Eh! la vita....: Novelle

Part 3

Chapter 33,689 wordsPublic domain

E di fuori, quasi un ostacolo gl'impedisse di entrare, egli guardava, con occhi stralunati, Dora che apriva le cassette interne di un armadio e ne traeva alcuni pacchetti di lettere, depositandoli sul letto là vicino, assieme con tre scatolini di pelle scura.

Balzò dentro con un salto, mise il paletto all'uscio e si precipitò su uno dei pacchi di lettere, sciogliendone il nastro con mani convulse.

— Senti — gli disse Dora. — Tu stai per apprendere un segreto che non ci appartiene e che noi dobbiamo conservare religiosamente. Giurami!... Io l'ho conservato a costo del mio onore.... Giurami!... Giura!

Egli non l'ascoltava; apriva febbrilmente quelle lettere, dava ad esse un'occhiata, fissava Dora un istante, e riprendeva a leggere, mandando fuori, di tratto in tratto, ringhi e ghigni sarcastici, gettando per aria i fogli quasi provasse un'amara delusione o vi scorgesse un puerile tentativo d'inganno.

— Giura! — ella insisteva. — Non vuol dire che ora sia morta: anzi!

— Morta! Morta! — ringhiava lui, lanciando alla moglie terribili occhiate.

— Prima della loro penosissima rottura — riprese Dora — io era stata fida depositaria di queste lettere compromettenti. Quell'uomo voleva riaverle, chi sa perchè, e quel giorno osò di trascinarmi per un braccio qui dove egli sapeva che fossero gelosamente conservate, cercando di riaverle con la violenza... Leggi leggi le ultime, queste qui...

Egli non osava di credere ai suoi occhi. Quel nome di donna ripetuto tante volte, in ogni lettera, appassionatamente, non era di sua moglie.

— Chi, chi scriveva? — egli urlò. Io veggo! Io indovino! Io sento!...

E fiutava le lettere brancicandole.

— C'è il profumo del tuo corpo! C'è il fluido del tuo spirito, sì, sì, non m'inganno... Non mi sono addestrato sette anni inutilmente per acquistare la veggenza che non inganna!

Dora indietreggiava, indietreggiava a quel lento avanzarsi di belva che sta per slanciarsi. Con gli occhi sbarrati, le braccia protese, le mani aperte e le dita curve come grinfie, pareva ch'egli provasse la feroce voluttà di atterrire la vittima al punto di assalirla.

— Gabriele! Gabriele!

A così acutissimo grido di angoscia, nella turbata intelligenza di lui accadde dunque una scossa, una sosta, quasi nella tenebra che la occupava in quel momento scoppiasse tutt'a un tratto un lampo di luce?

Egli si fermò, portò le mani alla fronte, stiè pochi istanti come in ascolto; la tensione di tutti i nervi che gli aveva alterata l'espressione della fisonomia e concitata tutta la persona, si rilassava lentamente, e l'infelice cascava bocconi da quella parte sul letto, gorgogliando inintelligibili parole.

Dora stava per precipitarsi verso l'uscio e gridare al soccorso, ma quelle lettere sparse là, aperte, brancicate, non avrebbero, in quella circostanza, fatto conoscere un segreto custodito finora con tanti sacrifici? E si diè frettolosamente a raccoglierle, a calcarle alla rinfusa, nelle cassette assieme coi tre scatolini contenenti tre piccoli gioielli... Poi, invece di gridare: soccorso! si chinò su lui con gesto materno, di immensa pietà, e, chiamandolo sommessamente a nome, lo baciava sui capelli umidi di sudorino ghiaccio.

Egli si lasciò prendere per una mano e condurre verso il canapè all'angolo della camera. Guardava attorno, trasognato, quasi non riconoscesse il luogo dove si trovava nè la persona che gli stava davanti, in piedi, un po' china verso di lui, e sorridente con visibile sforzo tra le lacrime che cominciavano a rigarle le gote.

