Economisti del cinque e seicento

Part 25

Chapter 25 4,084 words Public domain Markdown

Che se Giulio Polluce calcola che in Grecia, a tempo che quelle repubbliche fiorivano, un'oncia d'oro valeva una libbra d'argento; ciò non ostante, dalla grande varietá che in diversi tempi s'è veduto in questa proporzione, non può negarsi mal fondata la massima, non solo del Bodino, che, come dissi, ha preteso essere stata quasi sempre per 2000 anni avanti lui quella di 12 ad uno, e dover in avvenire conservarsi tale, ma di Gasparo Scaruffi ancora, che nel suo _Alitinonfo_ pretese d'insegnar il modo di mantener per tutto la moneta agli stessi prezzi per sempre. Ma supponeva che nel mondo non v'avesse difficoltá a questo 12 d'argento per uno d'oro per sempre, e non osservava che, se dall'Indie o dall'altre miniere cominciasse a venir molta piú copia d'oro che prima e molta minor copia d'argento, comincerebbe a barattarsi l'argento coll'oro a nuova proporzione, riducendosi ad 11, a 10 ed anche meno per uno; essendo che non istá in podestá de' principi il regolar sí fattamente le volontá dei sudditi in questa materia, che non siano trasgredite le sue leggi subito fatte, ogni volta che queste esorbitano fuori delle naturali proporzioni. Provi un principe a voler che si barattino per due scudi soli le doppie, e vedrá se, fuor di quei pochi che non avranno altro con che comprar il pane, gli altri non le asconderanno subito; e se chi averá bisogno di doppie non le ne anderá a comprar di nascosto anche per tre, che suol essere il loro prezzo corrente, da chi le averá. Non è dunque vero che fosse per lo passato, né che sia sempre per essere in avvenire, la stessa proporzione di 12 ad uno fra l'oro e l'argento, essendo molto lontani da quello, quasi sempre, che voleva il Bodino, gli esempi addotti e l'odierna esperienza, che in 100 anni da meno di 12 ella è passata quasi a 15 per uno. Certamente in oggi la proporzione piú comune è di 14-4/5 o pure 3/4 per uno, come si mostrerá piú avanti; né altro ha prodotto quest'alterazione se non la quantitá dell'argento venuto dall'America, che l'ha finora versato in Europa in tanta copia dalle inesauste miniere del Potosí e d'altri luoghi, che di continuo si vanno sviscerando, in proporzione delle quali, benché molto oro ancora di quelle parti ne sia venuto, egli è però assai meno di quello averebbe dovuto per mantenersi nella proporzione di 12 per uno. Anzi, se lo stesso Bodino avesse osservata la proporzione che da' suoi detti risulta, quando riferisce, come dicemmo sopra, che dall'America fino al suo tempo erano ormai venuti 100 milioni d'oro e piú di 200 milioni d'argento, averebbe trovato la proporzione assai maggiore di 12 ad uno, essendo che uno scudo d'oro non è che l'ottavo d'un'oncia, o sia d'una pezza da otto, onde 100 milioni d'oro sono 1.200.000 once; ed uno scudo d'argento coronato di quei tempi, che oggi «filippo» o «pezza da otto» si chiama, è prossimamente un'oncia, onde 200 milioni sono per lo meno altrettante once; e per conseguenza era venuto almeno 16 volte piú argento che oro. Che se, ciò nonostante, non per anche valeva piú di 12 ad uno, forse ciò fu perché gran parte di quell'argento a principio s'impiegò, fuori di moneta, in vasi ed utensigli de' grandi. Poteva però accadere che a poco a poco restarebbe piú vile l'argento in proporzione dell'oro; il che pare succedesse anche nella Giudea al tempo di Salomone, quando le flotte, che quel re per lo Mar Rosso mandava ogni tre anni all'Indie d'Ophir e di Tarsis, avevano portata incredibile copia d'oro e d'argento, che racconta il sacro testo che «_tanta erat abundantia argenti in Ierusalem quanta et lapidum_»; e poco sopra disse che «_non erat nec alicuius pretii putabatur argentum in diebus Salomonis, quia classis regis per mare cum classe hiram semel per tres annos ibat in Tarsis, deferens inde aurum et argentum et dentes elephantorum et simias_»[27].

