Eh! la vita....: Novelle

Part 9

Chapter 93,788 wordsPublic domain

— Andiamo! Un uomo come lei si preoccupa di queste sciocchezze?

Ma per lui era tuttavia cosa suprema che l'Ideale, la Divina rigettasse sdegnosamente di essere profanata da quel vilissimo cognome.

E non volle, non seppe attendere; gli parve che, in ogni caso, gli era già venuta meno ogni ragione di vivere.

La palla del suo revolver fu però più intelligente di lui; non lo ammazzò.

Quando, dopo due mesi di alternativa tra vita e morte, egli entrò in convalescenza, Rocchi, che lo aveva assistito notte e giorno da infermiere affettuosissimo, fu felice di sentirlo esclamare:

— Com'è bella la vita anche... quando è cattiva!

Alberto Coscia si alzò da letto già guarito dalla ferita al fianco, e dalla malattia dell'Ideale. Il tentativo del suicidio aveva impedito all'avvocato di eseguire l'incarico avuto; e proprio in quei giorni la bionda creatura dagli occhi sognanti si lasciava rapire da un galante _chauffeur_.

Alberto non ne fu scosso. Disse soltanto:

— Infine, non è gran male l'aver sognato tanti anni!

Il giorno delle sue nozze con una buona e modesta signorina propostagli dall'avvocato, Rocchi fece all'amico il regalo di un simbolico quadro: _L'Ideale_: Dalla cresta d'un caminetto che si scorgeva appena, in basso, salivano larghe ondate di denso fumo che dileguavano disperdendosi in fondo, lontano, su la vasta campagna illuminata dal sole.

UN SOGNO

— E dove lo mettiamo quel caro Natale Mirone che si farebbe in quattro per un amico?

— Lo ha messo a posto il becchino.

— Morto?

— Quattro giorni fa.

— E non me ne avete detto niente!

— Non era una bella notizia che avrebbe potuto farti piacere.

— Oh, povero Natale! Lo avrei accompagnato volentieri ai Camposanto.

— Gran consolazione pel morto!

— Non scherziamo su certe cose. Era una brava persona, quantunque...

— Già, quantunque....

— Ma la colpa non è stata sua. Si può essere il primo galantuomo del mondo e aver la sventura....

— Sua moglie appunto suol dire: Si può essere la più buona donna del mondo e aver la sventura....

— Di che si lagna?

— Va' a domandarglielo. Io non sono curioso. Il mio metodo è di attenermi alle apparenze. Che ne sappiamo di quel che c'è sotto?

— Le apparenze ingannano.

— Ed io mi lascio ingannare.... Buono questo capretto al forno!

— Mi è passato l'appetito.... Gli volevo bene al povero Natale. Ricordo....

— Eh, via! Sei in un momento di estrema tenerezza!

— Voi non potete capire. Si arriva dopo lunga assenza; ci si fa anticipatamente una festa di rivedere questo, di abbracciare quello; tutta la nostra vita, a una cert'epoca, consiste nelle memorie della giovinezza, nelle testimonianze viventi, i compagni di allora; ed ecco, uno è morto, l'altro è andato in America, il terzo... insomma, spariti tutti! Questa di Natale non me l'aspettavo!

— Hai trovato noi.

— Voialtri siete della seconda generazione.

— Ma come ti è venuto in testa di ricordarlo?

— Finiamo di cenare. Non voglio contristarvi il piacere di quest'ora di dolce intimità che avete voluto procurarmi. Si può bere.... alla salute di un morto?

— Alla salute eterna! — direbbe il parroco.

— Beviamo alla sua cara memoria.

— Beviamo!

Così i quattro amici finirono di festeggiare quella sera il ritorno di don Ciccio Lanuzza al paese nativo d'onde mancava da più di dieci anni.

