Eh! la vita....: Novelle

Part 7

Chapter 73,833 wordsPublic domain

— Siete venuto davvero? Ero così incredula, che mi son lasciata sorprendere in una toeletta quasi indecente.... Non ho voluto farvi attendere per farmi bella, alla meglio, in fretta.... Vi ringrazio.

Flores le baciò, inchinandosi, la mano.

Era tutt'altro che indecente lo splendido kimono che dava alla bella persona il fascino artistico dell'esoticità.

— Siete venuto davvero? — ripetè con lieve punta d'ironia nella voce. — Giacchè ora voi sembrate assente anche quando siete presente col corpo. In questo momento ci sono forse io davanti ai vostri occhi? Mi guardate, ma non mi vedete; devo dire così, se l'intimità con cui ho avuto la cattiva idea di ricevervi vi fa rimanere muto, quasi rannicchiato su quell'angolo di divano, in atteggiamento di difesa.... Oh! non dubitate; nessuno vuole assalirvi: io meno di tutte, che non sono vostra amica recente. Non ho dimenticato — mi supponete un'ingrata? — che nei bei tempi della nostra libertà mi faceste l'onore di un tantino di corte: di un tantino, devo dire, perchè voi siete stato sempre un po' prezioso; vi è parso di accordare troppo, quando accordavate appena appena qualcosa. Esagero?

— Il mio gran difetto è la timidezza.

— Si dice che parecchie donne vi abbiano trovato tutt'altro che timido. Avete avuto un'amante ufficiale per la quale facevate delle pazzie.... Non vi biasimo.

— Non mi fate ricordare, vi prego, cose che mi fanno arrossire!

— Volete esser compianto? Vi comprendo; certi casi della vita turbano da cima a fondo un'esistenza; ma la giovinezza non c'è per niente. Si fa un po' di sosta e si ricomincia, più insistentemente, più trionfalmente. Voi siete in questo caso. Non dovrei dirvelo io; posso sembrare interessata....

— Ah! — rispose Flores — Voi dovreste capire quel che è mancato tutt'a un tratto al mio cuore.

— E' inutile rimpiangere il perduto. Non si può riavere. Si può però, si deve sostituire, con qualcosa che appunto avrà il grande pregio di esser diverso, e talvolta — può darsi — anche meglio.

— Se pensassi questo, mi parrebbe di compiere un atto di vigliacca profanazione.

— Eh, via, caro Flores!

— Non lo nego: posso dimenticare per qualche momento; specialmente quando odo parole e veggo sguardi di viva pietà che sembra mi ridestino alla vita, come le parole e gli sguardi di cui vorrei saper ringraziarvi quanto meritate....

— Non mentite. Le mie parole, i miei sguardi vi lasciano abbastanza freddo; ed è bene. Ora voi siete più pericoloso di una volta. Sono stata imprudente, invitandovi a venire a trovarmi, promettendovi di essere tutta per voi.... No, no; non aggiungete finzioni a finzioni.... No; lasciate stare queste povere mani. Che volete farmi credere...? Tutt'a un tratto?... Oh! Dovevo prevederlo.... Come siamo sciocche noi donne!

Lo vide rizzar da sedere, balbettando:

— Scusate!... Perdonate!... Ho abusato della vostra cortesia.... Addio.... No; a rivederci!

— Sbagliate uscio.... Di lì si va nella mia camera da letto. A rivederci!

La signora Lizarri non si mosse, e diè in una risata dietro a Flores, che pareva avesse fretta di scappare, risata di sdegnosa ironia e di mortificante delusione.

Come mai, intanto, nei ritrovi, egli affettava di nuovo le arroganti maniere del conquistatore, tanto da far credere che volesse sùbito rifarsi del po' di tempo perduto? Tanto da sembrare che ora intendesse anche di smettere quella squisita apparenza di riserbo col cui fascino aveva soggiogato il cuore della poverina morta di eccessi di amore per lui, come tutti tenevano per certissimo?

Erano simulati o sinceri queste interruzioni, quei pentimenti che sembravano di sorprenderlo di tratto in tratto, quando più appariva sul punto di ricordarsi che la giovinezza reclamava i suoi diritti e che al culto di un affetto indimenticabile e di un immenso dolore non era ragionevole nè giusto sacrificare il presente e l'avvenire, più quello che questo?

