# Economisti del cinque e seicento

## Part 30

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Cosí dall'alzamento delle monete riceve danno il principe, ricevono danno i sudditi nell'entrate ed averi loro, e impoverisce la nobiltá, onde non può far le solite spese, e perciò ne patiscono ancora tutti gli ordini inferiori, e non solo la mercatura, ma anco le arti; ed insomma tutto il popolo ne sente gravi pregiudizi, sino talora all'esterminio delle arti stesse, che sono il mantenimento delle cittá. Conciossiacché al crescere delle monete non crescono giá i mercanti il prezzo delle giornate o delle manifatture de' poveri artigiani, che nella fabbrica di loro merci lavorano. Quel tessitore di seta, che soleva esser pagato in ragione di tre lire il braccio per sua fattura del velluto, mentre valeva 9 lire in quel paese lo scudo d'argento; ora, ch'egli ne vale, per esempio, dodici, ancora è pagato a tre lire il braccio, sicché gli conviene tessere quattro braccia per uno scudo, che con sole tre braccia lo guadagnava. E pure le sue spese per mantenimento della sua famiglia crescono ogni giorno, sí perché molte mercanzie crescono di valore, sí perché il principe, a cui vanno di piú passo passo scemando l'entrate, non perde occasione di aggiungere gravezze, ove possa, per supplire ancor egli alle sue spese. Cosí non può piú il tessitore mantenersi, se, per far presto, non tralascia della solita diligenza di sua arte; onde il velluto si fa peggiore. Scansa quanto può il mercante di crescer salario al tessitore, perché, pur troppo usati i compratori a provvedersene al solito prezzo, ricusano di pagarlo piú del consueto; onde, per poter senza scapito venderlo a quel prezzo, chiude quanto può gli occhi alle fatture degli operari, purché campino anch'essi: ma intanto, e per questo e per la caccia che si fanno l'un l'altro i mercanti, dando la mercanzia a miglior prezzo per esitarla, ella divien a poco a poco peggiore e si scredita fuor di paese; onde scemano l'occasioni e l'arti s'abbandonano, ed i mercanti e la cittá tutta ne patiscono. Lo stesso può considerarsi ne' tintori, che, se seguitano a tingere in grana a' prezzi di prima e non ne tranno utile proporzionato, scemano la dose alle tinte e le fanno peggiori; il che ne' cremisi è pur troppo manifesto. Né sono le altre mercanzie esenti di questo tarlo. Chi ha memoria ciò che fossero giá i cappelli di tutto-castore 70 anni sono in Venezia, veda ciò che sono al tempo d'oggi, che vagliono poco meno ducati immaginari di prima, ma assai meno d'oro; e s'accorgerá che in quelli, che «di tutto-castore» si chiamano, adesso non è tanto pelo di castore vero quanto n'era in quelli che «mezzo-castore» si dimandavano.

Ma non finirei mai, se volessi ad una ad una numerare le cose nelle quali questo accrescimento delle monete influisce disordini e danni, perché gl'influisce in tutte; benché io non nieghi ancora che altre cagioni, e per avventura talvolta piú gravi, concorrano alla rovina delle arti: di che non è qui luogo di favellare. Anzi, se dritto guardiamo, anco l'entrate de' terreni stessi e delle possessioni, all'alzarsi delle monete, scemano non meno a danno del patrone che del colono; imperciocché quell'uva, que' frutti, que' polli ed altri comestibili, che vengono alla piazza, non restano di valere il medesimo numero di soldi che prima valevano, con tutto che tanti soldi vadano di piú a fare uno scudo d'oro od uno scudo d'argento. La plebe ed i contadini non sanno distinguere cosí al sottile il loro conto, come i mercanti, per valutare le sue cose e sue fatiche proporzionatamente all'oro e non alla moneta bassa ed immaginaria, contano alle solite sue lire immaginarie; e, ridotte poi quell'entrate dall'immaginario valore a quello dell'oro e dell'argento, ch'è il vero e piú essenziale valore delle cose, vagliono meno di prima. E lo stesso deve dirsi de' pagamenti d'opere a giornata de' poveretti.

