Part 4
E allora, coi gomiti appoggiati sul piano del tavolino, e la testa tra le mani, si lasciava trascinare dalla immaginazione verso quegli inizi della sua nuova esistenza, quando, rifocillato dal cibo apprestatogli dai due vecchi contadini, marito e moglie, accorsi a sollevarlo da terra e a trasportarlo sul letto, e, più, ristorato da parecchie ore di sonno, si destava salutato da un signore non più giovane, accompagnato da quattro ragazzi che lo chiamavano babbo, già informato dal mezzadro di quanto era accaduto.
Venticinque anni addietro! E gli sembrava caso di ieri, tanto ogni minuto particolare gli si era fissato nella memoria.
Quel signore, Sindaco del paesetto vicino, aveva avuto la delicatezza di interrogarlo da solo, profferendogli la sua opera se potesse giovargli. Leone Leoni era scoppiato in un gran pianto, e non gli aveva nascosto niente, come a un confessore.
— Vorrei rinnovarmi!... Vorrei redimermi!...
Egli stesso si era maravigliato di queste parole uscitegli dalle labbra in quel momento di profonda commozione.
Fortunatamente si era incontrato in una brava persona, in un vero galantuomo che lo aveva soccorso e gli aveva offerto il posto di maestro elementare di quarta classe, vacante per la recentissima morte del titolare.
— Ma io non ho il diploma! — aveva risposto.
— L'otterrà. Le faciliterò le pratiche. Se però avesse altro di meglio...
— Niente! Voglio rinnovarmi! Voglio redimermi!
Aveva poi appreso per lunga esperienza quanti e quali sforzi di volontà son necessari per riuscire in questo intento.
Dapprima, l'occupazione della scuola elementare ottenuta; la solitudine da cui era circondato nella casetta rustica concessagli gratuitamente dal Sindaco per alloggio; lo svago, in certe ore della giornata e durante i giovedì e le domeniche, di coltivare a orto il terreno attorno alla casetta, lo avevano distratto da ogni rimpianto della concitatissima vita di piaceri troncata dal disastro economico della sua famiglia. Per venerazione della memoria del padre, non voleva neppur ricordarsi che questi vi aveva contribuito in gran parte con la disordinata amministrazione e parecchie speculazioni sbagliate.
Provava la dolce sensazione di un bagno fresco che gli accarezzasse la persona, che lo mondasse da ogni cattivo contagio rimastogli attaccato alla pelle; dolce sensazione che gli si insinuava intimamente nel cuore, nello spirito, con gran maraviglia di lui che non si sospettava capace di tanta rassegnazione.
— Si annoierà, si stancherà di questa sua vita eremitica! — gli diceva il Sindaco ogni volta che lo incontrava.
— Anzi, mi sento fortificare — egli rispondeva orgogliosamente. — Ha visto che lattughe, che baccelli, che carciofi riesco a produrre? Mi son permesso di mandargliene piccoli saggi.
— Grazie! Ma tutto questo non può bastarle. Sia, scusi, meno orso.... — insisteva il brav'uomo.
— Ho poi le altre pianticine umane da coltivare: i miei scolari. Non ho tempo di annoiarmi.
* * *
Non era vero.
Di tratto in tratto, lo assaliva una raffica del non lontano passato. Il cuore gli sobbalzava, i suoi sensi si ribellavano; figure di donne amate un po' o semplicemente possedute gli passavano davanti agli occhi invitandolo, irridendolo anche e compassionandolo con languide occhiate, con pietosi sorrisi.
E allora egli saltava giù dal letto anche nella nottata, e, al lume di luna o nella penombra notturna, tentava di sfuggire all'improvvisa ossessione zappando, sarchiando, innaffiando le erbe dell'orto, con un accanimento di lavoro che riusciva a calmarlo; e la mattina si trovava estasiato di fronte allo spettacolo dell'aurora e del sole nascente mai, mai goduto in città durante quella vita di stravizi con gli amici e le facili amiche, che ora dovevano crederlo morto o lontano, assai lontano e forse, anzi certo, più non si ricordavano di lui. E riprendeva, assaporandola meglio, la vita quasi eremitica rimproveratagli affettuosamente dal Sindaco: casa e scuola; scuola e orto, notando con triste compiacimento che tra i baffi — ancora non si era lasciato crescere la barba — e tra i capelli, verso le tempie, già fossero apparsi parecchi peli bianchi, precoci indizi di vecchiezza; e non aveva oltrepassato i trent'anni!
