# Economisti del cinque e seicento

## Part 32

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/economisti-del-cinque-e-seicento-22502/index.md

Non è gran cosa che chi maneggia le casse di guerra proccuri di vantaggiarsi per questa via, ch'è tanto usata anco in tempi di pace. Io non disapprovo però che quel principe, che ha il suo esercito a campeggiare in paese nemico e che spera lungo tempo mantenerlo, s'avantaggi col far correre tra soldati monete a maggior valuta, perché in questo modo egli fa il danno a' suoi nemici. Ma bisogna bene che egli proccuri preservar bene gli Stati propri da questo male, non permettendo che ci ritornino quelle monete istesse se non al prezzo giusto, come sarebbe facile che avvenisse il contrario, con suo maggior danno che non fu l'utile. Né miglior cautela ci so vedere, quanto quella di mandar qualche specie di monete che resta bandita ne' propri Stati, come fecero i francesi nella Catalogna, ove (come si è detto sopra in altra occasione) mandarono monete men buone con impronto diverso da quelle che usavano in Francia, e con incredibil guadagno; senza che abbiano potuto gli spagnuoli, dopo riavuta quella provincia, rimandar in Francia il morbo, proscrivendo quelle monete, perché non conosciute in Francia, anzi bandite fors'anche colá: onde ha provato il danno tutta la nazione stessa catalana, che non aveva altra moneta. E sino al giorno d'oggi, che sono giá scorsi quarant'anni, ne vanno capitando grosse somme in Italia, in vendita a peso di rame, di cui non ponno altro fare che andarlo fondendo in varie zecche per far monete basse, non tornando la spesa a separarne col fuoco quel poco argento che vi è, che non arriva a un quarantesimo di tutto. Che se avessero li francesi spinto in Catalogna dello stesso viglione che correva in Francia, ove non poteva esser rifiutato, e' sarebbesi riempito il regno di quella moneta bassa, con altrettanto suo pregiudizio quanto ne ha fatto alla Catalogna stessa. Cosí, se ci ha qualche provincia povera e lontana dalle contribuzioni, dalla quale non ricavasse di gran lunga la spesa di quella, se si permetterá che le sue monete crescano di valore in quel paese, ne averá l'utile di far sussister la sua armata con meno spesa; perché i soldati, che spendono a quei tanti soldi lo scudo a quanto gli è dato, non fanno caso se 30 lire, che essi hanno, per esempio, al mese, non fanno che due scudi e mezzo, che a casa sua farebbero tre. Qui ancora fa bisogno avvertir bene, perché il principe diminuisce nello stesso tempo l'entrate che si tiravano da quel paese; e se la soldatesca non ci trova il suo conto, o vede di non poter sussistere, si corrono altri pericoli, come li corse la Polonia ne' mentovati accidenti del 1658 e seguenti.

S'alzano similmente le monete senza colpa molte volte di chi governa, ma per sola colpa degli Stati vicini. È cosa non affatto impossibile, ma molto difficile l'impedire che questo morbo non si comunichi, come peste, da uno Stato in un altro, particolarmente quando la corruzione delle migliori regole è sparsa in uno Stato grande e mercantile. Qualche politico riguardo alle volte tiene il freno all'autoritá d'un principe, onde non s'arrischia di proibire ne' suoi Stati una moneta d'altro principe prepotente. Ciò particolarmente succeder può in quelle monete che in molte zecche si battono col medesimo nome, peso e bontá in circa, come sono le doppie e gli scudi. Certa cosa è che non tutti gli scudi d'argento di Milano, Modona, Parma, Mantova, Roma ed altre zecche d'Italia non sono d'una stessa bontá, benché la differenza sia poca. Può darsi caso che un principe grande batta a peso e bontá minore del consueto, e gli altri, che da quello o rilevano i feudi o dipendono per divozione, non ardiscono proibirle; onde fa loro di mestieri tollerare ne' loro Stati l'alzamento delle monete, che dall'introduzione di quelle inferiori al consueto necessariamente suol nascere. Giá si disse di sopra che del 1540 Carlo quinto batté gli scudi d'oro di Castiglia ed altri a minor bontá e peso del consueto. Molti furono i principi che lo imitarono, battendoli anzi peggiori di quelli di Carlo; con che s'imborsarono per sé il guadagno che, senza questo ripiego, averebbono fatto i ministri imperiali. Ma gli uni e gli altri videro alzar di prezzo le altre monete, a perpetuo danno dell'entrate loro.

