Economisti del cinque e seicento

Part 21

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E questi sono quelli disordini che potria causare, delli quali alcuni si possono reparare con provisioni, e alcuni, stante l'ordine del Regno, poco o nulla farian di danno al Regno. E si discorreria il modo, quando questo sbassar di peso potesse causare abbondanzia di moneta; ma, causando solo conservazione a rispetto della perdita che vi saria estraendola in alcuna parte, intanto bisogna trattar di questo remedio in tempo che si è dato modo di fare abbondare il Regno di monete; e poi, volendosi servire di detto remedio per conservarla con utile del prencipe, si ritrovaria modo che repararia ad alcuno delli detti inconvenienti, e gli altri si faria conoscere non fare danno al Regno.

CAPITOLO V

Della proporzione giusta fra l'oro e l'argento, tanto d'antichi quanto di moderni.

È quasi l'opinione commune de' prencipi o de chi tien pensiero del governo de' loro Stati che, dandosi la proporzione giusta fra l'oro e l'argento, possa esser causa detta proporzione dell'abbondanza di detti metalli in quel regno; e all'incontro, eccedendosi o in piú o in meno in detta proporzione, che sia causa di far impoverire il regno o dell'uno o dell'altro di detti metalli opure di tutti doi: e perciò si è andato investigando quale fusse questa giusta proporzione e quale gli avessero dato gli antichi e quale li moderni. E, per accennare alcuna cosa in breve della proporzione degli antichi, per quanto si lege in Platone, nel suo tempo correa la proporzione duodecima, e ne' tempi nostri poco differisce, ché in alcuni luochi piú e in alcuni meno si ritrova. Né bisogna discorrere, in ritrovar la giustizia o veritá esatta di detta proporzione, per rispetto della natura o qualitá di detti metalli, ché saria cercarla invano e dove non si può ritrovare; e mi par che si siano ingannati in questo pensiero, poiché questa proporzione è proporzione di prezzo, il quale sta sotto la potestá dell'uso, come dice la legge «_Praetia rerum_» ne' _Digesti_ nel titolo _Alla legge falcidia_. Sí che, stando in potere dell'uso, il prencipe, che vuol constituire questa proporzione forse nova dell'uso proprio antico e dar principio a un uso nuovo, deve considerare l'uso de' luochi convicini o lontani, co' quali il suo regno tiene o possa tenere commercio, e della abbondanza della moneta dell'uno e l'altro, insieme con il trafico che tra loro si tiene; e da queste e altre circostanzie conoscere in che modo torna conto al suo regno mutar la proporzione in piú o in meno dell'uso antico, con conformarsi o difformarsi dall'uso di detti luochi secondo li parrá espediente, e da simili considerazioni constituire il prezzo tra l'oro e l'argento che potria causare alcuno utile al regno.

CAPITOLO VI

Delli espedienti contra la penuria della moneta in generale.

Si è fatto conoscere appieno la causa perché non vengono denari in Regno ancorché ogn'anno se ne estraa la valuta da circa milioni sei di robba, e ancora non vi essere altra causa che possa far venire denari, per esser privo della maggior parte degli accidenti che possono causare l'abbondanza de l'oro e dell'argento, con essersi declarato gli accidenti predetti, e similmente li remedi tentati e proposti non esser stati né posser essere bastanti o potenti di producere detta abbondanza. Dalla quale cognizione deve nascere cognizione bastante, almeno in generale, che remedio bisognaria per arrivare al detto effetto: che saria prima levare la causa che non lascia venire denari per la robba che si estrae, e introdur gli accidenti de' quali il Regno è privo, che la qualitá del Regno può comportare; con l'altre provisioni, che conservino e agiutino gli accidenti predetti. Le quali cose tutte dovriano essere facili, essendo vera la proposizione che, conosciuta la causa del male, sia facile il remedio. Ma, perché, come si è detto nel principio e per esperienza si vede, non sempre è possibile, e il piú delle volte difficile secondo la potenzia delle cause: perciò, essendo la causa, che non permette venire li denari della estrazione della robba, potentissima, levarla o non sará possibile o pur difficile, e altretanto l'introduzione degli altri accidenti che può comportare la qualitá del Regno. Della qual possibiltá e difficoltá si ha da trattare.

CAPITOLO VII

Della difficoltá o possibiltá delli espedienti predetti.

