Eh! la vita....: Novelle

Part 10

Chapter 103,717 wordsPublic domain

Come mai ora non aveva esitato di metter fuori trecentocinquanta lire, spontaneamente? Forse perchè lui, Biagi, non gli aveva mai detto: Prestami due soldi, neppur per ischerzo? Voleva, dunque, obbligarselo a ogni costo?

Più ci pensava e più Biagi diventava furibondo contro il povero Giani, dimenticando che quel giorno di scadenza egli era stato il suo salvatore. In certi momenti si accorgeva di aver torto e si proponeva di mostrarsi meno scortese, meno burbero con lui; ma a un nuovo atto di gentilezza — e Giani era inesauribile, era incorreggibile! — la soperchieria del pagamento della cambiale gli tornava alla gola, come cosa indigesta, quantunque già fossero trascorsi parecchi mesi.

E spesso, a ogni nuova piccola cortesia, Biagi si sorprendeva a fantasticare brutalmente un potentissimo mezzo di sbarazzarsi di Giani, d'inimicarselo, se pure quell'uomo era capace di diventare nemico!

Aveva trovato! Almeno, gli era parso di aver trovato, giacchè su Giani si poteva contare fino a un certo punto.

E quella domenica che i colleghi lo avevano incontrato per via Nazionale con a braccetto la signora Giani e il marito dall'altro lato, e li avevano poi visti tutti e tre seduti a un tavolino davanti un Caffè, Biagi aveva iniziato il suo terribile progetto, soffocando nella coscienza ogni tentativo di anticipato rimorso, anzi rallegrandosi internamente di vedere che il suo progetto trovava meno ostacoli di quelli ch'egli non avesse immaginati.

Biagi era un bell'uomo, si poteva quasi dire un bel giovane, a trentadue anni. Giani, che aveva due anni meno di lui, ne mostrava più di quaranta.

Nel presentarlo alla moglie, Giani aveva soggiunto:

— Il più gran scavezzacollo del nostro ufficio!

Non era vero; ma godeva di questa fama, e Biagi lasciava dire, protestando appena con un oh! pieno d'ipocrisia, ogni volta che qualcuno, per adularlo, gli ripeteva quella frase.

Giani aveva creduto a un incontro fortuito, non potendo immaginare che Biagi li avesse seguìti un bel pezzo e avesse già preparato quell'incontro faccia a faccia.

— Dunque è pericoloso mostrarsi in pubblico assieme con lei!

La signora Giani aveva preso un grazioso atteggiamento di paura.

— Oh, signora! Si accorgerà sùbito che sono l'uomo più innocuo di questo mondo.

E siccome, sorbendo il gelato, ella aveva insistito su quel pericoloso, Biagi, quasi sottovoce, le aveva ripetuto:

— Il pericolo è.... altrove!

Complimento che le aveva fatto abbassar gli occhi e abbozzare un lieve sorriso di modesta compiacenza.

Da certe mosse, da certe parole quasi involontariamente scambiate, Biagi capì che tra marito e moglie non potevano esserci quelle cordiali relazioni supposte da tutti, vedendo la vita appartata che i Giani menavano.

— Probabilmente — pensò — la povera donna è soffocata sotto il peso delle cortesie, delle amabilità, delle tenerezze del marito! Se è asfissiante fuori, con gli amici, figuriamoci che deve egli essere in casa!

Era bella, fresca la signora Giani, ma un po' goffina, un po' impacciata, e con qualcosa di grossolano, di rozzo in certi atti, in certe espressioni della voce; ma per Biagi però era la moglie di Giani, quasi come dire del suo più fiero personale nemico, dell'opprimente, del soffocante, dell'inevitabile, gentilissimo, cortesissimo Giani! E questo bastava per fargli scorgere soltanto i pochi pregi esteriori della donna e non curarsi del resto.

Tardi Biagi si avvide che invece di prendere era stato preso.

La signora Giani — Làlia, come era già arrivato a chiamarla — non aveva opposto molta resistenza.

— Fo male, lo so; ma se lo merita!

Possibile? Bortolo Giani, il mellifluo, il cortesissimo, il gentilissimo era un brutale tiranno nell'intimità? Làlia rappresentava dunque una schiava che rompeva le sue catene, una vittima che prendeva la sua rivincita?