Quegli Stati, che hanno continuo e quasi necessario commercio fra loro, bisognerebbe che stassero sempre uniti e concordi ne' prezzi delle monete e le mantenessero alla debita proporzione: altrimenti ogni disordine, che nasca in uno, subito influisce nell'altro a pregiudizio del traffico. Onde non è maraviglia se sono state piú d'una volta guerre mortali fra' principi per causa delle monete, come quando Pietro d'Aragona il quarto guerreggiò contro il re di Maiorica, per aver questo battuto monete inferiori di bontá alla valuta che correvano ed infettati li suoi regni. Ed ai re d'Aragona stessi fu con iscomunica proibito da Innocenzo terzo il batter monete piú leggiere del solito a danno de' sudditi; anzi nella coronazione giurarono quei sovrani, fra l'altre cose, di non mutare le antiche leggi delle monete.

Succede ancora spesse volte che uno Stato non può bandire le monete d'un altro Stato, non giá per riguardo de' principi prepotenti, ma per non privarsi d'un traffico, senza di cui quello perirebbe. La Puglia suol mandare gran parte de' suoi ogli a Venezia, e le sono pagati con buone monete, perché non costumò giammai la serenissima repubblica mutar d'un iota la bontá ed il peso delle sue. Ma, se questo suo commercio fosse con alcun principe che avesse mutato la lega de' suoi scudi o d'altre monete d'oro o d'argento, e volesse spenderle alla valuta dell'altre, può esser che fossero tali le congiunture de' tempi, che non sapessero in Puglia a chi altri vendere i suoi ogli ed accettassero quelle monete con discapito. Che se da' suoi sovrani non sará poscia provveduto acciò non si spendano se non al giusto valore, faranno alzar di prezzo le migliori, ed i sudditi, che non conosceranno che l'accettar cosí quelle monete sia lo stesso che vender l'oglio a tanto minor prezzo, s'ingegneranno di spenderle secondo il valor abusivo a che le hanno prese, con pubblico pregiudizio. Lo stesso può succedere alla Romagna ed altre province, che, prive di traffico mercantile, non traggono altro danaro che dalla vendita de' grani ed altri frutti de' terreni.

Ma sopra tutto s'alzano le monete ogni volta che per qualche accidente si muta in universale la proporzione fra l'oro e l'argento. Perché, se, per esempio, corre in quest'anno la proporzione loro come uno a 14 e tre quarti, e cápiti d'improvviso molta quantitá d'argento e non venga se non poco oro in Italia, o viceversa s'apra la congiuntura di mandar l'oro in Levante con qualche maggior profitto del solito, subito cominciano le doppie ed altre monete d'oro a far aggio grande ed esser barattate da' mercanti per piú argento del solito; onde crescono di valuta in proporzione di quelle d'argento, di modo che si daranno 15 once e forse piú d'argento per una d'oro. E se le zecche non muteranno proporzione alle sue monete, conformandole alla nuova misura corrente tra l'oro e l'argento, le vedranno alzare da sé; ed appena cominciano a pigliare un po' di moto, gli incettatori lor dánno tali spinte, che le fanno balzare al di lá della misura.