— Qui!... Qui!... — balbettò. — Sette anni... fisso qui!... Un terribile chiodo!... Notte e giorno!

— Zitto! Sii tranquillo! Non t'agitare!

— Sì... — egli riprese. — Era dunque quella... Marina Falchi colei che tradiva? E' morta?

— E' morta, sì, la mia amica. Per ciò il suo segreto dev'esserci maggiormente sacro! Ora distruggeremo ogni cosa. Ho voluto conservarle per te quelle lettere; per giustificarmi soltanto davanti a te....

— Può essere? Può essere? Ed hai aspettato sette anni!

— Ho sofferto quanto te!... Oh Dio! Dubiti ancora?

— Non si strappa facilmente un chiodo infisso qui... da sette anni!... Notte e giorno!

Girava attorno la sguardo smarrito, parlava quasi rivolgesse le parole a se stesso. Poi si raccolse in cupo silenzio, chiuse gli occhi, reclinò il capo sul petto, e Dora, sedendoglisi cautamente a lato, ascoltava con ansia il profondo respiro di lui già vinto dal sonno.

* * *

Nessuno in famiglia, neppure la madre di lei, seppe quel che era accaduto in quella appartata camera maritale.

Dora passò due terribili giorni, dissimulando a tutti l'angoscia del dubbio che la straziava. Suo marito, a intervalli, ricadeva in uno stato di eccitazione mentale molto vicino alla pazzia. Poi, quasi destandosi da una specie di dormiveglia, di stupore, ripeteva desolatamente:

— Sto male!... Sto male! Non guarirò più!... Povera Dora!

— Se tu permettessi di consultare il nostro dottore!...

— No!... Non voglio la compassione di nessuno, neppure di un dottore!

— Ma già tu ti allarmi per una lieve depressione nervosa.

— Stavo meglio... colà... in carcere. Colà... avevo almeno la certezza!

— Quale certezza?

— Vedi?... Ancora non so abbracciarti... nè baciarti come una volta... Ho paura di trovare su le tue labbra le traccie... Perchè ho ucciso dunque? Perchè sono stato condannato?

— Gabriele!

Bastò questo dolce richiamo per farlo rientrare sùbito in sè, per calmarlo in quell'angolo di canapè dove egli, da due giorni, passava le ore fumando continuamente, con un mucchio di libri nuovi su una seggiola, dei quali scorreva soltanto qualche pagina con paurosa repugnanza. Aveva trovato in uno di essi: — Noi non sappiamo niente della realtà delle cose. Siamo vittime dell'apparenza.

E n'era rimasto sconvolto.

Il terzo giorno Dora lo trovò sdraiato sul canapè con le mani strette alla fronte, quasi per comprimere un gran dolor di testa. Teneva chiusi gli occhi.

— Sei tu, Dora?

— Che hai?

— Dora! Dora! Quel segreto mi uccide.... Che m'importa di colei?... Tanto peggio per la morta!

— Perchè dici così, Gabriele?

— Perchè tu ed io siamo vittime dell'apparenza. Non dev'essere! Non voglio che sia così!

— Ormai!...

— Non dev'essere così!... Non voglio che sia così!... Quel segreto mi uccide!

Si era fermato ad ascoltare. Dalla via saliva un rumore confuso di evviva misto al suono della banda cittadina che soffiava quasi rabbiosamente l'inno reale.

— Tanto peggio per la morta!

E prima ch'ella potesse impedirglielo, Gabriele era corso all'armadio, aveva afferrato il mucchio delle lettere ancora aperte e sgualcite come vi erano state calcate in fretta e furia quella mattina, e, stringendosele al petto con tutte e due le mani, le versava sul marmo della finestra, di lato, per poter spalancare metà della vetrata e buttar giù tra la folla che passava plaudente per la via il segreto che lo uccideva.

