Economisti del cinque e seicento

Part 33

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Sinché durò in Roma quell'antica tanto lodata ed odiata frugalitá, con la quale, contenti di ciò che rendeva loro la terra e la greggia, non cercavano merci straniere; ed i consoli e decurioni s'andavano a staccar dall'aratro, per collocarli con suprema potestá alla testa de' loro eserciti; onde tante nobilissime famiglie romane, come de' Fabi, de' Lentuli, Pisoni, Ciceroni ed altri presero il cognome dal ben seminar le fave, i piselli, i ceci e le lenticchie: non fu fatta mutazione nelle monete; ma per 300 anni, da Servio Tullo, che l'introdusse, sino alla prima guerra cartaginese, durò la stessa qualitá e peso di moneta, cioè a dire degli assi gravi di rame di una libbra l'uno. Ma, per le gravi spese di detta guerra, furono dipoi alla terza parte di una libbra ridotti; e cosí, tutt'ad un colpo, sbalzata la moneta a valere sei volte di piú che avanti. Né corsero 60 anni che, siccome altrove si disse, nella dittatura di Quinto Fabio Massimo furono ridotti ad un'oncia sola; e quindi, per la legge Papiria, nuovamente a mezz'oncia ristretti, e successivamente si videro anco ad un quarto d'oncia ridotti, secondo le diligenti esperienze che di varie antiche monete le piú ben conservate ha fatte Wilebrordo Snellio, riferite nel suo piú volte citato trattatello _De re nummaria_. Il che non altro vuol dire che, essendo cresciute di valore quelle monete, tanto valeva da ultimo l'asse di mezz'oncia quanto valsero dapprima gli assi d'una libbra; o, per dir meglio, un asse antico d'una libbra valeva ormai 24 assi de' nuovi. Donde nacque il parlar a moneta grave o ordinaria, esprimendosi «gravis aeris» quando dell'antica valuta s'intendeva; come in Venezia oggidí si parla a «valuta buona» o a «valuta corrente», valendo la buona un sesto piú della corrente.

Quindi i denari romani, che furono d'argento e valevano dieci assi, e le loro quote, quinari da 5 e sesterzi da due assi e mezzo, durarono a questo valore dall'anno 484 di Roma, che furono introdotti, sino al 545, che da Fabio Massimo pure furono i denari 16 assi valutati ed il quinario 8 e il sesterzo 4 assi. E perché successivamente le monete d'oro, dette «soldi» o «solidi», furono valutate a principio 25 denari d'argento, corrotti dipoi nel corso de' secoli seguenti e peggiorati di bontá i denari, s'alzarono a maggiori numeri; e finalmente le cose si sono a tal segno condotte, che, restando il nome immaginario di «soldi», «lire» e «denari», le monete effettive sono alzate, e le immaginarie per conseguenza si sono cosí abbassate e rese vili, che non vagliono in oggi la millesima parte di prima: mentre il denaro in molti paesi non è che la dodicesima parte di un soldo, ed il soldo oggidí in piú paesi non è piú d'oro né d'argento, ma di pochissimo rame; onde in Mantova e Parma tant'oro quant'era un solido degli antichi, che pesava un quarto d'oncia, vale sopra 1000 soldi, che sono circa 13.000 denari.