Ora, se non fosse ormai lecito, com'è, di passare per favole certe storie di Plinio, che hanno il sembiante di racconti di vecchiarelle, io mi riderei bene da senno della sconsigliata risoluzione di Tiberio, a cui dice questo autore che essendo stato portato un vaso di vetro di cosí fatta natura, che non meno del rame e dell'oro potevasi tirare a martello, onde, caduto in terra senza rompersi, il buon maestro a vista dell'imperadore con un martellino ne racconciò l'ammaccatura della percossa; timoroso il monarca che, pubblicata l'invenzione, non scemasse di pregio l'oro, ne fece tantosto morire ingiustamente l'autore. Se il vetro ordinario e non trattabile a martello era vile rispetto all'oro, vi sarebbe egli per avventura chi mi sapesse dire il perché? Certo che, s'egli è bene men duro e meno lucido alquanto del diamante, nulladimeno il potersene far vasi da bere e prevalersene per tanti altri usi nobili è una prerogativa ben degna di contrapporsi a quella del diamante. Ma fossero pure in tanta copia nel mondo i diamanti come ci è il vetro, e li vedressimo piú vili assai del vetro; attesoché, data la paritá dell'abbondanza, piú stimabile sarebbe quello di essi che di maggior uso fosse, e s'imputarebbe a vizio ed imperfezione del diamante la sua immensa durezza. Dunque la raritá è quella circostanza, che rende piú e meno preziose le cose, che per altre condizioni sono da desiderarsi. E, se cosí è, perché dunque privare il mondo di una sí comoda invenzione del vetro trattabile a martello, con che potevano valersi di vasi tanto piú mondi che non sono i metalli, quanto che trasparenti e lucidi, senza timore che per ogni leggiera percossa andassero irremediabilmente in pezzi? perché rimunerarne sí ingratamente l'inventore colla morte? Che! manco al mondo forse quell'erba, di cui si fanno le ceneri dette «di soda», per fare il vetro, se, oltre la Spagna e le rive dell'Asia e l'Africa bagnate dal Mediterraneo, anche l'Italia in piú luoghi le produce? mancano forse i sassi ne' fiumi, che a compirne la misura si richiedono? E se v'ha copia sí grande di tali ingredienti, che ragione v'era egli di temere che l'oro perdesse il prezzo?

Consta dunque chiaro che, quantunque qualch'altra prerogativa dell'oro sopra l'argento può aver parte nella sua estimazione a paragone di quello, la principalissima cagione però della proporzione, con che si valutano, dalla maggior o minor copia dipende.

[A' giorni nostri in Italia la piazza di Genova, che, per esser la scala della maggior copia degli ori ed argenti che vengono dalla Spagna o dall'Indie, con ragione si deve considerare come norma delle altre, fabbrica le sue doppie di peso danari 6 grani 2-2/3 a bontá di danari 21 grani 18, e le spende lire 23.12 sua moneta; onde ott'once, o sia una marca di tal oro vale lire 741-258/550, e la marca d'oro fino vale lire 818-1378/7975: ed all'incontro ella fabbrica i suoi scudi, detti «genovine», di peso danari 35 in bontá di danari 11 grani 12, e le spende per lire 9.10 sua moneta; onde una marca di genovine vale lire 52-4/35, e la marca d'argento fino vale lire 54-306/805, onde vi vogliono marche 15-1377/30305 di argento fino per far la valuta d'una marca d'oro.

Milano, ch'è l'altra piazza, che ha gran copia d'oro e d'argento che viene dalla Spagna e dall'Indie, batte la sua doppia in bontá di danari 21 grani 21 e peso di danari 5 grani 10, e la spende lire 25.5; onde una marca di tali doppie tiene once 8, e vale lire 895-1/65, ma una marca d'oro fino vale lire 981-10917/11375 moneta di Milano. All'incontro batte il filippo d'argento in bontá d'once 11 danari 10 e peso di danari 22 grani 18, e lo spende lire 7.10, onde una marca di tali filippi vale lire 63-27/91, e contiene d'argento fino once 7 danari 14 grani 16. Ma una marca d'argento fino vale lire 66-6618/12467: dunque vi vogliono in Milano marche d'argento 14-18512/24375 per far la valuta di una marca d'oro[28].]