— Non devo saperlo io solo che tu sei innocente! Devono saperlo anche gli altri...

E si opponeva agli sforzi di Dora; le strappava di mano quei fogli ch'ella tentava di sottrarre, e li sparpagliava fuori, per l'aria, ripetendo:

— Tanto peggio per la morta! Tanto peggio per la morta!

E aveva negli occhi la feroce gioia di un folle.

SANGUEDOLCE

— E vi chiamate _Sanguedolce!_ — esclamò il Pretore.

— Per colpa di mio nonno — rispose il vecchio contadino così rimproverato. — Ora però voglio diventare _Sangueamaro_, eccellenza.

— Lasciate stare l'eccellenza; non sono ministro.

— E' un galantuomo, un uomo di giustizia.

— Non tutti la pensano come voi in questo paese.

— Paesaccio, eccellenza! Che mi consiglia dunque?...

— Niente. Vi domando. Insistete nella querela?

— Se la ritirassi, penserebbero che ho avuto paura; ed io non ho paura di nessuno, neppure del diavolo. Di Gesù Cristo soltanto, che non son degno di nominarlo; di lui soltanto ho paura!

— Gesù Cristo ha detto: perdonate ai vostri nemici.

— Quando lo disse? Ai suoi tempi. Oggi il mondo è cangiato.

— Insomma, insistete?

— Insisto, eccellenza, sì!

— Vi saluto.

_Sanguedolce_ portò una mano al mento, abbassò il capo e stette un momento a riflettere.

— In caso... — poi disse, esitante, — chi paga le spese?

— Le pago io — rispose il Pretore ridendo.

— Che c'entra _voscenza?..._ Non ci mancherebbe altro!

— Per levar di mezzo ogni difficoltà. Il matrimonio di vostro nipote... Bravo giovine! Gli voglio bene...

— Non me ne parli, signor Pretore! Non deve farsi; e non si farà finchè campo io. Mio nipote è più che un figlio per me; e appunto per questo... E se quella stregaccia della matrigna della ragazza...

— Che interesse può avere? Non è sua figlia.

— L'interesse di levarsela di casa. La dia a chi vuole; a mio nipote no. Vedremo chi la vince. Io intanto la mando in galera.

— Bisogna prima sapere...

— Come? Può vomitarmi addosso tanti vituperi e passarsela liscia?

— Dar querela ad una donna, via!

— Ha la lingua lunga, troppo lunga!

— Dovreste ammirarla. Per matrigna, è un'eccezione.

— Apparentemente, eccellenza! Troppo zelo, eccellenza! Ci dev'essere qualcosa sotto... E poichè mio nipote è cieco dalla passione, voglio aver quattro paia d'occhi io, se pure bastano!.... Ma prima la mando in galera la stregaccia! Con quei testimoni...

— Testimoni! Lo sapete come usa qui; con un par di lire c'è gente che giurerebbe....

— Ormai si sa chi sono i falsi testimoni di mestiere: Faccia-di-morto, Ciaula, Nino Pricocu, Virtuoazza... Ma dunque uno non può più aver fatta giustizia? Deve farsela con le proprie mani?

— E vi chiamate _Sanguedolce!_ — tornò ad esclamare il Pretore.

Voleva fare il cattivo, ma era proprio _Sanguedolce_. E per ciò nessuno sapeva spiegarsi la sua violenta opposizione al matrimonio del nipote con la figlia di _Lagnusazzu_. Bella, giovanissima, con discreta dote, massaia, di quelle che sanno far tutto: filare, tessere, cucinare, impastare il pane, tutto, insomma, come oggi se ne trovan poche, perchè fin le figlie di zappatori vogliono parere signorine — così gli dicevano conoscenti ed amici — dove poteva trovarla una meglio di Tana La Mira? Sarebbe stato un'infamia dire: — la figlia di _Lagnusazzu_ — che poi era infingardo unicamente se si trattava di fare un po' di bene al prossimo; per questo ingrassava da sembrare una botte.