E se la sentiva tremare fra le braccia come scossa da terribili presentimenti, e cominciava a provare anche lui certi brividi, quando Làlia sembrava di divertirsi nell'immaginare tranelli, nel supporre raffinate combinazioni di vendetta da parte del marito che, per ora, fortunatamente non si era accorto di nulla o fingeva di non essersi accorto di nulla.... a fine di rassicurare i colpevoli e sorprenderli quando meno se lo sarebbero atteso.

Quel che Làlia ideava per deviare i sospetti del marito era proprio incredibile: una specie di corsa vertiginosa da appartamentino ad appartamentino, da camera mobiliata a camera mobiliata, da albergo ad albergo fuori mano.

E ciò contribuiva ad accrescere per Biagi il valore della vendetta. Aveva pensato, quando la realtà presente era un semplice maligno progetto, aveva pensato anche alla tragica scena finale, alla rottura irrimediabile con cui sarebbe riuscito a levarsi di torno l'oppressione, il soffocamento di quell'uomo, e sarebbe stato per sempre.

Ma ora cominciava a riflettere:

— Va bene! Va bene! E quando mi sarò liberato, di lui, anche a costo di un duello — vado agli estremi — come dovrò poi fare per liberarmi dalla moglie?

Giacchè non poteva rimanere con quel laccio al collo, laccio che cominciava ad essere impaccioso per le pretese, le esigenze, i capricci, le testardaggini con cui, a poco a poco, veniva fuori una Làlia molto diversa da quella che si era mostrata nelle prime settimane della loro relazione. Allora Biagi non aveva punto badato a certe rozzezze, a certe grossolanità; ma ora, dopo otto mesi — la cosa si era prolungata troppo! — la vendetta contro Giani gli sembrava comprata un po' caramente.

Spesso, davanti a quell'uomo che non cessava, in tutte le occasioni, di colmarlo di cortesie, di gentilezze di ogni specie, Biagi si sentiva avvilito, mortificato; ma quasi sùbito si lasciava vincere dalla incoercibile irritazione che le troppe cortesie e gentilezze gli producevano, e una volta, fu sul punto di gridargli, davanti ai colleghi di ufficio:

— Ma lo sai che cosa ho fatto? Ti ho fatto!... Ti ho fatto!...

E lui stesso non sapeva com'era riuscito a frenarsi.

Da qualche giorno, Biagi aveva notato certi misteriosi confabulamenti dei colleghi di ufficio, dai quali egli era escluso. Giani andava da un tavolino all'altro, da una stanza all'altra, tirava in disparte ora uno, ora l'altro dei colleghi. E siccome Biagi, insospettito, — aveva la coda di paglia — domandò: — Io sono scartato? — Giani, con aria di insolita serietà, aveva risposto: — Appunto! Appunto! Quantunque.... si tratti di te.

— Di me? Ma io non permetto...

— Permetti o non permetti...

— Permetterai, fino a domattina — intervenne un collega ridendo.

Si era dimenticato che il 16 di agosto avveniva il suo onomastico. Giani aveva organizzato una piccola festa di fiori e una colazione al _Pozzo di S. Patrizio_. Biagi trovò su la sua cartella un cumulo di carte da visita con augurii e l'invito a colazione disegnato a penna da uno dei colleghi che aveva pretese artistiche.

Ma quando seppe che tutto questo era stato affettuosamente organizzato da Giani, fu preso da un incredibile impeto di collera misto a brevi scoppi nervosissimi di risa. Voleva protestare, e non riusciva a dir altro:

— Ma.... Giani! E' troppo!... Ma, Giani!

— Troppo? Troppo?... Niente a petto del servizio che tu mi hai reso!

Giani lo abbracciava, lo baciava, tornava ad abbracciarlo.... E rivolto agli amici poi disse:

— Si è preso mia moglie!... Mi ha liberato di mia moglie!... Da oggi in poi, ritornerò scapolo!... Non ne potevo più! Grazie, grazie, caro Biagi! Non ne potevo più!

Biagi, pallido come un morto, stringeva i pugni, tremando da capo a piedi sentendosi ridicolo davanti a Giani e ai colleghi. I quali si erano guardati in faccia domandandosi con gli sguardi se Giani non era improvvisamente impazzito.

Alcuni, per evitare un malanno, lo condussero via.

— C'è un malinteso, Giani! Biagi non è capace.... E tua moglie poi....

