# Economisti del cinque e seicento

## Part 24

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Mi ricordo di aver con profitto di chiarezza adoperata piú volte, discorrendo in questo proposito, la similitudine de' corpi fluidi, parendomi che i prezzi delle merci del mondo non diversamente fra loro, mediante il commercio, si livellino, di quello che facciano le acque stagnanti, che, per qualunque agitazione che patiscano, infine si spianano in livello insieme. E il mare stesso non può avere piú alte l'onde sue nell'Adriatico che nel Tirreno o nel Mar Nero o nell'Oceano medesimo, se non quanto le varie sue correnti o commozioni del flusso e riflusso, e le diverse situazioni de' suoi seni ne portano lo svario di pochi piedi fra i piú remoti lidi[19]: mercecché le sue acque, non meno delle merci, hanno fra loro perpetua comunicazione in tutto l'universo, onde sono necessitate dal proprio peso a livellarsi in pari distanza dal centro, a cui tendono. Che se in alcun luogo sia un mare cosí dagli altri disgiunto, come il Caspio in Asia o il mare di Parime nella Guaiana in America, se giá non hanno per sotterranei meati il loro commercio con gli altri mari, come io mi do facilmente a credere, non avranno nemmeno necessitá di livellarsi con essi: come non l'hanno le mercanzie di quei paesi che dal commercio universale vivono segregati; quali appunto credo siano molti tartari dell'Asia ed i popoli piú mediterranei dell'Armenia e dell'Africa, a' quali certo nulla risulta l'abbondanza d'oro o di commoditá che in altri paesi si trovi, mentre con quelli non hanno colleganza né pur mediata col traffico. Che se a quelli ancora un giorno s'aprisse la strada a' nostri commerci, come s'è fatto col Messico, Brasile e Perú e tanti altri da due secoli in qua, vederessimo bensí per qualche tempo fluttuanti li prezzi delle cose; ma finalmente, passando a noi il di piú che avessero essi di comoditá che a noi mancassero, ed a loro delle nostre il medesimo, si farebbe nuovo livello e nuovo prezzo alle cose, proporzionato nuovamente non alle cose solo contrattabili che erano prima in commercio, ma a quelle ed all'altre aggiuntesi insieme.

Di qui è nato che le grandissime somme d'oro e d'argento, che sono dall'Indie venute in Ispagna da Carlo quinto, anzi dal regno di Ferdinando ed Isabella in qua, e lo spaccio grande, che hanno avuto fra quelle nazioni molto tempo ed hanno ancora in parte le merci d'Europa, ha fatto che le cose tutte d'Europa sono divenute tanto piú rare di prima, e che molto tempo hanno fluttuato nella varietá i prezzi; ed ora sono livellati in modo, che non riesce piú d'arricchirsi in sí poco tempo a chi va a mercantare nell'Indie, come prima succedeva. Giovanni Bodino scriveva del 1568, in un suo trattato _Delle monete_, che a quel tempo erano giá comparsi dall'Indie in Ispagna sopra 500 milioni d'oro e 200 milioni d'argento, e che ogni anno la flotta ordinaria compariva ricca di 18 e piú milioni; li quali, spargendosi per tutta l'Europa, per lo bisogno che hanno gli spagnoli delle comoditá degli altri paesi (troppo sterile essendo in alcune parti la Spagna, troppo sossiegata la nazione, che sdegna non meno il lavoro dell'arti che la mercatura), hanno fatto che non solo nella Spagna stessa, ma per tutta quasi l'Europa, ove si va spendendo il loro oro ed argento, sono cresciute di prezzo non meno le terre che i frutti d'esse e l'opere stesse manuali, mercecché tutte insieme s'uguagliano sempre in valore a tutta insieme la moneta che in commercio va correndo: onde ora, che tanto piú d'oro abbonda la cristianitá che prima non era, piú del medesimo ne tocca a ciascuna cosa per suo prezzo e valore.