La cena avveniva nell'«Albergo Nuovo» di cui uno degli amici era azionista. Nuovo sì, ma piccolo: otto stanze in tutto, compresa la sala da pranzo. E quella sera don Ciccio Lanuzza era l'unico passeggero.

Preso il caffè, accesi i sigari, dopo alcuni momenti di silenzio, egli tornò a parlare del morto.

— Povero Natale! Che malattia lo ha ucciso?

— Mah!...

— Si dicono tante cose....

— Se ne dovrebbe, forse, mescolare la Giustizia.

— La Giustizia? Perchè?... Che mi fate sospettare!

— Non sei solo a sospettarlo.

— La moglie?

— O il ganzo.

— O tutt'e due!

— Come? Dopo tant'anni? Che noia gli dava?

— Appunto, forse, perchè accettava tranquillamente il fatto compiuto.

— E' un'infamia! E nessuno li denunzia?

— Non ci sono interessati a farlo. Si è trovato un testamento di parecchi anni fa, col quale egli istituiva sua erede universale la moglie.

— E così, ora, don Neli Tasca sposerà la vedova e si godrà....

— Don Neli Tasca è furbo: non sposerà. Con quella donna, non si sa mai....

— E dire che è stato un matrimonio di amore! I parenti di lei non volevano. — Chi sposi? Uno che ancora non ha nè arte ne parte? — Allora Natale Mirone era studente di terz'anno in legge. Vista l'ostinatezza di lei, i parenti, all'ultimo, acconsentirono. La cerimonia religiosa fu quasi lugubre. A sera avanzata, non eravamo una diecina nell'ampia chiesa di cui poche candele accese sull'altare di una cappella rischiaravano l'oscurità. La sposa vestita dimessamente, con l'abito di tutti i giorni, accompagnata soltanto da una zia e dalla madre di lui, tutte e tre con quegli scialli neri che io non ho potuto mai tollerare e che mi mettono di malumore anche oggi quando li rivedo. Scortammo la sposa fino all'uscio di casa sua. Il matrimonio civile fu celebrato un anno dopo, con qualche sfoggio. I parenti di lei ormai si erano rabboniti: e gli sposi che, dalla sera della cerimonia religiosa, si erano sempre visti lei dal balcone, lui dalla via, come due innamorati, andarono ad abitare una casetta di quattro stanze, arredate semplicemente, quella con la facciata verde pisello, non ancora sbiadita, perchè una volta le cose si facevano con coscienza, quella dirimpetto alla chiesuola di Santa Lucia; l'ho riveduta questa mattina, arrivando.

— Don Natale Mirone da cinque anni non abitava più là. Aveva comperata la palazzina dei Nolfo, col giardinetto dietro.... E' morto proprio nel giardinetto.

— E non era un vigliacco, posso assicurarvelo. Quella sua incredibile tolleranza è rimasta un gran mistero per me. Una sola volta, da principio, gli ho veduto, momentaneamente, perdere la padronanza di se stesso e con uno che metteva paura ai più arrischiati. Lo avete forse conosciuto: Mastro Nitto, il ferraio, quello che faceva chiavi false pei ladri, e «temperini» di due spanne per gli assassini. Un colosso, con certe braccia, e certi pugni.... Basta! Passavano davanti alla sua bottega. Egli era seduto al sole, senza berretto, con la zucca pelata che stralucciacava. Mi par di vederlo. E Natale, sbadatamente, gli disse: — E che, Mastro Nitto? Ve le cuocete al sole? — E Mastro Nitto, passandosi la lingua su le labbra, rispose: — Voscenza, le sue, e fa bene, se le custodisce col cappellone di paglia. — Non so chi mi diè, quel giorno, la forza di trattenerlo. Un luccicore di belva apparve e sparve nei suoi occhi. Un lampo! Un istante! Poi egli prese il mio braccio e disse: — Grazie!... Ha ragione!... — Ebbi la ingenuità di dirgli: Tu dunque sai? — Abbassò il capo e lo rilevò immediatamente: — Da un pezzo!... Come ignorare? — Fece un'alzata di spalle e non disse altro. Peccato! Un gentiluomo come lui! Un cuor d'oro come lui! Chi non ha sperimentato la sua bontà?

