Economisti del cinque e seicento

Part 23

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Veduto dunque quali siano le materie che appresso varie nazioni hanno la prerogativa d'esser usate per moneta, parmi conveniente passare alla definizione della moneta stessa. E sebbene il nome «moneta», che nacque nella lingua latina a «_monendo_», quasi l'effigie sua ammonisca del valore e stima sua, onde pare che non possa dirsi moneta se non è coniata; io mi valerò nulla di meno di questo nome piú genericamente, comprendendo ciascuna cosa che allo stesso uffizio sia stata o sia destinata e in uso posta. E parmi che dir si possa che «moneta» è qualunque metallo o altra cosa, che, coniata o in altro modo autenticata dalla pubblica autoritá, serve di prezzo e misura delle cose contrattabili per facilitá di commercio. Io mi sono alquanto scostato in questa diffinizione da quella del Davanzati, che non ha voluto per moneta se non quella che d'oro o d'argento o di rame sia fatta, comeché le altre manchino di quella universalitá d'essere per tutto accettate, che alla essenzialitá della moneta è necessaria. Ma, se questo attendere si dovesse, perché non escludere anche quella di rame, la quale certamente fuor degli Stati dov'è battuta non suol valere? Perché negarne il nome a quella cosa, che fa lo stesso offizio e serve in tutto e per tutto a quegli usi, a' quali sono destinate le altre che di tal nome si pregiano? Io per me pongo la essenza della moneta o la sua ragion formale (come dicono) nell'essere a tale offizio destinata ed autorizzata dal principe, sicché almeno ne' luoghi, ov'egli comanda, ella corra e, come tale, serva di prezzo e misura del valore delle cose contrattabili: imperocché chi mai saprebbe negare il nome di «moneta» a quella di stagno che si batte in Sumatra; tanto piú che, oltre i popoli di quella grand'isola, anche gli ollandesi, gl'inglesi e portoghesi, che trafficano in quelle parti, la ricevono e spendono? Anzi, chi mai vorrá contrastare questa prerogativa a quei _buzios_ o conchigliette marine, che dissi aver corso come tali non solo in piú regni dell'Africa interiore, co' quali non hanno che raro o poco commercio gli europei, ma ne' grandissimi reami di Bengala, Pegú, Siam, Malaga e in tanti altri, che non sono sí poca parte del mondo ed hanno grandissimo commercio cogli europei? E saprei ben volentieri qual nome vorrebbe dare il Davanzati alle monete di cuoio, di carta o d'altre materie sigillate, che tanti principi hanno, in piú occasioni di strettezze di soldo, battute per pagare i soldati, con promessa di barattarle a suo tempo in migliori; se, frattanto ch'esse ebber corso, nulla loro mancò di ciò che ad esser vera moneta si richiedeva, merceché per autoritá e comando del principe niuno le ricusava per prezzo di qualunque cosa si contrattasse? Io veramente non trovo che ad alcun altro di tale ripiego rissovvenisse e lo ponesse in esecuzione, prima del famosissimo Domenico Michiel, doge della serenissima veneta repubblica. Il quale nel 1122, assediando la cittá di Tiro in Soria, mancatogli soldo per pagare e sue milizie, scrivono battesse monete di cuoio, con le quali soddisfece loro de' stipendi, con promessa di restituire moneta buona in luogo di quella, subito che di Venezia fosse giunto soccorso, il che puntualmente fu eseguito; ed egli in tal modo salvò l'esercito, vinse i nemici, espugnò la cittá e promosse la grandezza e la gloria della patria, alla quale ritornò trionfante: onde a memoria del fatto egli e i suoi posteri aggiunsero i bisanti, o sia monete, all'antica impresa di loro nobilissima prosapia, caricandone le sbarre azzurre e d'argento, che prima portavano. Federigo secondo imperadore ne imitò poscia l'esempio, del 1241, in Lombardia, battendo monete pure di cuoio, sigillate in mezzo con un chiodetto d'argento. Ed in molti assedi piú insigni, fra' quali in quello di Vienna, da Solimano assalita l'anno 1529, fu praticato lo stesso ripiego, sebben con monete tutte d'argento. Onde con ragione quest'autoritá del principe si può dire la vera ed unica forma che dá l'essere alla moneta, siasi qualunque la materia che deve riceverla.