Da qualche tempo però le raffiche del passato, come egli le chiamava, si erano fatte più frequenti, più insistenti; duravano intere settimane, riprendendolo appunto quand'egli credeva di aver domato dentro di sè l'uomo vecchio e si rallegrava della vittoria.
— Voglio rinnovarmi! Voglio redimermi!
Aveva perdurato in questa risoluzione con ostinatezza forse eccessiva, con mezzi un po' rudi, un po' bruschi; e per ciò vedeva con un senso di terrore la probabilità che dovesse, alla fine, tutt'a un tratto, perdere il beneficio dei grandi sforzi fatti, delle lotte sostenute, se ogni volta usciva moralmente estenuato da queste inattese prove di tentazioni e poco rassicurato per l'avvenire.
— Venga, segga qui, prenda una bibita — gli aveva detto il Sindaco, vedendolo passare frettoloso davanti ai tavolini del Caffè allineati sul marciapiedi.
Aveva accettato; e stava per accomiatarsi quando gli era parso di provare non sapeva bene se un violento abbaglio o se un urto che lo faceva ricadere su la seggiola. Gli era passata poco distante... — No! Non poteva essere! — Ma il Sindaco, sorridendo, gli diceva:
— Ecco la merce che noi mandiamo, rozza, in città e che ci vien restituita — fortunatamente per poco — così trasformata! Era un'operaia; ora è... una bella, già matura mondana; si dice così? E' la prima volta che torna in paese.
Non era stata, dunque, un'allucinazione?
Se ne convinse poco dopo, quando la carrozza, ripassando, si fermò davanti al Caffè, e la bellissima ed elegantissima donna, che vi era quasi sdraiata sui cuscini, ordinò una bibita.
L'assaggiò appena. E il Sindaco disse, sottovoce, a Leoni:
— E' stato un pretesto per farsi ammirare.
Leoni, turbatissimo, si domandava:
— Mi ha riconosciuto anche lei?
Non uscì di casa in quei tre giorni di vacanze per la festa del Patrono, evitando così il pericolo di essere incontrato e di vedersi imprudentemente fermato. Si stupiva di non desiderare di avvicinarla. Era stata la sola ragazza a cui egli aveva voluto realmente bene, e che gli aveva voluto davvero bene, senza secondi fini, con la ingenuità di chi si dà a un uomo per la prima volta. Ed egli l'aveva indegnamente abbandonata, dalla paura di attaccarsi troppo a lei e finire con sposarla, come era accaduto a un suo amico e con una donna immeritevole affatto di questo onore.
* * *
Si era rassicurato. Le feste pel santo Patrono terminavano appunto quella sera, ed egli stava affacciato alla finestra fumando una sigaretta per godersi i fochi di artifizio che tra poco sarebbero stati sparati in cima alla collina del paesetto tutto punteggiato di lumi.
Trasalì vedendo inoltrare quella figura di donna, avvolta in uno scialle nero, che si era fermata un istante allo svolto del breve viale davanti alla casa, come per riconoscere il posto; e si protese fuori del davanzale ansiosamente.
— Leone! Leone! Sono io, Giulia! Vieni ad aprire la porta. Non mi ha visto nessuno!
Ella gli era saltata si collo; e vedendolo rimanere freddo, inerte, disse:
— Oh, non dubitare! E' un bacio d'amicizia... Nient'altro.
E seguitò:
— Chi si aspettava d'incontrarti qui? Dopo la disgrazia, nessuno ha più saputo notizie di te. Anch'io ti ho creduto in America a far fortuna. Stai bene. Sei un po' ingrassato, con qualche pelo bianco! Povero Leone!... Maestro elementare! Ti ammiro.... Tutti ti vogliono bene nel paese.... Sì! Sì! Il mondo va preso come viene. Ti ho riconosciuto sùbito, sai? E dovetti fare uno sforzo per contenermi. Ti avrei compromesso. Vedi? Sono venuta di notte, dopo di essermi bene informata, e con questo travestimento.... altrimenti sarebbe stato uno scandalo. Qui quasi tutte mi invidiano, e quasi tutte fanno le viste di non conoscermi, anche le donne peggiori di me!