Le cause, che non permettono che vengano denari in Regno, ancorché ogn'anno se ne estraa robba da circa milioni sei, sono l'entrate che tengono forastieri in Regno, che, come dice il detto De Santis, non vi è remasto piú né vita né robba per obligarvi, l'industrie che vi fanno con le robbe che vengono da fuora per il bisogno del Regno; le quali cose tutte ascendeno a molto piú che possa importare la robba che si estrae, ancorché fusse di somma maggiore, le quali non permetteno che vengano denari per le robbe predette. E tutte quasi pareno impossibili a levarsi, o difficilissime, o con ruina e danno del Regno tutto o d'infiniti particulari, che forsi, tentando questi remedi, saria un causare maggior male. E, per far meglio intender questo, se si vuol parlare di levare la causa dell'entrate che tengono forastieri, questo non si potria fare se non col ritornar loro li denari; e questo, oltre d'essere impossibile al Regno, quando fusse, non li saria espediente, ché saria privarlo afatto nel stato che si ritrova, e non farlo abbondare di denari. Se si dice che si deveno sospendere per alcun tempo, non dico li sei mesi detti dal detto De Santis, ché nulla giovaria, ma molto maggiore, né l'uno né l'altro permette la legge; e cosí si diria impossibile per legge. E se mi si dicesse che non si deve dire impossibile per legge, poiché l'utile publico si deve preferire al privato, e, importando salvare un regno, la legge non tiene conto della ruina de' privati per la ragione predetta, e non solo permetterlo ma commandarlo: rispondo tutto esser vero; ma prima bisogna esser certo che di nissun altro modo si possa riparare alla ruina universale e danno publico che con la ruina e danno de' particolari; secondo, che il detto danno e roina de' particolari non causi e importi altro danno publico e universale, ché in nissuno de li doi modi dalla legge si permette il danno privato; e nel caso nostro non vi è né l'una né l'altra certezza, ma pericolo grande del secondo. E il simile si dice dell'altra parte della causa, cioè dell'industrie che fanno forastieri in Regno: ché, volendo levar questa causa, oltre del danno de' privati, saria privare il Regno del commercio; e, per la robba che viene da fuora per il bisogno del Regno, pare impossibile semplicemente, ché, non pagandosi, non si avranno. Sí che voler remediare con levar la causa, che pare il remedio piú sicuro e certo, in alcuna parte è impossibile, in alcuna pericoloso e forse causa d'altro maggior danno: perciò difficilissimo si dirá il remedio, e tanto piú difficile quanto altro che levar la causa pare impossibile, e, se altro remedio apparente si ritrovasse, meno potria far l'effetto, mentre è verissima la proposizione che durante la causa dell'infermitá durerá sempre l'infermitá.

Circa la seconda causa della penuria delle monete, che è il defetto degli accidenti communi, quale per levare, bisognaria introdurli; e, se questo remedio non si ha da dire impossibile per essere accidenti communi, quali si è detto possere accadere a ogni regno, sará difficilissimo, sí per esser di sua natura difficile, bisognandovi non una cosa sola, ma molte e molte per introdursi che produca l'effetto. La difficoltá l'accresce la contraria inclinazione della gente del paese, come si è detto nella prima parte; e il tutto ha da dependere dall'ultimo accidente commune, che ha da movere, disponere e conservare gli altri accidenti, quale similmente si è detto difficilissimo essere da essercitarsi al proposito, oltre d'altre difficoltá minori e particolari. Per lo che, da questo e altro che si può considerare, si conclude gli espedienti predetti essere difficilissimi semplicimente intesi: si avrá dunque da vedere se vi è modo di facilitarli.

CAPITOLO VIII

Se, non ostante la difficoltá, si possa reparar alla penuria e introdur l'abbondanza.