— Bontà fino a un certo punto! Si lasciava sfruttare, senza mai accorgersi che abusavano di lui.

— Altro, se se n'accorgeva!

— Dicono però che in casa, a quattr'occhi, con la moglie era terribile.

— In che modo? Fandonie! Avrebbe potuto prenderla per le spalle e buttarla in mezzo di una strada. Peggio: farla arrestare in flagrante, lei e il suo complice, specialmente dopo che lei si era assestata con don Neli Tasca, e facevano il comodo loro come se il marito non esistesse. Per questo non capisco perchè se lo siano tolto davanti.

— La ragione c'è. Si temeva che facesse un altro testamento.

— Non doveva prendere il permesso da lei.

— Si dice anzi che il testamento esista, non si sa in quali mani o presso quale notaio.

— Intanto la moglie ha messo fuori quello di anni fa. Non ci sono parenti dalla parte di Don Natale, per far ricerche e tentar di scoprire...

— E il Pretore? I carabinieri? Nessuno ha pensato di aprire gli occhi alle Autorità.

— Chi vuoi che s'impicci con don Neli Tasca?

— Ma com'è avvenuto il fatto?

— Semplicemente. Don Natale faceva la sua solita partita a tresetti nello studio del notaio Radice. Non era allegro; si sentiva indisposto. Io mi trovavo là per caso e stavo a guardare i giocatori. Tutt'a un tratto don Natale si rizzò da sedere, pallido, barcollante. Disse: — Scusate: vado a casa. — Lo accompagnò il giovane del notaio. Egli tornò dopo un quarto d'ora, atterrito, balbettando a stento: — E' morto! E' morto! — Poi, riavutosi un po', raccontò che il povero don Natale era andato a sedersi su una panca, sotto un albero di arancio dei giardinetto, perchè non si sentiva in forze di far le scale. Accorse la signora. Insisteva domandando: — Che vi sentite? Spericolone! Che vi sentite? — Quasi lo maltrattava. — Su, venite a prendere una tazza di caffè! Spericolone! — E se non c'era il giovane del notaio, il povero don Natale cascava per terra.

— Ora pochi credono al colpo apoplettico, al male cardiaco. Si è osservato che la vedova ha avuto troppa fretta di farlo seppellire; mah!...

— Come... mah?! Bisogna avere il coraggio di avvertire la Giustizia, per scrupolo di coscienza.

— Per buscarsi probabilmente una querela di calunnia?

Don Ciccio Lanuzza quella sera andò a letto commosso e indignato, e stentò a prender sonno. Ma quando si svegliò, tardi, la mattina, non sapeva persuadersi di aver sognato.

* * *

Il sogno era stato questo.

Gli era parso di vedersi davanti al letto l'amico, entrato senza far rumore, quantunque l'uscio della camera fosse rimasto chiuso col paletto interno.

— Tu? E mi hanno detto che sei morto!

Si era rizzato a sedere sul letto, tendendogli le mani.

— Non si muore; sono più vivo di prima.

La voce era esile e le parole parevano tremolare, quasi ondulare dietro la gola prima di uscire dalle labbra smorte che si movevano appena.

— Son venuto per ringraziarti di quel che hai detto ieri sera di me. E' vero: mi hanno avvelenato!...

— Dunque sei morto!

— Non si muore, ti ripeto. Si sparisce, perchè gli occhi nostri non riescono a vedere.

— Che posso fare per te? Denunziarli?

— E' inutile.

— Dovranno godersi il tuo patrimonio gli assassini? Hai lavorato tanto! E' una infamia!