Allora Giani si sfogò rivelando che terribile donna fosse sua moglie nell'intimità: villana, prepotente, inesorabile, testarda, una lingua che non riposava mai, che assaliva da tutte le parti. Egli non sapeva spiegarsi come mai Rocco Biagi si fosse indotto.... E, in ogni modo, gli era grato, gratissimo di quel che gli aveva fatto, qualunque fosse stata la sua intenzione. Povero Biagi!... Lo compiangeva!...

— Sarà difficile che se ne sbarazzi — soggiunse. — Io, per non commettere una enormità, ho dovuto far provvista di bontà, di cortesia, di amabilità fuori di casa; per distrarmi anche. Povero Biagi! Non saprò mai, mai, ringraziarlo abbastanza!... L'ho abbracciato e baciato sinceramente. Diteglielo, per confortarlo. E ditegli che, per evitare d'incontrarci in ufficio, mi son fatto mutare di sezione.

Biagi non si aspettava questo strano risultato.

— L'arme si è ritorta contro di me! — disse a un amico che gli accennava dalla lontana quello che era avvenuto. Intanto, finalmente, mi sono liberato dalle asfissianti cortesie del marito!

Non avrebbe confessato, per puntiglio, a qualunque costo, che ora lo avrebbe preferito volentieri a la moglie!

LA TRAGEDIA CHE....

— Accadono tutte a me! — soleva esclamare Coraldi ogni volta che gli capitava qualcosa un po' fuori dell'ordinario.

Quel _tutte_ era, evidentemente, un'esagerazione. Che ne sapeva lui di quel che toccava agli altri in questo mondo di guai? Ma la mattina che l'amico Borelli lo vide arrivare a casa sua alle sei e mezzo, con quel diluvio che veniva giù, interminabile, dalla sera precedente, inzuppato d'acqua nonostante l'ombrello e così sconvolto che le parole gli uscivano a stento di bocca, non osò neppur di sorridere sentendolo esclamare desolatamente:

— Accadono tutte a me, caro Borelli!

In altra circostanza Borelli lo avrebbe mandato al diavolo. Gli aveva interrotto, sul meglio, un sogno così significativo che, pur sognando, egli pensava; — Se ne possono cavar tre numeri per l'estrazione di Napoli, infallibili! — Svegliato di soprassalto, il sogno gli si era intorbidato nella mente da non fargli più raccappezzare i numeri da cavarne. E chi sa la gran debolezza di Borelli pel Lotto, quantunque giocatore costantemente disgraziato, comprenderà l'impressione ricevuta dall'aspetto sconvolto di Coraldi, se riflette che gli rispose soltanto:

— Non mi spaventare!... Che ti accade?

— Ho mutato casa da otto giorni.

— Ti trovi già male nella nuova abitazione?

— No. Anzi! Padrona di casa un'amabile signora, quasi vecchia, vedova di un capitano di marina. Pensione discreta. Ma... caro Borelli, stammi a sentire e consigliami. Si tratta di cosa gravissima!

— Allora, permetti che mi vesta. Intanto la donna ci preparerà una tazza di caffè, e potremo discorrere con comodo. Faccio in un batter d'occhio.... Che tempaccio!

La pioggia sbatteva violenta sui vetri della finestra.

Pur sapendo che Coraldi desse, molte volte, grande importanza a cosine da niente, l'ora, la pioggia, l'aspetto e la voce turbata dell'amico avevano messo Borelli in grandissima curiosità.

E perciò, seduto davanti al tavolinetto dove la donna aveva posato il vassoio con le tazze, la zuccheriera e il bricco del caffè, cominciando a sorbire la bevanda versata, disse a Coraldi, seduto di faccia a lui:

— Dunque.... cosa gravissima?

— Che non riguarda me direttamente. — rispose Coraldi. — Ma la mia coscienza dai galantuomo vi si trova implicata, perchè non so se devo denunziare un delitto o lasciare che l'ignoto autore di esso rimanga impunito.

— Senti: _a priori_, come dice il nostro comune amico Ratti, io penso che di delitti e di assassini deve occuparsi la polizia. Perchè lo Stato paga questori, commissari, guardie, carabinieri, senza contare i confidenti che guadagnano più degli altri? Quando un privato se ne mescola, è come se dicesse a quella gente: — Che ci state a fare? — _A priori_ dunque ti consiglio: fa conto di non saper niente.

— Ma io, per caso, mi trovo in mano un terribile documento.

— Distruggilo. Cotesto tuo delitto...

— Mio?

