Economisti del cinque e seicento

Part 29

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L'altra maniera del tosare onoratamente è quella che praticano alcuni, che di continuo raccolgono le monete, particolarmente d'oro, che siano di peso, e le mandano in quelli paesi ove gli ori si spendono a peso, per riceverne a baratto altrettanto scarso, pure a peso, ed imborsarsi il soprapiú, mentre le scarse spendono nel loro paese allo stesso prezzo che le giuste; anzi mandano mercanzie a quei paesi ove corrono gli ori a marco, e nel prezzo fanno patti d'esser pagati con monete scarse, perché tanto piú in peso ne va a compire li loro pagamenti, ed a casa loro fanno il guadagno. Onde io mi ricordo aver in certe cittá riscosso qualche somma di doppie in piú volte dalle stesse casse pubbliche (colpa però di qualche ministro), niuna delle quali mancava meno 8 grani, le semplici 16 e 18, i dobloni di giusto peso: e pure contuttociò non lasciava io di spenderle allo stesso prezzo come se fossero di peso, perché cosí era l'abuso comune della cittá, che ormai l'ha pagato. Ma frattanto in mano a quelli che ne fanno il traffico restano 7 e 8 per cento; e se nella cittá si trovano, per esempio, due milioni di monete cosí tosate, trovansi que' cittadini avere 6, 7, anzi 8 per cento di vera valuta di meno. E quei mercanti, che trafficano in seta ed altre mercanzie forestiere e che fuori di quel paese sono costretti a spendere gli ori per quello che pesano, vi perdono quel tanto che calano; onde sono forzati a vendere tanto piú care nelle loro botteghe le merci, e ne rissente il danno ciascuno che compra. Anzi, perché ne' pagamenti, che si vanno a far fuori di quello Stato, si ha minore scapito portando monete di giusto peso, quindi nasce che sono ricercate e comprate con aggio sopra il prezzo corrente, onde a poco a poco crescono di valore le monete di peso. Ed è questa la seconda delle cause che dánno impulso a sí pernizioso effetto.

Non ha molto che io, passando per Bologna e Ferrara, non ho potuto osservare senza stupore i testoni nuovi scarsi dall'antico peso; e i vecchi, proibiti se non sono di peso pari almeno ai nuovi; e i paoli poi e mezzi paoli, permessi non ostante che siano tosati sin sulla pelle; e quei mercanti e bottegai, affaccendati, per ogni picciola cosa che vendono, in pesare scrupolosamente i testoni d'argento; ma, se si tratta di ricever oro, accettar doppie e mezze doppie, che calano sin 12 e 15 grani l'una, e talora 20 e piú, le prendono senza guardarle.

Ora io farei ben volentieri il conto a qual proporzione in quei paesi sta l'oro e l'argento; ma non ne trovo la via, perché fra tanti disordini non è possibile raccapezzarne il filo. Pure tentiamo almeno.