Era in breve corso d'anni, per la molta quantitá d'argento venuto dall'Indie, cresciuta la proporzione dell'oro all'argento in Francia a' tempi di Francesco primo, che del 1519 l'aveva stabilita, secondo lo stato di allora, a ragione di 11-4/5 in circa d'argento per una d'oro, e del 1532 erano portate fuori di Francia tutte le monete d'oro, lasciando a loro cambio altre d'argento, onde s'alzavano di valuta quelle d'oro; e fu forza, per ovviare a maggiori disordini, valutar lo scudo d'oro 45 soldi tornesi, che prima ne valeva solo 40, e lasciare nel prezzo di prima quelle d'argento: onde la proporzione tornò a 13 e 1/6 d'argento per una d'oro. Ma, ribassata di nuovo detta proporzione negli anni seguenti per la sopravegnenza di molto oro, che faceva che per manco argento di prima si dasse una marca d'oro, la ridusse di nuovo, del 1540, a 11 e 9/11 d'argento per una d'oro. Ma, perché pare un letargo comune a tutti i principi di non applicare a' disordini delle monete finché non hanno moltiplicato a segno grande, bisognò soffrire che una marca d'oro, che in monete sue valeva prima 147 lire o franchi, s'alzasse a valore di lire 165.7.6, mentre l'argento valeva lire 14 la marca; sicché dal 1519 al 1540, che sono 21 anni, s'alzarono le monete in Francia da 147 a 165, che sono piú di 12 e 1/4 per cento. Anzi, seguitando le guerre civili, del 1575, sotto Enrico terzo, era giunto il valore di una marca d'oro fino in scudi dal sole a lire 222, che sono, in dieci anni soli, piú di 34 e mezzo per cento. E, paragonando le valute dal tempo di Luigi decimoprimo, che fu appunto cento anni avanti, che l'aveva valutata lire 118, fino al tempo d'Enrico terzo suddetto, che valsero lire 222, sono 88 per cento d'alzamento delle monete o sia abbassamento delle lire immaginarie. Ed al presente, che sono altri cento e piú anni, ha di giá passato 200 per 100 d'augumento, ch'è il triplo della prima valuta e piú.

E finalmente la peste, la fame ed ogni altra disgrazia universale d'uno Stato, per cui restano sconvolte le altre cose, sconvolge ancora le monete, perché in quelle confusioni gl'incettatori, i falsari, i tosatori ed altri, che fanno professione di pescar nel torbido, non perdono l'occasione, ma si prevalgono delle comuni calamitá a proprio profitto, tanto piú impunemente, quanto che chi dovrebbe castigarli non può, fra quelle miserie, se non debolmente, e talora nulla del tutto, applicarsi per le distrazioni de' mali comuni.

Oltre di ciò, ne' tempi cosí calamitosi chiunque ha crediti proccura riscuoterli in ogni miglior modo, per valersene; ed all'incontro il debitore proccura di mercantare il bisogno del suo creditore, ed offerisce o monete scarse o cattive od a prezzo troppo alto: onde il creditore, astretto dal bisogno, riceve quello che può avere; s'ingegna esitarlo al prezzo che lo ha ricevuto; e cosí, perché nel vendere e comprare suol essere sempre che il venditore è piú bisognoso del compratore, perciò riceve nel prezzo le monete che può avere, e proccura spenderle alla stessa valuta. Molto piú que' bisognosi, che pigliano danaro a cambio, censo, livello e simili contratti per sovvenire a' suoi bisogni in que' tempi penuriosi, ricevono ciò che vuol dare chi loro da a cambio. E volesse Iddio che, oltre il pagare con monete scarse ed a prezzi maggiori del giusto, non vi fossero certe coscienze sorde, che dánno in luogo di contante fino gli abiti vecchi de' loro bisavoli, valutandoli come se fossero spiccati allora dal fondaco del mercatante e fossero sulla gran moda corrente! Le quali cose tutte fanno alzar di valuta le monete; con che diminuiscono le pubbliche e le private rendite, si deteriorano le arti e ne succedono gli altri mali tante volte accennati.

CAPITOLO XVI

Che alcuni partitanti, nelle proposizioni che fanno a' principi di batter monete, cuoprono il loro interesse e fanno falsamente apparire che dalle loro proposizioni risulti utile non solo al principe, ma a' popoli ancora.

È sentenza di Platone, altrettanto vera quanto difficile da comprendere senz'un'attenta considerazione, che non può esser utile o guadagno alcuno fra' mortali, che non sia danno e pregiudizio d'altri. Quel grano stesso che dalla terra uno trae lavorandola, anzi quelle stesse frutta che, spontaneamente nate, non ponno negarsi dono gratuito della natura, quelle ancora, passando in mano di chicchessia, anco la prima volta sono a quelli bensí utili, ma a qualch'altro dannose; perché, se colui non le avesse, provvederebbe al suo vitto con altro modo, utile a qualchedun altro.