Ciò turbava profondamente Lisa Bretti, che in certi giorni credeva di aver raggiunto il colmo delle sue speranze, e che le vedeva all'improvviso abbattute, quasi il fantasma della morta insorgesse per riprendere possesso dell'anima e del corpo del marito con gelosa violenza.

Allora Icilio Flores sembrava ritornare ai giorni più desolati del suo lutto, e abbandonarsi alla sopraffazione di esso con una specie di rabbiosa voluttà.

Ne era maravigliata anche la signora Lizarri, che si spiegava con uno di questi improvvisi assalti di malata sentimentalità la scena di quella visita così stranamente interrotta. Si erano riveduti dopo più volte, e Flores aveva avuto l'audacia o la sfrontatezza — ella non sapeva quale delle due — di dirle che le sue parole confortevoli di quel giorno gli tornavano a ogni po' alla memoria e gli facevano bene quasi sentisse davvero ripeterle dalla gentile sua bocca.

— Peccato — aveva audacemente e sfrontatamente soggiunto — che io non possa formarmi in casa mia l'illusione di un'immagine, di un profumo da farmi credere alla apparizione, a un passaggio della vostra persona colà!

Un'ammenda? Un invito? Anche la signora Lizarri aveva perduto con quell'uomo la sicura padronanza del suo animo equilibrato.... E sorridendo e con l'aria di chi accetta una sfida, rispose:

— Se non è che questo!

Egli non se l'attendeva. In quel fosco pomeriggio di aprile, con quella pioggiolina che veniva giù fitta, uguale e metteva tanta tristezza, Icilio Flores sussultò sentendo annunziare dal cameriere la visita di una signora, e rimase interdetto vedendo la Lizarri, sfolgorante di eleganza, in piedi, quasi fosse lei che riceveva nel suo salotto.

— Vi ho portato la mia immagine e il mio profumo — disse, stendendogli la mano. — Non potrete dire che non sono generosa con voi, per quanto tutto ciò valga poco.

La prese per tutte e due le mani, baciandogliele ripetutamente; e invitandola a sedere, soggiunse:

— Ecco la Primavera da me!

— Lasciate stare la poesia, Flores! Una primavera che arriva con l'uggia del cattivo tempo, senza un sorriso di azzurro, senza un raggio di sole... e forse in un momento inopportuno....

— No, credetemi!

— Vi veggo star in orecchio, impacciato....

— Ho gente... di affari... nel mio studio; ma possono attendere.

— Io non ho fretta; a meno che la mia presenza non vi disturbi....

— Che dite mai?

— Sarò indiscreta intanto: ammirerò il vostro appartamento fin dove è lecito... penetrare.

— Stimatevi in casa vostra... Oh! Non potevo prevedere; mi sbrigherò presto....

Dapprima la signora immaginò di aver disturbato un'avventura; e, tra lieta e indispettita, si inoltrò, sperando di sorprendere un indizio; decisa a qualunque crudele vendetta.... Niente! In una stanzina un armadietto a muro la tentò; esitò un momento, stese la mano alla chiave, la ritirò; poi si risolse; la curiosità ne potè più di qualunque sentimento di delicatezza....

Oh! Oh!... Un vero ripostiglio farmaceutico; boccette, boccettine, in gran parte vuote; barattoli di ogni specie, programmi, fascicoli....

Credendo che si trattasse di articoli di toelette, sorrise della vanità maschile, e volle scoprire i misteri cosmetici di Icilio Flores... Spalancò gli occhi dallo stupore e buttò via con ribrezzo le due boccette, i barattoli dei quali aveva voluto leggere l'etichetta.... Poi un riso irrefrenabile la vinse, un riso che la faceva quasi contorcere, e insieme col riso un senso di pietà che non poteva però sopraffare la gaia impressione della scoperta.

Dimenticò di chiudere l'armadietto, e tornando in salotto non potè fare a meno di fermarsi, fortemente commossa, davanti al ritratto di Emma Flores.

— Povera creatura! Che atroce disinganno dev'essere stato! E n'è morta!... N'è morta!....

— Andate via? — esclamò Flores, riapparendo.

— Questo ritratto mi fa capire che nessuna donna potrà mai consolarvi.... Per certi tremendi dolori non ci sono.... farmaci di sorta alcuna. Voi rimarreste sempre l'Inconsolabile! Dovete rassegnarvi....