Ma qui alcuno mi dirá che il grosso dell'entrate e de' campi consiste principalmente ne' grani, e che questi non soggiaciono a questa mutazione di prezzo, perché la mercanzia del formento ha sempre comunicazione coi paesi confinanti; sicché, quando negli Stati esteri vicini il formento val piú oro che non vale nel nostro paese, subito ne concorre parte del nostro in quella parte; il che fa che ancor nel nostro paese cresca il prezzo: onde, siccome l'altre mercanzie forestiere crescono di prezzo al crescere delle monete, cosí crescerá anco il valor de' grani; e però né il patrone, né il contadino averá in questa parte danno dalle monete. Io rispondo che concedo per vero che il prezzo del formento non resta piú vile sensibilmente per crescere le monete; ma, se il contadino dovrá, come pur di spesso deve, con li danari che cava de' polli, frutti, opere a giornata e simili, comprarsi il pane, e le monete cresciute hanno fatto crescere il grano, tanto maggiore è il danno suo, perché guadagna meno e spende piú.

Finalmente la maggior obbiezione ch'io trovi a questo mio discorso è per la parte del danno de' principi. Imperocché, affittando essi li loro dazi a scudi d'oro o a ragione d'altre monete, sebbene fossero immaginarie, come in Venezia i ducati, nondimeno la cassa del principe non riceve le monete se non a quel valore ch'esso principe ha per suoi bandi costituito, qualunque siasi il valore abusivo che il popolo ha accresciuto alle stesse monete, onde pare non ne venga danno almeno alla cassa del principe; e se si dice che il daziaro riscuote però a moneta minuta, rispondono di no, perché anzi anch'egli si fa pagare a ragione della valuta de' bandi, e non secondo il valore abusivo de' popoli. E questa è quella ragione che, a guisa di nebbia, toglie la vista del vero a molti ministri, magistrati e principi stessi. Ma la veritá si è che, oltre che cadono sempre a danno del principe l'impoverimento de' sudditi ed i pregiudizi delle arti e della mercatura, mentre, se queste dall'alzamento delle monete patiscono, ne patiscono le casse de' principi ancora: dico di piú che anzi, non ostante le ragioni suddette, patiscono le casse medesime immediatamente. Per prova di che: non è egli vero che il daziaro, riscuotendo a picciole somme, non può ricusare le monete minute almeno in parte, e che al principe deve egli pagare in moneta d'argento o d'oro? Or queste monete d'oro o d'argento gli conviene cercarle o comprarle da chi le ha, pagandole al prezzo abusivo corrente, non al prezzo de' bandi: onde egli ne sente il danno, perché deve sborsarle poi al prezzo de' bandi. Ciò supposto, e chi non sa che all'incanto de' dazi gl'impresari o daziari offeriranno tanto di meno d'affitto di quel dazio quanto è il danno delle monete? Dunque al principe finalmente tocca soffrire il pregiudizio, perché tanto meno affitta i suoi dazi. Ma che piú? I principi, ogni volta che s'alzano le monete ne' loro Stati, proccurano bensí talora con nuovi divieti e bandi rigorosi sostenerle alle prime valute; ma, perché per lo piú non vedono il fondo alle cause del disordine, perciò non provvedono a quelle, il disordine séguita, e talora va crescendo ad onta, si può dire, delle leggi; e finalmente, se non vogliono esporre a maggiori mali i suoi Stati, convien loro cedere e autorizzare con nuovi bandi quegli accrescimenti abusivi. Onde nasce che in Venezia, per esempio, giá fu battuto il zecchino la prima volta del 1284 per tre lire, ed è stato tante volte per pubbliche leggi permesso il suo accrescimento, che del 1605 fu tassato 10 lire, e 60 anni dopo, cioè del 1665, fu messo a 16, ed ora abusivamente corre sino per 20, ed è sin qui tacitamente cosí da' magistrati tollerato. Ora figuriamoci che in Venezia il dazio della carne fosse del 1600 a due soldi per libbra. Dunque ogni cento libbre di carne a macello rendevano al principe un zecchino, e del 1665 ci volevano 160 libbre di carne per cavarne un zecchino di dazio. Dunque questo dazio in 60 anni soli, senza che vi sia diminuzione di popolo, senza tassarlo meno de' soliti due soldi per libbra, per la sola cagione dell'accrescimento delle monete ha scemato quasi 40 per cento; e se sará approvato l'abuso corrente di lasciar a 20 lire il zecchino, sará scemato la metá in 80 anni. Ma non è lo stesso degli altri dazi e delle altre entrate? Quali sono le rendite de' principi, che non siano imposte a ragione di soldi o lire od altre monete immaginarie del paese? Dunque sono tutte scemate alla stessa ragione. Or questa considerazione è una veste che sta bene indosso a tutti i principi: vestasela pur ciascun d'essi, e vedrá come il solo accrescimento delle monete ha diminuito le sue entrate, danneggiato i suoi nobili, rovinate le arti, impoveriti li sudditi, e resi in ogni parte di piú infelice condizione i suoi Stati; e intanto a lui resta, se non impossibile, certamente difficile ed odioso il rimediarci col rimetter a suo luogo le valute, che io so bene confesseranno i principi stessi e i loro ministri esser il piú delle volte affatto impossibile. Vero è che non è questa sola la malattia che rovina gli Stati: ma dell'altre parlerá chi della politica universale imprenderá a trattare; perché io, alle sole monete in questa operetta avendo la mira, piú oltre non m'avanzo di ciò che da esse dipende e con esse abbia notabile connessione.