— Non se lo godranno. Vedi? Questo è il mio ultimo testamento. L'amico a cui era affidato è morto due giorni dopo di me. Sono andato a riprenderlo dalla cassetta dove stava riposto. Vuoi leggerlo?

Il foglio di carta, spiegato, si agitava nell'aria quasi la mano che lo porgeva stentasse a sostenerlo.

— Non importa!

Lanuzza cominciava ad avere paura di trovarsi faccia a faccia col fantasma del suo amico.

— Andrò a rimetterlo dov'era. Lo ritroveranno.

— Ma... spiegami, come mai tanta tolleranza da parte tua?

— Dovevo scontare. Quel che ho sofferto nessuno lo saprà mai.

— Scontare che?

— Non puoi capirlo.

— E ora, che vuoi da me?

— Dovrai dire al Pretore: C'è un testamento in casa degli eredi di don Tino Lo Faro, in fondo alla terza cassetta a sinistra della sua scrivania. Andate a cercarlo. Grazie... Addio! Addio!

Don Ciccio Lanuzza, destatosi di soprassalto, si trovò a sedere sul letto, con le gambe penzoloni dalla sponda, con brividi per tutta la persona, e un gran sgomento nel cuore.

Dalle fessure dell'imposta già penetrava nella camera la luce del sole. Saltò giù dal letto e principiò a vestirsi.

— Sogno?... Realtà?...

Egli era un po' scettico, un po' libero pensatore, quantunque intorno a certe cose pensasse assai poco. Ma il ricordo di quel che aveva visto e udito in sogno era così vivo e così netto che, udito e veduto da sveglio, non avrebbe potuto essere più netto e più vivo.

Ordinariamente, nel sogno c'è sempre qualcosa di indeciso, di confuso, di scucito. Invece egli rivedeva l'amico un po' pallido, un po' dimagrito; aveva nell'orecchio l'accento alquanto fievole ma chiaro, con cui quello aveva parlato, e gli pareva di sentirsi ripetere le precise indicazioni: — Nella terza cassetta a sinistra.

Ma, aperta la finestra, lavatosi, terminato di vestirsi, l'impressione del sogno si attenuava, lo faceva sorridere. Ieri sera avevano parlato tanto del povero Natale Mirone, del sospetto di avvelenamento, della probabile esistenza di un ultimo testamento; e, nella nottata, l'immaginazione aveva lavorato, aveva lavorato.... Via! Quando si muore è per sempre! E gli parve fin ridicolaggine il parlarne agli amici che vennero a trovarlo all'albergo quantunque provasse nell'animo l'incitamento continuo di dire:

— Sentite che sciocchezza ho sognato!

La notte appresso, però, riecco l'amico Natale. La sua persona emanava una sottile fosforescenza che la faceva distinguere benissimo nel buio fitto della camera.

— Mi fai soffrire! Perchè non sei andato dal Pretore?

— Scusa, mi è parso...

— Come siete vanitosi e ignoranti voi vivi! Andrai? Giurami che andrai! Dammi la mano.

— Te lo giuro!

La sensazione del ghiaccio di quella mano lo fece destare tutt'a un tratto.

— Ma dunque non era sogno? Possibile?

E la mattina dopo andò dal Pretore, giovanotto quasi imberbe che faceva le sue prime prove giudiziarie, da incaricato.

Si era fatto presentare da uno dei suoi amici, il quale aveva voluto, prima, esser rassicurato che non si trattava di denunziare il sospetto di avvelenamento.

— No; si tratta di un sogno.

— E vuoi raccontarlo al Pretore?

Il giovane magistrato sospese l'istruttoria di un processo di furto e ricevè con aria di grande curiosità la visita del Lanuzza che già conosceva di nome.

Don Ciccio cominciò a parlare un po' imbarazzato.

— Non vorrei che il signor Pretore credesse a uno scherzo di cattivo genere. Ho esitato, anzi non ho voluto, ma poi... Nei casi come questo è pericoloso credere e non credere. Pericoloso veramente no. Infine, tentando, non si nuoce a nessuno.

