nativo. Mandò parecchie lettere datate «_dalle rive del Colosseo_», ma ben presto il giornaletto sfiorì e morì ed anch'egli si spense quando la vita gli sarebbe stata più benigna e ridente.
I bolognesi però non hanno dimenticato ancora il loro _Sgner Pirein_ e ricordano la sua cara e buona imagine, tanto argutamente sincera, anche nella caricatura, così che ne vollero raccogliere alcune pagine calde ancora della festività antica, non per sforzarne il valore oltre quella misura che al Fiacchi piacque, ma come affettuoso e pietoso ricordo di un egregio uomo che in altre condizioni avrebbe senza dubbio prodotto di più e di meglio che un giocondo epistolario la cui vivace genialità male si può intendere da chi non vive all'ombra della torre degli Asinelli. Pietoso ufficio al quale attese con animo devoto il signor Oreste Trebbi, amico e collaboratore del Fiacchi nei giorni sereni in cui questi scherzi uscivano dalla facile vena di un umorista che non potè e forse non volle tentare le aspre vie che conducono alle cime. Pietoso omaggio di concittadini a chi tanto amò il suo nido natio e lumeggiò, sia pure con lo sarcasmo che nasconde la pietà, l'uggia dolorosa che incombe su quegli umili pei quali la rassegnazione è la sola ragione del vivere.
Sia leggiera la terra del sepolcro al povero Fiacchi e leggero il giudizio dei lettori per queste reliquie sue!
(1912)
L. STECCHETTI
LA FAMIGLIA SBOLENFI
[Illustrazione: La nonna — Il nonno — Il papà]
dall'_Ehi! ch'al scusa..._ del 9 febbraio e 16 aprile 1888.
[Illustrazione: Èl sgner Pirein (dall'infanzia all'adolescenza) — La famiglia Sbolenfi]
LE VICISSITUDINI DÈL SGNER PIREIN
I M'HAN FATT CORRER?
Sissignore, se fosse vero non lo negherei e a dirè senza renitenza: sè, èl prem dè d'avrel mi hanno fatto caminare; avrei èl curagg ed direl... Percossa far di misteri?, dseva quèl ch' guardava èl pordgh ed S. Lùcca, ma questa è un'idea dia mî famèja, che anche lui, quant al sintirà comme è la fazzènda, converrà nella negativa. Dònca sabet, l'era ott òur che am era livà in quèl mumèint e mi affibiavo i tirant del bragh, lo so che non usano più, ma d'altra banda mî mujer l'am dis sèimper ch'am tegna sù, e che mi tenghi su, per via del decoro, e come si fa a tenersi su sèinza i tirant?! Al dis al fa, si metti la cinghia, ma nossignore che quel restringimento a travers fa male alle viscere del padre com l'ha fatt mal a quèlli dla fiola, il quale ci è una delle mie ragazze che dòp che si ostinò a andare in cinta, dsevla lî, e strecca e che te strecca, ha finito per prendersi un'applicazione di cuore, una spezia d'urisma, che quando ci vengono gli eccessi la fa pietà a tutti quelli che la circondano. Ma dscurrèin ed coss alligri, dseva quèl marè ch'cuntava la mort ed la sô spòusa... e si torni nell'argomento.
Dunque mi affibbiavo i tiranti, quand viene dentro la Lucrezia con una cassettina che fava molta fatica a portarla... e dice: Pirein, auf! cum l'è pèisa sebbèin che sia piccina... al la manda èl sgner Vermicelli e ti prega ed purtarla alla Madonna grassa, da Stricchetti... bada però ch' l'è èl prem dè d'avrel.
L'usservaziòn era giusta, chè mî mujer l'è una furba e mèzz, ma d'altra part io non conoscevo èl sgner Vermicelli e tanto meno il signor Stricchetti: su la cassettina c'era l'indirizzo, dunque? non ci poteva essere inganno, qualunque nei suoi pagni avrebbe detto lo stesso.
A ciap sù la cassetta che pesava, e dalla porta della Mascarella dove cè la civica mia abitazione, am l'avvei vers la Madonna grassa... una bella aguliata! Quand a fo lè da Bentivoglio apponzai sul murizzolo la cassareina, e sudavo come se fossi una bestia.