Ma, se riguardiamo i secoli a noi piú cogniti, vedremo che, siccome in Venezia dal 1287 in qua il zecchino è passato dalle 3 lire alle 20, cosí, negli altri paesi tutti, hanno le loro particolari monete fatto straordinarie salite. E mi dispiace non aver tempo di vantaggio, né mezzi facili per rinvenire che cosa valesse o quanto argento fino contenesse un soldo di Francia circa il 1318 a' tempi di Filippo longo, perché capirei forse meglio come sia quella legge od ordinanza di quel re (raccontata da Giovanni Bodino nel suo mentovato trattatello), con cui privava de' privilegi della cittadinanza chi non possedesse in cittá una casa di prezzo almeno di 60 soldi. «_Nous trouvons aussi_--dice quest'autore--_des ordonnances de Philippe le long du droit de bourgeoisie en date de 1318, où il est porté que celui qui voudra avoir droit de bourgeoisie en autre lieu du royaume, qu'il sera tenu acheter une maison du prix de 60 sols paris_». Quando le case fossero state di legno o di paglia a quel tempo, bisogna ad ogni modo che uno scudo d'oro valesse molti pochi soldi, se con 60 soldi si comprava una casa da cittadino, mentre in oggi uno scudo d'oro vale 110 soldi. Vero è che tutte le cose hanno cresciuto straordinariamente di prezzo dalla scoperta dell'America in qua, come sopra mostrammo; ma per tutto ciò non resta ogni dubbio, sopra questo racconto, disciolto, né meno se si dicesse che detta legge intende 60 soldi d'affitto, non di valuta: cosa che non apparisce. Ma, se vera fosse, porterebbe a 5 per 100 un capitale di 1200 soldi, che ancora è una poca valuta per una casa da cittadino.

Per ritornar dunque al nostro assunto, egli è cosa certa che le monete sono sempre cresciute di valutazione, e giammai non diminuiscono, se non è per qualche picciola cosa che un principe le ritiri indietro. E, se questo è effetto del commercio, come lo è certamente, qual è la sua origine? Io per me considero che l'autoritá de' principi, qualunque volta ella si contrappone alla forza de' popoli, non è giá di gran lunga cosí grande come ella sembra. Comandano i principi ciò che loro sembra utile a' loro Stati; ma eseguiscono i popoli piú volentieri quelle cose nelle quali non sentono danno privato, che quelle ove ognuno da sé ne prova svantaggio o si crede provarlo; e quindi nasce che si guardano i principi prudenti d'ordinar cose tali, che possano universalmente spiacere e produr commozioni. Ogni mutazione, che si faccia nelle monete, porta pregiudizio poco meno che universale; e si sono mostrati sopra al capitolo decimosecondo quali siano i danni che al pubblico ed a' privati nascono dal crescer della valuta di esse. E pure il popolo minuto, ch'è il piú numeroso, se ne eccettuiamo i mercanti, non ne conosce tanto lo svantaggio, che non goda piú tosto, benché con error d'intelletto, in vedersi in mano 25 scudi, che poco tempo fa valevano 9 lire e mezza l'uno, ond'erano lire 237 e mezza, ed ora, cresciuti a 10 lire, gli vagliono in mano lire 250: con che egli è ben cosa difficile persuaderlo che egli non abbia guadagnato quelle 12 lire e mezza, essendo solito degli uomini il lasciarsi muovere piú gagliardamente dalle cose presenti e sensibili che dalle lontane e difficili da poter senza qualche speculazione comprendere. Quindi dispiacegli sentire un editto del principe che gli riduca di nuovo la moneta a minor valuta di prima, perché si vede diventar minore il numero delle lire, benché immaginarie, che egli aveva prima; ed, a guisa di acquedotto spiacevole, si lascia far piú orrore dalla presente amarezza della medicina che allettamento dalla speranza di salute. Cosí l'universale dispiacere de' popoli pone molte volte il freno all'autoritá de' principi ancor contro il pubblico bene, ed è cagione che rare volte hanno potuto i principi, anco piú assoluti, ridurre le monete a quelle valute minori, da cui si erano alzate con qualche esorbitanza, come attesta Renieri Budelio nel suo trattato _De monetis_[32], ove dice che, piú volte tentata questa riduzione in Allemagna ed in altri paesi, sempre aveva sortito infausti emergenti. Ma non è meno in tutto bene de' popoli l'abbassamento delle monete, come pure dovrebbe esser, per quella ragione: che da contrarie cause contrari effetti sortir dovrebbono. Per intelligenza di che, esaminiamo brevemente i danni e gli utili dell'alzamento delle monete, lasciando però a parte l'utile che ne tranno gli incettatori, che ne trafficano a pubblico pregiudizio.