Sono li testoni in bontá di 11 once per libbra e pesano, secondo il peso nuovo, 195 grani a peso di Bologna; ma pesavano prima 204. Dunque hanno di fino ciascun testone grani 178-3/4, ma una libbra d'argento fino contiene grani 7680 in ragione di grani 640 l'oncia. Secondo quel peso, adunque, con una libbra d'argento fino si fanno testoni 43 meno 6 grani, che, a 30 baiocchi l'uno, vagliono 64.9. Ma la doppia di Bologna, di bontá di caratti 21 grani 21, pesa grani 140, ma tiene di fino solo grani 127-5/8: onde in una libbra d'oro fino saranno doppie 60 grani 22-1/2, che, a 15 lire la doppia, vagliono 902. 8. 21. Val dunque la libbra d'argento fino in testoni lire 64.9. La libbra d'oro fino in doppie, lire 802. 8. 2. E la proporzione di questi fra l'oro e l'argento è di 14 e 1/12 ad uno; e però consta manifestamente che fanno valere l'argento assai piú della vera analogia che corre fra l'altre piazze, particolarmente in Genova, ove battono l'oro e l'argento a proporzione di 14-3/4 per uno. Di qui nasce che mai non averanno in quei Stati doppie di peso, e, se ne batteranno assai, subito saranno portate fuori di Stato; perché, se batteranno una doppia, in altri Stati si avrá tanta moneta d'argento piú di quello che averebbono in Bologna, quanto importa la differenza di 14-1/12 a 14-3/4. Ma in fatti, benché abbiano battuti molti testoni, pochi nondimeno se ne vedono, essendo portati in altri Stati, e corrono in sua vece doppie scarsissime; onde, supposte esse doppie calanti solo di 8 grani l'una, vediamo se la tolleranza di questo abuso sia sopportabile. Avrá ogni doppia di tal peso solo grani 120 di fino, sicché in una libbra d'oro fino sarebbero doppie 64 e valerebbero lire 960, onde la proporzione d'oro fino ad argento fino sarebbe di 14-1/8 ad uno. Ed ecco che in questo caso mette conto a portar a Bologna doppie d'Italia che calino 8 e piú grani l'una dal giusto peso, e barattarle anco a testoni nuovi, ancorché calanti dal peso antico; perché, fuori di quello Stato, valutati a ragione dell'intrinseca bontá, valeranno piú che non valevano le doppie calanti suddette; e tanto piú se caleranno piú degli 8 grani suddetti. Ma questo abuso di lasciar correre monete d'oro sí smoderatamente calanti, oltre il dar eccitamento a' mercanti propri di farle venire da' paesi forestieri ed a' mercanti forestieri di mandarle, perché l'uno e l'altro vi trova il suo utile, porge motivo ancora ad altre persone di manco coscienza di tosar quelle che sono di peso, che loro capitano nelle mani, per salvar per sé quell'oro, poiché giá ad ogni modo hanno corso. E però, chi considera bene, dal tempo in qua che sono introdotti questi abusi, le facoltá di quei paesi universalmente ponno dirsi scemate 5 o 6 per 100 ed anche piú, perché chi tira entrate in contanti, riceve in monete tosate 5 o 6 di meno per 100, mentre corrono le monete a quegli stessi prezzi anche comprando, perché anzi le mercanzie forestiere si pagano da loro quel tanto di piú. Perché, se, per esempio, vengono tele d'Ollanda di lino ed altre oltramontane, se ferramenta di Brescia, se drapperie di Venezia o di Francia, se panni d'Inghilterra o d'Ollanda, se ogli di Toscana o di Puglia, se droghe di Livorno o Venezia, anzi se bisogna loro frumenti degli altri Stati, come alle volte accade, i mercanti, che le fanno venire e che per prezzo di tali merci rimettono monete di giusto peso, tanto piú le rivendono in Bologna; onde il danno ritorna addosso a chi ha da servirsi. Che se le gabelle con monete calanti si pagano, ne va il danno al pubblico erario; se con monete di peso, ne ha il danno chi le paga, perché vende poscia a monete scarse, e per rifarsene cresce il prezzo; e se a gabellieri è assegnato di far pagamenti ad altri, che dal pubblico ricevono soldo o per stipendio o per credito, sanno ben anche approfittarsene, pagando con monete piú scarse: il che per altro ho io udito tante volte di belli spiriti difendere per tolerabile non solo, ma utile ancora alla cittá.

CAPITOLO XII

Danni che dall'alzamento delle monete provengono all'erario del principe ed alle borse de' privati.