Frattanto non è da tralasciare il dire che talora i disordini delle monete producono, secondo le circostanze de' tempi, cosí funesti emergenti, che sembrano poco meno che incredibili. E fu ben lagrimevole quello che scrisse Carlo Molineo, nel suo _Trattato de' commerci_, che seguí l'anno 1537 in Brettagna di Francia, ove nacque, a causa d'alzamento di monete e di poco opportuna proibizione d'alcune di esse, nelle quali consisteva l'aver della plebe, che per questa sola cagione, avanti che si rimediasse a' disordini, vi morirono di fame piú di 10.000 poveri. E molte volte sono seguite funeste guerre fra' principi per questa sola cagione, come quella di Pietro re d'Aragona contro il re di Maiorica, di cui fa menzione nel suo trattato _De republica_ il Bodino. Cosí Cedreno racconta, che fu di gravissimo danno a' greci l'editto di Niceforo Foca imperadore, che volle che le monete col suo impronto valessero piú che quelle de' suoi predecessori, con tutto che in nulla le avantaggiassero, siasi nella bontá o nel peso. E Procopio cesareense, nella storia della vita di Giustiniano imperadore, biasima anco in ciò quell'imperadore (al suo dire, scelleratissimo), perché, oltre tant'altre tirannie, cangiò valore alle monete in danno de' sudditi [31]. «_Sed mittendum minime arbitror_--dice egli,--_ut ex terunciis hi principes eruscarint_--parla d'ambedue i consorti Giustiniano e Teodora, perché sopra ha in piú luoghi mostrato che l'imperio era piú da Teodora che da Giustiniano stesso governato.--_Olim nummularii singulos stateres aureos decem ac ducentis obolis, quos 'pholes' vocant, exactoribus pendebant: principes, quod sibi fore compendio vident, centum et octoginta commutari decernunt, scilicet parte sexta cuiuslibet aurei numismatis subditis omnibus decocta_». Pare non sia senza qualche difficoltá questo passo di Procopio, ove dall'aver Giustiniano ridotto gli stateri d'oro a 180 oboli, che prima si cambiavano per 210, sembra aver egli deteriorato in questo modo a' sudditi ogni moneta d'oro una sesta parte. Né mi darebbe fastidio che 30 oboli siano la settima non la sesta parte di 210, perché almeno sono la sesta di 180 residui; ma pare difficile a capire come a Giustiniano tornasse utile, «_quod sibi fore compendio vident_», il cosí diminuire il valore alle monete d'oro. Ma chi averá considerato qui sopra come l'accrescer di valor le monete d'oro ed argento porta a' principi pregiudizio nell'entrate e dazi, facilmente ancora potrá capire che porterá loro utile lo scemarle di valore. Perciocché, se con uno statere aureo, che pesava mezz'oncia, cioè due _didrachmi_, avevano 210 oboli, co' quali pagavano, per esempio, il tributo di 21 iugeri di terra; divenuto lo statere solo 180 oboli, non serviva che a pagare per 18, e per conseguenza conveniva loro aggiungere la sesta parte d'uno statere di piú, per pagar quella gravezza, che con un solo statere prima pagavano; ond'è verissimo che d'ogni statere d'oro il suddito ne perdeva la sesta parte.