Ora, se il guadagno d'uno è dunque perdita d'un altro, come mai persuaderanno ad un principe i partitanti d'aver proposizioni, con le quali possa egli approfittarsi su le monete senza danno, anzi con utile de' sudditi? Certissima cosa è che i partitanti, affine di proprio guadagno, s'ingeriscono in questi affari, né ardirebbono voler persuadere di moversi per zelo del pubblico bene, senza proprio profitto. Ora, se oltre il proprio profitto vogliono che possa ne' loro partiti guadagnare anco il principe, se deve averci profitto anche il popolo tutto, come si vantano il piú delle volte, mi dicano di grazia: chi ha da patire il danno opposto a questo loro utile? Gli estranei, no, perché il principe non può loro comandare che ricevano quelle monete ad altro prezzo che a quello che vorranno essi, mentre non sono suoi sudditi: ed io non discorro qui di monete da spendersi solo in paesi d'altri, come furono i temini sparsi da' cristiani in Turchia, di cui si parlò sopra nel capitolo decimoterzo, perché in quel caso è chiaro che il danno va addosso a quelli; ma parlo delle monete da spendersi nel proprio paese del principe proprio e ne' paesi confinanti. Dunque lo patiranno i sudditi; e, se questo è, dunque ne patirá il principe stesso, pregiudizio del quale è sempre ogni danno de' suoi popoli. Che però questo solo argomento dovrebbe bastare a far bene aprir gli occhi a' principi e loro ministri in ogni incontro di proposizioni di tal sorte; e tanto piú, quanto grasso (come suol dirsi) è il partito.