Quegli uomini, che, caduti talora in cattiva disposizione di salute, non ponno soffrire le regole che loro prescrive il prudente fisico, e che anzi tutto ciò che loro piace si figuran salubre, e come diceva Tacito: «_Imminentium periculorum remedia putant ipsa pericula_», onde si bevono poco a poco volontariamente la morte e per lo meno si rendono perpetua l'infermitá, sono, per mio credere, poco dissimili a quei principi, che, pensandosi far guadagno sulle lor zecche, si lasciano indurre, dalle offerte de' partitanti o da' ricordi di poco in questa parte intendenti consiglieri, a dar mano a quel presente lucro che sembra loro evidente e palpabile, e permettere errori massimi nelle zecche medesime e nelle monete, che fanno balzar di subito le valute d'ori e d'argenti piú alto; e non si avvedono esser molto maggiore il pregiudizio che a' lor popoli ed al proprio erario ne risulta, di quello che sia stato l'utile che ne hanno incautamente ricavato.

Per render chiara questa proporzione, ch'è quella che dá il peso a tutta questa opera, mi basta portar alcuni de' piú freschi esempi, de' quali non per anco è smarrita dalla mente degli uomini la memoria. Erano, del 1658, terminate le guerre de' svezzesi, brandemburghesi e transilvani contro la Polonia; e, ritornato Casimiro su quel trono, poco prima quasi perduto, attendeva nella pace a risarcire dalle passate tempeste l'abbattuta nave di quel regno. Era l'erario regio esausto, eran vuote le borse de' nobili, falliti e dispersi gran parte de' mercanti, le campagne per piú anni incolte non avevano reso alcun tributo a' suoi signori; il regno tutto insomma, fra le orridezze delle passate incursioni e campeggiamenti, involto in orrido squallore. Il peggior de' mali si era un corpo numeroso di soldatesca, creditore di molte paghe del passato e di non poca e pur necessaria spesa in avvenire, malcontenta e strepitante. Per far danaro da soddisfarla, fu pensato dar mano a batter nuove monete, e perciò destinati nuovi zecchieri; e da questi e da altri fu proposto al re il dannoso ricordo di batter moneta con le solite impronte, ma di lega inferiore, affine di continuare, e col guadagno della prima battuta comprar argenti e, coniandoli in monete, crescendo gli utili, provvedere con essi a' bisogni del regno. L'occasione di comprar argenti era pronta, perché i nobili, che per ritornare alla corte e comparir con decoro erano esausti di soldi, dissotterravano le argenterie loro, giá sepolte avanti la guerra per esentarle dalle rapine nemiche, e supplivano con esse alle necessitá in che gli aveva posti la mancanza delle loro raccolte ed entrate, onde le portavano in abbondanza alla zecca. Nondimeno s'opposero molti, e fra gli altri i danzicani, che, sí per esser la cittá loro il maggior emporio di Polonia, sí per esser su' confini, di dove ogni loro negozio era da un lato bensí con i polacchi, ma dall'altro con svezzesi, danesi, ollandesi ed altre estere nazioni, meglio degli altri intendevano i danni che avvenire ne potevano, perché prima degli altri li provavano; e con scritture sensatissime (alcuna delle quali ho appresso di me) rappresentarono al re dover esser questa una nuova rovina del regno. Ma, o non intese le ragioni o cosí forzato dalla necessitá, crudel tiranna anco de' regi, batté Casimiro per piú milioni di tali monete; che, non considerate, a principio furono ricevute e spese, come se la mala condizion loro nulla importasse, mentre a quel prezzo correvano a cui dalla regia autoritá erano state tassate. Né si dolsero tampoco le soldatesche, se non quando, men d'un anno dipoi, cominciarono le nuove monete col proprio rossore a confessare il loro mancamento, e tutt'a un tempo vedersi il regno esausto quasi del tutto d'ogni altra moneta buona, mercé che, non accettata la nuova moneta dagli esteri se non per quanto valeva, che era appunto la metá di quanto in Polonia era valutata, chi aveva a portar soldi fuori di Polonia, cercava ongari, taleri e urti vecchi, che perciò quasi tutti fuori di regno erano ormai passati; anzi que' pochi ch'erano restati, chi ne aveva bisogno, li pagava molto piú del primo valore. Ed in questo modo