Dall'alzamento delle monete ha danno il principe, perché scemano le sue entrate; e questo risulta a beneficio de' popoli, che, sebbene non se n'avvedono, pure ne risulta loro alleggerimento dalle gravezze. Ha danno il popolo per altra parte, perché chi riscuote censi, livelli o pigioni a contanti, riceve minor quantitá di buon metallo del solito: ma questo danno vien partito, perché altrettanto vi guadagnano i debitori, che pagano con meno quantitá d'oro. Ha danno il principe ed i popoli insieme, perché la mercatura si confonde e le arti si perdono; ed in questo caso l'utile opposto va a quegli altri principi e Stati, che dalla rovina del commercio di questi sentono vantaggio. Dunque, se tornano a scemare le monete dal posto in che s'erano alzate, il principe risarcisce l'entrate del suo erario per questa parte; ma ne ha danno il popolo nelle gravezze. Li creditori acquistano quel piú de' loro crediti e de' loro livelli o censi; ma li debitori ne risentono nuovo danno, perché sono forzati a pagar piú metallo per lo stesso numero di lire immaginarie, ed il commercio stesso ne patisce nuove convulsioni, onde ne scaturisce nuovo danno al principe. Perché quel mercante, che pagava prima tre lire il braccio di fattura al tessitore di velluto, quando lo scudo valeva 12 lire, se lo scudo sará rimesso a 9 lire, pagando lo stesso, spende uno scudo in tre braccia di tessitura, che prima ne aveva 4 braccia: onde non può mandar in Francia le sue drapperie a' prezzi di prima, né può persuader il tessitore a ricever meno pagamento, perché egli risponde di non potere spender né meno egli per piú lo scudo che per quelle 9 lire. Cosí i principi, per non dare universali dispiaceri a' suoi popoli e per non apportar loro nuovo danno e per non riceverne di nuovo, essi tralasciano di ritirar indietro, se non per poca cosa, le valute di loro monete; il che fa che, sempre con nuovi disordini avanzando inanzi con lunghi passi, e per nuovi ordini poco rimettendosi indietro le monete, fanno continuo viaggio, si può dire, alla via dell'accrescimento.

Molto piú chiara vedremo ancora l'origine di questo effetto, se ci figuraremo e chiamaremo all'esame le cause principali dell'alzamento. Una delle principali cagioni dicemmo esser la sproporzione delle monete d'oro e d'argento fra loro, in ordine a quell'analogia che piú universalmente tengono le zecche principali.

Se in uno Stato A saranno battute monete d'oro o d'argento piú leggiere o di lega inferiore del solito, e valutate come prima costumavano; e poniamo che, barattando tali monete con monete d'oro in ragione di quella valuta, non entri nella valuta d'una libbra d'oro fino piú di 14 libbre e un quarto d'argento fino in tali monete nuove; le altre nazioni, che, se vanno regolate, come dovrebbono, con la piazza di Genova, ch'è il magazzino di questi metalli in Italia, battono le sue monete in proporzione d'un'oncia d'oro per 14 e 3/4 d'argento in circa, ch'è una differenza di circa 4 per 100 (e notisi che in questa proporzione di 14 e 3/4 intendo compresa la spesa del trasporto degli argenti ed altro, che fanno esser piú care le paste in paesi piú lontani da Genova), valuteranno la nuova moneta di quel principe nella stessa conformitá delle proprie. Onde i mercanti di quel paese A non potranno mandar fuori cotali monete senza perdita di que' 4 per 100 in circa, e perciò in sua vece manderanno ogni altra sorte di monete vecchie o forestiere, e particolarmente d'oro, a causa di che tutte le altre monete suddette cominceranno a far aggio e successivamente ad esser barattate a prezzo maggiore di prima nel suo paese, crescendo di valuta non solo quei 4 per 100, ma piú ancora. E la ragione di crescer di piú nasce dalla strettezza dell'oro medesimo, per essere stato mandato a principio fuori di Stato o nascosto dagli incettatori, a' quali torna conto pescar nel torbido di que' disordini: cosicché, alzato l'oro piú del dovere, gli estranei tornano a mandarne indietro a baratto d'argento; e cosí da un disordine ne moltiplicano cento, con lo sconvolgimento di tutto il commercio, danno del principe e strida de' popoli.