Giá si è inteso la difficultá degli espedienti: resta di dire se vi è modo de facilitarli o ve ne possano essere altri, per concludere questa terza parte e adempire quanto si è promesso. E, in quanto alla prima causa, ch'è l'entrate che tengono forastieri in Regno, se detta causa si deve levare, si concluda che, o per la ragione dell'impossibilitá o pericolo di maggior danno, che non si deve tentar questo espediente. Quell'altro di levar l'industrie de forastieri, quando si facesse, non genera alcun danno, ma utile al Regno, né lo priva del commercio; e di quello, che per tal ragione lo privasse, li giova in superlativo grado, ma con li debiti modi, essendo potenti piú volte li diversi modi far diversificare l'effetto senza togliere la causa. E, in quanto alla robba che viene da fuora per il bisogno del Regno, si concluda che d'alcune robbe, che sono prodotte dalla natura e in Regno non vi sono, come sono li metalli, robbe di speziaria, è impossibile levar la causa; ma di tutte altre, che produce l'artificio, essere possibile levar la causa, e doversi fare per principale espediente. Quale causa si leva levando la seconda causa principale che produce la penuria, cioè il defetto degli accidenti communi, con introdur in Regno gli artefíci; quali espedienti, per esser possibili e importare quanto si è detto, con ogni sforzo si deveno cercare di arrivare. E, se bene tanto questo quanto gli altri non si neghi che non siano difficili da intendersi in sé come si abbino da disponere, conoscendo quel che vi bisogna, non per questo si deve lasciare di cercarli e metterli in essecuzione, dovendo atterrire la difficoltá gli uomini di poco spirito e manco forze, e non chi deve abbondare e abbonda maggiormente di spirito e di forza, come è il prencipe che governa: essendo verissima la proposizione che a colui che vuole e puote non è cosa difficile, e l'altra ancora che non si concede cosa alcuna senza gran travaglio di vita. E, se non fussero in sé d'alcuna difficultá importante per esser conosciuti e ben disposti, fuori di proposito mi saria affaticato in far conoscere quanto si è fatto conoscere; e la principale operazione dell'ingegno sta in facilitar le cose difficili, e piú volte arriva alle cose che communemente son state tenute per impossibili. E, perché la maggior difficoltá consiste nel modo, giaché le cause e remedi son chiariti, si accennerá solamente in confuso e in generale il modo che, senza produrre inconvenienti o danno al Regno, possa generar abbondanza di moneta, removendo gli effetti della penuria prodotta dalle cause predette, non convenendo per piú rispetti dire il modo in particolare. E, perché da alcuni non si imagini che questa sia escusazione dell'ignoranza, sempre che il padrone lo comanda, se li fará palese il modo in particulare, con reforma grandissima e beneficio universale del Regno e della Maestá cattolica, senza privare il privato del suo contra la disposizione della giustizia, quale sempre deve avere il primo luoco nella considerazione di chi governa e regolare tutte sue operazioni, contra o senza la quale mai si deve fare provisione picciola o grande.

CAPITOLO ULTIMO

Come si possano facilitare gli espedienti predetti.

Resta, per dar fine a questa terza parte, trattare della facilitazione degli espedienti, del modo che si è promesso, in confuso, accennando solamente e non discorrendo come si è fatto, convenendo, cosí per ragione della materia e altri rispetti, non palesarli come si è fatto dell'altre cose discorse; e deve bastare assai e non poco aversi dimostrato e fatto conoscere tanti errori nelli quali l'intelletto si era ingannato, e con supposizione di veritá prodotti e moltiplicati sempre errori, e, ancorché in parte lo conoscesse, pure stesse nella prima confusione, né mai si ha possuto levare da quella. E non solo si è fatto conoscere l'errore, ma in breve tutte le cause che possono fare abbondare li regni di monete dove non vi sia miniera di oro o argento, e con piú essempi ed esperienze di diverse cittá d'Italia comprobato esser vere; che non dovria parer strano, a chi desia d'investigare e fatigar l'ingegno, contentarsi di questo e di aver detto quanto si è detto sopra li remedi tentati e proposti da altri, con accennar gli espedienti veri e in questo fine il modo, esplicando alcune contrarietá che par contenga detto modo.

Come si è detto, una delle cause che non permette vengano denari in Regno per l'estrazione della robba sono l'entrate che tengono forastieri; e si è concluso che o non sia possibile o non espediente, per il pericolo di maggior danno o altro, levar questa causa, e ancora esser proposizione vera che durante la causa dell'infirmitá duri sempre l'infirmitá. Da queste due conclusioni par che nasca consequenzia necessaria che non vi possa essere remedio mentre la causa non si può togliere, e, non togliendosi, il male ha sempre da durare. Bisogna resolvere questa contradizione. Alla quale si risponde che, ancorché la causa non si levi, non segue consequenzia che debba durare sempre il male, perché la proposizione che durante la causa dura l'effetto, o sia morbo o altro, procede nelle cause necessarie semplici e assolute, quali necessariamente producano l'effetto, come è il fuoco a rispetto del caldo; ché non sará mai possibile levarsi l'effetto del caldo non levandosi il fuoco, e sempre che ci sará il fuoco ci sará necessariamente il caldo. Ma nel particolare nostro è differente caso, ché l'entrate non sono causa necessaria né assoluta, ma contingente, la cui natura non produce di necessitá l'effetto, ma contingentemente e con condizione; sí che, se bene fusse impossibile o non espediente levar la causa, non per questo séguita che sia impossibile levar questo effetto o non ritrovarci espedienti, per la regola che durante la causa, ecc. Ché quella, come si è detto, procede nelle cause necessarie e assolute, e questo remedio può essere con alterar le condizioni e modi con li quali produce detto effetto, o impedirli per diretto o per indiretto; essendo verissimo in dette cause, con alterar il modo e le condizioni o impedirle, impedire e alterare ancora l'effetto; poiché, essendo della natura predetta la detta causa, segue che non sia come forma, che la privazione dell'effetto non si possa adempire per l'equipollente durante detta causa. E questo basti per far conoscere non esser remedio impossibile, né meno difficile per le ragioni predette.