E c'era tanta velata perfida ironia nella voce di lei, e tale equivoco sorriso su le labbra, che il disgraziato trovando, poco dopo, aperto lo sportello di quell'armadietto, ne ebbe, per un momento, così profondo senso di avvilimento da pensare al suicidio.

— Ma è possibile che la scienza.... finalmente?...

Questo filo di speranza, come tutte le vane speranze, resistette a ogni delusione. E Icilio Flores morì, a sessant'anni, «Inconsolabile», qual'era vissuto.

L'ULTIMA LUSINGA

— E dopo tutto, che doveva importargli se suo fratello si rovinava? Gli dispiaceva per quella buona donna di sua cognata, per la ragazza buona quanto la mamma, bellina, istruita, che avrebbe potuto fare un magnifico matrimonio — magnifico era l'aggettivo prediletto di don Vito Li Pani — se suo padre non avesse sciupato anche metà della dote della moglie pel maledetto viziaccio del gioco. Tressetti, primiera, zecchinetta; cento lire oggi, duecento, trecento domani... quando non si trattava di qualche migliaio. E bisognava trovarle sùbito, se non le aveva in casa, perchè — dicono — i debiti di gioco devono essere pagati nelle ventiquattr'ore; quasi, mettiamo, quarantott'ore dopo, perdessero la loro qualità di debiti di onore! Ed ora, ecco che quell'imbecille ammattiva con le cabale pel Gioco del Lotto! E ogni settimana presentava al botteghino una gran filza di giocate per questa o quella _ruota_, per tutte le _ruote_, da tener occupato lo scrivano una buona mezz'ora, con dispetto degli altri giocatori che avevano fretta più di lui!

Sissignore, suo fratello don Pietro Li Pani si era ridotto a questo: di contare su un terno, su una quaderna, su una cinquina; e non si avvedeva che ogni settimana buttava via trenta, quaranta lire, con le quali avrebbe potuto provvedere alle piccole spese giornaliere, e non far tribolare la moglie e la figlia che soffrivano in silenzio perchè egli diventava di giorno in giorno più intrattabile.

Non era stato un modello di dolcezza neanche prima; ne sapeva qualcosa sua moglie, donna Michela — la prudenza e la bontà in persona — che aveva dovuto chiudere un occhio o tutti e due su certe marachelle del marito: e questi se n'era abusato.

Poi la passione del giuoco lo aveva preso tutto. La povera moglie si era lusingata che sarebbe passata anch'essa, com'era già passata la pazzia per le donne. Si era ingannata.

Don Pietro aveva avuto la disgrazia di una serie di vincite che gli avevano fatto perdere la testa.

In quelle sere tornava a casa col portafoglio ricolmo di biglietti di banca, con le tasche piene di monete di argento e di soldoni; e si metteva a contarli in un angolo della tavola apparecchiata per la cena, disponendoli a gruppi, in bell'ordine per impressionare l'immaginazione della moglie e della figlia. Poi cavava fuori il taccuino dove segnava le vincite, faceva l'addizione con le somme precedenti e soggiungeva:

— Centosessanta lire da questo, cinquanta da quello, trentacinque da quell'altro....

Erano i crediti su la parola.

— Serviranno per domani sera!

Dall'aria con cui tornava a casa, le due donne capivano se don Pietro aveva vinto o no.

Aveva vinto sera per sera, in quel mese, ed entrava zufolando un motivetto di valzer. Fatta la rassegna della vincita, si metteva a cenare con grande appetito, raccontando le vicende della serata, quasi si trattasse di battaglie campali; e prima di rizzarsi da tavola, appena accesa la pipa, prendeva due o tre pezzi da cinque lire, una monetina d'oro da dieci, e diceva alla moglie e alla figlia:

— Questi per te; questa per te. Metteteli da parte o spendeteli come vi piace.

Parve che la fortuna si fosse stancata, tutt'a un tratto, di farlo vincere e stravincere. Per mesi e mesi di sèguito, don Pietro tornò a casa muto, col viso smorto.

Cavava fuori il taccuino, ma per risommare i quattrini perduti sulla parola; tanto a questo, tanto a quello!... E una mattina disse alle due donne:

— Per qualche giorno.... Mi avete detto che non le avete ancora spese.... A te, Matilde, pagherò anche gli interessi.

Si sforzava di ridere accarezzando il mento alla figlia.

Moglie e figlia attesero per un pezzo quelle dugentosettantacinque lire, e non ne riparlarono più, dopo che don Pietro era andato su tutte le furie l'ultima volta che Matilde per ischerzo, gli aveva detto:

— Almeno gli interessi, papà!

