Economisti del cinque e seicento
Part 34
Se la proporzione di Genova sta a 14 e 3/4, ed in Venezia si vuol battere quantitá di ducati o d'altre monete d'argento, e si vorrebbe perciò aver argento in paese da poter battere il suo bisogno, senza farne venire immediatamente da Genova, nel qual caso costarebbe troppo, si può in non molto tempo farne comparire quantitá, col valutar le monete d'argento, cosí proprie che d'altri Stati, che hanno ne' suoi qualcosetta di piú del solito in proporzione dell'oro, ovvero (che sarebbe lo stesso, e con piú utile del paese) abbassando qualche cosa quelle d'oro del prezzo consueto, sicché la proporzione d'un all'altro tornasse, per esempio, di quattordici e mezzo ad uno. Imperciocché tutti li mercanti delle altre piazze d'Italia, ogn'occasione che avessero di mandar contante effettivo a Venezia, proccurarebbero di mandar argento e non oro; ed eccone per maggior chiarezza un esempio. Se valessero in Venezia le doppie di Spagna solo lire 29.4 e le genovine lire 12, la proporzione di questi metalli raffinati tornarebbe a 14 e mezzo d'argento per una d'oro; e il simile fa Milano prossimamente, eccetto che del guadagno ch'ei fa ne' filippi (ne' quali pagherá bene un giorno l'usura) vi sarebbe differenza uno ogni 59, che non è 2 per 100: onde non potrebbono né milanesi né genovesi mandar a posta genovine a Venezia per tirar oro e far quel guadagno di due scarsi per cento, perché tutto l'aggio si consumerebbe in condotta, provvisioni ed altre spese. Ma nondimeno, occorrendo loro mandar danaro per prezzo di mercanzie venete, o volendo alcuno venire di que' paesi o d'altri a Venezia per suoi interessi, manderebbe piú tosto argento che oro. Perché 1000 genovine, che in Genova vagliono a lire sette e soldi dodici l'una, cioè lire 7600, nelle quali entrano doppie 404-1/4 minuzia piú, in Venezia vagliono lire 12.000; le quali, convertite in doppie, a lire 29.4 l'una, dánno doppie 411 o poco meno. Sicché vi guadagnarebbe la valuta di quasi 7 doppie, e correrebbe alla volta di Venezia, come da sé, piú argento che oro; e tanto fu fatto con la «parte» dei 8 luglio 1665. Sebbene, per mio credere, con troppo svario, perché la proporzione, a che le valutarono, fu di 14 e 1/4 per uno a fatica, e concorse bensí quantitá d'argento, e per qualche anni hanno corso le monete senza nuovo sconcerto; ma finalmente è maturato con evidenti pregiudizi il frutto dell'eccessiva sproporzione, che, congiunta con altre cause, ha sbalzato cosí fuori di sesto, come ancor sono, tutte le monete. Imperciocché da 14-1/4 a 14 e 3/4 vi è un mezzo di differenza, che importa tre e mezzo per cento in circa: onde, per l'abbondanza del guadagno, è concorso tanto argento, che, oltre i molti milioni di ducati battuti con quello, non si vedevano correre per le cittá e lo Stato quasi altro che genovine. Il che ha fatto alzar le doppie da 28 a 30 lire; e, perché il popolo, nell'alzar le monete, non piglia mai le misure giuste, si sono poi sconcertate tutte le altre valute.
Questo ripiego però di scostar alquanto dal giusto la proporzione fra i due ricchi metalli, dando piú valore a quello di cui s'ha bisogno, per eccitarne il concorso, sebbene è il piú praticabile e meno dispendioso al principe, e di piú insensibile, anzi quasi sconosciuto danno a' popoli, non è però affatto innocente, perché ognuno, che vuole di quella cittá far pagar argento fuori, paga un aggio di piú al banchiere per questo svario. E chi ben considera, non vi è altra differenza fra quelle monete che pagano aggio e quelle che si valutano piú del giusto, se non che le monete con l'aggio si ponno considerare cresciute di valuta per quella volta tanto, le altre per sempre; essendo l'aggio delle monete il vero foriero dell'alzamento universale delle medesime, anzi un vero alzamento privato delle valute, una semente de' disordini, che, lasciata lungamente sepolta fra i libri de' mercanti, prorompe finalmente in pubblico abuso. E qui prego chi legge a compatire se, per maggior chiarezza, ripeto nuovamente li medesimi abusi, amplificando questi effetti dell'aggio e dell'alzamento.