si alzarono le monete buone in breve tempo a tal segno, che finalmente l'ongaro, che prima sei fiorini valeva, giunse a valerne dodici. Allora fu che s'accorsero non aver piú in tutto il regno se non la metá delle sostanze che prima vi erano in contanti, perché que' fiorini, che erano stati ricevuti per la sesta parte d'un ducato d'oro o sia d'un ongaro, erano divenuti la duodecima parte del medesimo; e perciò erano restati di valore solo la metá di prima. Concorreva alla rovina delle monete, e per conseguenza del regno tutto, la malizia di molti ancor esteri, che, veduto il guadagno grande che faceva da principio il re su quelle monete, ne batterono quantitá incredibile di nascosto con gli stessi impronti e della stessa lega; onde non era possibile di ricusarle per false, né distinguerle da quelle del re medesimo, perché erano della stessa bontá. Anzi continuarono gli svezzesi a mandar de' loro scilinghi, ch'è moneta bassissima, la quale, sebbene era con l'impronto svezzese, correva però ormai copiosa per la Polonia, introdottavi a poco a poco fin da' tempi avanti le guerre, che non era possibile bandirla senza grandissimo pregiudizio di tutta la povertá, che non averebbe sofferto d'esserne priva. Cosí dunque, asportato fuori del regno quasi tutto il buon metallo, restò la Polonia, e i suoi abitanti tutti, con la metá solo del primo valsente; mentre i fiorini ed altre monete regie ed i scilinghi giá non valevan piú che la metá di prima, mentre per aver un ongaro d'oro o un talero di buon argento vi bisognava il doppio di quella piú trista moneta. Per figurarsi qual fosse il danno e quanta la confusione di que' popoli in un sí strano emergente, basta solo concepire ciò che sarebbe, se d'improvviso ci fosse la metá delle borse e de' scrigni di ciascuno levata. Li mercanti, particolarmente lucchesi, fiorentini ed altri, che colá dimoravano trafficando con drapperie italiane ed altre merci, furono forzati alzar di prezzo le loro mercanzie. Ma, prima d'alzarle, ne patí strane convulsioni la mercatura stessa: mentre, avvezzi li nobili a pagar sei fiorini l'auna la drapperia di seta per vestirsi, non potevano soffrire di pagarla dodici, con tutto che prima e poi fosse sempre un solo ongaro, né poteva il mercante darla per meno; onde gran parte, e massime de' piú poveri, se la passava senza comprarne. Li nobili stessi, che riscuotevano le entrate loro a fiorini, trovavansi con la metá delle primiere entrate, mentre per far 1000 ongari bastavano giá seimila fiorini d'affittanze, ed ora meno di dodicimila non ci volevano a farne il cumulo. Le pubbliche gravezze, che pure a fiorini si contavano, non rendevano piú al re ed alla repubblica se non la metá di prima; ed il volerle crescere a quei popoli, pur troppo afflitti dalle passate guerre, era, per lo timore di sollevazioni e tumulti, cosa impossibile. Le soldatesche, che si videro restato lo stipendio, benché sotto nome della stessa quantitá de' fiorini, la metá sola del suo valor vero primiero, s'ammutinarono e diedero campo alle discordie intestine, ben fastidiose di quel regno, che tanto angustiarono l'animo di quel buon re Casimiro. Anzi, ne' progetti d'aggiustamento fra esse milizie ed il sovrano, proponevano sempre per primo capitolo delle pretese soddisfazioni le teste degli italiani zecchieri ed altri ministri, creduti autori della trista moneta. Della serie di quelle turbolenze non accade giá farne racconto, perché ella è ormai nota nelle storie appresso piú autori, essendosi alla malcontentezza delle soldatesche per le monete mescolata l'ambizione e l'interesse de' grandi, con pericolo di total sovversione del governo. Insomma le debolezze, nelle quali s'andò precipitando da questi disordini quell'importante e vasta monarchia, benché cominciate dalle guerre svezzesi, non hanno finito senza la perdita della Podolia e dell'Ucrania, di cui s'impadronirono i turchi con piú fortuna che valore, mentre ebbero a fronte un regno che altre volte, sano ed unito, averebbe ben facilmente fiaccate le corna alla lor luna. Ma che? in questo stato d'infermitá e disunione, non poté se non cedere una parte per non perdere il tutto.