Ricavò in quegli anni il medesimo Bodino da' libri dell'entrate regie, che piú aveva reso la Francia al suo re in 53 anni, dal 1515 al 1568, che non aveva fatto in 200 anni avanti; e notò che giá in 50 anni erano cresciuti sí fattamente i prezzi de' campi, che tre volte tant'oro in peso si pagavano di quel che 50 anni prima si compravano; anzi aggiunge che ormai la contea di Avignone rendeva il doppio d'entrata annua di quanto fu giá venduta in capitale, e che il simile, o poco meno, facevano tutti gli altri Stati. Onde non è maraviglia se si contano a' nostri tempi l'entrate regie di Francia a tanti milioni, che a' tempi di san Luigi erano cosí scarse, che, rimasto quel santo principe prigioniero di Saladino soldano d'Egitto, ebbe a lasciar pegno a quel barbaro l'ostia consacrata, che il santo re seco portava, per ritornar in Francia a sollecitare in persona l'ammasso di 200 mila bisanti d'oro, ch'era tassato il suo riscatto: eppure 200 mila bisanti non erano che 500 mila lire di tornesi, secondo il calcolo che ne fa il padre di Sonville, riferito dal Bodino nel suo giá mentovato trattatello _Delle monete_.

Lo stesso narra Plutarco che succedesse a' tempi di Paolo Emilio in Roma, ove, appena ebbe egli portato dalla Macedonia soggiogata e da' tesori di Perseo suo re le copiose ricchezze adunate prima in quel regno, che i prezzi de' campi, e per conseguenza dell'altre cose, ascenderono al triplo di prima. Ed a' tempi d'Augusto narra Svetonio che egli portò da Epiro sí gran copia d'argento ed oro, che i campi crebbero di prezzo e l'usure scemarono.

Il che a' nostri giorni proviamo in Italia, ove in particolare la nazione genovese, gli anni passati, non trovando in che impiegare i molti contanti che aveva, li dava in altri paesi a due o tre per cento: onde molte religioni ed altre persone ne hanno tolto a censo perpetuo, e hanno con essi estinti i censi, che avevano con altri a 5, 6, 7 per cento, riducendoli a 2 e 3. Sebbene non è tanto di ciò cagione l'accrescimento d'oro e d'argento in Italia quanto la mancanza del traffico, che, scemando ogni di piú, fa che i mercanti restano col soldo inutile in mano.

CAPITOLO III

Dell'alterazione che ricevono i prezzi delle cose dall'abbondanza o raritá delle medesime, data la stessa quantitá di monete nel mondo.

Abbastanza s'è fatto conoscere nel precedente capitolo come l'abbondanza o caristia dell'oro o dell'argento nel mondo altera i prezzi delle cose; onde sará facile da intendere come nelle cittá di traffico, ove piú oro ed argento corre che in altre, sia piú caro il vitto, non perché minor quantitá vi se ne trovi che in altre, ma perché vi è piú con che pagarlo. Resta ora a considerare come, data la stessa quantitá d'oro e d'argento nel mondo o in qualche particolare cittá, la raritá o frequenza delle comoditá o cose contrattabili, cresce e scema il loro valore. E, sebbene l'argomento pare sia di cosa assai chiara e notoria, nondimeno non sará di poco utile all'intelligenza delle cose da dirsi l'aver versato qualche poco sopra di esso.

Io intendo «abbondare una cosa», non quando in fatti molta quantitá di essa se ne trova, assolutamente parlando, ma quando ve ne ha gran copia, rispetto al bisogno, stima e disiderio che ne hanno gli uomini.