Circa l'altre cause dell'industrie, il remedio contra quelle è piú facile, perché il medesimo remedio, che si opera per fare che la causa dell'entrata non produca l'effetto predetto, fará il medesimo a rispetto dell'industrie, essendo cause non solo d'una medesima natura e qualitá, ma poco meno che medesima; e, oltre ciò, si è concluso, quando si volesse in tutto togliere, non essere né impossibile né produrre danno alcuno al Regno levarla, anzi giovarli grandemente ed esser facile per piú strade (lo che non bisogna discorrere per le medesime ragioni), e il detto De Santis lo confessò nel suo _Discorso_, quando disse che non era danno alcuno al Regno quando non si cambiasse per la fiera di Piacenza o altre fuora Regno. E, per dare alcuna similitudine vicina in questa materia, come con alterare li mezzi o impedirli s'impedisca l'effetto, e per indiretto si ovvia che una causa contingente non lo produca, portarò la provisione fatta un tempo nel Stato di Santa Chiesa, quale dice il detto De Santis essere stata tolta dalla felice memoria di Clemente ottavo (dico l'ordine che si cambiava dalle fiere di Piacenza e altre in Roma in scudi d'oro con ducati d'oro di Camera, ordinando che si cambiasse in scudi d'oro dell'«otto stampe» e non in ducati predetti), lodando detta provisione del predetto pontefice, perché detto ducato d'oro non era moneta effettiva, ma figurata. Lo che non fu bene inteso dal detto pontefice con quanto discorso e maturo giudizio e prudenza fusse ordinato dal suo predecessore che l'ordinò, che non solo ordinò che il cambio in Roma non si pagasse eccetto con ducati d'oro detti di Camera (e la parola vecchia e nuova è stata agiunzione, dopo che incomminciorno ad abusare detto ordine, e li successori non conobbero l'importanza, e per questo poco se ne curorno e permessero che si pagasse un scudo d'oro con quelli baiocchi di piú che dice), ma volse ancora che si pagassero di detta moneta di docati di Camera tutti li deritti di dataria e cancellaria, con altre ragioni di Camera; quale ordine dopo si abusò, come si è detto. Né è vero che fusse moneta figurata e non effettiva, ma era moneta realissima ed esistente, ed era di oro puro, quale sempre si è fatta, infin che, non so per che causa, in Italia s'introdussero li scudi, alterando l'oro della sua bontá de carati 24 e reducendolo in 22, con mescolar o argento o rame o tutt'e duoi insieme, secondo diverse proporzioni, facendone scudi; de la quale moneta di docati di Camera predetti insin al tempo nostro se ne vede, che è un ducato d'oro puro, ma non del peso dell'ordinario, con una impronta d'una navicella, che volgarmente si dicono «della navicella». E dico che, quando il detto pontefice Clemente ottavo avesse inteso e conosciuto a che fine fu ordinato questo, e quanto beneficio possea causare di far venire denari in Roma, l'osservanza di quello avria tolto l'abuso di pagarsi, come dice, un scudo con un tanto di piú in luoco del ducato, e lo avria redotto nell'osservanza ch'era stata in tempo antico, con altre provisioni necessarie per farvela stare. Dico dunque che, sí come quel pontefice, che ciò ordinò, con una provisione giusta per indiretto venía a proibire alcuni disordini e cause che generavano penuria, nel suo Stato, di moneta, e con quella causava che l'accidente commune del trafico somministrasse la quantitá di denari che non somministrava in detto Stato conforme la qualitá del luoco, impedendo e alterando i mezzi co' quali si causava detta penuria: perché con maggior facilitá non si può impedire in questo regno l'effetto che causano l'entrate o industrie che tengono forastieri in Regno, essendo molto piú disposto il Regno d'introdurre diversi e diversi mezzi, come si dirá, nel tempo detto di sopra?