«Aggio» vuol dire in lingua toscana «commoditá o vantaggio, che si ha d'altra cosa», del che viene «aggiato» e «star a suo aggio», che vuol dire «star a suo commodo». E di qui hanno tolto i mercanti il nome di «aggio»; e la frase di «pagar aggio» è quel tanto di piú, che nel barattar moneta lascia uno all'altro, come prezzo di comoditá o dell'aggio che risulta a chi lo paga dall'aver quella specie di monete. Io voglio di Genova condur a Bologna 200 doppie, che ho riscosse colá d'un mio credito: se le porto in doppie di peso, che vagliono in Genova 3760 lire, le trovo valere in Bologna lire 7000; ma, se io le avessi in genovine a lire 7.12 di Genova l'una, sarebbono genovine 494 e 2/3 poco piú, che in Bologna sono di quella moneta, a lire 6.4 l'una, lire 7069; onde in genovine avrò vantaggio di dette 69 lire, e però vado al mercante a barattarle in tante genovine. Ma egli me ne chiede d'aggio, per esempio, uno per cento, ed io lo pago volontieri, perché saranno dette 30 lire di Bologna, onde me ne avanzano ancora 39 di utile.
Ora, quando in un paese comincia ad esser scarsezza d'un metallo in proporzione dell'altro, subito il metallo, di cui si scarseggia, comincia a far aggio, cioè a non concedersi da' mercanti a baratto dell'altro senza che chi lo vuole non paghi alcuna cosa piú per quell'aggio o comodo che a lui ne torna. Lo stesso accade quando una moneta piglia credito o corso e valuta maggiore, in proporzione dell'altre, in qualche paese. Per esempio, se i ducati di Venezia si valutano in modo tale a Bologna e nello Stato ecclesiastico, che vi si guadagna, dandone a que' popoli a baratto d'altre monete, subito cominciano i ducati a Venezia a far aggio, perché, venendo asportati in altro paese, mancano a Venezia, ed i pagamenti si fanno con altre monete venute in baratto de' ducati giá mandati, e chi vuol mandarne degli altri, o ne ha bisogno per altri usi, li cerca e li paga qualche cosa piú al mercante. Ma, sino che questo pagamento sta da mercante a mercante, ha nome di «aggio» solamente; ma, continuando a lungo, comincia poi a barattarsi ancora nelle spese minute a quel tanto di piú che il mercante ne voleva d'aggio, ed allora diventa accrescimento di monete, perché giá ella corre pubblicamente a quel prezzo. Ed ecco come l'aggio è il foriero dell'accrescimento delle monete.
Dalle cose dunque sin qui dedotte si vede manifesto che non tutte le zecche possono osservare, se non per poca quantitá, la proporzione universale dell'oro all'argento dentro alle misure che si dovrebbe, senza scapito. Imperocché le cittá che non sono mercantili, e che poco oro ed argento possono con la mercatura tirar dagli Stati altrui, non possono dar meno a batter monete su queste misure, se non per quella poca quantitá d'oro o d'argento che cápita nella zecca stessa d'argenti rotti ed altro del paese, o pure con quel poco che va capitando in mano a' mercanti. Che se que' mercanti hanno qualche quantitá d'argenti ed ori forestieri nelle mani, ed il principe vuole o per suo decoro o per altro fine ribatterli in monete proprie, mentre li riceve a quel prezzo e proporzione che vagliono fuori e dentro del suo Stato, e li vuole ribattere alla stessa proporzione, è forza che rimetta di propria borsa tutte le spese della zecca. Se vuol fare venire le paste e non ha mercanzie del suo Stato da dare in baratto, gli conviene far venire un metallo solo e pagarlo con l'altro, e batter solo di quello. Ma, s'egli paga l'oro con 14 e 3/4 d'argento, e poi vuole spendere le sue monete d'argento o con utile od almeno con risarcirsi le spese, ecco che bisogna ch'ei faccia valere una d'oro per 14 e 1/4 od al piú 14 e mezzo delle sue monete d'argento; e, perché fuori del suo Stato vale l'oro 14 e 3/4, per forza bisogna, nonostante ogni suo decreto, che vada fuori di Stato tutto l'oro, perché i suoi sudditi troveranno manco scapito a pagar con monete d'oro che con quelle sue monete d'argento, che fuori di Stato son valutate minor prezzo. Onde le monete d'oro nel suo Stato prima faranno aggio fra' mercanti, e poi finalmente alzeranno universalmente di prezzo; sicché il principe ha guadagnato poco o nulla a principio per una sola volta, ed ora discapita per sempre di tutte le sue entrate quant'era l'alzamento, e seco peggiorano tutti gl'interessi ed averi de' suoi sudditi.