La seta a' tempi di Aureliano Cesare era cosí rara, che non valeva né piú né meno d'altrettanto oro a peso: onde Vopisco nella vita di quell'imperadore narra ch'egli «_vestem holosericam_ _neque ipse in vestiario suo habuit, neque aliis utendam permisit: libra enim auri tunc libra serici fuit_». E 250 anni dopo incirca, Giustiniano imperadore ridusse a monopolio la mercatura della seta, sicché niun altro che il suo tesoriere poteva venderla, il quale, secondo narra Procopio[20], «_unciam serici alia quidem tinctura imbuti sex aureis, regio vero suffecti colore, quem 'holoverum' vocant, quatuor et viginti et amplius dedit_». Ed ecco che cosa era quel «_holoverus_», che hanno altri stimato volesse dir «drappo di pura seta, velluto», ecc.; ed era, per testimonio di Procopio, un colore di gran prezzo, perciò detto «color regio» o «porpora», forse come il nostro «color di foco», «ponsò» e simili, che piú generalmente si dice «tinto in grana». Non erano ancora giunti nell'imperio romano i bachi da seta, né le piante de' gelsi, che ora per tutta l'Europa sono sí fattamente propagate: conciossiacché dall'Indie e da' popoli sericani nel corso di molti secoli passarono alla Persia, e dalla Persia a poco a poco fino a noi, e si sono poscia diffusi sí fattamente, che, passato nel nostro secolo il seme e la coltura anche in Francia ed in Ispagna, è giá ridotta la seta al valore poco piú d'un ducato d'oro la libbra; ed a minori prezzi ancora è per ridursi, se tanto potranno soffrire le fatiche e sudori de' poveri contadini che gli nodriscono, mentre ormai a gran fatica se ne cava tanto quanto a pagare l'opera ordinaria loro si richiede.

Cosí la raritá rende preziosa ogni mercanzia, come nelle gioie e ne' metalli stessi tutto dí osserviamo, e l'abbondanza le rende vili. L'acqua, ch'è un elemento di tanta importanza all'umano vivere, perché abbonda quasi per tutta la terra, non vale cosa alcuna, e con ragione si lamentavano gli ebrei nella cattivitá di Babilonia di doverla comprare; ed una minestra sola a Esaú fu piú cara che la primogenitura, mentre argomentava da sé il povero affamato, dicendo a Giacobbe: «_En morior; quid mihi proderunt primogenita_»?[21].

La stima o il concetto che facciamo delle cose, a cui va compagno il disiderio di esse, giá dicemmo esser misurato dalla moneta: onde, data la stessa quantitá di monete in commercio, al mutar la stima che fanno gli uomini di una cosa, muta il loro prezzo, diventando piú care se ne cresce il disiderio, piú vili se ne vengono in disprezzo. Né v'è possanza per mutar d'improvviso i prezzi d'alcune cose del mondo, quanto la stima che di esse facciano i principi. Antonino Caracalla diede gran prezzo in tutto l'imperio romano all'ambra gialla, col dilettarsi di portarne fra' suoi ornamenti, per esser ella del color de' capelli della sua amica. «_Quicquid principes faciunt praecipere videntur_», diceva Quintiliano[22]. Adriano sesto, di nazione fiamminga, si compiaceva, piú che d'altro pesce, del merluzzo salato, detto «_stockfish_», ed a sua imitazione tutta la corte di Roma, poi tutta la cittá ne mangiava; e diventò caro piú d'altro pesce quell'anno, perché, a proporzione di tanti che ne volevano, n'era poca quantitá venuta in Italia.