Di quella di Napoli non fo il calcolo al presente, perché a questi tempi sono in cosí grandi disordini le monete in quel regno, che non ponno dar regola ad altri, e la cercano tuttavia con ansietá per loro.

CAPITOLO V

Del vero prezzo dell'oro e dell'argento, e come ognuno d'essi è prezzo dell'altro.

Pare assai evidente, da quanto nel capitolo precedente si è discorso, ch'essendo la varia abbondanza o caristia d'oro rispetto all'argento causa della proporzione con che uno si baratta all'altro, dunque l'uno dell'altro necessariamente dire si debba prezzo e misura; e maggiormente che, essendo queste le due materie che piú universalmente in tutto il mondo sono in uso di moneta, che vuol dire sono la misura del valore delle altre cose, nulladimeno, essendo che questo nome di «valor intrinseco» de' metalli è preso spesse volte da alcuni per certo fantasma che non capiscono, sembra difficile capire come possono questi metalli uno esser misura dell'altro vicendevolmente, di modo che non piuttosto abbia da essere qualche cosa nel mondo che sia misura comune d'ambidue.

Imperocché, se io dimando quanto vale una libbra d'oro, e mi venga risposto 14 libbre e tre quarti d'argento; ed io di nuovo chiegga:--Dunque, quanto vale una libbra d'argento?--pare sia improprietá il dire ch'ella vale 4/59 d'una libbra d'oro, e molto piú proprio sembrerebbe l'aver un'altra comune misura del prezzo d'ambidue, alla quale si riferissero. Ma io domando: se ciò fosse, questa tal cosa, che fosse misura della valuta dell'oro e dell'argento, da che averebbe ella il valore? E questo suo valore sarebbe egli certo, fisso e stabile, o incerto e mutabile? Se incerto e mutabile, dunque v'averá bisogno d'una quarta cosa certa e stabile, che misuri il valore di tutte le tre, e cosí in infinito. Ma, se sará cosa ch'abbia valor certo e stabile, due cose dimando. In primo luogo: dov'è questa cosa, che abbia un certo, fisso ed immutabil valore? Io non la trovo nel mondo, secondo questo modo d'intendere. La seconda è: in che consiste questo valore di questa terza cosa, che sia una valuta cosí immutabile, che possa esser regola del valore di tutte le altre? Io per me assegnerò bensí una cosa che serve di regola a tutte le valute, e l'ho accennata di sopra: ma niuna piú di lei è instabile ed a piú varietá è soggetta; ed è l'umano disiderio. Si tronchino una parte dei disidèri mondani: subito l'oro e l'argento sará di meno valore; perché, non essendo piú prezzabili le cose che non sono piú disiderate, resta la stessa quantitá d'oro nel mondo ch'era prima, e le cose contrattabili o disiderate sono in minor quantitá, e si dá maggior quantitá d'oro per esse. Cosí l'abbondanza d'oro in Roma dopo la guerra macedonica fece crescere di prezzo i campi; e lo stesso ha fatto in Europa tutta dopo scoperta l'America, da cui tante centinaia di milioni si sono travasati nella cristianitá.

Ma i disidèri umani quanto sono mutabili! Ogni moda nuova fa parere piú bello ciò che di nuovo è posto in uso e lo fa valer piú, e fa valer meno ciò che prima era in uso ed in prezzo. La guerra fa valer piú l'arme e i cavalli e gli abiti di dante; la pace innalza il prezzo a' pennacchi, a' ricami ed alle delizie. E l'assuefazione universale aggiunge o stima o disprezzo alle cose: in modo che si racconta che, per l'abito di duolo portato a Parigi piú d'un anno per la morte di Enrico secondo, non erano scorsi pochi mesi, che gli abiti di seta erano sprezzati, quasi che fosse un uomo di poco conto colui che non avesse l'abito di duolo ad uso della corte; e chi voleva esser creduto di condizione distinta dalla plebe, vestiva lana di duolo e non seta. Or come sta dunque che questo valore delle cose e de' metalli, con cui le compriamo, debba essere cosí incerto ed incostante? Io non posso spiegarmi abbastanza su questo passo, se non adduco, avanti la soluzione, un altro simile inconveniente nel mondo.