Egli rimaneva in piedi di faccia a lei, commosso, balbettando appena:
— Grazie! Grazie!... Quanto sei buona!
— Come ti trovo male alloggiato! Neppure una poltrona! Neppure un piccolo tappeto! Neppure uno straccio di tenda! Questa è una cella da frate! Tu forse ignori quel che si fantastica di te, della tua vita segregata. Oh, tante cose buone! Dicono che il tuo è l'orto dei poveri; che tu fai l'ortolano per essi. E dicono che sei orso, orso, orso! Tu! sembra impossibile... Mah! Tutto accade al mondo. Ti saresti mai immaginato di incontrarmi quasi ricca e divenuta un po' avara? Che gran piacere questa visita! Anche pel modo. Chi sa quando ci rivedremo un'altra volta? Io ho paura di morire ora che sono arrivata... dove sono arrivata. Vorrei invecchiare, venire a ritirarmi quassù. Mi rimane soltanto la nonna; ha ottantasei anni, e sembra che ne abbia addosso soltanto cinquanta! Dice: — Sei nel peccato!... Ma è la volontà di Dio! — E mi consiglia: — Fa molta carità, molta carità, figlia mia! — E tu non mi dici niente? Ti è dispiaciuta la mia visita? Spero di no.
Egli stava ad ascoltarla con un gran senso di tenerezza non come antica amante, ma come una affettuosa sorella venuta a consolarne la solitudine! Infatti nessun rimprovero del suo gran torto! Nessun accenno al passato! Così dagli occhi, dalle labbra, da tutto quel corpo, ancora tanto mirabile, non si sprigionava la minima vibrazione di sensualità, ma uno splendore di bellezza che imponeva ammirazione e rispetto. Inconsapevolmente — se ne accorse dopo — l'idea che ora ella era ricca e lui povero servì a farlo rimanere quasi gelido, davanti a quella viva evocazione di un passato che, nei giorni di raffica, tornava a sconvolgerlo atrocemente e minacciava di disperdere l'opera di rinnovazione e di redenzione a bastanza inoltrata.
— Parlami di te — ella soggiunse.
Leone fece un gesto che significava: Non mette conto!
Allora Giulia riprese lo scialle buttato, entrando, su una seggiola.
— Vado via.... Ecco i fochi!
Si affacciarono alla finestra. I razzi solcavano la oscurità; le bombe si sgranavano in pioggia di scintille d'oro, in getti di globuli di mille colori, quasi pietre preziose dalle mani di una fata e che sparivano sùbito sgranate. E lo spettacolo continuava incalzando.
— Ecco la vita! — esclamò Giulia con voce commossa. — Vado via. Non voglio che qualcuno mi veda. Ti nocerei molto, e ne avrei rimorso. Addio... Ah! Dimenticavo di dirti che giorni fa ho veduto tua madre. So che ogni relazione è rotta tra voi. Una madre dovrebbe perdonare; è vero?... Addio!
— Addio! — balbettò Leoni su la soglia della porta: e a Giulia parve che quella parola le arrivasse da gran distanza.
Egli si era affrettato troppo a rallegrarsi della sua forza di resistenza! Il giorno appresso e per parecchi giorni di sèguito la raffica imperversò violentissima nel suo cuore e nella sua mente. Ne uscì quasi malato.
Un mese dopo fu stupìto di veder fermare davanti a la sua casetta un gran carro di quelli che fanno il servizio dei trasporti a domicilio. La spedizione era ordinata a nome di sua madre, Ersilia Leoni; ma egli indovinò sùbito il gentile sotterfugio di Giulia.
— Come ti trovi male alloggiato! — gli aveva detto quella sera.
E mandava ad arredargli un po' la nuda cella: un canapè, due poltrone, quattro seggiole, una bella scrivania, un calamaio di bronzo, ornato da un amorino che, sdraiato, pareva si specchiasse in una fonte, un tappeto per la tavola da pranzo, due grandi tappeti pel pavimento, un elegante portafiori giapponese.
Si sentì turbato dal sospetto che Giulia tentasse di riprendere possesso di lui. Ma la lettera giuntagli per posta lo stesso giorno, così umile, così piena di scuse, invocante perdono dell'invio, gli fece venire le lacrime agli occhi.