Bella cosa pareva a prima vista ad alcuni in Milano, del 1674, il partito che proponeva un tale, di cui sebbene ho veduto il nome in scritture stampate, nondimeno non ho necessitá di narrar altro che il fatto. Rappresentava questo i disordini delle monete di quello Stato, nel quale era introdotto l'uso delle doppie scarse di molti grani per buone, da cui nasceva l'alzamento delle buone, non meno che delle monete d'argento. Adduceva per causa potentissima di questi disordini la gran copia di monete basse, sesini, quattrini e parpaiole, fra le quali ne correva quantitá grande di false, e portava il calcolo che delle battute nella zecca regia montavano li soli sesini e quattrini a lire 1.668.342; che veramente è una somma esorbitantissima, per quanto sia grande e mercantile lo Stato di Milano. Perché in certe scritture, corse giá tempo in Roma sopra queste materie, ho veduto essere stato ventilato da una congregazione di prelati e cardinali, fra le altre cose, se per sesini di Bologna, Ferrara, Roma bastassero 35 mila scudi; e trovo che il zecchiero di Roma in que' tempi, che fu sotto Innocenzo decimo, era obbligato non batter di tal moneta altro che 200 scudi all'anno, per supplemento a quella che andava mancando. Pure, sia come si voglia, era grande al certo la quantitá de' sesini, quattrini e parpaiole nello Stato di Milano, moltiplicate eziandio da' falsari. Proponeva adunque il partitante di abolire la moneta bassa, lasciandone solo picciola quantitá, offerendosi di ritirarla egli a tutto suo danno, pagando le buone di quella zecca a quel prezzo che correvano, senza che chi le portava vi dovesse patir alcun danno, e dandogli in pagamento monete buone d'argento da farsi, e pagar anco le false a prezzo di rame. Ed ecco un gran zelo per utile de' popoli, a' quali veniva restituita in buona valuta la cattiva moneta. E, perché correvano le doppie scarse, s'offeriva ritirarne a sue spese e danno sino a 200 mila, che non calassero piú di sei grani l'una, dando in contracambio metá doppie nuove di giusto peso e metá monete d'argento pur nuove. Si poteva egli desiderar di piú? Anzi s'offeriva di vantaggio pagare alla regia Camera per suo signoraggio o «sarsigia», come dicono, 200 mila lire, e battere 200 mila doppie della bontá e peso solito e 500 mila filippi pure alla bontá e peso consueto. Meritava le statue e gl'incensi, piú che non fecero i romani a Mario Gratidiano per aver introdotto in zecca i saggiatori. Ma dimandava in contracambio che gli fosse permesso battere per due milioni (che poi, sotto vari equivoci ed aggiunte, faceva diventar piú di tre milioni) di scudi in monete d'argento da 20 soldi, da 10, da 5 e da due e mezzo, a ragione di 4 per 100 manco del peso e bontá del filippo. A chi non considerava con occhio ben penetrante la qualitá di quest'ultima condizione e rifletteva solo in genere che, volendo far monete cosí minute d'argento, v'andava maggiore spesa che non va a batter filippi, mentre un filippo veniva diviso in molte monete, e' non pareva gran cosa 4 per 100, e maggiormente al riscontro del danno che egli assumeva sulla moneta bassa e su le 200 mila doppie, nelle quali li soli 6 grani per doppia par che montino piú di 4 per 100; onde poco mancò che non fosse serrato il partito, se non era la prudenza vigilantissima di que' magistrati, ed in particolare del presidente delle regie entrate, che ne commise al conte Lorenzo Taverna, allora vicario di provvisione di Milano, le riflessioni proprie. Penetrò ben tosto la perspicace intelligenza di questo cavaliere nel midollo di questo affare; e, scoperta la piaga, ne fece apparire, con sua scrittura dottissima insieme e fortissima, i piú cupi recessi, manifestando come il danno, che il partitante ingrandiva, dal ritirare le monete basse e le doppie calanti, non era di gran lunga quello ch'ei figurava, ma bensí grandissimo quello del popolo nella battuta di tre milioni di scudi in quella moneta scarsa 4 per 100 nella bontá e nel peso: che, sebbene poteva anco intendersi, se meglio non si spiegava, di 8 per 100, cioè quattro nel peso e quattro nella bontá; nondimeno, posto fossero 4 per 100 in tutto su la somma di tre milioni, erano 120.000 scudi. E in veritá non è dubbio alcuno che con questi tre milioni si empiva in tal modo lo Stato, che non vi restava luogo in commercio per li filippi e le doppie: anzi li filippi stessi, che egli offeriva di battere, sarebbono stati facilmente ritirati da lui medesimo e ribattuti in moneta a 4 per 100 meno; e, non essendo ricevute fuori di Stato quelle monete se non al loro giusto valore, sarebbe andato fuori di Stato ben presto il restante de' filippi e delle doppie. Dal che nasceva per necessitá che nello Stato sarebbono cresciute di prezzo in ragione delli stessi 4 per 100 (il che se fosse stato permesso, mai piú se ne vedeva una); e di piú nasceva poi che l'entrate regie e quelle de' privati scemavano per sempre 4 per 100, e lo stesso facevano i capitali de' crediti antecedenti a questa moneta: perché chi aveva un credito di 1000 lire, ricevendole in questa moneta, ne veniva pagato con 960 di vera valuta, ancorché denominate per 1000, mercecché non riponeva in cassa tanto argento, che effettivamente valesse 1000 lire, ma 4 per 100 meno. Onde il zelo di rimediare a' disordini delle monete andava a terminarsi in disordine peggiore di tutti, perché introduceva appunto l'alzamento delle monete migliori, che proponeva d'impedire.