CAPITOLO XIII

L'introduzione di monete d'oro e d'argento forestiere a maggior prezzo dell'intrinseca loro bontá produce alzamento di quelle del paese.

Il far baratti di mercanzie, dando quella che val piú per quella che val meno, è quel modo di negoziare che piú facilmente, ed a via piú dritta e breve, conduce al fallimento. Ma e che altro fa un principe od un governo di qualsivoglia Stato, quando alle monete forestiere, ancorché d'oro o d'argento di buona lega, permette il corso a prezzo maggiore di quello che giustamente converrebbesi, se si proporzionasse l'intrinseca sua bontá e peso alle altre del paese? che altro fa, dico, che barattar le sue buone a quelle di que' principi forestieri, che sono meno buone? Sono buone l'une e l'altre, se parliamo in genere della qualitá del metallo; ma, se, rispetto al prezzo, che si fanno correre le proprie cosí d'oro come d'argento in ordine al metallo fino che contengono, si valutano piú le forestiere, chi non vede che i mercanti forestieri, anzi talora i principi stessi che le hanno battute, ne manderanno la maggior quantitá che potranno, a baratto di quelle del paese, che in paritá di prezzo contengono maggior quantitá di metallo fino?

Non bastarono i tesori d'Atabalipa e di Montezuma e le continue ricchissime flotte del Perú, del Messico e d'altri sí vasti regni d'America, che furono di nuovo portati nella Spagna, per supplire alle magnanime spese di Carlo quinto, che nelle tante e moltiplici guerre, ch'egli fece e sostenne in sua vita, disperse piú tesori di quello sapesse a lui portare la fortuna, onde ardirei quasi dire oltrapassasse quelle d'ogn'altro imperadore, mentre poco meno che esausto lasciò l'erario, allorché cesse ad altri le redini de' suoi regni. Erano, dico, sí grandi le sue spese, sí vasti i suoi disegni, che, non bastandogli le antiche e nuove rendite di tanta parte ch'ei possedeva del mondo, pensò far nuovo guadagno sulle monete; e del 1540 lo scudo d'oro di Castiglia, Valenza ed Aragona, che prima batteva del pari con li ducati d'oro veneziani, fiorentini, senesi, ongari ed altri, che erano allora di tutta bontá di 24 caratti o poco meno, ridusse a bontá di caratti 21 soldi 18, che a conto veneto si direbbe «_pezo_ 108 per marca», e ne diminuí eziandio di tre grani il peso, nel modo che tutt'oggi vediamo le mezze doppie di Spagna, non altro volendo dire una doppia che una moneta da due scudi d'oro o sia un doppio scudo d'oro. Ma, veduto dagli altri principi lo svario di queste nuove monete, e ben conoscendo che, se admettevano le mezze doppie di Carlo quinto al pari de' zecchini veneziani e fiorentini, si tiravano addosso un danno irreparabile, perché sarebbono stati portati fuora de' loro Stati gli scudi d'oro buoni ed introdotti gli altri di minor peso e bontá, risolsero d'imitarle. Ed allora fu che il pontefice e gli altri potentati quasi tutti d'Italia cominciarono a battere li loro scudi d'oro, doppie e doppioni di bontá inferiore non solo a' primi, ma a que' stessi di Carlo quinto; e la corte romana, per isfuggire il pregiudizio che portava alle sue entrate la diminuzione dello scudo d'oro, ha ritenuto dipoi il costume di valutare lo scudo d'oro di Camera un paolo piú dello scudo d'oro corrente o sia della mezza doppia.