La veritá si è che il batter moneta è la piú bella e la piú nobile prerogativa del principato, perché con quella si diffonde per il mondo durante sua vita, e resta dopo morte, il nome, l'effigie e la memoria della grandezza ed autoritá sua, delle imprese e de' suoi magnanimi pensieri, di che sogliono dar contrasegno i rovesci: onde quelli, che ne godono il privilegio, non devono defraudar se stessi di questa gloria. Ma non bisogna pensar di goder di una sí bella marca d'onore senza pagarla, e molto manco si deve credere di poterne cavar profitto di borsa: nel che s'ingannano tutti que' principi che, altrimenti credendo, vanno in traccia del guadagno di zecca, ma, per poco lucro palese, fanno occulte, ma gravissime piaghe nelle sue entrate; perché, se non hanno miniere proprie o se non hanno traffico grandissimo, che porti loro abbondante la materia dagli Stati alieni, non vi troveranno mai profitto, se non a costo dell'alzamento delle monete, che cangia alfine il profitto in pregiudizi maggiori. Anzi, se si vagliono di monete forestiere per disfarle, non vi ponno aver utile, se non quando que' principi, che le battono, le battessero con proprio danno; e, se altri principi accettassero le nostre a maggior prezzo del loro valore, e' ne portano via in contracambio oro od argento d'Italia di valuta maggiore. Anzi, chi ben considera, que' principi, che si vagliono ben anche delle paste estratte dalle proprie miniere, non ci guadagnano altro che il comodo di rendere spendibile quel metallo, che in pezzi rotti non averá sí pronto il commercio. Perché, se l'imperatore volesse valutar i suoi talleri, ch'egli batte nella zecca di Cremnitz nelle cittá Montane, piú carantani o craizeri del solito, non per questo farebbe guadagno effettivo, ma perderebbe bensí molto nell'entrate sue e ne' suoi dazi, che si contano a carantani; il che spiegammo sopra, al capitolo decimosecondo. Né per altra ragione permetteva Costantino imperatore nella legge prima _De ponderatoribus_, registrata nel decimo libro del _Codice_ di Giustiniano, che li suoi popoli pagassero le gravezze in oro coniato o non coniato allo stesso peso, se non perché la sua zecca non valutava le monete se non quello che valevano secondo l'intrinseca bontá, senza difalcare né pure le spese di zecca. Fa dunque di mestieri a' principi che non hanno miniere proprie, piú tosto che avanzare, perdere le fatture su la zecca, se non vogliono per un debole guadagno diminuire all'ingrosso le sue entrate per sempre. Il zecchiere di Roma è provvisionato, e mantenuta la zecca di quasi tutte cose dalla Camera apostolica; e perciò sono piú di 60 anni che il testone val tre paoli e il paolo 10 baiocchi, lo scudo d'argento 10 paoli e la doppia tre scudi: né s'è mutato prezzo, perché il principe non voleva guadagnare su la zecca, e con questo ha guadagnato piú assai che non hanno fatto quelli che, per cavarne profitto, hanno vedute le sue monete alzate in que' stessi anni da 15 a 23 e 24, ed altrettanto si trovano scemate l'entrate. Lo stesso ha fatto la zecca di Firenze, che non ha mai guadagnato sulle sue monete se non, per qualche occasione, picciola cosa, fondata piú negli accidenti che nell'ordinario corso delle monete; come quando, del 1660, furono ribattute le doppie venute di Francia per dono della serenissima granduchessa, perché, ridotte a doppie di Pisa, vi si trovò non mi sovviene se uno o pur mezzo per 100 di utile netto dalle spese; il che non averebbero potuto guadagnare, se avesse dovuto far venire a questo fine quell'oro di Francia, pagandolo con altra moneta, perché quel poco utile d'uno o mezzo per 100 sarebbe andato nella condotta, provvisione ed altro. Anche la zecca di Bologna è mantenuta, di provvisione del zecchiero, casa, stromenti, provvisione del coniatore ed altre spese, di pubblica cassa del senato, che altro non ci vuole di guadagno che l'onore, che alle zecche ben regolate rende il mondo tutto. Onde, se le zecche di Roma, Firenze e Bologna non avessero permesso altri disordini, come di lasciar correre monete forestiere a maggior prezzo di quello meritavano o d'accettar monete scarse o tosate per buone, sarebbero durate di vantaggio molt'anni e secoli, senz'alzamento di monete e senza confusioni, che ora pur troppo vi si provano quasi senza rimedio. La zecca di Venezia ha fatto molte volte guadagni considerabili sul zecchino in Levante, non perché ella ne' suoi Stati lo valutasse piú del dovere, ma perché piú del dovere lo stimavano le altre nazioni meno politiche; e, quando una zecca ha tali cognizioni, non fa male a valersene, ma ci vorrebbono molte cautele, che sono poco avvertite. Di che si dirá qui avanti.