Ho voluto portar quest'esempio, perché è stato tanto piú famoso per l'Italia, quanto che nello stesso tempo proponeva quel personaggio un partito simile per piú di 6 milioni per il regno di Napoli; e l'uno e l'altro restò roversciato dalla sagace intelligenza e prudentissime riflessioni del conte Taverna predetto. Per altro son ben rare le zecche d'Italia, anzi nell'Europa, ove non siano portate e pur troppo accettate spesso proposizioni di questa natura, che sconvolgono il commercio e rovinano gli Stati. La zecca di Roma da tanto tempo in qua non aveva mutato il valore a' suoi scudi e paoli, essendo giá 85 anni che lo scudo val dieci paoli, ed il paolo 10 baiocchi, e la doppia d'Italia 30 paoli, quella di Spagna 31; e, sebbene, a causa di baiocchi e quattrini di rame introdotti da altre zecche e falsificati, ha dovuto durante questo tempo far piú volte varie provvisioni e consultar molte volte de' rimedi, nondimeno ha sempre superato le difficoltá, perché ha provveduto a tempo e perché non s'è mai curata di farci guadagno, anzi si perdeva ogn'anno 900 scudi in pagare il zecchiere e mantenere gli stromenti ed altro a spese del principe. Lo stesso ha fatto quella di Firenze, sebbene non so se nello Stato ecclesiastico potranno piú rimettersi sul piede di prima, dopo di aver in questi ultimi anni, lasciando correr ogni sorte di moneta scarsa o tosata, lasciata incancherir la piaga sino al segno presente; e sará il danno intorno a 3 in 4 per 100. Ma le zecche di Lombardia, e particolarmente de' principi serenissimi, hanno ben elleno sofferti grandissimi danni a cagione di questi partiti, che, mascherati del ben pubblico; sono stati accettati per sinceri; dal che è poi nato che dentro questo secolo hanno alzato le valute di loro monete al doppio di prima, e per conseguenza deteriorate le loro entrate la metá. Danno invero grandissimo, il quale non averebbe altro rimedio che raddoppiar le gabelle; ma il popolo non vorrebbe soffrirlo, né potrebbe, perché, dallo stesso alzamento delle monete essendo in gran parte proceduta la diminuzione del traffico, non sono piú in istato di pagar tanto tributo.

Ma un'altra maliziosa invenzione è stata piú volte praticata da alcuni partitanti, che ha prodotti gravissimi pregiudizi. Non propongono giammai, o ben rare volte, partiti, che non v'includano capitoli di fabbricar, oltre le monete buone, qualche altra spezie, nella quale sia guadagno per loro, e spezialmente di monete basse. Non si costuma nelle zecche pesar tanto esattamente le monete basse, che debbano esser tutte eguali, perché sarebbe troppo laborioso l'aggiustarle tutte come si fa di quelle d'oro e d'argento; ma basta che, pesate a rifuso davanti il magistrato, che prima fa ben bene rimescolar la massa, ne contino in una libbra a bilancia quel numero che da' pubblici decreti vien prefisso, sicché le piú picciole siano compensate da quelle che sono maggiori del giusto. Licenziate che siano dal magistrato, ne accappano da parte le maggiori, per rifonderle di nascosto, e dánno fuori solo le picciole, rifondendo le altre; e se il magistrato le fa anco portar allora nel pubblico erario, nondimeno, sparse che sieno nel popolo, il partitante le va raccogliendo e scegliendo per sé le piú gravi, per rifonderle o per servirsene di nuovo a mescolar con le picciole, per passarle davanti al magistrato. Mi perdonino i zecchieri onorati, de' quali non parlo; ma narro ciò che piú volte è stato da' cattivi praticato. Dalla qual poco onesta industria nasce il vedersi poi ripiena la piazza di monete scarse, che non hanno il valore decretato, e dánno perciò tanto maggiore occasione a' falsari d'introdurne di false.

CAPITOLO XVII

Per qual cagione le monete in tutti gli Stati si vedono crescere e mai calare di valuta.

Se il corso delle monete fosse come quello de' fiumi o de' torrenti, non sarebbe maraviglia se, nonostante tutti i ripari o gli argini che gli si facessero incontro, elleno volessero tendere alla sua via. Ma si vede, da qualche esempio di sessanta e di ottanta anni, ch'elleno potessero esser ritenute da questo corso ed impedite di crescere, come sono state impedite in Toscana e nello Stato ecclesiastico quasi dal 1600 in qua, e dal 1674 in qua da' genovesi, che sperano, non senza ragione, di mantenerle lunghissimo tempo, attese le ottime regole che v'hanno apposto e l'attenzione con che le fanno osservare. Anzi quella stessa forza che le ritiene, ch'è l'autoritá de' principi, alcuna volta le ha pure rispinte addietro qualche passo, come hanno fatto, giá tempo, in Venezia il zecchino, che fu dalle 20 abusive restituito nel 1665 alle 16 lire. E nondimeno si legge e si osserva che in tutti i tempi e in tutti gli Stati sono sempre cresciute, e, quando hanno fatto un passo indietro, non hanno molto tardato a scorrere di nuovo avanti.