Ma egli è cosí universalmente vero che l'alzamento delle monete apporta infiniti danni a' principi ed a' popoli insieme, che io, senza addurne altri esempi in questo luogo (perché ne' seguenti capitoli averò nuova occasione di farlo), non voglio con altro provar la mia proposizione, che con ridurla a calcolo, e mostrarne, come suol dirsi, col dito manifesti gli effetti.

Le gravezze, tributi, decime, dazi ed ogn'altra imposizione, che i principi da' suoi popoli riscuotono universalmente, sono costituite in moneta minuta o immaginaria del paese. Se pagano estimo i campi, devon per quelli pagarsi tanti soldi o tante lire o tanti baiocchi al campo, allo stiolo, biolca o tornatura di terreno. Se il vino, se il formento paga dazio, contasi questo in ragione di tanti soldi o quattrini la libbra. Le mercanzie tutte, terriere o forestiere che siano, pagano a tanti soldi la libbra o tante lire il cento. Se si paga un tanto per bocca, come sul Padovano pagano i contadini, ed è chiamato il «dazio del boccatico», assegnato dalla serenissima repubblica per dote dello Studio pubblico, pagano quei contadini 28 soldi per testa l'anno. Che, se tanto pagavano quando il zecchino valeva cento soldi quant'ora ch'egli ne vale 400, è manifesto che non si cava ora che un quarto dell'oro che anticamente soleva ritrarsene. Insomma sempre sono contate l'entrate del principe a ragione di monete minute o d'immaginarie, che torna lo stesso. Se dunque le monete reali d'argento e d'oro crescono di valutazione, che altro è quanto che scemar di valore (come nell'antecedente capitolo si mostrò) le valute immaginarie e le monete inferiori, e per conseguenza scemar le pubbliche entrate? Non è egli vero che, se con uno scudo d'argento di dieci paoli io pagai in Modona, mia patria, molt'anni sono, il dazio della macinatura di 4 sacchi di grano, in ragione, per esempio, di 45 di que' bolognini il sacco, in tempo che lo scudo valeva nove lire: ora, ch'egli ne vale undici e cinque bolognini, con un simile scudo pagherò il dazio per cinque sacchi? E, se cosí è, non ha egli quel principe serenissimo perduta la quinta parte di quell'entrata nel suo Stato a causa dell'alzamento, che hanno fatto nel suo Stato istesso le monete d'argento e d'oro da quel tempo in qua? che pure non è molto, perché ho memoria che del 1648 lo scudo predetto non valeva che otto lire sole, ed ora val, come dissi, undici lire ed un quarto. Ma e le altre gabelle, le altre entrate tutte di quel principe non sono elleno da quel tempo in qua scemate con la stessa proporzione che è cresciuta la valuta delle monete? Or vadano i suoi ministri, e quelli in particolare, se vivi fossero, che, giá tempo, tante volte hanno consigliato affittare ad ebrei o ad altri partitanti battiture d'un tanto di monete di lega peggiore del consueto, allettandosi il principe con l'offerta che faceva il partitante di qualche migliaio di doppie al suo erario; o quelli che hanno indotto il principe stesso a far batter in proprio conto, additandogli il profitto ch'era per trarne su la liga del metallo: e scandaglino bene se l'utile, si può dir momentaneo, che ne trassero per una volta sola que' principi, che allora vivevano, sia paragonabile al danno che n'hanno ricevuto in perpetuo nelle loro entrate.