CAPITOLO XIX
Regola seconda. Batter metallo della maggior finezza possibile.
Che sia ingenito e naturale a tutti gli uomini l'amare in tutte le cose la perfezione, e di ciascuna spezie le meno imperfette nel suo essere maggiormente stimare, c'insegnò piú di una volta Platone nelle divine sue opere; ma con piú evidenza ce ne avvertisce quella che a Platone stesso fu maestra: l'esperienza. Nelle monete fu sempre cosí grande ed universale fra gli uomini la stima di quelle che piú perfette e pure nel loro metallo fossero, che niuna moneta ebbe mai corso e fama in molte nazioni, e per lungo tempo a un tratto, che perfettissima non fosse in bontá di metallo. I darici di Dario re di Persia, i filippi di Filippo re di Macedonia, furono anticamente famosissime monete, ricevute da tutte le nazioni, perché di finissimo oro constavano. Gli ariandici d'Egitto, battuti da Ariande, governatore di quella provincia per Cambise re di Persia, furono similmente famosi, perché d'argento finissimo a copella erano battuti, ancorché all'autor costassero la perdita del governo, per averli stampati senza l'autoritá o licenza del suo sovrano. Cosí i manulati di Grecia, battuti da Emanuele imperadore, lungo tempo ebbero nome e fama per tutto l'imperio orientale e fuori d'esso ancora, perché d'ottimo argento constavano; e li soldi tornesi o sia turonesi, battuti in Francia la prima volta (secondo Bodino) dal re Luigi il santo, furono cosí accetti non alla Francia solamente, ma poco a poco a tutta l'Europa, che trovasi, dopo, aver parlato a tornesi quasi tutte le di lei nazioni, e tuttora ne resta il nome nel regno di Napoli, onde la moneta in genere vien anco detta «tornesi», come in altri paesi si dice «aver soldi» o «quattrini». Onde, per tralasciar i contratti fatti da varie nazioni a ragione di grossi tornesi, come la lega dei svizzeri con i bernesi, nella quale decretarono un grosso tornese al giorno per soldato, ed altro, basterá vedere la costituzione di Benedetto decimosecondo papa nel capitolo primo delle _Estravaganti, De censibus et exactionibus_, ove determina le contribuzioni ecclesiastiche (perché in tutta la cristianitá dovevansi pagare a' prelati nelle visite delle loro diocesi) e le tasse tutte a ragione di grossi tornesi, esprimendone in fine la bontá e valore, con dire: «_Porro turonenses praedictos tales fore intelligimus, quod duodecim ipsorum valeant unum florenum auri boni, puri et legalis ponderis et cunii florentini_». E qui è da notare che, avendoli nel principio nominati «tornesi d'argento», ne esprime poscia il valore con l'oro de' fiorini di Firenze d'ottima bontá e peso; perché infatti, come s'insegnò sopra al capitolo quinto, l'oro è il prezzo dell'argento, siccome l'argento vicendevolmente è prezzo e misura dell'oro. Erano questi tornesi, secondo Bodino, di bontá di once undici e mezza per libbra e di peso una dramma; ed il fiorino di Firenze era anch'egli di peso una dramma, ed era di bontá di 24 caratti: onde veniva a valere in que' tempi un'oncia d'oro quanto once undici e mezza d'argento a fino per fino. Ma il fiorino stesso d'oro (che cosí chiamasi per essersi battuto in Firenze ed aver da un lato impresso un giglio, impresa di quella repubblica, e dall'altro san Giovanni Battista, lor protettore) fu a que' tempi e dopo ancora cosí comunemente stimato ed accettato, si può dire, per tutto il mondo, che n'è restato in molte nazioni e d'Italia e fuori il nome, contandosi anche oggidí le valute nell'Allemagna, Polonia ed altri paesi a fiorini, benché l'essenza de' fiorini stessi sia, per la solita infermitá delle monete, degenerata poco meno che l'antico soldo, ch'era d'oro ed oggi è fra le piú vili monete di rame.