Fu sino da' suoi principi la moneta in istima di cosa sacra al mondo; e gli erari pubblici, non meno che le zecche, custoditi o ne' tempii piú venerati, o per lo meno ebbero per sé venerazione, avendo tutte le nazioni riserbato unicamente all'autoritá de' loro principi o senati la facoltá di battere monete; se alcune cose n'eccettuiamo, che in luogo di moneta inferiore hanno servito, come i _buzios_ ed i semi di cacao che sopra dicemmo, quali pure, se non l'impronto, almeno il valore al certo dalla pubblica approvazione ricevevano. Né ho trovato che in alcun luogo sia stato mai lecito, o sia tuttora a' privati, di fabbricarsi la moneta, fuorché in Moscovia, ove narra Sigismondo baron d'Herbesteim che fu in quei regni ambasciadore per l'imperadore, che in quello Stato era lecito ad ogni orefice convertir in moneta l'argento che gli vien dato, facendosi pagare la sua sola fattura; abbenché ciò non possa egli fare se non con il solito impronto del re e fabbricandole col solito peso e bontá che le leggi del principe comandano: altrimenti ne paga con la vita gli errori. Ciò seguí allorquando que' popoli erano meno colti, né abitassero fra loro altre nazioni europee, alle quali è tanto difficile impedire il fabbricarne di false; perché, nello stato presente, ben presto s'avvederebbono i moscoviti quanto importi che il principe abbia la sua zecca di buone e severe leggi munita e da ottimi e fedeli ministri governata.

Li romani, benché a principi tributari ed a cittá confederate variamente permettessero di battere le loro monete, nondimeno nel dominio immediato, anzi in Italia tutta, una sola zecca avevano; e questa nel tempio di Giunone in Roma, come cosa sacra, sotto il governo di tre senatori principalissimi custodivano, i quali «triumviri monetali» si chiamavano. Quel gran re di Taprobana, a cui per fortuna di mare fu trasportato un liberto, cioè Annio Procamo, finanziere de' dazi del Mar Rosso, a tempo di Claudio imperadore, da' racconti di questo uomo, che gli narrò la grandezza dell'impero romano, non prese motivo di maraviglia, se non quando vide ed esaminò le monete romane, e le trovò tutte d'una bontá e peso, benché d'impronti diversi, e per conseguenza fatti da piú d'un principe o magistrato; dal che argomentando la giustizia di sí grandi monarchi, mosso però da disiderio d'averne amicizia, mandò a Roma quella solenne ambasciata, che Plinio diffusamente racconta al capitolo 22 del sesto libro. Carlo magno in tutto il suo imperio una sola zecca volle, e questa costituí nel suo proprio palazzo: tanto importante stimava il ben custodire le leggi e gli ordini delle sue monete, sulle quali la fede pubblica di tutto l'umano commercio s'appoggia. Anche i turchi modernamente, sebbene per molte cittá e in molti regni battono monete d'argento, cioè a dire aspri e pacasi, che sono le loro monete minute, nondimeno non hanno zecca per battere oro, fuorché una sola nel Cairo, ove battono li scheriffi o siano sultanini, qualche poco inferiori di bontá al zecchino di Venezia, ma per lo piú eguali o anche migliori degli ongari d'Allemagna. Ed invero, se molte zecche avessero, interverrebbe loro anche ne' scheriffi ciò che accade negli aspri: che, battuti in piú luoghi, sono falsificati o ridotti a lega peggiore, non essendo facile convincer qual bassá gli abbia battuti, mentre sono tutti collo stesso impronto; laddove a quello del Cairo, per essere solo a batter oro, toccherebbe render conto, se si trovassero sultanini di non intiera bontá.