Ma, circa l'espediente contra il retratto delle robbe che bisognano da fuora, pare impossibile, poiché bisogna in ogni conto pagare la robba a chi la vuole. Ma, si bene questo è impossibile a rispetto delle robbe naturali e necessarie, per l'artificiali non è cosí, e ancora per l'equipollente si può reparare alle naturali e necessarie; e non solo si può riparare con diversi modi e fare che non si causi l'effetto predetto della penuria, ma che operi il contrario, dico l'abbondanza. Né questo voglio tener celato, che il tutto si può fare introducendo gli accidenti communi che si possono introdurre in Regno, quali non solo son possibili introdursi, ma si devono dire facili, fuor dell'accidente del trafico, per la qualitá del sito, al quale non si può reparare direttamente, ma indirettamente. Quali introdotti, non solo si viene a mancar della penuria in tutto; ma, se non vi fusse l'accidente proprio della robba che nasce soverchia, pure vi si introdurria l'abbondanza, come l'esperienza lo dimostra con l'essempio di piú d'una cittá d'Italia. E, se ad alcuni paresse difficile l'introduzione di questi accidenti, l'intelletto di questi sará di quelli che dissi che conoscono la bugia per veritá o la veritá per bugia, o di quelli che estimano impossibile ogni cosa che loro non conoscono, non ostante tante e tante invenzioni nuove e antiche che si scriveno, quali da tutto il mondo prima di quelle erano state estimate per impossibili. Né in questo bisognaria che concorresse l'intenzione o volontá o conoscenza d'alcuna maggiore o minore parte di popolo, alla quale saria difficile persuaderli e farli conoscere quel che l'intelletto loro non conosce; ché basta di farlo l'ultimo accidente commune, quale, come si è detto, è come causa agente e superiore di tutti gli altri accidenti, e quelli può disponere, introdurre, causare, migliorare e mantenere con altre cose dette nella prima parte. Il cui soggetto, tanto nel particolare che risguarda la parte dell'intelletto, quanto nella parte che risguarda l'operazione della volontá, per essere in quella perfezione ed eminenza che per questo e altro si possa desiderare (lo che far conoscere né la materia lo ricerca, né l'autore è sufficiente, né al mondo è incognito, e perciò si lascia), non occorre dubitare che possa questi e altri espedienti di maggior difficoltá far riuscire, togliendo ogni defetto e facilitandoli, removendo ogni cosa che potesse ostare.

CONCLUSIONE

Essendosi nella prima parte trattato delle cause che possono fare abbondare un regno d'oro e d'argento dove non siano miniere di detti metalli, con l'applicazioni e dichiarazioni per il Regno nostro e altre cittá d'Italia; e nella seconda del particolare del cambio, se l'altezza o bassezza dovea e possea essere causa d'abbondanza o penuria di monete, per il particulare che si trattava secondo l'opinione del detto De Santis, e provisione fatta conforme detta opinione con l'altre concomitanzie; e in questa terza delle provisioni e remedi fatti e proposti da fare, che cosa possano produrre di beneficio o altro, con accennare in generale e in confuso il modo e remedio certo per il bisogno del Regno, secondo la materia recercava e conforme si era promesso: darò fine a questa operina.

IL FINE.

APPENDICE

I

Appii Brundusii Fundani, philosophi ac medici praeclarissimi, de authore Decasticon

Territus et dura districtus compede, Serra, fortunam assuetus pauperiemque pati, monstrat uti parto fiat spectabilis auro Parthenope, ut proprias provida noscat opes. Et regi et Regno bene consulit, undique septam erroris potuit qui reserare viam. Regia iam pietas rumpat fera vincula; capto publica iam supplex consulat utilitas. Si sua sic prosunt, videat cum pauca sub arcto carcere, quid si esset multa videre potens?

II

Sonetto del medesimo all'autore

Quasi fiamma che SERRA angusto luoco, s'avvien che per uscir via si procacci, ondeggia intorno, e par ch'il tutto abbracci, e gli è di largo van lo spazio puoco; del tuo molto valor ristretto il fuoco, pur vince di fortuna i duri impacci, e tra gli orrori, le catene e i lacci risplende sí, ch'altrui non sembra un giuoco. Studi giovar, e con remedi nuovi sani ben lunga infirmitá, che pria curò, ma non sanò, medica mano. Cosí il ciel, e chi può, non facci vano del tuo pronto saper l'effetto sia*, come in un tempo dilettando giovi.

* Cosí nel testo [Ed.].

III

LA ZECCA IN CONSULTA DI STATO

DEL DOTTOR

GEMINIANO MONTANARI

PUBBLICO PROFESSORE DI MATEMATICA NELLA UNIVERSITÁ DI PADOVA

Trattato mercantile, ove si mostrano con ragioni ed esempi antichi e moderni e si spiegano le vere cagioni dell'aumentarsi giornalmente di valuta le monete, e i danni, sí del principe come de' sudditi, che ne succedono, co' modi di preservarne gli Stati.

1683.

PROEMIO