Ma, piú che in tutte l'altre istorie, si fa manifesta la stima, che fa il mondo delle monete di squisita finezza, nel zecchino veneziano. Fu questo cominciato a battere nel 1284, e valutato soldi 60 veneziani, ch'erano però soldi e mezzi soldi d'argento fino, non di rame, come ora. Dal che si può di passaggio osservare la veritá di quanto ho notato nel capitolo nono, che, quando si dice volgarmente crescere di valor le monete, piú propriamente si dovrebbe dire scemar di valore la moneta bassa o l'immaginaria. Imperciocché, se avessimo ora 60 soldi del peso e bontá di quel tempo, non svariarebbero dalla valuta d'un zecchino, se non quel tanto ch'importa la varietá della proporzione dell'oro all'argento, che in quel tempo era da undici e mezzo in circa ed ora è di quindici in circa per uno, sicché non valerebbe nemmeno oggi altro che 78 di que' soldi medesimi; ma vale egli tanti soldi piú, mentre si spende per 400 soldi medesimi, perché i soldi poco a poco sono scemati tanto di valore, che non ponnosi fare se non di rame, con pochissimo argento dentro, e la lira, ch'era 20 di que' soldi d'argento ed era un terzo di zecchino.....[33] che si è cresciuto.
Ma, per tornare al nostro proposito, ebbero di un subito i zecchini veneziani o sia ducati d'oro, a causa della sua finezza di 24 caratti, cosí gran credito per tutte le province e luoghi, che non solo si sparsero per tutto dove trafficavano i veneziani, ch'era l'Italia, la Grecia e tutto l'imperio d'Oriente, fino alle foci del Tanai, allora detto la Tana, e per tutta la Natolia, Soria ed Egitto; ma ne passò l'uso e la stima sin dove non arrivavano né meno a quel tempo i cristiani, anzi in que' stessi paesi, che da' nostri geografi erano affatto ignorati, come sono le Indie orientali, che centinaia d'anni dopo tardarono a scoprirsi. Il che si sa, perché Vasco di Gama, il primo scopritore di quelle, colui, cioè, che fu il primo ardito a circondar l'Africa tutta e, superato il capo di Buona speranza, andò a trovar l'isole famose, ma fino allora a noi incognite, delle Speciaríe, dette le Molucche, costui, dico, trovò aver corso fra le monete in Calicut i zecchini veneziani; e Niccolò Conti veneziano nel racconto de' suoi viaggi narra che ne correvano a suo tempo per tutta l'India. Il che non è da stupire, mentre con essi pagavano i veneziani le speciaríe, che compravano in Alessandria d'Egitto, quivi portate dagli arabi, che dagl'italiani mercanti le ricevevano e per lo Mar Rosso in Egitto le portavano.