Ringraziandola, con lunga risposta diretta al falso indirizzo indicatogli per evitare le indiscrezioni dell'ufficio postale, — altra delicatezza di Giulia! — egli le dichiarò:
— Basta, ti prego. — Non accetterei altro.
E non gli giunse altro; neppure una lettera di quando in quando, come ne aveva espresso il desiderio. Giulia aveva, dunque, mal interpretato il divieto: — Basta, ti prego: non accetterei altro!
Se ne afflisse per un pezzo.
* * *
Erano passati... quant'anni? Egli non li contava più. Si lasciava invecchiare: — Ormai! Ormai! — Lo ripeteva spesso, quasi non si trattasse di lui; e per ciò ebbe una forte scossa apprendendo che sua madre era morta perdonandogli e lasciandogli la discreta eredità in cartelle di rendita ricevuta da un parente poco prima.
— Ci abbandonerà? — gli domandò il Sindaco. — Che disgrazia per le nostre Scuole!
— Sarebbe da parte mia il colmo dell'ingratitudine — rispose Leoni. — E poi, a che pro?
Rompendo in questa occasione il volontario esilio, egli andò in città, irriconoscibile per la folta barba e i capelli brizzolati, dai pochi amici superstiti e non dispersi pel mondo. Quando ebbe ridotto le cartelle in biglietti di banca, la sua prima spesa fu quella di comprare un ricchissimo servizio da toletta in argento finemente cesellato, da regalare a Giulia: in ogni pezzo aveva fatto incidere le parole _In memoriam_. Glielo spedì a Bellagio, sul lago di Como, dove ella era andata a villeggiare.
Un fonografo, una macchina da proiezioni, altri arnesi per la scuola; un volume di fiabe, rilegato, da dare in dono a tutti gli scolari della sua classe, per ricordo; un magnifico album da fotografie pel _Sindaco perpetuo_, come egli stesso compiacentemente si chiamava; molti libri nuovi per sè... E così aveva già speso qualche migliaio di lire. Se non tornava sùbito al paesetto divenuto sua seconda patria, chi sa che altre spese pazze avrebbe fatte!
— Il denaro non guadagnato con fatica ci fa diventare sciuponi — rispose al Sindaco che lo ringraziava dell'album e dei doni alla Scuola.
Si sentì preso da gran febbre di far più bene che poteva.
E una sera si presentava al vecchio Parroco e gli consegnava mille lire pei poveri. Il prete, che lo conosceva soltanto di vista, ne fu profondamente maravigliato. Aveva promesso di non dir niente a nessuno; ma gli era parso di commettere una cattiva azione non confidando ai beneficati da che mani provenivano quei soccorsi.
Anche il Medico condotto fu pregato:
— Si ricordi di me pei suoi malati che hanno maggior bisogno di medicine e di alimenti. Mi farà una grazia!
Leone Leoni ora sentiva un solo rammarico.
— Un giorno o l'altro, le cinquantamila lire dell'eredità sarebbero esaurite!
E mentre egli, era incanutito, un po' curvo, continuava la sua vita di isolamento, più ortolano e più orso che mai, in paese non c'era famiglia, farmacia, negozio, caffè dove non si parlasse di lui.
I suoi più caldi ammiratori, oltre il Sindaco, erano il vecchio Parroco e il Medico condotto. Il Parroco concludeva sempre:
— E' un santo all'antica!
— Ma non viene mai in chiesa, non si confessa! — gli obbiettava qualcuno.
E il Parroco dolcemente:
— Fa qualcosa di meglio: pratica il bene!
DON MIGNATTA
Andava attorno da mattina a sera per tutte le viuzze del paesetto, lentamente, come uno che non ha fretta, fermandosi a discorrere con le donne che filavano al sole, picchiando con discrezione a un uscio, entrando in qualche casa con un melato «Deo gratia» prima di varcare la soglia della porta trovata aperta: e tutti sapevano perchè quello spilungone magro, nero come il pepe, con pochi capelli che gli coprivano appena la nuca si aggirasse per le vie, vero fantasma di malaugurio. Per questo gli avevano appiccicato il soprannome di «Don Mignatta»; andava qua e là a succhiar il sangue della povera gente, peggio di una mignatta, tanto alla settimana, tanto a ogni quindici giorni, tanto a ogni mese! Ed era il termine più lungo che egli solesse accordare.
