Economisti del cinque e seicento

Part 22

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L'accrescimento, che vanno facendo a poco a poco i popoli al valore delle monete contro ogni divieto de' loro principi, è un'infermitá politica de' Stati, che dal Bodino è chiamata, nel suo libro _Della repubblica_, «_morbus nummaricus_». Io non saprei a quale fra le malattie del corpo meglio rassomigliarla, che a quei mali cutanei, che, con perpetuo incomodo della persona, non solo ci deformano la pelle e ci tengono in continua agitazione, ma, penetrando qualche volta piú addentro, c'infettano fin nelle viscere il sangue, con pericolo della vita, rendendoci frattanto tardi ed impediti all'altre funzioni. E veramente sono queste infermitá, non meno nel corpo umano che nel politico, come dipendenti da cause occultissime ed oscurissime da intendere, cosí difficilissime e pericolose da curare. Ma tanto maggiormente in un corpo politico, perché quei pochi, che ne comprendono le ragioni ed a' quali ricorrono quasi forzatamente i principi per medicamenti, sono per lo piú quegli stessi, interesse privato de' quali si è che il male pubblico si mantenga. E veramente, se i principi e loro ministri e magistrati ben intendessero queste materie, non tanto difficili per loro natura quanto per la scarsezza d'autori che con ordine e chiarezza le abbiano spiegate, non avrebbero bisogno di valersi alle loro consulte di persone interessate nel danno del pubblico, che, mal consigliandoli, cagionassero quegli errori di governo, da cui discendono gli umori peccanti piú contumaci di questa infermitá, che pur troppo, con danno e lamento de' popoli, ha infestato in questi ultimi tempi e va tuttora infestando non solo i felicissimi Stati veneti, ma ancor quelli della Chiesa, Toscana, Lombardia, regno di Napoli ed una gran parte dell'Allemagna: essendo proprio di questo male che, quando, trascurando i pronti rimedi, si lascia crescere e far radice, non può piú guarire, senza che non rimangano ben grandi le cicatrici cosí nell'erario del principe come nelle borse de' privati; ma, se si usano i buoni preservativi, rare volte e quasi mai può molestare i corpi politici, e, se pure in loro si risveglia, colla prontezza de' medicamenti ben intesi subito ancora risanasi. E questi spero di manifestar io assai brevemente e non senza chiarezza in questo trattato, che m'accingo, piacendo a Dio, a scrivere, sperando di far perciò cosa che da' viventi e da' posteri sará gradita per lo pubblico benefizio che potrá risultarne, che è l'unico fine de' miei studi e delle mie applicazioni.

Conosco e confesso d'accingermi ad un'opera difficile e laboriosa, e so bene che molti saranno di quelli in particolare, che, deputati ne' maestrati o ne' Consigli a discutere questa materia per pubblico servizio, diranno, come ho udito dire da piú d'uno, d'esser impossibile il trovar regola che basti a frenar questa corrente de' popoli; ma io non posso si facilmente disperarne il rimedio. Chi osserverá che nello Stato del serenissimo granduca per lo corso di sessanta e piú anni non ha patito alcun'alterazione la moneta, avendo sempre valuto la dobla d'oro 20 lire fiorentine, lo scudo d'argento 7, gli ongari 11 e un terzo, ed i zecchini veneti e i gigliati lire 12, e che solo da poco tempo in qua s'è fatta qualche alterazione (non però dal principe ancora approvata), che in certi miei scritti di questa materia (che fino dal 1680 diedi in mano a molti amici) io predissi dover seguire; e osserverá dipoi che nello Stato veneto il zecchino dal 1605, ch'egli valeva dieci lire, fino ad ora a poco a poco ha raddoppiato, valendone ora venti, ed ha sempre tirato seco di pari passo la valuta delle altre monete; e che lo stesso disordine è seguito, anzi maggiore, negli Stati ducali di Lombardia; e molto maggiore seguí in Polonia a' tempi di Casimiro, quando in due o tre anni soli passò l'ongaro dalla valuta di 6 a quella di 12 fiorini: non potrá di meno di scorgere che questa malattia ha i suoi preservativi, senza de' quali non sarebbe si conservata sana sí lungo tempo la Toscana, che pure non è nell'Indie, ma nel mezzo d'Italia, e traffica del continuo con altre province, pur troppo da cotal morbo infette; anzi sarebb'ella tuttavia nella sua primiera constituzione, se, mutando la dose a' suoi scudi, non avesse ella trascurato i veri lattorari. Onde vedrá quanto poco fondamento abbiano i discorsi di quelli, che, nell'oscuritá di queste materie non trovando ove mettere un piè sicuro per mancanza di lume delle piú vere cognizioni, disperando de' rimedi, saldamente pronunziano esser male incurabile, e tanto piú in questa opinione si stabiliscono quanto che vedono ne' loro paesi essere stato in ogni tempo medicato, ma invano, con infiniti bandi e proclami, che a nulla giovarono. Che se faranno riflessione come abbia potuto qualch'altro Stato sí lungo tempo mantenersene esente, non avranno ragione di sí fattamente disperare.