In quèl mèinter però che am spazzava la fronte ammatita di sudore, a pinsava che l'era una cossa uriginal che uno che non sapevo chi fosse mi caricasse di un carico da purtar a un'altra persona incognita... ma poi pensavo quanto si è serviziali non bisogna guardare in faccia a nessuno e prestarsi per la umanità in genere. E acsè a fe, con uno strascino che en vlènd sagattar il continente nella cassetta che si erano raccomandati che la portassi para, non potetti neppure profittare dell'_Omnis_ e tanto meno del _Tramwaj_ che è quello senza le rotatorie fora ed porta[1] che cè il caso che i cal, con rispetto dei piedi, vadino a finire nella punta dei capelli e vice versa. Basta, uscito di casa alle 9, arrivai dai signori Stricchetti al 12 e mèzz, tutto trasudato, e anellante che mi favo compassione da per me. Mi viene aprire una ragazza e mi si butta a riddere in faccia e mi pianta lì come un palio.
Finalmente arriva un zuvnein ducatissimo, che con un ammasso di complimenti, mi dice:
Am indspias, ma ci è un equivoco, quella cassettina che lì va a degli altri Stricchetti che stanno alla porta di S. Felice, sono nostri cucini; in quèl mèinter dedrî da di ùss saltava fora del tèst cun del stiuppà, delle schioppettate, di ridere.... Bella ducazione! Eh, a sfid, esclamai, l'è bèin lunghètta, ma bisugnarà rasegnarsi e andar alla porta ed S. Flis.
Nella fretta d'uscir di casa am era dscurdà anch èl portafoi, una cossa che mi va succedendo, e per conseguèinza aveva una gran fam, e non potevo pagarla. Con quèl car pèis sotto il braccio e dei finimenti di stomaco che si poteva vedere, arrivo al 2 ¼ alla porta ed S. Flis a quèl nùmer che mi avevano anzidetto.
Ma dentro da quella porta an i stava endson che si chiamasse per cognome, e tutti mi dicevano che provi a st'altra porta que attèis...ma erano tutte chiuse, e attèis non ce n'era nessuna.
Oh sangue d'un fnocc', d'un fenocchio...che quant am vein sù i ciû...i barbagianni, a biastèm com è un turch...questo l'è un vago affare...e d'altronde ste sgner Vermicelli che io non conoscevo, cuss'arèl pinsà ed me se non avessi consegnato quella benedetta cassettina così pesante?!
E dmanda pur int el buttèigh, mo tùtt is mitteven a redder, ma nessuno conosceva la famiglia Stricchetti, si vede che è gente ch'fa una vetta artirà...e tal sia di loro.
Un ragazzèl d'un barbir, a cui mi ero rivolto per chiarificazioni, al s'mett a redder e po al fa: badi che sarà un pesce!.... Acsè pèis?! bazzurlone: mo senti bene questa cassettina premma ed dscòrrer, ah, che pèss tamogn?! si cacciò in una sboccalata...e an savè cuss'as dir.
Basta, j eren el quatter che me a j era anch a batter a tùtti el port ed S. Flis in cerca di questi signori Stricchetti, e con una sete che se non era un ragazzol che mi concedesse un spiguel, uno spigolo di arancio, am srê vgnò la poligola cum è al galleinn.
All'infine poi me aveva fatto il proprio dovere, e ero fuori dai miei obblighi, che quanto siamo agli ultimi, io non ero obbligato a ciapparum una malattî per far un piacere a uno che non conosco, e decisi ed ripurtarum a cà la famòusa cassteina che avevo poi capito che doveva contenere dla conftura perchè as sinteva che ci ballava dentro.
Arrivò in seno alla famiglia ch'l'era 5 òur sunà, stoff mort, moj spòult, affamà comme un lupo.
Quel donn j eren in angostia perchè ci era una lettera urgente per me, e fenna che in me vdeven non la potevano consegnare...sono state abituvate così fenna da piccine...e sanno contenersi nelle traversioni della vitta.
A âver la lettra: l'era èl sgner Vermicelli che al mi diceva che non importava più che portassi il _noto collo_, al la ciama un col una cassètta, a destino, e che me la regalava a me. Quanta gentilezza, puvrètt, si vede che mi ha della fezione sèinza mî demerit.
Allòura fumo tutti felici, e quelle mattaciuole del mî fioli mi cominciarono a saltare intorno che volevano la confettura.