Ah, se avessero saputo quante altre centinaia e centinaia di lire erano volate dietro a quelle da due anni in qua! E le cambiali scontate presso uno strozzino, rinnovate con interessi su gli interessi! E le iscrizioni ipotecarie su i fondi di Cancello e di Margarone per due prestiti spariti anch'essi nei gorghi della zecchinetta!

Ne seppero qualcosa la mattina che don Vito Li Pani venne a sgridarle:

— Ma come? Ve ne state zitta zitta, cara cognata, quasi non si trattasse pure dalla vostra dote e dell'avvenire di questa povera ragazza? Non lo sapete dunque che il mio signor fratello è rovinato? Che, durando così, dovrà andare tra poco, con una canna in mano a chiedere l'elemosina uscio per uscio, se vorrà farvi mangiare e mangiare due soldi di pane? Ah! Cascate dalle nuvole? Se egli si figura che io debba spendere il mio per aiutarlo, ha fatto male i suoi conti! Mentre lui si è divertito.... mi capite? e ora si diverte col libro di quaranta fogli, io, cara cognata, mi sono privato di un po' di fumo di tabacco nella pipa, fin di un sorso di caffè, anche di quello che spaccia mastro Cola nella sua lurida bottega! Perchè ve lo vengo a dire? Per mettervi su l'avviso.

* * *

Troppo tardi!

Don Pietro, ora, non maneggiava più il libro di quaranta fogli, come suo fratello chiamava il mazzo delle carte da gioco, ma _La smorfia_, il _Libro dei Sogni_, il _Rutilio_ e certi vecchi scartafacci dàtigli in prestito da suo compare Giammona, a cui li aveva confidati un frate cappuccino che aveva fatto vincere, in vita sua, ambi, terni, quaderne a tante persone.

Se non che con quegli scartafacci unti e bisunti, zeppi di numeri, di calcoli, di astruse operazioni aritmetiche, nè lui, nè suo compare Giammona riuscivano a raccapezzarsi. E per ciò don Pietro attendeva un sogno, un bel sogno rivelatore che gli permettesse di combinare una quaderna o una cinquina; di un terno, di un miserabile terno non sapeva che farsene!

Da qualche mese in qua, appena sveglio, prima di saltar giù dal letto, domandava alla moglie:

— Che ti sei sognato?

— Niente.

— E' impossibile. Non sogni mai? Vedi di ricordartene.

— Niente, ti dico.

— Come si fa a non sognar mai?

— E tu, dunque?

— Io? Che ne sai? Non devo dirlo a te se sogno o no.

— Tu fai come quello che aveva perduto le mule e andava in cerca delle cavezze. Non parlo per me; ormai ho bisogno di così poco! ma per nostra figlia.

— E' appunto per lei...

— Ah! Ti lusinghi col lotto? Un'altra rovina! Come non te n'avvedi?

Don Pietro saltava giù, e si vestiva brontolando. Gli pareva che sua moglie, dicendo del lotto: — E' un'altra rovina! — gli facesse la jettatura, e gli guastasse tutti i calcoli della cabala secondo _Rutilio_ e secondo gli scartafacci del frate cappuccino.

E appena vedeva la figlia che si era alzata mattiniera e preparava, in cucina, il caffè, le domandava:

— Che ti sei sognato?

— Niente.

— Vedi di ricordartene. Non sogna nessuno in questa casa! E' una fatalità.

— Non sogni neppur tu!

— Tua madre, niente! Tu, niente!

— Ah!... Ora mi sembra...

— Dici.

— Sì, mi sembra di avere sognato...

— Brava!

— Ma non ricordo che cosa. Mi pareva di essere.... dove? Non so più dove.

— Non importa. Che facevi?

Don Pietro aveva ragione; era una fatalità: in casa sua nessuno sognava! E se qualcuna sognava, sveglia, non rammentava che cosa avesse sognato!

Compare Giammona, invece, soleva fare due, tre sogni ogni notte, ma inconcludenti, da non poter ricavarne numeri che portassero fortuna.

C'erano gli avvenimenti della settimana, le grandi disgrazie riferite dai giornali, le piccole disgrazie che accadevano in paese.

Don Pietro e il compare perdevano intere giornate per cavarne i numeri infallibili. E quando li avevano scelti, restavano a contemplarli, estatici, scritti, anzi, sgorbiati dal compare su un pezzo di carta.