— Cotesto delitto di cui tu possiedi il segreto non sarebbe il primo nè l'ultimo che rimarrebbe impunito. E' spaventevole: la statistica degli assassini dei quali non si scopre nessuna traccia supera il settanta per cento di quelli che la giustizia arriva a punire!

— Possibile?

— Bevi il caffè; ti si fredda. Cito a memoria — continuò Borelli: — un centinaio di meno o di più non vuol dire. Ed ora non dovrei domandarti neppur io: — Che documento? — Ma poichè tu vuoi un fraterno consiglio....

— Ecco qua!

Coraldi trasse dallo sparato del panciotto una busta gialla ripiena di carte. Erano cinque fogli di formato diverso, coperti da fitta e minuta scrittura, già rabbiosamente sbrancicati e avvoltolati.

— Ho dovuto quasi stirarli per poterli leggere, e andare poco oltre la metà. Poi ho avuto paura, e son corso da te. Ho interrogato la padrona di casa: — Scusi, che persona era l'inquilino di cui ho occupato la camera? — Strano, orso! — ha risposto. — Passava le giornate in casa, scrivendo e leggendo giornali; ne comprava sei o sette, anche francesi e inglesi. Verso le sei desinava, faceva pensione da me, e poi andava fuori fino alla mezzanotte. Per un uomo della sua età — pareva, ma non era vecchio — questo genere di vita mi faceva una certa impressione. Ma pagava puntualmente, non sofisticava intorno al servizio. In due mesi che ha abitato qui mi ha rivolto appena venti parole. La gente chiusa mi piace poco; per ciò sono stata contenta di vederlo andar via. — Avrei voluto sapere — continuò — qualcosa di più, dopo che nella cassetta di fondo del cassettone avevo trovato impigliati questi fogli in maniera che soltanto aprendo molto la cassetta potevano essere scoperti. Cominciai a leggere stentatamente; la calligrafia era minuta e non chiara. Da principio mi era parso di aver trovato l'abbozzo di una novella, di un racconto, con tutte le scancellature e i rifacimenti della introduzione; ma poi mi son convinto che si tratta di una specie di auto-denuncia, come sogliono farne certi assassini per invincibile bisogno di confessare; per smargiasseria di gente che crede di poter rimanere impunita, per audace sfida alla polizia, o con l'intenzione di sviarla, d'ingannarla. Giudica te.

Coraldi porse i fogli a Borelli, dimenticando che egli era miope.

— Leggi tu; risparmiami questa fatica — disse Borelli.

Accese una sigaretta, si sdraiò su la poltrona, invitando l'amico a sedersi sul canapè, e stette ad ascoltare Coraldi che leggeva a bassa voce, quasi avesse paura di essere udito da un Commissario di polizia.

* * *

— Leggo tutto, anche le cancellature; sono importanti per comprendere lo stato d'animo di colui che ha scritto:

«_Signor Questore_,

Mi denuncio da me per evitare che qualche innocente potesse essere imputato....»

Pensò meglio, scancellò e riprese daccapo:

«_Signor Procuratore del Re_,

«Sto per commettere uno degli atti che voialtri uomini di Giustizia chiamate delitti. Per me è un atto di Giustizia più sicuro e più sincero di quelli che emanano dalla vostra autorità. Vi sono circostanze nella vita in cui l'individuo diventa, per diritto naturale, giudice e giustiziere, e forse dovrei dire: per diritto divino. Ho inquisito, ho fatto il processo con imparzialità; ho condannato con piena coscienza; più tardi eseguirò...».

Non fu contento neppure di guasto esordio. Vi diè un frego rabbioso — guarda — e ricominciò con scrittura agitata, rapida, un po' deformata.

«_Signor Procuratore del Re_,

«Tra poche ore compirò un atto di vendetta, cioè di giustizia, perchè la vostra Giustizia, infine, non è altro che l'ipocrisia della vendetta sociale. Non cadrò nelle vostre mani. Ho già preso le più sicure precauzioni per sviare le vostre ricerche. Non avrò bisogno di nascondermi, di fuggire. Vi passeggerò sotto gli occhi, verrò nelle vostre aule, assisterò alle vostre discussioni per vedervi brancolare nel buio.... E forse dovrò fare uno sforzo per non gridarvi in viso....»

O manca qualche pagina, o egli si sentì spinto a buttar giù alcuni particolari per fissarli e non dimenticarli.