Insomma sono cosí importanti al ben pubblico queste cautele, e cosí grandi i pregiudizi che da' disordini delle monete risultano, che i romani, che a molte prove ne avevano sperimentati i danni, non solo fabbricarono un tempio alla dea Moneta, nume che finsero tutelare del pubblico commercio, ma gradirono talmente la riforma che fece Mario Gratidiano (uno de' triumviri delle monete, il quale instituí l'officina de' saggiatori e propose molte leggi salutifere a questa materia, particolarmente con lo stabilire il valore a' vittoriati, moneta romana allora molto in uso), che il popolo, non contento di avergli dirizzato statue per quasi tutte le vie, gli accendeva davanti le torce di cera e gli ardeva incenso come ad un dio: onde ebbe a dir Cicerone: «_Neminem unquam multitudini propter id unum fuisse cariorem_»; onde non è maraviglia se tante monete si trovano iscritte col nome di «SACRA MONETA AUGG.»[16].

Ma a che cercare dagli antichi fatti e costumi gli argomenti a persuader l'importanza e la stima che delle monete deve farsi, e quanta pubblica attenzione siasi sempre avuta ad impedire e correggere i disordini di quella? Mentre in tutta quest'opera ne traspariranno cosí evidenti le ragioni, che non potrá non restarne persuaso chiunque vorrá durare la fatica di leggerla.

CAPITOLO II

Della proporzione della moneta alle cose vendibili, considerata universalmente.

Qualunque volta io considero la necessitá che aveva del commercio il genere umano e le comoditá che al suo vivere sono da esso risultate, non posso di meno di non ammirare la divina sapienza e bontá, che all'ingegno degli uomini infuse, tra gli altri, i semi di cosí feconda invenzione, qual fu quella della moneta, cui mediante si è cosí fattamente diffusa per tutto il globo terrestre la comunicazione de' popoli insieme, che può quasi dirsi esser il mondo tutto divenuto una sola cittá, in cui si fa perpetua fiera d'ogni mercanzia, e dove ogni uomo, di tutto ciò che la terra, gli animali e l'umana industria altrove produce, può, mediante il danaro, stando in sua casa provvedersi e godere. Maravigliosa invenzione! Imperciocché, essendo le cose tutte nel numero, peso e misura costituite da chi le creò, fra tutti gli stromenti, che per misura della quantitá, siasi discreta o continua, o siasi nel peso o nel moto, nel tempo della distanza, nella mole, o in qualunque altro modo considerata nelle cose, sono stati trovati, niuno può dirsi stromento piú universale della moneta, il cui uso si stende a misurar insino i desidèri e le passioni nostre: onde quel prezzo, che per soddisfare ad un appetito, buono o reo ch'egli sia, ci contentiamo di spendere, è appunto la misura dell'appetito con che lo bramiamo, mentre ci determiniamo in noi stessi che piú di tanto non spenderessimo per ottenerlo. Ed in ciò solo parrá ad alcuno difettoso stromento per pigliar tali misure la moneta: mentre non giunge a misurar l'insaziabile disiderio degli avari. Ma io, a chi perciò manchevole la giudicasse, risponderei essere proprio delle misure misurare le cose finite, non le infinite. Ma, perché egli è proprio ancora delle misure d'aver sí fatta relazione colle cose misurate, che in certo modo la misurata divien misura della misurante (ond'è che, siccome il moto è misura del tempo, cosí il tempo sia misura del moto stesso), quindi avviene che non solo sono le monete misure de' nostri disidèri, ma vicendevolmente ancora sono i disidèri misura delle monete stesse e del valore; né tanto rari sarebbero nel mondo l'oro e l'argento, se minor copia di brame si trovasse negli uomini a comprare, per soddisfar le quali sono essi necessari.