Il tempo è misura del durar delle cose e del moto loro, e il moto è misura del tempo. Se voglio misurare il tempo, io mi servo d'un orologio, o d'acqua, come furono i primi, o da polvere o da ruote o da sole, insomma di qualche stromento che si muova egualmente, quanto è possibile; dal moto di cui dico:--Sono giá scorse tante ore, e tanti minuti passati sono.--Viceversa, se voglio misurar il moto d'una cosa, mi servo del tempo, e dico: la nave aver camminato tante miglia, perché si ha mosso col tal vento o con la tale velocitá, in tante ore, in tanti minuti. Quel corriero ha camminato tanto piú veloce di quell'altro, perché in tante ore ha fatto piú miglia. E se io non supponessi il moto eguale, non avrei la misura del tempo. Ora, perché ambidue sono incerti, né posso accertarmi delle ore, che siano eguali, né del moto, che sia sempre dello stesso tenore; dove sará quella terza cosa, che misuri il tempo e il moto, ed abbia in sé tale certezza di misura, che non possiamo di lei dubitare? Mi dicono alcuni questa misura comune essere il moto de' cieli, anzi non essere il tempo stesso che il moto pure de' cieli. Sia come a loro piace per ora: perché fino a ricevere il moto del cielo per misura la meno ineguale del tempo, io mi ci ridurrò forse; ma che il tempo non sia altro che questo moto de' cieli, sicché, cessando i cieli di moversi, cessarebbe d'esser il tempo, non ho ordigni nel mio cervello per capirlo, e non so come non possano durar le cose, quando anche non si movessero i cieli, mentre io trovo che, per allungare il giorno piú del solito, Iddio fermò i cieli a' prieghi di Giosué. Sia pure per ora come vogliono: io dimando ancora se questo moto de' cieli è uguale o ineguale. Mi risponde l'astronomia che i giorni sono fra loro disuguali, eziamdio i naturali, sicché le 24 ore d'oggi, che siamo a 14 luglio, sono piú brevi delle 24 ore di qualsivoglia giorno di dicembre, eziamdio che si contino di mezzo in mezzo dí, perché il moto diurno del sole non è uguale da un giorno all'altro, né da una stagione all'altra. Altri mi suggeriscono che il moto del primo mobile è in tutto e per tutto eguale, ed io farò loro servizio se l'ammetto: perché, se lo negassi, non averebbono altra prova per chiarirmene che l'aver fin qua tutti cosí supposto; poiché per altro non abbiamo al mondo misura cosí certa, che basti per verificare le misure del moto e del tempo.

Dunque tutto sta nell'incertezza? E non possiamo noi sapere accertata misura di queste cose cosí importanti? Io rispondo di no; e se cercheremo le misure d'altre cose, come sono le lunghezze de' piedi, braccia, passi, miglia ed altri, troveremo le stesse difficoltá: se ne' pesi, pure lo stesso incontreremo. Ma dunque che si ha da stabilire? I filosofi c'insegneranno che le relazioni richiedono per necessitá due termini, uno de' quali mancando, manco la stessa relazione; come in quella di padre e figlio, morendo il figlio, l'uomo non si dice piú «padre», perché è mancato quel termine a cui riferivasi la paternitá. Cosí ogni quantitá, in quanto è misurata, si dice maggiore o minore, tanta o tanta, secondo il termine a cui si riferisce, che è quello con cui vien misurata; e se quella affatto manca, anche la quantitá cessa d'aver quella relazione di maggiore o minore, o di tale o tanta quantitá. E se quella tal misura, invece di mancare, riceve alterazione, s'altera istessamente la relazione di quel primo termine. Onde quel panno, che misurato in Roma fu cento canne, in Venezia diventa 200 braccia, perché s'ha alterato o mutato il termine a cui la prima volta si riferiva, ch'era la canna romana, succedendo in sua vece il braccio veneziano: anzi la canna stessa romana, a poco a poco alterandosi la sua misura, col tempo altererá insensibilmente la relazione che prima correva tra essa e le cose misurate; e però il piè romano moderno non corrisponde piú all'antico stabilito da Vespasiano o a quello de' secoli antecedenti. Cosí il valore delle monete, particolarmente dell'oro e dell'argento, è una relazione, che hanno insieme questi due metalli in ordine alla quantitá che di loro si trova in mano agli uomini, destinata al commercio ed alla stima che essi ne fanno nel farne baratto da uno con l'altro o d'ambiloro colle cose disiderate da loro.