Ma che? Non vediamo noi tutto giorno al mutar delle mode di Francia crescere e scemare di prezzo or le perle, or i diamanti, ora le turchese ed altre gioie? E per qual cagione mai, se non perché, introdotta nuova moda, molti sono che di questa specie, pochi che di quell'altra vogliano provvedersi; onde elle diventano, riguardo al bisogno, or poche, or molte? A' nostri giorni erano le gioie opache in molta stima per la raritá, e talvolta averebbe un'opala valuto a pari dello smeraldo, se un po' maggiore del comune stata fosse. La sagace industria d'alcuni muranesi, che di far cristallo, che imitasse la candidezza di quello di monte, s'ingegnavano con varie prove, trovò a caso il modo di fare una pasta che tanto all'opale si rassomigliasse, che, lavorate ad uso di gioie, ingannavano sul principio gli stessi orefici; onde, abbenché consapute false, si vendevano a gran prezzo. Ma, comeché vetro egli fosse, né molto piú dell'ordinario costasse a chi le fabbricava, la grandezza del guadagno invitò a farne quantitá; la quantitá, non trovando esito pronto a que' prezzi rigorosi, costrinse gli artefici ad abbassare il prezzo; e successivamente, lavorandone sempre piú e passando in piú mani il secreto, restò scemato in pochi anni sí fattamente il prezzo, che di presente non vi trovano i muranesi maggior vantaggio che nella composizione degli altri smalti; onde non ragguagliano la dugentesima parte del danaro che furono vendute le prime, e le opale vere, ancorché gioie, hanno perduto di stima per la somiglianza troppo grande che hanno con le false. Ogni nuova invenzione in tanto solo porta seco gran guadagno e trova prezzo grande nella stima degli uomini, in quanto la raritá la rende piú desiderabile. Non sono venticinque anni che si credeva non trovarsi nel mondo medaglie di rame dell'imperadore Ottone. Le prime, che si scoprissero, furono comprate fin a dugento scudi d'oro; ed erano poco ben conservate e di trista condizione. La grandezza del prezzo ha eccitato l'industria di molti, che hanno sin passato il mare per andare in Egitto, in Soria ed in altri luoghi, ove di queste raritá si fa minor conto; e se ne hanno raccolte tante, che le piú perfette e meglio conservate di questo imperadore non vagliono un terzo di quello che valessero le prime; ed ogni dí valerebbero meno, se la dilettazione di questa nobile suppellettile non si fosse diffusa in tanti, particolarmente principi e signori grandi, che ne fanno numerose e preziose raccolte. Dunque, siccome di quelle cose delle quali una stessa quantitá per lo piú si conserva nel mondo, come le terre, gli edifizi e cent'altre, il prezzo si cangia secondo che nel mondo maggiore quantitá di moneta spendibile si trova in commercio; cosí, dato che si conservi la stessa quantitá di moneta in commercio, vagliono le cose piú e meno secondo la loro raritá ed il disiderio che hanno gli uomini: dal che tanto piú resta manifesto che la moneta ed i disidèri si misurano reciprocamente insieme, ed ambidue sono misura universale di tutte le cose contrattabili, conforme all'opinione d'Aristotele che di sopra citammo.

Né qui altro mi resta a soggiungere che levare alcun picciolo scrupolo a chi forse dir mi volesse che sono i disidèri degli uomini di gran lunga piú numerosi di quello sia la quantitá delle monete che corre in commercio, e che sarebbe troppo felice il mondo, se non si estendessero le umane brame piú lá della possibilitá della moneta. Ma io rispondo e dimando a costoro: se essi hanno mai riposto in granaio punto di quel grano, che, seminato in terra, non ebbe la fortuna di far radici, nascere, crescere e maturare. E chi vuol mettere in conto i disidèri umani delle genti stolte, connumerandoli a quelli che conseguiscono il suo fine? La moneta misura l'intenzione di quei disidèri che conseguiscono il suo fine, non misura i sogni degl'imprudenti, che vaneggiano tra le stolte cupidigie loro. Tuttociò che si compra in qualche modo si disidera: o sia per conseguire per suo mezzo un bene vero o un apparente, o sia per isfuggire un male o per ubbidire ad una forzata necessitá, tutto è disiderare, tutto è aver bisogno, in senso del filosofo; e l'intenzione di questo disiderio e di questo bisogno, con che facciamo di qualunque cosa l'acquisto, dalla moneta vien misurata. L'altre cose, che disideriamo invano (siasi per impotenza nostra o per natura loro che conseguire non le possiamo) non cadono sotto l'«indigenza» detta da Aristotele nel testo che sopracitammo, ma sotto il titolo di «vane cupiditá», che non sono ad alcuna misura soggette. «_Multa petentibus desunt multa. Bene est cui Deus obtulit parca, quod satis est manu_».

CAPITOLO IV

Dell'oro ed argento, e delle antiche e moderne proporzioni di valuta fra loro.

Per quanto siansi trovate cento invenzioni di far monete ed abbiano in piú regni il corso varie cose sotto questo nome, il che abbondantemente abbiamo dimostrato nel capitolo primo, nulladimeno la piú universale materia di esse in tutto il mondo è l'oro e l'argento. È nondimeno quistione assai problematica se la valuta di questi due metalli sia sempre la proporzione della quantitá che se ne trova nel mondo; cioè a dire, se l'essere stimato l'oro, per esempio, quattordici volte piú dell'argento sia segno che nel mondo si trova maggior quantitá effettiva d'argento che d'oro in commercio, o pure se la stima, che facciamo maggiore dell'oro, in altre sue condizioni o prerogative sia fondata. E, per vero dire, noi non siamo sempre soliti prezzar le cose per la sola raritá, quando con questa non sian congiunte altre condizioni che ce le rendono comendabili; e certamente nelle gioie o ne' metalli almeno due ragioni troviamo per apprezzarle: una si è quella stima che facciamo di loro per la bellezza o per altre loro condizioni che ci dilettano e ci sono utili; l'altra è la poca quantitá o molta che se ne trova in ordine al bisogno o disiderio nostro.