Che fará, in questo stato di cose, quel principe? Se vuol ridurre alla primiera valuta le monete, quando non sia in principio del disordine, trova difficilissimo il ripiego. Tutti i ricchi, e gli stessi suoi consiglieri e magistrati talora, che si trovano aver 4 lire di piú ogni 100 che avevano in cassa, sono di parere che non si faccia quella riduzione od abbassamento di monete, perché concepiscono la perdita di que' quattro per 100 del proprio contante. Chi ha preso in prestito, per esempio, 6000 lire di quel paese da un altro, e l'ha ricevute in tante monete allorché valevano piú, deve aggiungervi 4 per 100 delle stesse monete nel farne la restituzione, per far la stessa valuta di 6000 lire, e si duole di quelle 240 lire ch'ei ci perde. Chi paga pigioni, livelli, affittanze, stride altamente, perché deve pagar tante monete di piú, a compimento de' suoi debiti, di quello prima faceva; e chi vuol redimer censi o francar livelli, non può senza estreme doglianze soffrire di dover restituire piú di quello ne ha ricevuto. Che se per sorte il principe volesse ripigliarsi quella moneta inferiore e restituirla di nuovo alla prima proporzione e valuta, farebbe un atto di giustizia col restituire quel guadagno che avesse fatto nelle prime; e forse la spesa, che ora ci volesse, non gli sarebbe inutile, liberandosi in tal modo dal pregiudizio che ne averebbono ricevuto in perpetuo le sue rendite. Ma sono rari gli esempi di cotali risoluzioni; e non restarebbono per ciò di dolersi quelli che avessero riposto l'altre monete, e d'oro particolarmente, che sarebbono cresciute di prezzo e che ora con loro danno ad essi parerebbe che s'abbassassero. In somma il piú facile e pratico modo, che si trovi in tali congiunture, fu sempre lo stabilirle per sempre al corso presente o ritirarle a basso solo poca parte dell'accrescimento che hanno fatto, e proporzionarle con migliore analogia di prima alla piazza matrice dell'altre zecche, ch'è Genova. Ed ecco che per necessitá crescono sempre mai, o poco ponno scemare; ch'era l'assunto di questo capitolo. Nel quale ho stimato inutile l'apportare, come avrei potuto fare, gli alzamenti da cento o ducento anni in qua in tutti gli Stati d'Europa; perché, non servendo ciò che a provare che cosí segue, ognuno può da sé nel suo paese e negli altri, de' quali avrá cognizione, riconoscere la veritá.

CAPITOLO XVIII

Regole universali per le zecche, e prima dell'osservar la proporzione piú comune tra l'oro e l'argento.

Passeremo finalmente ad andar esponendo le regole piú universali che per governo delle zecche e custodia del commercio e mantenimento delle valute sono piú necessarie, esaminandole piú a minuto che ne' precedenti capitoli non s'ha potuto fare, essendo queste regole come una pratica delle teoriche insegnate. Sará dunque la prima regola: che nel valutar le monete d'oro e d'argento si deve osservar la proporzione che corre piú comune in quella provincia. L'oro e l'argento sono prezzi l'uno dell'altro, come giá si mostrò, e secondo la varia abbondanza dell'uno e dell'altro mutasi la proporzione con che l'uno all'altro si baratta, il che pure si provò sopra: onde ciascuna zecca dovrebbe valutare le monete sue d'oro e d'argento a quella proporzione che ne' prezzi degli argenti e degli ori non coniati comunemente fra' mercanti di quel paese vien osservata; e questa non suol esser giammai molto differente da un paese all'altro, se non sono molto distanti o vi sia qualche circostanza particolare che ne dia l'impulso.