_Sanguedolce,_ appena qualcuno cominciava a parlargli del matrimonio del nipote, lo guardava in viso con certi occhi da fulminarlo, se fosse stato possibile; poi, secondo le persone, o rispondeva una parolaccia o faceva una furiosa voltata di spalle, o pure, per esempio: — col notaio Mancuso, col canonico Spano, col cavaliere Dipietro — supplicava a mani giunte:

— Mi lascino stare, per carità! Credono che sia un capriccio? Un dispetto? So io perchè! So io perchè! Mi lascino stare!

Infatti da qualche tempo in qua, soltanto il canonico Spano si permetteva di dirgli con quella sua voce lemme lemme:

— Lo facciamo, sì o no, questo matrimonio? Venite a confessarvi; è un pezzo che non vi accostate al santo tribunale della penitenza.

— Voglio mettere insieme un bel mucchio di peccati e scaricarmene tutt'a una volta... Ma di quella cosa non ne parliamo, signor canonico!

E, finalmente, neppur lui gli disse più niente.

Ma, ecco, una mattina — era domenica e _Sanguedolce_ si preparava ad uscir di casa per andare a sentir la messa — ecco Luciano, il nipote, che entra in camera di lui, gli si pianta davanti rispettoso ma risoluto, con le sopracciglia aggrottate e le labbra aride che quasi gli impedivano di formar le parole.

— Che c'è? — domandò _Sanguedolce_.

— C'è, zio, che io chiedo di sapere per qual ragione vi opponete al mio matrimonio con Tana La Mira. Voglio mettermi il cuore in pace. Per me.... o lei, o lei! Devo perdervi di rispetto? Siete stato il mio secondo padre.

— Che ti figuri? Che io mi impaurisca di cotest'aria minacciosa?

— Ma che v'ha fatto quella povera figlia? Perchè ce l'avete con lei?

— Non l'ho con nessuno. Dico di no, e no dev'essere. Se fosse vivo tuo padre, e fosse lui a dir di no che faresti?

— Mio padre certamente mi spiegherebbe: No... per questo e per questo. E sarebbe finita. Almeno saprei!

— Ringrazia Dio che tuo padre non sia vivo!...

— Vo a domandarglielo nell'altro mondo, nell'inferno o nel paradiso, dov'è.

— Sai la via?

— La so, zio!

_Sanguedolce_ non potè ridere a questa strana risposta del nipote; ma fece la sua solita spallucciata pur vedendolo andar via gesticolando con le mani nei capelli come un disperato.

Durante la messa, però, invece di recitare il rosario, tenne la corona avvolta attorno a una mano e si mise a parlare internamente, rivolto al gran crocifisso dell'altare dove il prete celebrava:

— Dovete pensarci voi, Gesù crocifisso! Levategliela voi di mente! Non deve accadere! Non deve accadere! _Libera nos domine!_ Io mi opporrò finchè potrò... Dovete pensarci voi, Gesù crocifisso! Non ve l'ha detto il mio povero fratello? Non ve l'ha confessato anche... lei, quando sono arrivati al vostro cospetto per essere giudicati?... Già, voi, Signore, che vedevate, che sapevate tutto ve li siete chiamati in cielo tutti e due... E volete lasciarmi addosso questo peso? Pensateci voi, Gesù crocifisso!

E restò là a guardare il Crocifisso tutto piagato, tutto insanguinato, con la testa coronata di spine abbandonata su la spalla destra, quasi attendesse da esso una parola, un cenno di risposta, che lo assicurasse: Ci penserò io!

Si scosse tutt'a un tratto, maravigliato di non essersi accorto che la messa era terminata e che il sagrestano aveva già spento i ceri dell'altare.