— Parli pure, tagli corto i preamboli.

Durante il racconto di don Ciccio, il Pretore aveva fatto uno sforzo per mantenersi serio. All'ultimo, disse ridendo:

— E lei presta fede ai suoi due sogni?

— Per dire la verità.... Ma ho letto, non so dove, di sogni veridici che si sono verificati punto per punto....

— E' forse spiritista?

— Oh, no! — protestò don Ciccio. — Se lei però volesse provare.... Sarebbe bella che si trovasse davvero il testamento in casa dei Lo Faro! Non si può sospettare di un trucco. Io manco da dieci anni da questo paese. Fino a due giorni fa ignoravo la morte del mio amico. E poi... due notti di sèguito: — Nella tale cassetta! — Facciamo come san Tommaso, che credette dopo ch'ebbe toccato....

— Mette in gran curiosità anche me.

Andarono di sera, Pretore, Cancelliere e i due amici, zitti zitti, con grand'allarme della famiglia Lo Faro.

— Scusino; si tratta semplicemente di ritrovare una carta affidata all'amicizia e all'onestà del loro rimpianto capo di famiglia. Terza cassetta, a sinistra: numero e posto precisi.

Silenzio profondo; tutti ansiosissimi attorno alla scrivania.

Al Pretore, che poco prima faceva il bello spirito, tremava la mano nell'infilare la chiave nella toppa.

La cassetta era piena zeppa di carte: lettere, ricevute, note di fornitori. All'ultimo, proprio addossata al fondo, ecco una busta gialla, con cinque suggelli e la soprascritta: _Testamento olografo del signor Natale Mirone, consegnato all'amico don Tino Lo Faro._

Tutti si sentirono correre un gran brivido per le ossa.

Il Pretore strappò la busta, e aperse il foglio, Don Ciccio Lanuzza impallidì riconoscendolo per quello veduto in sogno.

— Un pezzo di carta, inutile! — esclamò il Pretore. — Manca la firma. Dice: — Io qui sottoscritto, sano di corpo e di mente... — Di mente no, perchè ha dimenticato l'essenziale.

— E' la sua scrittura! Ma se non c'è la firma....

La delusione fu grande. Don Ciccio, dopo questa gran prova, attese inutilmente, tante nottate, che l'amico Natale venisse a dargli qualche schiarimento.

E ogni volta che raccontava il suo veridico sogno, soleva aggiungere:

— Anche i morti sbagliano! Sbagliano tutti! E dire che se non mancava la firma, a quest'ora la vedova e il suo ganzo non riderebbero alle spalle dell'assassinato! La giustizia di questo mondo va così; e — soggiungeva a bassa voce — anche quella dell'altro, a quel che pare!

ARME RITORTA

Non lo poteva soffrire... indovinate perchè? Per la estrema gentilezza delle sue maniere. A ogni suo atto, a ogni sua parola, a ogni suo gesto bisognava dirgli: Grazie! Grazie! Sorridergli, stringergli la mano... Ed era, per Rocco Biagi, un'oppressione, un soffocamento!

Non già che egli fosse duro di cuore, incapace di apprezzare un favore, una cortesia; lo irritava l'eccesso. E Bortolo Giani — bisogna riconoscerlo — eccedeva.

Rocco glielo diceva a modo suo, con tono di voce tra serio e scherzoso:

— Tu dovresti apprendere a fare qualche piccola sgarberia, per intermezzo, per dar più valore e sapore alla squisitezza dei tuoi modi. Una grossa sgarberia non guasterebbe. Anzi! Anzi!

— Ma io....

— Sta' zitto! Tu somigli a certe paste.... troppo dolci. Il guaio è che mentre nessuno può forzarci a mangiarne più di una, invece, con te non si sa come rifiutare....

— Ma io....