Or, come questi due metalli ormai da quasi tutte le nazioni del mondo sono destinati a quest'uffizio, il valore, che chiamiamo delle monete, non è altro che quella relazione che ha uno d'essi all'altro in ordine alla stima che ne fanno gli uomini: e quando vogliamo dire il valore d'una libbra d'oro, non abbiamo piú certa misura, per ispiegarlo, quanto riferendolo all'argento; ma, se ci accade avere a dinotare il valore dell'argento, subito con l'altro suo piú comune relato lo significhiamo, dicendo che una libbra d'argento vale 4/59 d'una libbra d'oro, o vogliamo grani 468-3/5 d'oro. Vero è che, potendo il valore dell'uno e l'altro metallo equipararsi anche ad altre cose, del valore delle quali egli è misura; come Diomede e Glauco, i quali, come dicemmo, barattarono l'armature, valutando quella d'uno, ch'era piú ordinaria, 9 buoi, e l'altra, ch'era d'oro, dice Omero che valeva 100 buoi: in questo caso il numero de' buoi ebbe luogo di moneta in quel contratto, come quello che fu misura del comune valor delle cose contrattate. E nello stesso modo si potrebbe d'ogn'altra cosa il valore esprimere con ogn'altra cosa.

Ma, per meglio ancora intendere ciò che vuol dire questa parola «valore», «prezzo», «valuta», ecc., figuriamoci non trovarsi al mondo altro metallo o materia a proposito per questo uffizio, fuorché l'argento. Come mai diremo esser caro o a buon prezzo l'argento, se non in paragone delle cose in cui si baratta? Per modo che, quando sará abbondanza di cose contrattabili e scarsezza d'argento, ognuno, che averá merci, proccurerá venderle, per avere con che comprarne dell'altre per suo bisogno, e, non potendo per due paia di buoi aver molto argento, li dará per poco; e diremo l'argento esser caro. All'incontro, se maggior copia d'argento del suo solito si trovasse nel mondo, chi ne avesse, non guarderebbe sí al sottile, come prima, per provvedersi di sue necessitá; e direbbesi esser a buon prezzo l'argento, mentre con un paio di buoi se ne ha piú che prima non si trovava con due paia: esperienza che ogni giorno vediamo ne' mercanti e nelle fiere e nelle piazze di mercanzie piú ricche, ove da una settimana all'altra, giusta l'abbondanza e la scarsezza di danaro da disporre, o si alza o s'abbassa il cambio ed i prezzi delle cose.

Né qui parrebbe sí difficile la quistione per ricercare qual sia la vera essenza delle monete; perché, non essendoci altra moneta che l'argento, l'argento valerebbe cose, e le cose valerebbero argento; uno sarebbe misura dell'altre: onde altro non vi sarebbe da discorrere, se non forse da' metafisici, co' quali qui non ragiono. Ora egli è per accidente che l'oro ed il rame anch'essi concorrano all'officio dell'argento, servendo di moneta: ed in quel modo che, a misurare una distanza, posso valermi del braccio da seta, del piede, de' passi, canne e di tant'altre misure fra loro discordi; cosí, a misurare il valore delle cose o la stima che ne fanno i nostri disidèri, avviene di valersi ora dell'oro, or dell'argento, ora del rame o d'altra materia, che l'uso e l'autoritá del principe autorizzano per moneta. E, siccome le varie misure de' piedi, passi, braccia, ecc., hanno anco fra loro stesse una proporzione, con che la loro quantitá le altera, e diciamo 5 piedi far un passo, ecc.: cosí fra l'oro e l'argento corre quella proporzione, che la loro quantitá e la comune estimazione ha posto in uso, e diciamo 14 once 3/4 d'argento valere quanto una d'oro, od una d'oro valer quanto 14-3/4 d'argento, perché tutte le cose, che posso comprare con 14 once e 3/4 d'argento, le posso avere altresí con una d'oro; e, se voglio cambiare quella d'oro in argento, trovo chi me ne dá 14-3/4. Ora in una sola cosa pare che zoppichino queste similitudini, ed è che le proporzioni de' piedi e braccia, ecc. non variano fra loro che insensibilmente nel corso di molti secoli; e quelle dell'oro all'argento qualche volta in meno di un secolo si fanno sensibili, come dal 1578 in qua, che, per testimonio del Bodino e delle ordinazioni di molte zecche di quel tempo da me vedute e lette colla proporzione dell'oro all'argento come 12 ad 1, è passata, dal 12 ad 1, al 14-3/4 ad uno. Ma la ragione si è perché le misure de' piedi, ecc. dipendono dalla determinazione de' principi, che in quel paese le mantengono quanto si può le stesse; ed il valore de' metalli dipende dalla quantitá che ne hanno tutte le nazioni in commercio, la quale, per natura e senza il volere di alcuno, varia quando a un modo e quando ad un altro.