Quegl'indiani, che mezzi ignudi e con poca pompa e con vitto semplicissimo vivevano nell'America, con poca moneta supplivano a tutte le loro necessitá. Se cosí vivessimo noi, l'oro e l'argento sembrarebbe assai piú vile che non è; e, restandone poco in moneta, il restante ad altri usi si destinerebbe, come facciamo del rame. E da qui nasce che Aristotile, dopo aver pronunziato francamente che «_nummus omnia metitur_» e che «_pecuniae obediunt omnia_», soggiunge poco dopo ch'era necessario per l'umano commercio «_ut una re aliqua ponderanda et aestimanda essent omnia, idque revera indigentia est, qua omnia continentur_»; e ne rende la ragione ben evidente: «_Etenim, si nullo egerent homines, aut non eodem modo profecto, aut nullum, aut certe non idem pactum conventumque intercederet_». Se di nulla abbisognassero gli uomini, se nulla disiderassero, quali contratti si farebbero? E se non si contrattasse, a che servirebbe la moneta? Sono adunque i disidèri degli uomini misura del valore delle cose; alla quale dovendo corrispondere la moneta, ne segue che i disidèri o i bisogni siano misura del valore delle monete non meno che di quello delle cose; e viceversa le monete misura del bisogno e del disiderio, non meno che del valore delle cose; non altro essendo, a chi ben considera, il valore delle cose che la stima che ne facciamo secondo il bisogno e disiderio nostro.

Né sará giá alcuno che voglia contro dovere interpretare in questo luogo l'indigenza ed il bisogno, che dice il filosofo, men largamente di quanto serve per abbracciar insieme tutti i disidèri di cose contrattabili e conseguibili per mezzo del soldo, quantunque non tutti necessari siano, ma la maggior parte voluttuosi. Vero è che il nome d'«indigenza» pare che strettamente importi il bisogno delle cose necessarie solamente, onde quel disiderio, che averei io d'un quadro di Tiziano, non possa dirsi propriamente ed in istretto significato d'«indigenza». Ma a chi volesse all'indigenza delle cose nel suddetto testo cosí angusti confini costituire, ben difficil cosa sarebbe non meno salvar il detto del filosofo che determinare i confini stessi a cotali indigenze, indicando sin dove s'estende la pura necessitá degli uomini, e di dove incominciano i loro disidèri stessi ad essere voluttuosi; mentre pur troppo siamo costumati a dire d'aver bisogno di tutto ciò che, non l'avendo, desideriamo, e le cose stesse ad uno possono dirsi voluttuose e superflue, che ad un altro saranno necessarie ed oneste. Anzi chi condanna talora la pompa ed il lusso, perché forse incomoda qualche famiglia che non misura i suoi disidèri con le forze, non vede sempre il danno, che a tanti altri artefici e mercanti ne risulta dal mancare il commercio di quelle cose bandite: onde, se superflua sará ad un signor particolare la spesa di tener tanti cavalli e molti paggi o di vestir ricamo sontuoso, quella spesa però si può dir necessaria a quei tanti artefici e povere genti che di quelle spese si mantengono, ed a quei mercanti che di quel traffico vivono e danno il vivere a molti. Diogene trovò superflue tante cose, che volle che gli bastasse per palazzo una botte e per tazza da bere il concavo della mano: ma egli però campava a spese d'altri, che dal commercio traevano il vitto per sé e per lui; e se tutti l'avessero imitato, averebbe forse spiaciuto a lui ancora l'andar a cogliersi di sua mano le ghiande. Volle dunque intendere in questo luogo Aristotile, non dell'indigenza delle cose necessarie solamente, ma d'ogni disiderio, che ci move a dare stima alle cose e misurar il loro valore col soldo. E queste considerazioni mi hanno reso facile a sottoscrivere l'opinione di Bernardo Davanzati, che nel luogo sopraccitato si sforzò di provar che tutte le comoditá degli uomini, che sono fra loro in commercio, comprese insieme, tanto vagliono quanto l'oro, l'argento ed il rame coniato, che pure fra loro corre in commercio.