Io non vedo per l'Italia nostra, né fuori di essa nelle province confinanti, tanta copia di rubini quanta a' tempi d'oggi se ne vede di diamanti; e pure val piú il diamante del rubino, data paritá di grandezza, nettezza e lavoro. Dunque non è la sola raritá che fa valere il diamante. Lo stesso può essere dell'oro. In oggi corre tal prezzo di questo metallo per l'Italia, che comunemente una marca d'oro si paga con marche quattordici, once 6 di argento in circa; ed io non per tanto m'arrischio giá a proferire questa conseguenza: dunque è segno che per ogni marche 14-2/4 d'argento in Italia, se ne trova una sola d'oro in circa. Né oserei affermare che, qualora si trovasse nel mondo egual quantitá dell'uno e dell'altro metallo, dovessero valere anco del pari; e, se vi fosse tanto piú d'oro che d'argento quanto oggidí v'è piú argento che oro, dovesse l'argento valere il prezzo che in oggi vale l'oro, e l'oro non valesse se non quanto val oggi l'argento. Lodasi l'oro per la finezza maggiore, cui mediante il fuoco non scema, e per longhezza di tempo non irruginisce, per lo colore simigliante, dice Plinio, a quello delle stelle; benché io creda per questa parte, con Plinio, che sarebbe non men lodato il bianco, se all'oro toccava d'esser bianco, e non all'argento, siccome lodiamo il bianco de' diamanti, non perché piú vaghi siano de' rubini o smeraldi, ma perché sono piú rari e piú stimati. Per altro si loda eziandio l'oro per lo peso, ch'è il maggiore, in paritá di mole, che abbia alcun altro composto; nonostante che Plinio stesso, solito a scrivere le cose conforme le udiva dire senza informarsi o fare esperienza di nulla, asserisca che sia piú grave dell'oro il piombo. E pure consta chiaramente (mi sia lecito far questa breve digressione) che d'una mole di piombo, una d'argento vivo ed una d'oro, che siano eguali in grandezza, la piú leggiera è il piombo, e pesano, secondo Baccone[23], l'oro 100, l'argento vivo 75, il piombo 60, ma, secondo Marin Ghetaldo[24], l'oro 100, l'argento vivo 71. 3, ed il piombo 60-10/19. Lascio qui di portar alcune mie esperienze sopra di ciò, che io stimo bene piú esatte. Ma le pubblicherò in altro luogo piú proprio: bastandomi che qui resti chiaro quanto s'è ingannato Plinio, dicendo che l'oro «_nec pondere aut facilitate materiae praelatum est caeteris metallis, cum cedat per utrumque plumbo_». Onde io per me non so come, nel paragonarlo all'argento, si possa altro vantaggio ragionevolmente assegnar all'oro fuori dell'esenzione dalla rugine, a cui soggiace l'argento anco piú puro, vedendosi molte medaglie antiche d'argento che ne hanno sentito il dente; il che in quelle d'oro non s'osserva. Ma, se pure queste prerogative hanno dato all'oro qualche vantaggio sopra l'argento, non perciò resta che anche l'abbondanza dell'uno, rispetto all'altro, non abbia molto contribuito; perché in fatti, dovunque è piú abbondante, ivi si vede che gli è anco meno prezzato e per meno quantitá d'argento si baratta.

So d'aver letto una volta (ma non mi sovviene dove, e, per diligenza fattane, non lo trovo piú) che in uno de' regni mediterranei dell'Africa è sí grande la copia dell'oro e la scarsezza dell'argento, che l'argento val piú dell'oro.