Tanto basti, o lettore, averti detto sul tuo ingresso alla lettura di questo libro, nel quale non devi pretendere quella pulitezza di stile né quella facondia, ch'io non professo e non ti prometto. Le materie dogmatiche sono come in architettura l'ordine toscano, che con gli ornamenti troppo gentili si deturparebbe. Attenderò alla sodezza delle massime ed alla distribuzione ordinata delle cose da dirsi, onde risulta la chiarezza. Ti porrò bensí innanzi ne' primi capitoli alcune cognizioni dell'antico valore de' metalli e delle monete, ed altre notizie erudite, che, se avido sei d'intender subito i fondamenti delle mie opinioni circa lo stato presente delle cose, ti sembreranno forse un poco lontane dall'intento principale. Ma leggile pure, e proseguisci con ordine, ché vedrai nascerne lume tale a poco a poco, che, a guisa di coloro che, dimorati lungo tempo nelle tenebre, onde non soffrirebbono di primo tratto una luce gagliarda, col trattenerti qualche poco fra quest'ombra dell'antichitá, giugnerai finalmente a veder chiaro anco in faccia al sole.

Tu nel restante supplisci con la tua bontá compatendomi; e vivi felice.

CAPITOLO I

Che cosa sia moneta, e delle materie con che si fabbrica, e di quanta importanza ne sia l'uso all'umana societá.

L'umana industria, ch'è figlia primogenita dell'intelletto e di quella necessitá che n'impose natura, quando del tutto ignudi e disarmati ci espose al mondo, ha di poi progenerate tante, e sí maravigliose invenzioni moltiplicate in ogni secolo, che ne ha non solo ristorato, ma riempito pur troppo di delizie e di mille nuovi generi di disidèri e compiacenze la stessa nostra mente. Fra tutti i suoi trovati però finora prodotti a comodo universale, io inclinerei facilmente a concedere il primo luogo alla moneta; imperocché l'oro e l'argento, che per natura sono tanto piú deboli del ferro, che, se non restassero inutili metalli, per lo meno a pochi usi necessari destinar si potrebbero, col mezzo di questa invenzione sono divenuti il piú necessario instrumento dell'umana societá, ed hanno acquistata sí gran forza e virtú, che ponno dar moto a rivolger sossopra tutta l'universitá de' beni mondani. E fossero pur eglino usati soltanto giusta le leggi dell'onesto e del giusto! come non vorrei che Boezio si lamentasse, dicendo:

_Heu! quis primus fuit ille auri, qui pondera tecti gemmasque latere volentes pretiosa pericula fodit?_

E non sentiressimo le invettive, che tanti altri fan contro i metalli, che pure per natura e per l'uso primiero della moneta sono cosí innocenti, che non ha sdegnato il Salvatore stesso di valersene tra noi e di constituire fra' suoi apostoli il tesoriere. Potrei qui facilmente diffondermi, tessendo lunghi encomi a questa saggia e comodissima invenzione e numerando a lungo gli emolumenti, che ne ha tratto l'umano genere, cosí nelle scienze e nell'arti, l'augumento delle quali tutto pende dalla comunicazione de' popoli anche lontani, come nelle comoditá stesse, che meno disastrosa la vita ci rendono, che dal commercio di tutta ormai la terra insieme hanno l'origine. Ma non voglio entrare in questo pelago, mentre, per render informato chicchessia dell'utilitá di questa invenzione, basta far sí ch'egli si figuri nella sua mente di vederne privo di nuovo il mondo, e consideri gl'incomodi che ne nascerebbono, se dovessimo ciascuno di noi andar cercando a chi avanzasse ciò che a noi manca, e per mezzo di puro baratto aggiustare il contratto con altre cose nostre, di cui quegli abbisognassero.