Imperciocché, e chi non vede che, se una cittá fosse cosí o da nemico assediata o da altra cagione ristretta, che per lungo tempo le fosse il commercio con gli estrani impedito, muterebbero prezzo tutte le cose vendibili che in essa si trovassero? E, se molto oro od argento ella avesse e poche comoditá, sarebbe forza a' suoi cittadini il comprare a caro prezzo ciò che di bisogno essi avessero; e, supposto che delle cose all'umana vita bisognevoli si mantenesse in essa un'eguale quantitá, in ogni tempo eguale si manterrebbe ancora il prezzo di quelle, sin tanto che la stessa quantitá di moneta si mantenesse in commercio. Vero è bensí che molte cose voluttuose, che a' tempi piú felici assai si stimavano, a poco o a niun prezzo, nell'angustia delle cose puramente necessarie, ridur si potrebbono: onde, mancando il pane negli assedi, lo vediamo comprare a prezzi ben grandi, e le pitture ed altre delizie ben pochi soldi valutarsi. E mi ricordo aver letto di chi in un assedio (e fu l'assedio di Casilino, ov'ora è Capua moderna, assediata da Annibale), avendo preso un sorcio per mangiarlo, lasciò indursi dall'avarizia a venderlo dugento fiorini ad un altro affamato, forse con isperanza di pigliarne frappoco un altro per sé; ma egli si morí ben prima dalla fame che un altro trovarne: non cosí il compratore, che con quei dugento fiorini salvò la vita. Ma in questi casi ancora tanto vale tutto l'oro ed altra moneta, che in tali assedi si trova in corso di commercio, quanto tutte le comoditá che in esso si vedono, e quanto scemano di prezzo le cose meno necessarie, altrettanto crescono quelle che qui al viver nostro sono importanti: onde, come negli assedi appunto avvenir suole che mancano a poco a poco gli alimenti, rimanendo pure la stessa quantitá di moneta in commercio; cosí non è maraviglia se maggior porzione di essa a quei pochi alimenti per loro prezzo si deve, perché maggiore ne diviene il bisogno in proporzione di essa moneta che abbiamo. Che se all'incontro giungesse nuovo soccorso de' viveri, onde maggior abbondanza che prima se ne trovasse, nuovamente a minor prezzo si ridurrebbe ogni cosa, non per altro, se non perché l'estimazione, che facciamo delle comoditá, vien misurata dalla quantitá della moneta che abbiamo; e sempre vagliono tutte assieme le comoditá che sono in commercio, quanto tutto l'oro e l'altra moneta, che a questo fine di contrattarle gira il commercio medesimo.

Che se da una cittá sola passiamo colla considerazione ad una provincia, e la supponiamo, distinta da ogni altra estranea comunicazione, sola entro a se stessa suoi baratti e suoi contratti esercitare a guisa d'isola nell'oceano a' naviganti sconosciuta, o in quel modo pure che per tanti secoli i popoli cinesi hanno negato ogni comunicazione con loro agli altri popoli, non è egli ben manifesto che quanto maggior numero di moneta correrá in commercio entro il recinto di quella provincia in proporzione delle cose vendibili che vi sono, tanto piú care quelle saranno? se cara può dirsi una cosa perciocché vaglia molto oro in paese ove l'oro abbondi, e non piuttosto vile debba in quel caso chiamarsi l'oro medesimo, di cui tanta porzione sia stimata quanto un'altra cosa, che altrove piú vile viene considerata.

Cosí i messicani ed altri popoli dell'America, che d'oro e d'argento abbondavano, ma del ferro erano affatto privi (metallo cui non altro che l'abbondanza ha reso piú vile dell'oro, mentre agli usi umani immediati egli è tanto piú acconcio), comperavano di buon grado un'accetta a peso d'oro dagli spagnoli, e si ridevano de' venditori come di pazzi, dicendo:--Or va' tu a tagliar un arbore, se puoi, con cotesto oro, come io lo taglierò con questo ferro che m'hai dato.--Anzi fra gli stessi spagnoli non poté non far sentire l'alterazione grandissima ne' prezzi delle cose il commercio in quei paesi; poiché nel Perú, ove abbondantissimi trovarono i piú prezzati metalli e dove come che nudi andavano gli abitanti, e non vi nasceva vino, né v'erano cavalli, e cent'altre comoditá d'Europa vi mancavano, valeva fra loro un paio di calze trecento ducati, una cappa o mantello mille, un buon cavallo quattro o cinquemila ducati, ed i ghiotti pagavano un boccal di vino fino dugento ducati, e stimavano risparmio armar d'argento piuttosto che di ferro le ogne dei cavalli, perché il ferro all'oro in prezzo si uguagliava.