Ah! Fu certo un'ispirazione di Gesù crocifisso quella che lo spinse ad entrare nella stalla dalla porta interna! Diè un urlo alla vista del nipote che penzolava dalla corda legata a un trave, dando gli ultimi tratti agitando le gambe e le braccia. Montare su lo sgabello rovesciato per terra, cavar di tasca il coltello, tagliar la fune e cascar giù assieme col disgraziato fu l'affar di un momento.

— Chi mi diè la forza di liberarmi del suo peso — raccontava _Sanguedolce_, poco dopo, alla gente accorsa ai suoi gridi — e di slegargli il nodo della corda attorno al collo?

Non osava di rimproverare il nipote che, steso sul letto, respirava ancora affannosamente. Poi, quando lo vide in piedi, con le lagrime agli occhi pel dispetto di essere stato salvato, gli disse soltanto:

— Non dubitare. Vado ora stesso da _Lagnusazzu_ e torno sùbito con la risposta.

E andò difilato, quasi di corsa.

— E' vero? — gli domandò _Lagnusazzu_.

— Verissimo. Voi... che ne dite?

Gli tremava la voce, aveva gli occhi smarriti.

— Per me...

— Acconsentite dunque?... Con la coscienza tranquilla?

— Se Tana dice di sì...

— Lo sapete bene che dice di sì!... Parlo per voi.

— Io?... Li benedico con tutte e due le mani. E anche sua matrigna... E se volete far presto, tanto piacere.

— Dice che siete voi che non volete — intervenne la seconda moglie di _Lagnusazzu_.

— Giacchè vostro marito... ha la coscienza tranquilla!...

— Ma che discorso è questo? — fece _Lagnusazzu_ — spiegatevi...

— Niente. Lo avete visto: è mancato poco che mio nipote non si ammazzasse. Vuol dire... che c'è la volontà di Dio!

E portò la lieta risposta.

Da quel giorno in poi però _Sanguedolce_ parve diventato un altro. Aveva detto al nipote:

— Non voglio mescolarmi di niente; fa' tu, a modo tuo, disponi tu. Tu sei padrone del tuo e del mio. Da oggi in poi, per questi ultimi pochi mesi, non voglio più essere tutore. Alle faccende di campagna baderò io. Tu fa lo _zitu_[4].

[4] _Zitu_, fidanzato e anche sposo novello.

Luciano era così felice che non si accorgeva della grande amarezza che c'era nelle parole e nel tono della voce di suo zio. Non si accorgeva dell'aria trasognata del povero vecchio, che gesticolava e borbottava senza far capire che cosa gli passasse pel capo; e pareva che cascasse dalle nuvole se qualcuno gli domandava:

— Che avete, zi' _Sanguedolce_?

— Che volete che abbia? La vecchiaia che trascino.

Infatti pareva invecchiato tutt'a una volta. Prima, aveva il motto allegro, la barzelletta pronta. Durante la mietitura o l'abbachiatura delle olive, durante la vendemmia, zi' _Sanguedolce_ rallegrava gli uomini e le raccoglitrici con certe sue storielle maliziose che facevano sbellicar dalle risa. Ora, o stava muto, con gli occhi fissi, sbalorditi, quasi vedesse chi sa che brutte cose, o scoteva il capo e borbottava parole inintelligibili di risposta a qualcuno che lo interrogasse non visto.

Si cominciò a spargere la voce che a zi' _Sanguedolce_ avesse dato di volta il cervello. Il canonico Spano, incontrato Luciano gli disse:

— Tu hai la testa alla _zita,_ e non ti curi di tuo zio. E' venuto da me questa mattina. Mi ha fatto pietà. — Che abbiamo, compare _Sanguedolce?_ Non vi dispiaccia se vi chiamo così. — Abbiamo... che quando c'è la volontà di Dio è inutile opporsi; avviene quel che deve avvenire... E' vero, signor canonico? — Certamente, compare. — Anche nelle cose storte, è vero, signor canonico? — Non sono storte, se Dio le permette; sembrano storte a noi. — Sarà!... Sarà!... Ma io dico che sono storte. Stiamo a vedere, fino all'ultimo... Ci penserà lui a rimediare... Ero venuto per confessarmi. Stiamo a vedere! — A vedere che cosa? — Parlava come se le parole gli uscissero di bocca senza che egli comprendesse quel che diceva. Mi ha fatto pietà.