Vedendogli cavar di tasca il portafoglio unto e bisunto, pieno zeppo di pezzetti di carta che sembravano ricette, le povere donne, specialmente, si sentivano venire i brividi. Egli cercava, brontolando, il nome scritto in testa al quadretto di carta, che a furia d'essere passato e ripassato umettando l'indice per facilitare l'operazione, portava agli angoli giallastri le impronte del polpastrello; un sudiciume! E appena lo aveva trovato, esclamava, con un sospirone:
— Eccoci qua!
Voleva mostrarsi scrupoloso, rifare i conti, dar ragione fin dell'ultimo centesimo esatto la settimana scorsa, quindici giorni fa, un mese addietro; era suo dovere; e cominciava a masticare, a spazientirsi se vedeva che gli altri non facevano il loro dovere come lui, cavando fuori i soldi, le lire di quei miseri interessi che non bastavano a pagargli le scarpe logorate «tessendo» le vie del paese, poichè era inutile attendere che i debitori si scomodassero un po' andando da lui!
Pestava i piedi, si metteva a piagnucolare, s'irrigidiva su la seggiola: — Non mi muovo di qui! Soldi devono essere!... O vendo l'anello, o gli orecchini, o la crocetta, o la spilla! — Non dava nulla senza pegno, e i pegni li valutava lui, a modo suo. E quando aveva detto: tanto! non lo smoveva nessuno.
Stava in casa fino alle dieci, anche per sorvegliare la stracciona orba di un occhio che gli faceva i servigi ripulendogli le stanze, preparandogli il desinare. Le persone costrette a ricorrere da lui sapevano di trovarlo in casa fino a quell'ora.
— Per prendere, vengono; per restituire, non trovano mai la via! E devo far lo svegliarino, l'esattore, il servitor loro!
Dicevano che era «manesco» con le donne, nel senso di intraprendente. Ma non era vero. Per lui, gli affari innanzi tutto. Non gli dispiaceva però che lo credessero audace. Si mostrava tale quando andavano da lui tre o quattro donne a una volta, quasi avessero paura a presentarsi sole. Diceva delle barzellette, delle porcheriole, secondo le persone; rideva lui il primo, faceva ridere: intanto non perdeva di vista gli oggetti da valutare, li pesava con la bilancetta, prendendo delicatamente tra due dita uno, due chicchi di grano per l'esattezza del peso.
Se si trovava però da solo a solo con la bella moglie di qualche operaio o contadino, rimaneva serio, teneva gli occhi bassi, per paura di sentirsi trascinato a fare qualche sciocchezza: non si sapeva mai! E lui sciocchezze che potessero costargli quattrini non voleva farne, perchè, diceva, le donne non ci rimettono niente e i quattrini buttati via per esse non ritornano più in tasca.
Erano insinuanti quelle malefiche bestie! Si mettevano a piangere, gli si buttavano ai piedi se egli resisteva, soltanto, s'intende, quando non era ben sicuro della puntualità dei pagamenti settimanali, o quindicinali, o raramente mensili.
Coi contadini, con gli operai invece si mostrava di una brutalità che voleva sembrare affettuosa.
— Avete voluto ammogliarvi? Peggio per voi... Via! Via! Per sfamare la famiglia! Andate a contarlo a qualch'altro!... Di che si tratta? D'una veste di vostra moglie per Pasqua? D'uno scialle per le feste della Madonna? E vi fate infinocchiare! Già, io parlo contro il mio interesse. Che me ne importa se v'indebitate? Anzi! Purchè siate puntuali... C'è il pegno! Sicuro! Se non facessi così, potrei andare a chiedere l'elemosina di porta in porta, con la malafede del giorno d'oggi.
A qualcuno diceva anche:
— Lo so; mi chiamate _Don Mignatta_! Ma dovete ringraziar Dio che don Mignatta esista. Don Provvidenza dovreste chiamarmi!... Ah!... Sì, è vero?
Nonostante i pegni coi quali avrebbe potuto pagarsi il triplo di quel che aveva prestato, a ogni nuova operazione provava sempre, dopo tanti anni, la sensazione di una piccola stretta al cuore nel contare il denaro, quasi non dovesse rivederlo più. E si rimproverava: Ti fai la jettatura da te stesso!
Si metteva però di buon umore tutte le volte che veniva da lui quel nanetto con due gobbe, una davanti e l'altra di dietro, ma tutto lisciato, tutto agghindato, con aria spavalda, da conquistatore di donne, quasi fosse convinto che le donne non avessero occhi.