Il Taverniero nel racconto de' suoi viaggi narra che a' nostri tempi ancora hanno corso per tutta l'India non solo i zecchini veneti, ma anco gli ongheri d'Allemagna, e si spendono a marchi o sia a peso, come si fa in Venezia, e devono pesar 9 _vals_ e 7/16, e si spendono per 9 _mamoudi_ e tre _pechas_ (che sono nomi delle loro valute). Ma il zecchino veneziano, per esser piú di tutti perfetto, valeva due _pechas_ di piú, cioè 9 _mamoudi_ e 5 _pechas_. Se non che, essendone stati introdotti d'inferiore bontá, battuti senza dubbio in altre zecche, che hanno voluto imitare per guadagno il conio, come pur troppo anch'oggi vien praticato, hanno perduto di credito, sicché adesso solo al pari degli ongari hanno corso; essendo cosa certissima che la serenissima repubblica veneta non ha giammai alterato del minimo le antiche sue leggi circa la finezza del suo zecchino, mantenuto sempre a tutta perfezione di 24 caratti. Sono portati in quelle parti a' nostri tempi gli ongari parte per la via di Polonia e Moscovia, daddove passano in Persia molti mercanti che, traversando il Mar Nero, vanno a Trabisonda, e di lá in Erzerum, daddove passano nella Persia, ove col traffico traggittano ancora nelle Indie; parte per l'Ongheria stessa passano a Costantinopoli, e, di lá sparsi per la Turchia, sono da' mercanti portati pur in Persia con le caravane, che da varie parti di quell'imperio colá si portano e seco recano ancora zecchini, che d'Italia continuamente calano in Turchia, e sultanini o «suraffi» dal Cairo; e parte ancora con le caravane d'Egitto, che, traversando i deserti d'Arabia, vanno a trafficare in Balsera sul golfo di Persia, ove cápitano con varie merci persiane ed indiane navi. Ma per lo contrario le doppie di qualsivoglia nazione non sono giá prese in que' paesi in altro conto che a oro in pezzi, onde chi ne porta e vuol farne soldo deve consegnarle alle zecche, dove, fuse prima e fattone saggio, gli vengono pagate secondo il peso e la bontá che le trovano avere, ché non sono della finezza del zecchino e degli ongari, stimata da tutto il mondo.
Ma le ragioni perché le monete d'oro di maggior finezza sieno tanto ricevute nel mondo, faranno anche tanto piú palese la necessitá di batterle in questo modo per maggior vantaggio della zecca. E queste sono principalmente due.
La prima si è, perché quanto piú fino è un metallo, tanto piú difficile è a' falsari il contraffarlo, non solo perché ogni poco di mistura, che vi sia d'argento o rame, ne muta sensibilmente il colore, ma perché un zecchino e un ongaro di tutta bontá facilmente si piega con le mani, essendo ogni metallo puro assai dolce e facile a ripiegarsi, laddove la mistura lo rende crudo ed inflessibile. Cosí lo stagno e piombo, ambedue flessibili e trattabili a martello quando sono schietti ciascuno da sé, se si mischiano assieme, fanno il peltro piú duro a piegare e piú facile a crepar sotto il martello. Il rame, che, essendo puro, è cosí trattabile, che col martello se ne fanno bellissimi vasi, se punto di stagno abbia seco, diventa duro e crudo in modo, che non d'altro si compongono i bronzi e gli specchi anticamente detti d'acciaio. Insomma ogni mistura de' metalli leva loro la flessibilitá: effetto veramente mirabile; di che nondimeno dissi qualche ragion fisica, se non m'inganno assai probabile, nella mia lettera al serenissimo granduca Ferdinando secondo di gloriosa memoria sopra i vetri temperati, giá molt'anni sono data alla luce. E da questa durezza nasce che gli altri scudi d'oro, detti «mezze doppie», lasciano rompersi piú tosto che piegarsi; e la plebe ed altri, che non hanno pratica sufficiente per conoscerli dal colore o dal paragone, però subito li conoscono, dalla facilitá di piegarsi, per buoni e perfetti. E quindi avviene che, sebbene il credito, che ha sopra ogn'altra moneta d'oro il zecchino, ha allettato l'ingordiggia di molti a contrafarlo, non hanno però mai potuto includervi piú lega di quella che contengono gli ongheri, che sono a bontá di caratti 23 il meno, e la maggior parte sono anche migliori: perché, se piú di un ventiquattresimo di mistura vi fosse, non si potrebbero piegare. Ed al contrario le doppie di qualsissia principe sono state tante volte e in sí fatta maniera falsate, che se ne sono trovate che non contenevano la metá dell'oro dovuto, mentre con artifici detestabili dánno loro il colore, e, sebbene non può mai imitar quello dell'oro piú fino, assai però s'accosta a quello delle doppie ordinarie.