CAPITOLO VI

Varie cagioni che ponno alterare la proporzione della valuta dell'oro a quella dell'argento.

Se l'oro e l'argento non fosse ad altri usi adoperato che a fabbricar monete e stassero queste sempre in commercio, io non vedo quasi alcuna ragione per cui dovesse alterarsi la proporzione del loro valore fuor di quella della quantitá, che ne viene dalle miniere, la quale talora si varia. Ma, perché sono eglino impiegati a tanti altri lavori, egli è forza che vada variandosi la valuta loro, non conforme la quantitá loro che dalle viscere de' monti se ne estrae alla luce, ma secondo la quantitá che da' lussi mondani n'avanza. Certa cosa è però che il primo impulso alla mutazion del valore lo dá l'abbondanza d'uno piú che dell'altro metallo, e che, se un anno non comparirá in Italia dalla Spagna o da altre province altro che argento e non oro, resterá piú caro l'oro, per un'oncia del quale si daranno piú once d'argento che prima non si davano; e se capitasse solo oro e non argento, con un'oncia d'oro si comprerebbe minor quantitá d'argento che prima. Ma anche il vario consumo, che si fa de' medesimi metalli, influisce non poco a questa proporzione. Il numero de' vasellami d'argento, che, e per le credenze e per le tavole non piú de' principi solo, ma de' cavalieri ordinari e fino de' mercanti si fa; quello che per servizio delle chiese fuor d'ogni proporzione d'antico costume, sebbene lodevolmente, si adopra; quello che per pizzi, riccami ed altre manifatture si malmette: raccolto tutto insieme in moneta, cangerebbe ben tosto la proporzione.

Ma dall'altro canto l'oro, che dal lusso moderno si consuma non solo in gioie, catene ed annella, ma per dorature, cosí de' piú vili metalli come del legno stesso, che, in varie guise intaglio, adorna i nostri soffitti, le nostre pitture e fino le carrozze, che ogni persona di ben comuni facoltá, al di sotto ancor de' mercanti, vuol niente di meno pompose di quel che fossero gli antichi carri trionfali; questo pure da tutta la massa dell'oro, che è nel mondo, ne detrae non picciola parte. La prima volta che i romani indorassero i soffitti (e furono que' del Campidoglio) fu dopo aver distrutta Cartagine: ma, dopo il Campidoglio passò alle camere dei grandi e dei cesari il lusso; onde si narrano inaudite cose del gran palazzo di Nerone e d'altri sfoggi del fasto romano.

Anche i naufragi pur troppo frequenti portano dell'uno e dell'altro i tributi al mare e ponno or dell'uno or dell'altro alterar anch'essi la proporzione.

Ma d'ogni lusso, d'ogni strapazzo, che si faccia dell'oro, molto maggiore è il consumo che ne fanno; con uso sempre detestabile, quegli avari non solo, che, sottratto dal pubblico commercio, lo condannano in vita alle carceri de' loro forzieri; ma quelli ancora, che, occultandolo di nuovo sotto terra a masse ben grandi, ingiuriano la natura e Dio, che l'ha creato e ci ha dato l'ingegno e gl'indizi per dissotterarlo di dove nasce e valersene agli usi nostri. Sono pochi nulladimeno i cristiani, che d'un sí vile e sordido sacrilegio siano colpevoli, in proporzione delle altre nazioni, e de' turchi particolarmente ed indiani mogori, i quali, ben sapendo non dover essere se non per gran fortuna i figliuoli loro eredi delle facoltá loro, tutto cadendo per loro morte al regio fisco, nascondono sotterra immensi tesori, con proposito di manifestarli a' figli avanti la morte; il che non riuscendo sempre a talento, restano quei metalli di nuovo in seno alla terra, da cui furon generati.