— Che posso farci, signor canonico? E' l'età, forse... E poi ce l'ha con me per via del mio matrimonio. Perchè? Mi ci perdo. Ho fin sospettato... Quando si è vecchi... Avrebbe voluto sposarla lui?

Il canonico lo fissò, colpito.

— Tutto può darsi... Mi ha fatto pena, ti dico!

Vedendo che lo zio non gli accennava più alle nozze imminenti, Luciano, quasi per provarlo, gli annunziava:

— Oggi siamo stati al Municipio per la richiesta.

— Quando c'è la volontà di Dio!...

— Oggi se n'è detto in chiesa la seconda volta.

— Quando c'è la volontà di Dio!...

Rispondeva con una specie di ringhio, alzando le spalle.

— Ah, zio! Mi fate il malaugurio! — gli disse Luciano col pianto nella gola. — Ci sposiamo domani!

Quella sera, tardi, il canonico Spano che diceva in camera l'uffizio — ed era in maniche di camicia con lo zucchetto in testa, dal gran scirocco — vide arrivare lo zi' _Sanguedolce_, torbido in viso, che gli si buttò in ginocchio dal lato del seggiolone a bracciuoli.

— Voglio confessarmi!

— Tanta fretta?

— _Confiteo_ Dio onnipotente...

— Chiudete almeno quell'uscio.

— Non importa. Dunque... sigillo di confessione. Prima fu mio fratello che mi disse: — Questo figlio mi è cascato dal cielo! — Non ne sapeva niente, poveretto!... Voleva fare, voleva dire.... Ammazzare, squartare.... Fu prudente; e il dolore gli fece groppo allo stomaco: ne morì.

— Lasciamo andare — lo interruppe il canonico. — Veniamo ai vostri peccati.

— Poi — continuò _Sanguedolce,_ con la voce che gli tremava — fu lei, sua moglie, due mesi dopo, in punto di morte: — Badate, cognato! Luciano è figlio di... _Lagnusazzu_. Badate, cognato!... Peccato grande! L'ho scontato. — Ecco perchè!... Ecco perchè!...

E scattò in piedi, guardandosi attorno, atterrito che qualcuno avesse potuto udirlo.

— Non c'è più, dunque, Gesù Cristo lassù? No, non c'è più?

— Non bestemmiate!

Il canonico non sapeva che credere. Quel pazzo diceva la verità o ripeteva una orrenda fissazione? Tentò di calmarlo, di convincerlo che s'ingannava. Ma _Sanguedolce_ rispose soltanto:

— Glielo dica lei, nella messa, a Gesù Cristo. Che ci fa dunque là, in croce, su l'altare?

— Non bestemmiate!

Il vecchio era scappato via, barcollante, senza neppur salutarlo.

— Che misera cosa è la nostra mente! — esclamò il canonico Spano, rinvenendo dallo stupore.

E riaperse il breviario.

* * *

Gli sposi, i parenti e il corteo degli amici, in attesa che il parroco uscisse di sagrestia, si comunicarono sottovoce, maravigliati:

— C'è zi' _Sanguedolce!_ C'è zi' _Sanguedolce!_

Lo avevano scoperto, rannicchiato dietro una colonna.

Luciano, commosso, andò a prenderlo per una mano, dicendogli:

— Grazie, zio!

Gli amici lo circondarono, _Lagnusazzu,_ col pancione sporgente dalla giacca nuova di panno blu, lo invitò a sedersi accanto a lui, ripetendogli: — Bravo! Bravo! — sodisfattissimo.