Il serenissimo Francesco secondo, vivente, intese giá ne' primi anni del suo felice governo che al passo del fiume Panaro su' confini di Modona e di Bologna, ch'è di sua ragione, facevano que' barcaiuoli pagare un testone ogni carrozza da nolo, che erano allora tre lire e tre bolognini di quella moneta; ma che questo dazio o pedagio non era stato da' principi anteriori costituito se non in 45 bolognini soli, e che la varietá da' 45 a' 63 era nata perché a que' primi tempi il testone non valeva che 45 bolognini; e, sebbene il testone è moneta bolognese, non modonese, avevano que' passatori sempre esatto un testone e non 45 bolognini: onde, sebbene avevano sempre esatto solo un testone e non piú, nondimeno era cresciuto il dazio da 45 a 63, contandolo a moneta minuta modonese. Né valse alcuna rimostranza d'interesse, che facesse qualche ministro a quell'ottimo principe, benché giovanetto allora di quindici anni; ché ordinò che non si facesse pagar piú de' soliti 45 bolognini, e fosse qual si volesse il danno dell'erario. Giusto insieme e pio principe! Ma frattanto, se si fosse mantenuta all'antico posto la valuta de' testoni e delle altre monete d'argento, egli averebbe tuttora, d'ogni dieci carrozze che passano quel fiume, una doppia d'oro; che, sostenendo a 45 bolognini l'una il pedagio, non bastano 14 carrozze: onde ha perduto poco meno del terzo di quell'entrata.

Ora lo stesso, che di quello Stato ho fatto vedere, di tutti gli altri può dirsi, ne' quali tanto scemano le entrate pubbliche sempre, quanto crescono le valute delle monete d'oro e d'argento. E non è solo danno del principe questo accrescimento, ma della maggior parte de' sudditi ancora; anzi non so quasi se fra tutti ne sieno altri che non ne sentano il danno, fuor di que' mercanti, che stanno su l'incetta delle monete e che ne attraggono a se medesimi il profitto nel modo che si dirá piú avanti. Conciossiaché tutti quelli che posseggono censi, livelli ed altre entrate annue, che sono loro pagate a contanti, vanno del continuo perdendo tanto delle entrate loro effettive quant'è l'accrescimento delle monete.

Fu comprato da un mio antenato un censo di 3000 scudi di Modona, da lire cinque e soldi tre l'uno, in tempo che la doppia valeva 22 lire e mezza della stessa moneta, e fu pattuito col censario che egli ne pagarebbe il frutto in ragione di sei per cento all'anno: onde era un'entrata di 180 scudi all'anno in moneta suddetta. Fu sborsato il prezzo in doppie d'Italia, e importò lire 15.450, che erano doppie 686 e lire 15, e li frutti importavano 927 lire l'anno, che erano doppie 41 e piú lire 4 e mezza. Se fosse al presente nelle mie mani quel censo, io trarrei le stesse 927 lire all'anno, come prima; ma, perché le doppie oggidí vagliono 34 lire l'una, mi pagarebbono con doppie 27 con piú lire 9, che sarebbono doppie quasi 14 ch'io averei di meno all'anno d'entrata di quel censo. E, volendo i censuari francarlo, potrebbono farlo con sole doppie 454 e piú lire 14: che farebbero bensí la somma di prima di lire 15.450, ch'ei fu pagato a moneta immaginaria; ma sarebbono 232 doppie effettive in circa di meno del primo pagamento. Ecco dunque quanto scemano le entrate che si riscuotono in livelli, pigioni, censi ed altri simili pagamenti. E frattanto quel gentiluomo, che deve mantenere con quelle il decoro della sua nascita, spende la stessa quantitá d'oro in vestirsi e far le sue livree che prima spendeva, e per conseguenza tante di quelle lire di piú quante piú l'oro stesso ne vale; mercecché il mercante, che di fuori fa venir sue mercanzie, non le può dare in minor prezzo in ragion d'oro di quello che prima valevano.