Messer Marco Polo[25] nelle sue relazioni dice che nel regno di Coraian nell'Indie, a' suoi giorni, si davano otto saggi d'argento per uno d'oro perfetto; e nel Corazan, provincia ch'ora appartiene al Mogol e che di molte miniere è abbondante, davano per una sola d'oro sei d'argento; anzi ne' regni di Mian con cinque d'argento s'aveva una d'oro: onde nasceva che venivano di lontani paesi mercanti con argento da barattare in oro, per lo guadagno che vi facevano portandolo al loro paese. In Bengala nell'Indie orientali[26] l'oro vale un sesto piú che in Malaga, perché in Bengala v'ha piú abbondanza d'oro da' regni piú interiori dell'India suoi vicini, che d'argento; e a' giorni nostri vediamo per tutto andarsi mutando la valuta dell'oro a proporzione dell'argento, conforme dall'Indie e da altre parti viene apportato piú dell'uno che dell'altro proporzionatamente. Il che mi fa stupire come Bodino, scrittore intelligente e sottile, si sia impegnato a sostenere che per duemila anni avanti di lui, ed al suo tempo ancora, fosse quasi sempre ed universalmente la proporzione dell'oro all'argento nel valore come da dodici ad uno. Erodoto veramente scrive che ne' suoi giorni si davano tredici d'argento per una d'oro; e Wilebrordo Snellio nel suo libretto _De re nummaria_ raccoglie da piú autori che, quando i romani batterono la prima volta monete d'oro, le ragguagliarono a dieci per uno, mettendo in arbitrio degli etòli stessi il pagare in oro o in argento il tributo, purché per ogni libbra d'oro si valutassero dieci libbre d'argento.

Lo stesso fu a' tempi di Strabone e prima a' tempi di Menandro poeta. A' tempi di Plinio Secondo, che il Budeo nel terzo libro _De asse_ ne ricava, correva l'analogia dell'oro all'argento come di quindici ad uno, imperocché uno «scrupolo» d'oro valeva 20 sesterzi, e però una dramma o denario ne valeva 60; ed all'incontro una dramma d'argento in pari peso valeva 4 sesterzi: e però l'oro all'argento in pari peso valeva quindici volte piú. Ma sotto Arcadia ed Onorio imperadori vediamo che, per legge da loro emanata e registrata nel _Codice_, libro X, titolo ultimo, fu ragguagliata la libbra d'argento per 5 soldi d'oro. «_Iubemus_--dice quella legge,--_ut pro argenti summa, quam quis thesauris nostris fuerit illaturus, inferendi auri accipiat facultatem, ita ut pro singulis libris argenti quinque solidos inferat_». E perché la libbra pesava 72 soldi per la legge 5, _Codice_, titolo _De susceptoribus_ del libro X, chiaro consta che 5 soldi d'oro valevano 72 d'argento, che è lo stesso che uno d'oro per 14-2/5 d'argento, ed è quasi la proporzione moderna. Plinio però la trovava del suo tempo come 12 ad uno. E dell'anno 1512 narra lo Snellio suddetto che fosse ella nuovamente di 12 ad uno; ma a suo tempo, che fu 100 anni dopo, la trovò egli come 40 a 3, o sia come 13-1/4 ad uno. E pure nel corso di quel secolo fa di mestieri ch'ella fosse nuovamente diminuita, mentre nell'ordinazione di Ferdinando primo imperadore, fatta l'anno 1559 nella dieta d'Augusta sopra tutte le monete dell'imperio e loro bontá e valuta, cosí d'oro come d'argento, io trovo che li ducati d'oro, detti ongari, di bontá di carati 23-1/3, e di peso a 67 ducati la marca di Colonia, valevano in Allemagna carantani 104 l'uno, che sono carantani 6988 la marca d'ongari; e perciò una marca d'oro fino di 24 carati valeva carantani 7167. Nella medesima ordinazione è costituito il prezzo all'argento fino di 12 once fiorini 10-1/5, che sono carantani 612; onde l'oro valeva piú dell'argento 11 volte e 72/100; il che, sebbene s'approssima al prezzo che voleva stabilire il Bodino di 12 d'argento per una d'oro, pure mostra che dal 1512 in qua ella era anzi scemata.