_Sanguedolce_ agitava lentamente la testa, senza dire una sola parola, come se avesse un meccanismo nel collo.

E si lasciò condurre a braccetto in casa della sposa.

Tutti mangiavano dolci, càlia[5], bevevano vino di Vittoria, facevano brindisi: lui, zitto, con gli sguardi fissi su gli sposi quasi ne sorvegliasse ogni movimento. Quando però vide Luciano che, abbracciata la sposa stava per baciarla al cospetto di tutti, scattò come una belva e si lanciò su la giovine, urlando: No! No! E' sacrilegio!... Dio non vuole!

[5] _Càlia,_ ceci abbrustoliti.

Nella gran confusione, credettero che Tana fosse svenuta dallo spavento... Un fiotto di sangue le usciva dalla gola squarciata.

_Sanguedolce_ aveva buttato via il coltello e gridava a _Lagnusazzu:_

— Infame! Tu lo sapevi, tu lo sapevi, tu lo sapevi!... Fratello e sorella! E li hai fatti sposare!

E sùbito si batteva violentemente con una mano su la bocca, imprecando a se stesso:

— Ah! Doveva cascarmi la lingua, doveva!

RINNOVAMENTO

In certi giorni di quel marzo nebbioso e piovoso, Leone Leoni, chiuso nella modesta stanza della casa rustica dove abitava da anni, si sentiva più facilmente spinto verso quello che egli soleva chiamare il luminoso paese dei sogni.

Nessuno dei suoi compagni di scapataggini avrebbe ora riconosciuto in quell'uomo grigio di capelli, con prolissa barba quasi bianca, un po' curvo, il bel giovane vestito sempre secondo l'ultima foggia di Parigi o di Londra e che aveva fatto parlare tanto di sè per le sue stravaganze, pei suoi eccessi di ogni sorta in fatto di giuoco e di donne.

Ricordando, però, il suo sogno a occhi aperti cominciava immancabilmente dalla terribile settimana in cui, per l'improvvisa morte del padre, tutto gli era crollato attorno, fin l'amore della madre che lo accusava di aver cagionato con la sua cattiva condotta la disgrazia del marito e la distruzione del patrimonio di famiglia disperso in mano degli strozzini.

Sua madre era partita pel paese nativo due giorni avanti che la loro casa fosse stata invasa dagli uscieri, dagli avidi compratori dei mobili messi all'asta, e non aveva voluto neppure rivedere il figlio prima di andar via.

Così ora, ripensando, egli si vedeva camminare, camminare come un sonnambulo lungo un polveroso stradale, tra i campi verdi di seminati, senza sapere verso qual luogo fosse diretto, nè che intendesse di andare a farvi. Non aveva un soldo in tasca e non mangiava dal giorno avanti.

La notte si era riposato sul ciglione dello stradale, attutendo i crampi dello stomaco masticando foglie di erbe selvatiche strappate là attorno; e, all'alba, aveva ripreso a camminare, a camminare, infilando una strada traversa, tra le colline, stordito più che mai dal colpo di quei gravissimi avvenimenti contro i quali non sapeva che opporre all'infuori del suicidio.

Per far questo non gli mancava il coraggio; lo tratteneva intanto una vaga coscienza di non meritare la liberazione che, almeno apparentemente, salda tutto con una palla di rivoltella o con qualunque facile mezzo che tronchi la vita.

Era cascato a terra, estenuato dalla insolita fatica e dalla fame, in pieno meriggio, vicino a una casa di contadini...

E dopo tanti anni — venticinque! — il ricordo assumeva ancora sembianza di sogno, quasi neppure il sapersi già maestro elementare, stimato e voluto bene nonostante la sua vita appartatissima in quel ridente paesetto nascosto tra le colline, quasi neppur questo riuscisse talvolta a convincerlo che proprio si trattasse di avvenimento reale.