— Sta' zitto! Prova. Vedresti che mirabile effetto! Un'impertinenza, una sgarberia di Bortolo Giani! Impagabili!

— Intanto, scusa....

— Ci siamo!

— L'altro giorno tu dicevi...

— Dio mio! Con te non si può neppur fiatare!...

— Chiami fiatare lo esprimere un desiderio, così, senza nessun'intenzione di incomodare qualcuno?

— Mi metti paura!... Che cosa ho detto l'altro giorno?

— Che avresti pagato un occhio....

— E' un modo di dire.

— Lo so. Ed io, per caso, ho trovato, senza che tu sia costretto.... a pagarlo un occhio. Ecco qua!

Ogni volta così. Rocco Biagi si sentiva annichilito davanti a tanta cortesia.

Gli altri compagni di ufficio ne abusavano: — Giani, scusa.... questo! Giani, scusa, quello! — Giani era diventato il servitore di tutti, ma lo faceva così volentieri, ma sembrava così deliziato di poter rendere un servigio, che quasi sarebbe parso villania risparmiarlo. Ne abusavano e ne ridevano tra loro. Qualcuno aveva tentato anche di sfruttarlo; ma su questo punto dei quattrini, Bortolo Giani trovava sempre modo di scusarsi, specialmente se la somma richiesta superava le dieci lire. E la scusa era sua moglie.

— Quella benedetta donna!... Mi fa i conti addosso! Non posso disporre di venti lire a modo mio!

— Ribèllati! Infine sono sangue tuo!

— Ribèllati! Ci vuol poco a dirlo. E la pace domestica?... Quella benedetta donna!

E ripetendo queste ultime parole pareva masticasse tossico.

Tutti ne convenivano: Giani aveva una bella moglie; quasi non se la meritava.... Ma quella benedetta donna doveva esser tutt'altro che benedetta nella intimità della casa.

Giani, sospettavano, n'era forse geloso. Sospettavano di gelosia anche lei. Probabilmente, quella che Giani chiamava la pace domestica era proprio il contrario. Li spiavano, tutte le domeniche, quando i due coniugi facevano la passeggiata pel Corso, per via Nazionale, o stavano seduti a un tavolino davanti a un caffè, sorbendo una bibita, prendendo un gelato, scambiando poche parole, quasi non avessero niente da comunicarsi.

I colleghi passavano, salutavano e non osavano di accostarsi con qualche pretesto, tanto l'aspetto serio, rigido della signora sembrava poco incoraggiante. E neppur Giani faceva un gesto, nè diceva una parola di cortesia. Marito e moglie mostravano evidentemente di non voler essere disturbati nel godimento di quella intimità al cospetto di tutti.

Perciò, una domenica, i colleghi furono molto maravigliati d'incontrare per via Nazionale Rocco Biagi che dava il braccio alla signora Giani, e di vederli poi seduti a un tavolino, sul marciapiede; la signora e Rocco intenti a prendere uno schiumone identico, di pistacchio, e Giani che sorseggiava deliziosamente un gran bicchiere di birra, uno _scioppe_, egli diceva.

Che cosa era avvenuto?

Soltanto questo. Giani aveva fatto a Rocco Biagi una gentilezza tale... che lo aveva proprio messo fuori della grazia di Dio. Strano tipo quel Biagi! Un altro avrebbe dimostrato all'amico tutta la sua immensa gratitudine; non si trova a ogni piè sospinto chi, zitto zitto, senza di esserne richiesto, va a pagare alla Banca una nostra cambiale sul punto di essere protestata.

Biagi si era lasciato cogliere alla sprovveduta. Non si trattava di somma enorme; ma accade anche a un banchiere di non avere qualche volta in cassa poche centinaia di lire. Se non che il banchiere sa dove andare a trovarle, e lui, Biagi, aveva fatto quattro inutili tentativi per cavarsi d'impaccio. Da due giorni, era di tristissimo umore. Giani gli si aggirava attorno, senza avere il coraggio di domandargli.