Qual metallo fosse la prima volta coniato, non è pur facile a determinare. L'erudito Davanzati diede veramente il primato al rame, mentre dice in una sua _Lezione sopra le monete_ queste parole: «Fu adoperato il rame dall'antichitá e da tutte le genti fu assonto a cosí alto uffizio per legge accordata»; onde vuole che fossero di rame le piú antiche monete, e che poscia incominciasse a spendersi l'oro e l'argento in pezzi rotti, che necessariamente furono dipoi pesati, indi segnati ed in moneta battuti. Ed io so bene che cosí fu in Roma, ove consta chiaro che prima d'ogn'altro metallo fu battuto il rame da Servio Tullo, improntandosi una pecora, e che molto dipoi fu coniato l'argento, ed in fine anche l'oro; onde, se prima de' romani non si fosse veduta moneta, sarei con questo autore. Ma egli medesimo aveva pur veduto nel sacro _Genesi_[1] che Abramo, il quale «_erat dives valde in possessione auri et argenti_», comprò da Effrone il campo per sepellire la moglie, pagandone per prezzo «_quadrigentos siclos argenti probatae monetae publicae_», dice la Volgata, o pure «_currentis inter mercatores_», secondo l'ebraico testo. Allo stesso Abramo furono numerate mille monete d'argento da Abimelech, oltre molte pecore ed armenti[2]. Giuseppe fu venduto venti monete d'argento da' suoi fratelli a' madianiti mercanti. Onde siamo bensí certi che in quei tempi usava il mondo, almeno nelle parti orientali, la moneta d'oro e d'argento; ma, quanto al rame, io non so se il Davanzati ne possa aver trovato l'uso in moneta, piú antico di questo, presso qualunque autore, onde dir si possa assolutamente dalle genti essere stato il rame prima degli altri metalli in moneta ridotto. Vero è che Wilebrordo Snellio, _De re nummaria_, fa dubbio in quell'«_appendit monetam_», quasi che non fosse argento coniato ed il siclo non fosse a quei tempi una moneta intiera da sé, ma un peso particolare; onde il dire «_appendit monetam quadrigentos siclos_» sia come se dicessimo: «egli pesò quattrocento once d'argento». E la veritá si è che il siclo non era solo nome di una specie di moneta, ma anche d'un peso particolare; come in Grecia la dramma era nome e del peso, che era l'ottavo d'un'oncia, e della moneta, onde altre monete di due e di quattro dramme «didrachme» e «tetradrachme» si chiamavano; e fra noi l'oncia è nome non solo d'un peso, ch'è la duodecima parte della libbra, ma d'una longhezza, ch'è la duodecima d'un piede. Ma né meno per questo dire dello Snellio mi partirei dall'opinione che il siclo fosse effettiva moneta coniata con qualche segno della pubblica autoritá, mentre la chiama il sagro testo «moneta pubblica approvata» o pure «argento corrente fra' mercanti». Anche in Venezia si spendono le doble ed altri ori «a marco», che vuol dire «a peso»: dicendosi, per esempio, «doble numero 200 a marco 197-1/2», conforme si trova col peso, che siano difettive dal giusto; ma non perciò resta che le doble non siano monete pubbliche ed approvate e correnti fra' mercanti. Checché ne sia però, egli è certa cosa che di piú antica moneta non è stata fatta menzione da scrittore alcuno, perché ne' tempi prima d'Abramo non abbiamo, fuor delle tavole, alcun'altra notizia, per quanto ne parla il sacro testo. Onde resta evidente che tutti coloro, che hanno voluto direi chi fossero i primi inventori che misero in uso la moneta, si fondano su deboli congetture, e che molto piú sicura congettura di tutte si è il dire che non lo sappiamo; lasciando che Plinio[3] dica che il primo, che trovasse l'uso di vendere e comprare, fosse Basso; e che Strabone racconti