Tanto narra il Bodino nel piú volte accennato trattato, sebbene io vedo tuttora aver corso doppie e mezze doppie di Ferdinando e d'Isabella re di Castiglia, che sono di peggior lega e peso delle ordinarie di Spagna: onde ho dubbio grande che il male non cominciasse da Carlo quinto, ma bensí fosse da lui imitato nuovamente. Nel che è ben degno da avvertire che, avendosi gli altri principi, col battere li suoi scudi d'oro anch'essi d'inferiore bontá, in gran parte difeso dal danno che poteva loro avvenire se admettevano gli scudi d'oro di Castiglia a valuta eguale de' suoi primi (perché, in questo caso, potevano i ministri di Cesare incettare per tutto gli scudi d'oro dagli altri, e ribatterli in scudi d'oro di Castiglia, con quel guadagno che porta lo svario della mezza doppia all'ongaro, ch'è sopra dieci per cento), non restò perciò che in tutti i luoghi non alzassero di valuta le monete. Mentre, admesso per gli Stati di Cesare ed altri ancora il suo scudo d'oro a quel numero di lire immaginarie che in ciascun paese valevano prima, lo scudo d'oro veneziano, detto «zecchino», che religiosamente è stato sempre dalla veneta sapienza custodito e mantenuto alla solita bontá e peso, ha dipoi sempre valuto sin tre paoli di piú dello scudo d'oro o sia mezza doppia di Castiglia; e li zecchini gigliati di Firenze hanno lungo tempo mantenuto dipoi con decoro il valore vantaggioso in pari modo sopra quelli di Spagna, sebbene, trasandato da quelle zecche di piú batterne, è restato a poco a poco abolito: ma l'ongaro e ducato d'Allemagna ed Ongheria, ch'è stato alquanto dalla perfetta bontá primiera peggiorato, è anco restato al disotto del zecchino giusta la sua intrinseca proporzione. Cosí l'imperadore fece guadagno per una volta tanto di dieci per cento in circa sopra tutta la moneta d'oro che correva per li suoi regni; ma, se avesse fatto meglio i suoi conti, averebbe veduto che quest'utile gli veniva contrapesato con la perdita di dieci per cento di tutte le sue entrate in perpetuo, conciossiacché con le stesse monete da lui spese una volta venivano ogn'anno pagate le loro contribuzioni da' suoi sudditi.

Ma passiamo ad altri esempi piú evidenti e piú moderni. Non si può con penna spiegare i gravissimi danni, che ha cagionato a' turchi l'aver admesso ne' loro paesi le monete di Francia da soldi cinque, dette in Turchia «temini», a prezzo maggiore la metá di quello che intrinsecamente valevano, perché l'industria de' mercanti francesi ed italiani ha saputo cosí ben valersi dell'occasione, che n'hanno in Turchia di cristianitá asportato quantitá incredibile di milioni, a pregiudizio di tutto il Levante.

Il Taverniere, nel racconto de' suoi viaggi, ne narra la storia per quello tocca a' turchi e francesi, dal quale aveva io molte notizie per quello aspettava ad altre zecche italiane, ed è tale.

Era giá introdotto in Francia l'uso di batter le monete col torchio a bilancia, ch'è un istromento nel quale il conio s'imprime mediante una vite poco differente da quella de' stampatori de' libri; se non quanto questa vite sostiene di sopra un ferro traverso grande a guisa di bilancia, impennatovi in mezzo e sostenutovi in equilibrio, il quale, lungo sette in otto piedi alle estremitá sue, vien caricato di due gran palle di piombo al peso di cento e cinquanta e piú libbre l'una, nello stesso ferro infilzate e ferme. Sta il coniatore a sedere basso sotto il giro di questa bilancia, esponendo ad una ad una le monete sotto il conio, e sta al di fuori un uomo robusto, che va scagliando quella bilancia in giro; sicché, spinta con forza, colpo per colpo, girando la vite, stringe vigorosamente fra due conii la moneta, e le dá cosí vivo e bello impronto, che, lasciando lustri i fondi all'intorno delle rilevanti figure, sembrano piú tosto ben lavorate medaglie che monete ordinarie di zecca. Il che nelle doppie di Francia, massimamente nuove, molto bene s'osserva.