E don Pietro, sodisfatto, esclamava:

— Questa volta sono parlanti! Mi par di leggerli su la tabella del botteghino.

— Sono parlanti! — ripeteva compare Giammona.

E la sera del sabato si mordevano le mani, tiravano qualche moccolo. Invece del 35 era venuto il 36! Invece dell'82 era uscito l'83! Invece del 68, il 69! Pareva che lo avessero fatto per dispetto quei numeri infami!

Non era stato anche un vero dispetto...?

Don Pietro e il compare non potevano rammentarsene senza sentirsi soffocare dalla rabbia!

Don Vito, venuto a fare una visita alla nipote che stava a letto con febbre, passando davanti all'uscio dello studio del fratello, aveva picchiato con le nocche delle dita:

— E' permesso?

Si era fermato su la soglia, ridendo alla vista impacciata dei due cabalisti che tentavano di nascondere alcune carte.

— Oh! Io non cerco di sapere i vostri numeri... _veri_, quelli che non escono mai! Li so meglio di voialtri, ma mi astengo di giocarli; non voglio arricchire senza fatica. Per l'estrazione ventura? 16, 37, 46. Uno più bello dell'altro. Ve li regalo. Se avete quattrini da sciupare... Terno secco, sicuro!

Ed ecco, alla immediata estrazione, tutti e tre i numeri in fila, come quegli li aveva annunziati per chiasso. Don Pietro e il compare non se ne davano pace!

Don Vito si presentava, tutti i giorni, in casa del fratello, ora che la povera Matilde andava di male in peggio con quelle febbri che le bruciavano il sangue e le carni e resistevano a qualunque medicina.

— Come va? Che ne dice il dottore? — domandava alla cognata.

— Quella figliuola è stata sempre un libro chiuso per tutti. Non mi è mai riuscito d'indovinare che c'è nella sua testa e nel suo cuore!

— Un amore deluso?

— Una gran pena certamente. Ho paura di scoprirla.

— E siete sua madre!

— Che consolazione potrei darle? Siamo ridotti quasi alla miseria.

— Lasciatemi parlare a quattr'occhi con lei.

Entrò nella camera di Matilde tutto rannuvolato, quasi fosse venuto a posta per sgridarla, per farle una gran lavata di capo. Si premuniva così contro la tenerezza e la bontà della sua indole, perchè — soleva dire — anche il bene bisogna saper farlo a tempo e luogo, altrimenti non è più bene.

La cameretta era tenuta in una dolce penombra, dove risaltava il biancore della coperta del lettino e dei guanciali, e, su i guanciali, la macchia nera dei capelli di Matilde.

— Ancora febbri? — brontolò. — Non vogliamo finirla?

— Se stesse a me, zio! — rispose Matilde.

— Quando non facciamo niente per star meglio! Quando ci ostiniamo a pensare... a pensare! Il pensiero è il maggior veleno.

— Ma io non penso a niente, zio!

— Pensi.... a lui! Che ti figuri? Che nessuno abbia capito?

— Oh, zio! Oh, zio!

— Lascia stare gli oh! E' naturale, alla tua età. Avresti dovuto confidarti con tua madre... o con questo zio che ti vuol bene, e tu lo sai. Tuo padre è.... un animale irragionevole; possiamo far a meno di lui e dei suoi terni al lotto... che non si decidono a venir fuori! Dunque? Su, come al confessore. Chi è? Voglio entrarvi in mezzo io.

— Nessuno!... Non è nessuno!

— E c'è bisogno di piangere per questo? Si dice: è il tale! — Vuole la dote? E' giusto. Avrà la dote. Già, se fosse persona intelligente, dovrebbe contentarsi di possedere un tesoro di ragazza come te.... Ma la dote non guasta. La troveremo. Lo zio don Vito non potrà portarsi nell'altro mondo il poco che ha e che ha saputo conservare... Comincerà dal fare un po' di bene anche da vivo, al contrario del suo signor fratello.... E per ciò lo zio don Vito vuol sapere.... E' qui per ricevere la confessione. Dunque?... Dunque?

Matilde, rannicchiata sotto le coperte, piangeva silenziosamente.

Don Vito si rizzò tutt'a un tratto dalla seggiola, sbuffando.