che in Egina si battessero le prime monete, Erodoto in Lidia, Lucano in Tessaglia, altri in Nasso, altri in Attica. Tutte vanitá, perché, trattane l'ebraica dalle altre nazioni, pur troppo scarse sono delle piú antiche storie le notizie a noi derivate, mentre, fuori delle greche, non senza sospetto di mendacitá, e delle latine, alquanto piú certe, degli altri popoli è vano il ricercare i fatti de' loro primi secoli; anzi nella Grecia stessa io ritrovo molto difficile rinvenirne il vero. Dicono che Teseo re d'Atene (viveva questi ne' tempi stessi che regnava Fauno nel Lazio, Laomedonte in Troia ed i giudici in Israele) batté moneta e ví fece scolpire un toro[4], siasi per memoria del minotauro da lui superato, o perché volesse i suoi cittadini eccitare anche con questo segno alla coltura de' campi; ma nondimeno molti anni dopo, se non mentisce un poeta, abbiamo da Omero che Glauco fece un baratto dell'armi sue d'oro, che valevano cento buoi, con quelle di Diomede, ch'eran di ferro e ne valean nove; onde pare che in quei paesi usassero parlar de' buoi a contratto, come ora si fa delle monete, dicendo che un'armatura valeva cento buoi e un'altra nove. Cosí ne' primi tempi di Roma[5] le condanne imposte dalle leggi a certi delitti constavano di pecore. L'una e l'altra, per mia fé, moneta molto grossa e di peso: se però non è equivoco nell'uno e nell'altro luogo; e quel nome di «buoi» in Omero non è piú tosto il nome delle monete istesse di Teseo, che de' buoi portavano l'impronta, come la pecora nelle romane effigiata dicessimo: onde le leggi imponessero la pena di tante pecore, volendo dire di tante monete coll'impronto della pecora; come oggidí si dicono «cavallotti» certe monete lombarde coll'impronto d'un cavallo, e con piú nobile uso sentiamo chiamar «luigi», «filippi», «carlini», «giuli», «paoli», «mocenighi», ecc., varie monete dal nome de' loro principi: costume che fu pur anco de' greci e degli asiatici, che «filippi» e «dari», dal nome di Filippo di Macedonia e di Dario re di Persia alcune monete nominarono. Ma, dopo Teseo erano bensí corsi piú secoli, quando Licurgo proibí ogni altra moneta agli spartani, fuorché di ferro ben pesante, acciò, con l'incomodo di contrattare, mancassero i disideri e fosse posto freno al lusso. Che se di Temistocle, che fu quattrocento anni dopo Licurgo, mi narra Plutarco[6] che persuadesse gli ateniesi a condannare all'infamia Artenio Zelite co' suoi discendenti per aver portato di Media in Grecia l'uso dell'oro: io non penso giá che ciò voglia dire che allora fosse la prima volta introdotto l'uso delle monete in Grecia, perché ripugnarebbono gli altri attestati dell'autore medesimo; ma bensí che, dopo essere stato l'oro lungo tempo prima bandito; l'avesse costui di nuovo, contro le leggi della patria, proccurato d'introdurre. Cosí, avendo Lisandro rimandato a Sparta Filippo, uomo per altro grande nella patria e benemerito, con molti sacchetti d'oro sigillati, guadagnati nell'espedizione di Tracia, il cattivello, tocco d'avarizia, sdrusciti nel fondo i sacchetti, ne levò d'ognuno non poca parte, e ricusciti gli consegnò agli efori; che trovato in bocca di ciascuno il numero scritto, non corrispondente alla somma numerata, ne fu egli scoperto e costretto a fuggirsene. Ma dall'aversi un tanto uomo lasciato corrompere dall'oro e a sí indegna azione trasportare furono cosí stomacati gli efori, che vollero rinnovare la legge antica, con che ogn'altra moneta, fuorché di ferro, restò bandita. Ed ecco quanto della primiera introduzione delle monete in Grecia ho potuto rintracciare.