La Spagna riceve i suoi ori ed argenti dall'America, pochissimo essendo in oggi il provento di questi metalli dalle miniere de' suoi regni, che pure, giá molti secoli, erano sí copiose, che rendevano alla repubblica romana solamente in argento 25.000 dramme al giorno, che sono 142.578 marche all'anno, secondo narrano Strabone e Polibio, citati dal Bodeo nel quarto libro _De asse_, ove riduce questa somma a poco meno di un milione di scudi d'oro all'anno in valuta moderna, ed asserisce essere stata copiosa altresí d'oro, di cui Plinio narra che ne cavavano d'effettivo metallo 20.000 libbre all'anno, quasi tutto dall'Asturia, oltre la quantitá di ferro, rame, piombo e di tutte l'altre cose che rendeva quella provincia; onde la Spagna fu in quel tempo a' romani ciò che in oggi sono le Indie occidentali alla Spagna. Dev'ella dunque conformarsi nelle sue zecche a quelle proporzioni che tra l'oro e l'argento si praticano ne' suoi empori, e, principalmente in Siviglia, ch'è la principale scala delle Indie.

L'Italia riceve oggi la maggior parte di questi metalli anche essa dalla Spagna, tutto che anticamente ne fosse ella stessa feracissima, al dire di Plinio, libro XXXIII, capitolo 4, ove, narrando le ricchezze che dagli altri paesi portavano i romani, dice che «_Italiae parcitum est vetere interdicto patrum, alioqui nulla fertilior metallorum quoque erat tellus»; e séguita: «Extat lex censoria ictimulorum auri fodinae in vercellensi agro, qua cavebatur, ne plus quinque millia hominum in opere publicani haberent_». Ma ora appena ne ha ella i vestiggi e le fallaci piú che felici speranze in molte parti, ove ne apparisce qualche segno. Al presente dunque ella dalla Spagna principalmente le riceve, sebbene non poco oro ancora in ongari viene dalla Germania; ond'ella deve conformarsi quant'è possibile alle proporzioni principali di Genova, che può dirsi il vero magazzino di queste preziose paste.