«Sì, lo so: l'amore non s'impone; ma chi l'aveva mai costretta a fingere? Le ero stato dietro otto mesi, implorando più con gli occhi che con le parole, perchè la passione mi aveva reso timido più di un fanciullo. E la mattina che ella mi domandò, maravigliata: — Ma dunque mi amate davvero? — io non seppi rispondere neppure: — Sì, vi amo davvero; — tanta fu la commozione prodottami dalla soave ingenuità che mi parve di sentire nella sua voce e di scoprire nel suo sguardo!

«Ha occhi neri, grandi, ombrati da lunghe ciglia. Sono stati questi occhi che han prodotto l'incantamento. Saranno chiusi, tra poche ore, e per sempre.

«Che gran dono ha fatto la natura all'uomo dandogli in balìa la vita altrui! Se non si potesse uccidere, il mondo sarebbe il peggiore degli inferni. In questo momento io assaporo un'immensa felicità pensando che è in mio arbitrio spezzare il filo della malefica esistenza che mi ha fatto soffrire le...»

Ha scancellato fittamente; credo che aveva scritto: _le pene più atroci_ e che non gli fosse sembrato di aver detto abbastanza.

«E' un'infamia! Perchè ci è stato messo nel cuore questo assurdo bisogno dell'esclusivo possesso della persona amata? L'amore è l'attimo, l'istante.... Ah! Ragiono bene! E intanto mi preparo a smentirmi col fatto.

«Non lo nego: ella mi aveva confessato tutto. Prima che io la conoscessi, era stata di parecchi. Aveva abbandonato, l'avevano abbandonata, brutalmente. Con certe donne noi non ci crediamo obbligati neppure ad essere persone educate, non dico indulgenti. La colpa era stata un po' sua; molto di altri che l'avevano stimata cosa, non creatura umana. Così la perversione si era insinuata nel suo cuore, nel suo carattere. Credevo di essere arrivato a scancellarne ogni traccia. Eh, sì! La donna è un abisso senza fondo.

«Non ne potevo più. Il sospetto finalmente era diventato certezza! Eppure osavo ancora di lusingarmi.

«Ho pensato sempre che la donna che tradisce è un rettile sozzo — anche l'uomo, s'intende; non voglio accordarmi privilegi. Bisogna schiacciarli col piede. Ma quando si ama! Il terribile è appunto questo: quando si ama!... —

«Lidia doveva credersi sicura di non poter essere non che scoperta, sospettata. Era allegra; canticchiava, diceva cose buffe delle quali rideva anche prima di metterle fuori; non si accorgeva del mutamento avvenuto in me, da qualche giorno. Che significava? Che non glie ne importava niente.

«Ieri le dissi a bruciapelo:

«— Tu mi tradisci!

«— Ti tradisco? — rispose. — Faccio quel che mi pare. Non sono una schiava.

«E siccome io le sbarravo gli occhi in viso, quasi atterrito di tanta spudoratezza, soggiunse:

«— Perchè sono la tua amante? Anche tu hai goduto di avermi indotta a tradire un altro! Vuol dire che è lecito, che è permesso. Non fare il ragazzo.

«— Lidia! — le gridai. — Lidia!

«Riprese a canticchiare, come se il mio grido di suprema angoscia non le fosse penetrato negli orecchi, non fosse arrivato al suo cuore!

«Il momento era quello: un lampo mi aveva attraversata la mente e fatto fremere da capo a piedi; le mie dita si erano contratte come artigli che si apprestavano ad afferrare, a stringere, a dilaniare.... Non avrei dovuto lasciar trascorrere quel momento di bestiale ferocia; e a quest'ora!... Si vede che fin nelle più grandi crisi della nostra intelligenza veglia, potentissimo, l'istinto della personale conservazione. Mi vidi arrestato, condannato....»

— Qui ci sono otto righi scancellati in maniera da non potersi affatto leggere.

— Non importa; prosegui — disse Borelli. — Insomma, l'ha ammazzata? Non l'ha ammazzata?

— Ho letto soltanto fino a questa quinta cartella. Ha mutato penna e inchiostro. Qui si parla dei preparativi; mette i brividi addosso per la freddezza con cui scrive:

«No; deve accorgersi che sconta una colpa; deve _vedersi morire_ e sapere perchè, — _Desdemona, avete detto le vostre orazioni?_ — Lidia forse non ha pregato mai. Forse nessuno le ha mai fatto comprendere che si possa, che si debba pregare. Meglio così. Non ci saranno indugi. La giovinezza? Ci son donne invecchiate senza aver mai provato nè goduto la più piccola parte di quel che ha goduto e provato costei; donne oneste, donne buone che invece hanno sofferto, hanno pianto.... _Lidia, avete detto le vostre orazioni?_ Le parrà una parodia, e sarà una tragica verità. Perchè queste parole dello Shakespeare mi tornano insistentemente alla memoria? Non morrà soffocata come Desdemona, tra due guanciali; sarebbe troppo onore per lei far la fine della buona moglie del Moro di Venezia.... Morrà annegata, precipitata tra gli scogli.... Ho visitato questa mattina la località....»