Battevansi del 1657 in Francia con questo stromento non solo le monete d'oro, ma quelle ancora d'argento, e fra le altre alcune picciole monete da cinque soldi l'una, di bontá poco inferiore alla pezza da otto di Spagna, ma di peso a dodici per una pezza da otto. Fu pensiero d'un mercante di Marsiglia di tentare a mandare in Turchia di questa sorte di monete, e n'inviò come per un saggio due o trecento scudi a un suo fattore a Smirne; il quale seppe sí ben valersi della curiositá de' turchi, che d'un subito di cosí bella moneta s'innamorarono, che le fece loro passare per reali da otto alla pezza, benché in fatti al peso ne andavano dodici. Ed era ben ridicola cosa vedere come, per esser cosí tonde e ben fatte a paragone de' piccioli reali di Spagna, mal tagliati e peggio improntati, i turchi piú volentieri ricevevano quelli che questi, dicendo che quelli di Francia erano intieri e non erano stati tosati come quelli di Spagna. Gran carestie di bilance! Ma di piú, avendo per costume le donne di Levante, particolarmente nell'Asia, di adornarsi il capo attaccando alle loro cuffie zecchini nuovi pendenti intorno al viso, cominciarono le meno ricche ad adornarsi con queste d'argento; e si diffuse sí fattamente la moda, che ormai pareva che in tutto il Levante fosse ogn'altra moneta, fuori che questa, affatto discreditata e poco meno che bandita: onde narra il Taverniere predetto che, ripassando di Persia in Turchia, fu, non so in qual luogo, cosí da certe femmine pregato per questi temini, che non poté aver da mangiare per altra sorte di monete.

Guadagnavano adunque i mercanti francesi 50 per 100 su queste monete; e perciò ne mandavano giá incredibili somme, tirando di lá non piú sete o altre mercanzie, ma pezze da otto, che di nuovo, convertite in temini, colá rimandavano. Ma, non potendo star occulto cosí gran traffico, furono ben presto imitati dagl'inglesi, ollandesi ed italiani. Fu dei primi in Italia un principe di Toscana, al quale ne diede il ricordo un mercante ebreo, al nome del quale ne passarono molte cassette a Livorno, una delle quali finalmente, trattenuta colá per non so qual ragione di contrabbando, diede fors'ella il primo motivo a quel granduca di fabbricarne anch'esso. Ed io mi trovai ben piú volte a consulte col zecchiero d'allora per trovar modo di far quel torchio a bilancia che usavano in Francia, di cui non avevano che debole notizia e solo quasi in embrione allora in Firenze; e non era facile averne disegni né modelli, perché anco in Francia era tenuto segreto. Cosí, dopo molte prove e superate molte difficoltá, si giunse a fabbricare i temini di bellezza niente inferiore a quelli di Francia. Ed allora fu che, battendosi a furia di tal sorta di monete, se ne inviavano a Livorno per cinquanta e sessantamila, e talora fino a centomila pezze da otto la settimana: né altro talvolta arrestava il corso che la mancanza d'argenti, che però per ogni via si proccuravano. Avevano molte altre zecche contrafatto totalmente il conio di Francia, per non incontrare, con la differenza, difficoltá nello spenderli in Turchia; ma la zecca di Firenze volle batterle col vero impronto e nome del suo principe, solo intanto rassomigliando a quelle di Francia, in quanto da un lato avevano le francesi la testa del suo re coronata di corona francese, e queste la testa del granduca coronata della corona di Toscana; quelle dall'altro lato lo scudo di Francia con tre gigli, e queste un simile scudetto con la palla superiore di quelle de' Medici ornata di tre gigli; e le lettere intorno palesavano sinceramente il nome del principe.

Ma finalmente, riempito di questa moneta il Levante, sicché non trovavansi quasi piú pezze da otto, ma per tutto correva temini, cominciarono a dolersi gli altri mercanti d'Europa che non potevano ne' loro contratti ricevere a prezzo di loro mercanzie monete di tanto scapito: onde, sebbene a qualche rumore che ne mosse il bassá del Cairo fu provveduto con buoni donativi a lui medesimo, nondimeno, non potendo piú a lungo durar occulta la cosa, ne giunsero finalmente al gran visir le doglianze, il quale ordinò subito, ma tardi, che non fossero ricevute né spese che a ragione di 12 alla pezza da otto, altrimenti restassero proibite. E cosí restarono di piú batterne le zecche maggiori.