La Germania è fertilissima ancora di metalli, e l'imperadore delle sole miniere delle cittá montane in Ongheria, del 1657, ch'io le visitai, ne traeva d'ordinario 2000 tálari al giorno netti dalle spese, oltre all'oro, che in somma considerabile d'ongari si convertiva; e l'uno e l'altro, battuti nella zecca di Cremnitz, una volta o due al mese, sino a Vienna si mandava. Ma, oltre a queste, ha egli altre miniere in Boemia e Slesia, altre ancora nella Stiria superiore ed altrove; e, quanto agli altri Stati d'Allemagna, ne sono di ricchissime in Baviera e quasi per tutta la Sassonia ed altri Stati. Onde la proporzione dell'oro all'argento in que' paesi sarebbe forse diversa dagli altri Dio sa quanto, se la Germania non avesse commercio con altri Stati. Ma, perché il traffico con l'altre province d'Europa giá si disse che faceva quasi l'effetto de' fluidi che si livellano insieme, quindi è che non può ella dimeno di seguitare la piú comune, od almeno scostarsene ben poco, quanto cioè può ragguagliarsi colle spese del trasporto da una provincia all'altra. Imperciocché, se, per esempio, fosse in Allemagna l'argento piú vile che in Italia, sicché per un'oncia d'oro si avessero colá 16 once d'argento, gli incettatori e mercanti portarebbero colá l'oro a barattare in argento, per portarlo in Italia, ove per una d'oro non s'ha che 14 e 3/4 d'argento, onde vi sarebbe di guadagno un'oncia e 1/4 d'argento ogni oncia d'oro, che sarebbero otto e mezzo e piú per cento, de' quali, sebbene ne andassero 3 o 4 in condotta, sensaria o provvigioni ed altre spese, n'avanza ben tanto che basta. Ma, se non vi fosse guadagno piú di quello portano le spese, non si farebbe questo traffico; e cosí resterebbe l'uno e l'altro metallo in Allemagna a quella proporzione alquanto differente, ma ben poco, dall'italiana. Bene è vero che per causa di questo svario le monete, che accadono per pagamenti da farsi d'un nell'altro paese, fanno aggio, cioè a dire si pagano e vendono da' mercanti certa porzione per cento di piú. Per esempio, se l'oro in Allemagna è piú caro che in Italia, onde si baratti a piú argento che qui non si fa, ed io voglio di Venezia farmi pagare in Vienna la valuta di 1000 ducati in tanti ongari, bisognerá ch'io paghi al mercante di Venezia un tanto di piú quegli ongari della valuta ordinaria, perché in Vienna gli ongari vagliono piú argento che non vagliono in Venezia; e viceversa, chi di Vienna volesse farsi pagare in Venezia 1000 fiorini in tanti ducati, volendo pagargli in Vienna con ongari, converrebbe pagar aggio per li ducati, perché l'ongaro vale manco argento in Venezia che non vale in Vienna.

Supposte dunque tutte queste cose, vien manifesto che la proporzione fra l'oro e l'argento in tutta la cristianitá non può variare di certa misura, ma non può né meno mantenersi affatto uniforme, in quanto le condotte delle paste o delle monete da un luogo all'altro possono necessitare a qualche picciolo svario, atteso che l'argento di pari valuta con una partita di oro tiene 14 volte di piú in circa di peso e circa 26 volte maggior mole dell'oro; perché la valuta di 100 doppie, portata in doppie effettive, pesa solo 27 once scarse e, portata in genovine, pesa 318 once e, per esser l'argento piú leggiero dell'oro in ragione di 100 a cinquantaquattro in circa, occupa 25 volte in circa tanto luogo quanto le 100 doppie suddette. Dal che nasce maggiore spesa nelle condotte, e perciò possono svariare i metalli nella proporzione quanto importa lo svario di esse condotte in Ispagna: valendo la pezza d'argento un quarto di doppia e pesando per 4 doppie, viene ad esser la proporzione di 16 ad uno in circa. Né per altro in Genova sta la proporzione a 14 e 3/4, sí che l'argento v'è piú caro che in Ispagna a ragione di otto e mezzo in circa per 100, se non per le spese e pericoli maggiori che vi sono nel trasporto: onde, in tanta distanza e sí pericolosa di corsari ed altri infortuni, non fa grande svario la proporzione di questi metalli. E perciò fra le cittá d'Italia ne sará tanto meno, e molto meno ancora, perché, senza che gli incettatori lo portino a posta, il commercio delle mercanzie ne conduce da sé quantitá, e a quelle cittá particolarmente che sono mercantili piú dell'altre e che assai piú mercanzie mandano fuori di quelle che comprino dagli altri paesi; come è Venezia, che specialmente dalla Lombardia compra pochissimo e vende molto, e perciò tira a sé gran quantitá dell'uno e dell'altro metallo inviatole da que' mercanti che seco contrattano senza sua spesa di piú. E perciò non doverebbe ella mai scostarsi da quella proporzione che costuma la piazza di Genova, se non quant'ella avesse bisogno per la sua zecca piú d'un metallo che dell'altro. Ma qui è forza ch'io chiami del lettore piú applicata l'attenzione del solito, per trattarsi di sottile, ma importante proposizione.