Stà boni, lassà far a Biasi che fava le corna agli asini! ah, a seinter questa materia, si può figurare che risat...hanno tutte il morbino, e poi anche non l'avessero, a sfid a star seri anche il più mognone di questa terra.
Basta, tolsi un coltello e a cminzipiò a cavar la copertura, ch'l'era inciudà...mo s'imagini bene cossa ci era dentro? — Dla giara — dla più bèla giarleina...ch' la pareva fatta a macchina. Si vede che era un campione: èl sgner Vermicelli al srà un neguziant in quel genere che lì.
Quel talp ed quel donn che non hanno idea della industria e dei movimenti commerciali, el saltonn fora a redder e a dir che im aveven fatt correr perchè l'era èl premm de d'avrel...e anch adèss sono imedesimate in quel pensiero e non è possibile cavarglielo.
Ma io ce la feci bella: a ste asptar che el fossen andà dla tùtti, e po a dess: Au! purtam que la brètta, gajardi...e a l'aveva in tèsta!!!....
Chi ha còurs?...Pirein nò ed zert....
— A me non _la si fa_, dseva quèl ch' studiava èl sulfègg...e tersuà a lòur sgnòuri.
Dall'_Ehi! ch'al scusa..._, 8 aprile 1882.
OH! LA CUMÈTTA!!
Che cosa è una cometta?
Em dmandava l'alter dè l'Ergia, che ha sete di sapere, puvreina, e che per l'istruzione l'andarè a cà ed clò, a casa di colui.
Adèss cè venuto in mente di studiare il todesco nelle scuole serali, che se le facessero di giorno per me am srè più comod, ma ciò non vuol dire che infine fa lo stesso.
A st'òura lî zò s'è cumprà la grammatica, e la sa bale com' as dis pader, mader, pan in tudèsch che a tavla a la fèin po dscòrrer sèinza capir nient, che l'è un piacere, e me e la Lucrezia si guardiamo negli occhi che sono accosì belli, come dice il paggio Fernando, e si commoviamo a vedere una ragazza che, povra diavla, quanto nacque la n' in saveva rèbsa[2] e che ora è struita quasi più dei suvoi genitori, che grazia Dio hanno fatto i suoi studi in rèigla, perchè mî mujer l'è arliva del pùtti del padre Gallini là dal Zugh dèl ballon, ed io ho fatto il corso regolare delle quattro prime operazioni, che se non erano i maiestri che per gelosî, cunsionn mî pader a troncarmi a mezzo, perchè dsevni lòur, l'era trî ann che non passavo in un'altra scuola, adèss potrei essere com'è tant alter, o avvucat, o arziprit, o sendich, o pussidèint, val a dir d'aver fatto una carriera per esser messo poi fra i deputati comme sono quelli che sono attaccati su per i muri adesso, che un consumo di cola comme si fa l'è un affar seri.
Ma èl pover mî pader non volle, e tal sia di me.
Sicura; l'alter dè, mentre si facevano due chiarle accosì per passare il tempo dòp dsnà, quella spipola d'Ergia l'am salta fora a brusapèil, digand: Papà, che cosa è una cometta?
Dichi mo che questa domanda l'avesse diretta a un asino, che figura ci faceva?
Ed star zett, forsi, ma me nò, che per furtouna se n'era parlato poche sere primma al caffè dove vado qualche volta tùtt el sir a fare un 150, e dovve recapitano dei vomini com va, struiti, che leggono e che i san arspòndrov anch se non li interrogate.
La cumètta l'è una strèla che ce venuto un buco, dseva èl nostr'amigh, ed è un fatto.
Al dice al fa, che cossa è una stella? L'è un globo con dèinter una lùm di materie infiammatorie. Dònca, fa mo cònt che in qla bòmba opaca ch'è lè fora dove cè scritto: _vini e liquori_, ci venisse un bel busino, grande come un centesimo da due, cossa succederebbe? Che ci salterebbe fuori un codino di luce che quelli che passassero direbbero: Ohi, guarda, a s'è ròtt la bòmba, quèl è sta una sassà...ed ecco che quant una stella comune ciappa còntra a cvèl e sì rompe, nasce le stelle comette.
Com a s' capess l'omen ch' passà la sô vetta int èl studi, l'è un cupesta d'l'avvucat Sberli...a savèir ed quel stori lè, non bisogna micca essere privi dell'uso della ragione.