Per don Mignatta il cavalier Giunta era proprio un portafortuna. Lo accoglieva a braccia aperte, se lo faceva sedere vicino:
— Caro cavaliere, in che posso servirla? Ai suoi comandi.
— Ecco qui: al solito!
E il cavaliere si toglieva dal panciotto la catena con l'orologio d'oro, e li deponeva su la scrivania — come segnale e non altro — fingeva di scusarsi. Don Mignatta, che intanto aveva cavato dal cassetto una scatola per riporvi orologio e catena:
— Guardi: è la sua. La tengo a posta da parte.
Ogni volta, accompagnando il cavaliere fino all'uscio, don Mignatta faceva in modo di palpargli la gobba di dietro, pel buon influsso. Quella mattina appunto don Mignatta si era rallegrato di vederlo arrivare nel momento in cui non sapeva decidersi ad accettare una proposta di prestito più rilevante delle ordinarie sue operazioni.
— Il cavaliere! — aveva esclamato dentro di sè. — L'affare andrà bene!
E perchè andasse benissimo eccesse nel palpargli la gobba; fu quasi sgarbato. Il cavaliere, che aveva capito, s'indignò, come se quello gli avesse detto: Siete un gran gobbaccio!
— Dovrei insegnarvi l'educazione e spaccarvi la testa con questo qui! — brandiva l'esile bastoncino. — Prendete! Rendetemi catena e orologio! Non ho più bisogno del vostro sporco denaro!
Gli aveva buttato su la scrivania tre biglietti di banca da dieci lire e aveva steso la mano alla scatola dove erano stati conservati catena e orologio.
— Ma perchè?... Ma perchè? Che si è figurato? — balbettava don Mignatta, mentre il cavaliere rimetteva all'occhiello del panciotto la catena e l'orologio nel taschino. — Ma scusi, perchè? — insisteva accompagnandolo fino all'uscio, tentando di fermarlo e sfiorandogli involontariamente la gobba con la punta delle dita della mano sinistra, per ultimo scongiuro.
Il cavaliere era andato via a testa alta tra le due gobbe, senza voltarsi addietro. E a don Mignatta era parso che la sua buona fortuna fosse sparita con lui.
* * *
— E gli imbecilli dicono che non è vero! — pensava don Mignatta scotendo compassionevolmente la testa!
Maggior prova di questa che da quel giorno in poi gliene erano accadute tante, una peggio dell'altra?
Tardi si accorse che la più grande disdetta se la era preparata con le sue stesse mani, la mattina che venne a casa sua la bella moglie di Zùccaro, erbivendolo e rivenditore di formaggio al minuto.
Era la prima volta che comare Grazia Zùccaro, ricorreva a lui. Di nascosto del marito, dichiarò sùbito.
— Male! Male! — la rimproverò don Mignatta sorridendo, mangiandosela cogli occhi.
— Glielo dirò dopo. Cinquanta lire. Lascio in pegno questi orecchini.
E se li cavò con quelle belle mani bianche, delicate, che sembravano mani di principessa al povero don Mignatta, quantunque egli non avesse mai visto mani di principessa di nessuna sorta.
— Belli! — egli fece, osservandoli. — Regalo di nozze, eh?
Tutt'a un tratto, irriflessivamente, aperse il gancio di uno degli orecchini e, con un po' di tremito nella voce, disse:
— No: devono stare al lor posto! Permettete; voglio rimetterveli io.
Ella lo guardò stupìta, e lo lasciò fare.
— E' pratico, si vede. E così...?
— Queste son le cinquanta lire; me le riporterete a comodo vostro.
— Che dirà mio marito? Non le accetto.
— Se non sa nulla!
— Sa. Ho detto: di nascosto di mio marito, perchè — capisce — un bottegaio come lui... E' vero che i quattrini possono mancare al re che li stampa. Gli è andato per aria un affare...
— Accettatele senz'altro. Fate onore al vostro nome. Non vi potevano chiamar meglio: Grazia! E Zùccaro per giunta!...
E siccome ella stendeva la mano, esitante, per riprendere il biglietto da cinquanta lire, don Mignatta soggiunse: — A vostro comodo!
Ci mancò poco che non si chinasse per darle un bacio sui capelli.