Cosí, avanti che Roma, delle spoglie del mondo tutto arricchita, spargesse la limatura d'oro sotto i piedi degl'imperadori ai loro passeggi, n'ebbe lungo tempo scarsezza: narrando Plinio che, quando ella fu presa da' Galli, ond'ebbero i romani a comprar a contante da loro la pace, non fu pattuita che mille libbre d'oro; e pure aveva ormai Roma 153 mila persone libere, senza la moltitudine delli schiavi. Anzi era tanta la povertá di quei primi senatori, o vogliamo dire la scarsezza dell'oro e dell'argento in Roma in quei tempi, anzi in quei primi e piú felici secoli, che, avendo Scipione dimandata al senato licenza di ripatriare, perché ormai la figlia, che aveva, era nubile e bisognava pensare alla dote, il senato, per non privarsi di quel gran capitano in Ispagna, assunse di dotarla e maritarla egli: «_dotis vere modus XL millia aeris fuit_», dice Valerio; il che, secondo il Budeo[17], non ascende a piú di 400 scudi. Cosí fu creduta gran dote quella di Tullia, figlia di Cicerone, che portò al marito «_X millia aeris_», che risponde a cento scudi; e «Megalia» fu per antonomasia detta quella femmina dotata, perché portò «_quingenta millia aeris_», che sono 5 mila scudi. Cosí, quando fece non so qual voto Furio Camillo[18] per ottenere vittoria contro i nemici, che poscia, per lo troppo importare, non s'arrischiava dirlo al senato, e' non arrivava ad otto talenti d'oro: pure lo disse poi, e bisognò che si spogliassero de' suoi ornamenti ed anella le matrone romane per farne il cumulo, per la generositá delle quali fu concesso dal senato che potesse loro farsi dopo morte l'orazione funebre, che prima solo agli uomini era solita permettersi. Considerazione che mi rende sospetta l'asserzione di Plinio, che racconta aver trionfato Tarquinio in veste d'oro; e veramente in questi primi tempi era cosí poco dilatato il commercio tra gli uomini, che quasi ogni provincia viveva da sé, quasi che incognita alle sue confinanti: onde non è maraviglia se Roma e il Lazio erano scarsissimi d'oro e la Toscana ne abbondava, mentre era sí poco il commercio e il traffico fra loro, che potevano gli uni radunar eserciti e portarsi con improvvisa guerra addosso gli altri, innanzi che della mossa o de' fatti loro alcun sentore ne avessero gli oppressi. Non cosí avviene oggigiorno, che ben di lontano sappiamo non solo le mosse degli eserciti, ma gl'istessi consigli, mercé la copiosa comunicazione che fanno tra loro insieme le nazioni, fondata principalmente sul trafico, mediante il quale si fa anche cosí regolato il prezzo alle cose in tutti i luoghi, che non molta maggior differenza si trova di quella, che dalle spese del trasporto, pericolo de' viaggi, gabelle ed altro s'aggiunge al prezzo corrente delle medesime ne' lor propri paesi.

Abbondano d'oglio la Toscana, l'Umbria, l'Abbruzzo in Italia; ne scarseggia lo Stato veneto e la Lombardia: la differenza del prezzo dall'Abbruzzo e Puglia a Venezia e Milano è solo tanto, o poco piú, quanta è la spesa delle condotte e delle gabelle, con di piú un sí moderato guadagno de' mercanti, che non lascia luogo ad altri di venderlo per meno. Che se oltre a queste spese fosse anco a molto miglior mercato l'oglio in Abbruzzo di quello egli sia in Venezia, ne porterebbero tanto di piú i mercanti per farci guadagno; sicché, tanto meno restandone in Abbruzzo, crescerebbe colá il prezzo, e, tanto piú trovandosene in Venezia, ivi scemerebbe di valore.