Ma in Roma non incontra dubbio alcuno l'istorica veritá che prima di Servio Tullo non furono battute monete, e che egli fu il primo a batterle coll'impronto di una pecora; mentre alla testimonianza di Livio, Plinio, Plutarco ed altri non è chi abbia in ciò contradetto, che io sappia. Ma prima di Servio Tullo si valevano pure ne' contratti di certi pezzi di metallo, non segnati ma dati a peso; onde quel re non fece altro che coniarli, per ovviare alle fraudi con la pubblica autoritá. Trasse ella dunque dalla pecora il primiero nome di «_pecunia_» appresso i latini, che da' greci fu detta «_nomisma_» da «_nomos_»[7], che «legge», o «pubblica determinazione» vuol dire, onde hanno poi anco i latini fatto «_nummus_»; e fu detto anco «peculio» l'avere di ciascuno, cosí in moneta come in altre cose valutabili, con tanto maggior ragione, quanto di que' tempi in poco altro consistevano le ricchezze de' romani che in gregge e mandre. Né battuto fu l'argento[8] prima d'avere superato in guerra e disfatto Pirro, re degli epiroti, l'anno 485 dall'edificazione di Roma e sessantadue anni dopo che fu battuto l'oro.

Non sono però queste tre sole le materie, che hanno usato ed ancor oggidí usano in qualche parte del mondo per moneta; conciosiacché e di ferro e di stagno, e d'altre materie fuori anche de' metalli, s'ha valso e vale tuttora a questo fine l'industria umana. Nella grand'isola di Sumatra, che stimano molti (e credo con ragione) sia l'antica Taprobana di Tolommeo, si batte anco a' secoli nostri oro, argento e stagno, e di quelle di stagno ne vanno 25 al ducato d'oro. Ne' tempi antichi la Gran Brettagna (per testimonio di Cesare ne' suoi _Commentari_[9]) soleva valersi di moneta di ferro, fatta in forma di anelletti di certo peso, forse per comoditá d'infilargli; siccome a' nostri tempi anche i cinesi fanno certe monete dette «_picis_», forate in mezzo, per comodo pure d'infilarle e portarle al collo e in ispalla su' bastoni, in vista d'ognuno, non senza vanitá. Dionigi tiranno di Siracusa e li romani stessi ne hanno fatte di piombo e di stagno, benché dipoi proibite per legge[10].

Marco Polo[11] vuole che nel Cataio a suo tempo si usasse moneta di porcellana, ed in Cambaia foglie di gelso, o sia moro bianco: ma io ho gran paura che le porcellane, ch'ei dice, non siano vasi di terra che nella Cina ed altri regni d'Asia si fanno, ma quelle conchiglie picciole e bianche, che in Italia «porcellette» sogliono chiamarsi, delle quali per altri riscontri siamo certi esser grand'uso in piú luoghi d'Asia in luogo di moneta; siccome le foglie de' gelsi, ch'egli dice, non posso capire come siano tali effettive, ma bensí viglietti di carta fatta dalla scorza di gelsi, come egli stesso narra altrove, che, sottoscritti dal re o ministri, hanno valore di monete, come piú basso diremo. Cosí racconta lo stesso che li tartari del regno di Tebet usano per moneta coralli. In Etiopia usano alcuni popoli il sale, benché cambiano cosa per cosa nelle loro fiere. Nell'isola di San Tommaso vicino all'Africa sotto l'equinoziale hanno grande spaccio le conchiglie, che sopra dicessimo chiamarsi «porcellette», e da' portughesi «_buzios_»[12], perché piú addentro nell'Etiopia corrono per monete, e particolarmente nel regno di Tombuto, ove racconta Lione Africano[13] che s'apprezzano tali conchiglie 400 al ducato; e sei ducati e due terzi fanno un'oncia d'oro a peso di Roma. È certo che nel paese degli azavaghi, di cui parla messer Alvise da Mosto nobile veneto[14], ed in altri regni dell'Africa usano per moneta minuta queste lumachette. Anzi nell'Asia per tutto il regno e costa di Malaga e di Bengala nel Pegú, e per molti altri regni circonvicini hanno gran corso simili conchiglie per moneta, e si pigliano nell'isole di Borneo, Bantam, Maldive ed altre; ma sono di sí poca valuta in que' paesi, che una gallina si vende quattrocento di tali lumachette. Anzi è da notare che da queste dell'Asia a quelle d'Africa v'è questa differenza: che l'africane sono tutte bianche, e quelle d'Asia hanno una linea gialla per mezzo, né altro che quelle si accettano.

Nel regno di Senegal racconta il predetto messer Alvise da Mosto che non usavano alcuna sorte di moneta quei mori, ma barattavano cosa per cosa. Niccolò Conti veneto, in una sua relazione appresso il Ramusio[15], vuole che in certe parti dell'Indie si usino in luogo di moneta certe carte sopra le quali è scritto il nome del re, che sono forse le stesse che narra Marco Polo, come sopra dicemmo; ed aggiunge che queste nel Cataio ogn'anno si riportano alla zecca per farle rinnovare, con pagar due per cento, e le vecchie si gettano subito sul fuoco. E nella Nuova Spagna in America usavano per moneta i semi di cacao, che è l'ingrediente principale del cioccolate, bevanda che, dagli spagnuoli portata da quei paesi, si è fatta ne' giorni nostri comune anche all'Italia; e dice Diego Godoi, in una sua relazione, che valeva a suo tempo come un mezzo marchetto da noi ogni grano: che mi pare gran prezzo, trattandosi di moneta che seminata moltiplica. Comunque siasi però, egli è certissimo che li metalli piú comunemente usati nel mondo sono l'oro, l'argento e il rame; anzi in quei regni, ove usano semi e conchiglie, non hanno luogo queste se non come moneta minuta del paese, costumandosi per altro in quasi tutti quei luoghi la moneta d'oro e d'argento.