— Con voialtre ragazze si perde il ranno e il sapone! Avete certe teste!... Tu almeno dovresti pensare a quella madonna addolorata di tua madre. Non vedi che è ridotta uno scheletro? Confidati con lei, almeno con lei!

E uscì dalla cameretta deluso, indispettito. Si sfogò col fratello incontrato nel corridoio assieme col compare Giammona.

— Ma non ti accorgi che tua figlia muore non si sa di che pena? Sei allegro. Hai delle belle giocate in vista?... Non mi maraviglio tanto di lui, quanto di voi, signor Giammona, che potreste essere suo nonno, e aver senno anche per due! Voi però non siete padre, non avete una figlia, figlia unica, che languisce a letto da tre mesi e va peggiorando di giorno in giorno!...

— Che posso farci io, con le febbri? — balbettò don Pietro assalito alla sprovveduta.

— Le febbri, certe febbri, non vengono per caso. Te ne sei forse preoccupato?

— Ho chiamato il dottor Mèusa.

— Che dovrebbe fare il lustrascarpe, non il medico. Hai chiamato lui perchè si contenta di poco, perchè ammazza quasi per niente i poveri malati che gli càpitano per mano. E' miracolo se tua figlia è ancora viva dopo tre mesi di visite. Tu pensi alla Càbala, ai terni da vincere... Sai quale sarebbe il vero terno per tua figlia? Un marito, sarebbe! Muore di passione la povera figliuola! Un marito, al giorno d'oggi, se non c'è una bella dote, non lo trova neppure una principessa di nascita; e la tua scioperataggine....

— Oramai, caro don Vito — disse il Giammona — ormai è inutile parlarne!

— E intanto voi lo aiutate a far peggio col Lotto!

— Non posso procurargli un marito per la figlia!

— Non si tratta di procurarlo, scusate.

E rivolto sdegnosamente al fratello, soggiunse:

— Va', va' a vederla! Sono uscito dalla sua camera col cuore sconvolto; piange, ma non parla. E' ridotta irriconoscibile. Quell'asino di dottor Mèusa non ha capito niente. E tu... e tu... tu, coi tuoi terni, le tue quaderne, non avrai tanto da farle una bella cassa da morto! Dio disperda le mie parole!

* * *

Don Pietro era diventato, improvvisamente, tutto premure per la figlia. Aveva detto alla moglie:

— Chiamerò il dott. Cassisi.

— Bisognerà prima pagare il dott. Mèusa.

— Per quel che ha fatto!

— Tre mesi di visite, e qualche volta due al giorno.

— Le pagherò.... Ma, dunque, non sei riuscita neppur tu a saper niente?

— Neppure il confessore.

— Bisogna buttarsi a indovinare.

— E quando avremo indovinato?

— Tu hai detto che qualche volta parla nel sonno.

— Parole sconclusionate. — Sì!... No!... Basta! — Non si capisce nulla. Mai un nome, mai!

Don Pietro passava lunghe ore nella cameretta della figlia, attendendo che si addormentasse e che parlasse. Compare Giammona gli aveva detto che i malati, se sognano, sono veggenti. Se poi parlano nel sonno... Il difficile è interpretar bene quel che dicono; ma con un po' di buona volontà e di studio...

Perciò don Pietro stava come in agguato, seduto a piè dei lettino dove Matilde smaniava, voltandosi e rivoltandosi da un fianco all'altro, o rimaneva immobile sotto le coperte, con gli occhi chiusi, facendo sentire appena l'ansimare del suo respiro.

Il dott. Cassisi veniva due volte al giorno, impassibile, e si grattava il mento col gesto caratteristico con cui soleva significare che era poco contento di un malato. Non ordinava niente; lasciava che la malattia facesse il suo corso. Strana malattia! Sì un po' di febbre, un po' di anemia, un po' di alterazione nella circolazione del sangue e quindi nelle funzioni del cuore; ma come? ma perchè? E siccome il dottor Cassisi non credeva alla volgare stupidaggine — egli diceva — dell'anima, non poteva ammettere che il male provenisse da essa. E quando donna Michela gli accennò timidamente, sottovoce... il sospetto suo e del cognato don Vito, il dottore cessò di grattarsi il mento e con la sua brutale sincerità disse alla malata:

— Ho scritto una santa ricetta; medicina infallibile: _Recipe_, un bel tocco di marito!... Sei contenta?

Uno scoppio di singhiozzi e di pianto fu la risposta di Matilde.

E da quel giorno diè un tracollo.