— Che hai? Ti senti male?

Attendeva una confidenza.

Biagi, che paventava l'assalto di una cortesia, restava muto, imbronciato, al tavolino, masticando la punta del sigaro che gli si era spento fra le labbra.

Giani gli vide cavar di tasca una busta gialla con intestazione stampata, e poi estrarre dalla busta un fogliolino stampato anch'esso; un avviso di pagamento bancario; non c'era da ingannarsi... Ah! Per questo il povero Biagi era impensierito, agitato.... Ma come dirgli:

— Ho capito: tu hai un effetto da pagare e non hai con che pagarlo! Se non si trattasse di somma rilevante!...

Era un mescolarsi degli affari altrui.... E Biagi non transigeva su questo punto; la sua estrema delicatezza faceva cascar le braccia a chiunque. Povero Biagi!

Un usciere entrò a chiamarlo. Quel Capo-sezione arrivava in mal punto.

— Accidenti!

Biagi era scattato dalla seggiola a bracciuoli con tale impeto di stizza da sembrare che corresse a strozzare chi lo aveva disturbato.

Così Giani potè indiscretamente osservare l'avviso di pagamento del Banco di Napoli lasciato da Biagi sul tavolino, impossessarsene, chiedere sùbito il permesso di un'ora per un affare urgente, e tornare in ufficio con la cambiale ritirata; si trattava di trecentocinquanta lire!

E fece un po' di commedia.

Trovò Biagi che metteva sossopra le carte del tavolino, rabbiosamente.

— Scusa, che cerchi?

— Un fogliolino. L'ho avuto tra le mani poco fa....

— Permetti? Ti aiuto a cercare.

— No, grazie! Non occorre.

Intanto continuava a frugare febbrilmente.

Giani, prese in mano una _pratica_, finse di sfogliarla e poi disse:

— Questo, forse?...

Come vide la sua cambiale già pagata, Biagi diè uno sbalzo:

— Ma, Giani!... Ma Giani! Questo è troppo!

— Ti sei offeso? Ho creduto....

— Grazie!... Ma è troppo!... Avevo tempo fino alle tre di domani. Grazie!... Oh! Con te non c'è verso!... Ora sono tuo debitore.... Ecco!... La Banca non è una persona.... Grazie, sì, grazie, ti dico!... Intanto, capisci.... è troppo!... Tieni tu la cambiale, finchè.... No! No! Giani! E' troppo!

E tentò d'impedirgli che la facesse in minutissimi pezzi!

Un altro sarebbe saltato al collo del generoso salvatore; ma Biagi si sentiva così sopraffatto da quella non richiesta gentilezza, così mortificato — diceva tra sè — da quella gratitudine imposta, da quella schiavitù morale che, anche dopo il pagamento, sarebbe durata ancora, da non accorgersi che, nonostante le belle parole e i: — Grazie! Grazie! — si comportava, per lo meno, da ineducato verso il buon Giani, rimasto là, confuso, un po' stupìto di quel contegno inatteso.

— Scusa, Biagi, se mi son permesso....

— Chiedi anche scusa? Ma, Giani!... Giani!...

E parve gli tenesse il broncio durante i tre o quattro giorni che gli occorsero per trovare da uno strozzino le trecentocinquanta lire da restituirgli, lieto che per esse, in sei mesi, dovesse renderne cinquecentotrenta.

La cosa aveva irritato tanto più Biagi quanto più insolito era l'atto di Giani, sempre pronto, prontissimo a rendere ai colleghi e agli amici piccoli o grandi servigi di qualunque sorta, all'infuori di servigi che riguardassero danaro. Arrivava, con alcuni, fino al prestito di dieci lire, ma se il debitore fingeva di scordarsene, Giani era là per rammentarglielo, protestando.

— Con quella benedetta donna! Mi fa i conti addosso!