E che mi scusi bene, a dmandò me, che mi piace ed ciarificar el coss, come avengono poi queste rotture in cielo?
— Per l'affare delle costellazioni. Non si sa che cè l'ariete, il toro, e una scurnà ed qui bî matton, basta per ròmper zenqv o sî strèl int una volta, e farne tante comette. Al voi dir che noi non ne vediamo che una, perchè si sa che a quelle altre a j è dinanz o una cà o un alber, mo in cielo ve ne sono di quelle poche.
Sicchè, ricco ed sta bèla spiegaziòn, feci restare a bocca aperta la intera famiglia che ci va a venir voglia d'andar a vèdder la cumètta.
Eh, mo siv matti! An savi che si alza nelle quattro e che per vèdderla bisògna andar chissà dov, certo poi fuori di casa e che l'aria dl'alba fa male ai nervi.
Non ci fu verso, el s'ficconn in tèsta, si gettarono in testa, ed vlèirla vèdder e bisognò cuntintarli.
Allòura a stabilenn d'andar a letto prestino e po livars nelle 3.
Io andai un momento al caffè a seinter dal cupesta dovve si vedrebbe meglio, lui mi disse su per la mura di Strada Stefano.
A tòuren a casa: j eren tùtt a lètt che dormivano.
Ah, sèimper spiritòusi el mî donn!!
Mo me furb, a pensò: se a vad a lètt ci è il caso che mi addormenti e allòura chi ci chiama?
Mo sicuro! slèin livà dònca, e per distrarmi am mess a sgar di zuccadein in cuseina. Non lo avessi mai fatto, che un aquilino ch'sta lè dsòtta, gente senza ducazione, am ciama dalla fnèstra della corte, e am cmèinza a dir degli intemperi, e che doppo mezzanotte non si deve segare, e lassa pur dir, che al pareva lui il padrone e che me non pagassi il fitto, per far i mî comod.
Me a j arspòus che il galateo lo conoscevo più di lui, e che non cè nessun codice che proibisca tali operazioni in casa propria, quando non ridondano a danno di terzi, dònca lù al s'ciamava Tortellini e non aveva ragione di espellere lagnanze.
L'amigh al s'la tols persa, se la prese perduta, e rimase mutto, me a seguitò a sgar, e dòp un mumèint a seint el mî ragazzoli urlar, e mî mujer l'istess: — Mo Pirein dvèintet matt! far un diavleri acsè a j ho cherdò che al sia èl tèrremot.
— Papà, che pora, tra che am insugnava la cô dla strèla!!
— Zitto tutte, e livav ch'l'è òura.
Al trèi e mèzz avreven la porta; appènna fora a vèdd ch'al suèbbia, e l'è un bur ch'an si vèdd una gòzza, una goccia, a tòuren indrì a tor l'umbrèla e vî, tùtt cunteint pensando allo spettaccolo che si preparava.
Qla mattazzola d'Ergia, che a j aveva fatt impressiòn l'affar dal busanein, non vedeva l'ora di vederlo.
Arrivèin dalla mura. En pinsand che a j era l'erba moja, volli fare il bravo e a corr sù, ma mi manca un piede e a rozzel, rotolo per terra insujandum, tùtt, e fagand cascar anch la Lucrezia che mi veniva didietro. Per furtouna, allo infuori dla malta, che lassandla scar nel mattino susseguente la si sgaramuflava, non ci facemmo la più lieve conclusione, e quindi tutto finì in riddere che a j era quel ragazzi che si trattenevano le costolette che non potevano più.
E raggiungessimo la meta, ma l'acqua vgneva zò più fort, e que la cometta non si veddeva. Quel donn s'incominciavano a impazientire, e la Ergia andava guardand con di vider affumgà che ci erano serviti per veddere l'accless; ma an s' vdeva nient.
— Mo che as'siamen sbalià mura? a pinsò me, che nei frangenti più critichi so conservarmi freddo, dseva quèl ch' lavurava int la nèiv, e detto fatto a ciappèin sù arm e bagai e andiamo lì dalle guardie daziarie con preghiera di schiarimenti.
E lì, gentile, si dice che bisogna andare nella mura di Saragozza perchè l'era passà per d'là.
E que l'acqua cherseva. Mo ci eravamo... e vî ed scappà vers Saragozza — un arloj sunava el 5 ½ e cominciava a slomberzare.