«_Signor Procuratore del Re_...»

— Ecco disse Coraldi. — Arrivato fin qui non ho avuto il coraggio di andare avanti, anche perchè ieri sera ho letto nel giornale il rinvenimento del cadavere di una bella giovane annegata non si sa ancora se per suicidio o per delitto.

— La povera Lidia?... Leggi, leggi! — fece Borelli.

Coraldi aperse la penultima cartella scritta su mezzo foglio di carta protocollo. Gli tremavano le mani nel tenerla spiegata:

«_Signor Procuratore del Re._ Giustizia è stata fatta! — come si diceva una volta.

«— Che bel chiaro di luna! — ella esclamò.

«— E' l'ultimo che tu vedi!

«— Perchè l'ultimo?

«— Perchè devi morire! Non tradirai più nessun altro!...

«Eravamo in cima agli scogli: la spiaggia era deserta. Il mare un po' agitato, pareva assalisse gli scogli con ondate di spuma.

«Dalla cupezza della mia voce, dal mio viso sconvolto, ella ha capito che non si trattava di una stupida finzione.

«Si è afferrata al mio braccio, ha tentato di tornare indietro, di sfuggirmi... Una vigorosa spinta... Stetti a guardarla, quasi non fosse la creatura che ho più amata in vita mia: mi pareva di assistere ad uno spettacolo, a una finzione d'arte. Le ondate la sballottavano, l'avvolgevano, la sopraffacevano. Due o tre volte mi chiamò per nome; poi si abbandonò, affondò lentamente, non ricomparve più!... Giustizia era stata fatta!

«Era bruna di capelli, ma aveva voluto ridursi bionda... Il sale marino forse corroderà la tintura; l'avverto di questo, signor Procuratore del Re, pel riconoscimento del cadavere, se mai dovesse accadere!»

Coraldi era così commosso da non aver coraggio di continuare la lettura.

— E il cadavere trovato è di una bionda?

— No; di una bruna — rispose Coraldi.

— Ma costui è pazzo! — esclamò Borelli. — Ragiona troppo freddamente. C'è la sua firma in fondo?

— No.

— Finisci di leggere.

Coraldi prese in mano l'ultima cartella, mezzo foglietto di carta da lettera e:

«_Signor Procuratore del Re_,

«Le ho descritto l'annegamento... come, secondo il mio progetto, avrebbe dovuto accadere. Per fortuna mia, della sciagurata, e un po' anche di lei, magistrato, che così non avrà noie per cagion mia, durante la nottata ho lungamente riflettuto. Mi son detto: — Non ti basta di sentirla morta nel tuo cuore? Dovrebbe bastarti!

«Mi sembra di essere diventato un altro, un uomo, mi sembra... Sono quarantotto ore che non prendo cibo.... Vado alla trattoria....»

— L'ha fatta finire così? Brava, Lidia! Non ti meritava!

Borelli era indignato.

Coraldi non rinveniva dallo stupore.

— Atterrito tanto! Conciato dalla pioggia! — pensava con rabbia. — E se ne va alla trattoria!

Non sapeva darsene pace!

L'AMICO RAMAGLIA

Da qualche tempo in qua Edmondo Peretti, in quella stanza d'ufficio dove avrebbe dovuto lavorare assieme col suo collega Taranzi, si distraeva a leggere gli avvisi economici del _Giornale d'Italia_ ed a protestare contro l'immoralità di certe corrispondenze private.

— Che te n'importa? — gli disse un giorno Taranzi. — Costano, sai? Vuol dire che c'è gente che può spendere quattro, cinque lire e anche dieci, e che le risparmierebbe se fosse in caso di servirsi del mezzo ordinario della posta. Io, con cinque centesimi, mando alla mia sartina un letterona di due fogli. Vuol dire...

— Vuol dire — lo interruppe Peretti — che è uno scandalo e che il Governo dovrebbe impedirlo!