Arriviamo alla Porta di Saragozza, ma quella caduta che a botta fresca non mi aveva fatto nulla, adesso mi faceva male e a caminava zoppicando. Mî mujer l'arstò per di dè nezza abbenchè fosse nata in Savoia.
Basta, a forza ed sforz arrivò int la mura, ma non si veddeva nulla. Sòtta al pordgh dèl Mlunzèl a j era una lumeina, mo me a degh ch' l'era un lampiòn; quel donn disen mo che fosse la stella, basta èl fatt è che venne giorno, e l'acqua seguitava, sicchè a pinsò ch' l'era mei turnar a casa, che a j eren moi spult, bagnati sepolti come pipiini.
Turnand zò a incuntrò un zuvnein, di questi sapientoni, che si mise a riddere quanto ci dimandai come poteva essere che non si vedeva la cometta.
— Imbecille! ai dess in cor mî, il riso non è una risposta.
E andonn a cà. Quant a fo dalla porta, a lassò andar sù quel donn perchè a vols andar a tor dl'arnica perchè a sinteva che il male alla parte offesa dla cascà, aumentava.
Ma non l'avessi mai fatto, chè in quèl mèinter che a turnava e saliva le scale con la mi buccteina in man, am seint arrivar un bastòn zò pr'el spall e una vòus ch' dseva:
Ah, t'em vu insgnar al galateo, asen d'un vècc, ciappi quèsti, e impara a dsdar i can ch'dormen... te sèiga la lègna a un'òura dòpp mèzzanott... e me at dag èl lègn zò per la vetta!
La mî furtouna fo che l'arnica rumpand la buccètta l'andò a spargujars tra 'l bastòn e me ed mod tal che servì come antidoto alle funeste conseguenze.
È inutile che ci dichi i versi di quelle donne nel vedersi così maltrattate nella persona di suo padre...
Mi misero a letto, ma non vi fu luogo a procedere perchè èl duttòur, sumaròn, non seppe distinguere le lividure prodotti dalla cascà, da quelle del bastone...
Me però a cunfèss che almanch ql'amigh em fe vèdder sù pr'el scal qla strèla che an aveven psò vèdder int la mura... Per cossa po non la vedessimo? Mo, sarà sempre un mistero!
E po an s'ha da dir che el cumètt el porten dsgrazia?
Dall'_Ehi! ch'al scusa..._, 4 novembre 1882.
CHE BARBERO DESTINO!
_Caressum sgner Derettòur_,
Che al staga bèin bòn, che a momenti l'am scappa!... I disen: sta pazient com è quèl ch'durmeva int l'aldamara, scusi il termine, ma la storia anch ch'la sia putrida, bisogna dirla, e io rispondo: padrunessum ed durmir dove meglio l'agrada, che è quella strada acquatica lè avsein alla Carità, ma me che non ho quel genio di dire d'adagiarmi in quel letto non di rose, ho anche il deritto ed lassarum scappar la pazeinzia, quanto vien messa ad una prova dura, com dseva quèl tusètt che an i turnava èl cònt.
Corpo d'un fnocc'! è da qualche tempo che le ho tutte dietro: e se avess da cascar un _còpp_ a sòn zert che al ciapp me in tla _còppa_... Dònca, come ci narrai per l'affare della cometta, a cascò a rotoli zò dalla mura, e se questo non basta, em favurenn anch del bastunà, ingiustamente se vogliamo, che anzi l'aquilino che me le somministrò, quanto sentì che me a vleva andar per la _via dei tribunali_, am dscunsiò digand che era meglio che voltassi pel _borgo delle tovaglie_ e al m'invidò a dsnar dov quasi quasi arrivò int èl _bòurgh del cass_.
Questa cossa mi fece capire che l'era quistiòn ed bòn cor e ci perdonai... mo crèddel che questo atto generoso mi portasse fortuna? Ah! lei s'incanna, perchè dòp che fumo stati in buona armonia durante la mensa e che me volevo andar sù per riabbracciare i miei cari, a cmèinz a vèdder che am gira la tèsta sebbèin che me a staga fèirum; chissà, forse effetto di stomaco mal digerito, ma niente pavura e drett com è un anzein a insfilzò el scal... ma am inzamplò int la mî òmbra, e patatrach, zò a ruzzlut; quant l'aquilein em livò sù a j era zopp stlà, stellato.