# Economisti del cinque e seicento

## Part 19

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Si bene si è detto che, quando non vi fusse stata detta causa, non possea essere l'altezza del cambio causa di penuria e la bassezza d'abbondanza, e si bene da quella veritá fusse manifesta quest'altra per gli effetti che si scorgano, mi ha parso piú che necessario portare l'una e l'altra e tante altre ragioni addotte che si avria possuto far di meno. E per tal rispetto voglio ancora discorrere sopra il particolare che dice di Sicilia, che lo porta per corroborazione della sua opinione: che, non raccogliendosi in quel regno la quarta parte della seta che si raccoglie nel regno di Napoli, con tutto ciò le galere di Genoa, ogn'anno, di agosto, che vanno in Palermo e in Messina, portano cascette di reali per quelle, e in Regno, che se ne fa tanta, non portano un carlino; e assegna la causa che le piazze di Palermo e Messina sono povere, e per quelle non si trova a cambiare somma grossa per la fiera di Piacenza, e con altre non tengono corrispondenza. Se ciò era vero, fece male non consigliare che si proibesse il cambio in tutto, poiché in questo modo era sicuro venire li denari di contanti, e non per il modo di bassarlo, ancorché fosse vero il guadagno del portare in contanti. Poiché né sempre, né a tutti luochi, né in ogni tempo torna espediente portar contanti, possendo portarli per cambio, ancorché si perdesse in cambiarli; ma, essendo tolto il cambio, di necessitá bisognava portar li denari in contanti. E tanto piú si dovea fare, quanto egli di sopra ha detto che le cittá d'Italia non possono spesarsi della robba del Regno, ché con quella vivono; e l'esperienza predetta del regno di Sicilia lo dovea certificare di questo e non farlo dubitare che si saria perduto il commercio per il mancamento del cambio, come non si è perduto in detto regno. Oltre che, di questa perdita non si deveria tener conto, quando fusse, mentre è causa d'un tanto utile, facendo venire denari, come esso dice, e questo commercio di gran danno, non lasciandone venire e cavandone quelli che vi sono, e cosí impoverendo il Regno in tutto, che maggior danno di questo non si patria fare; e, proibendosi, si remediava che non uscissero e che per forza venissero. Né, se fusse vero che per la povertá de le piazze di Messina e Palermo venissero in contanti le monete per la seta, non ritrovando a cambiarli, si avria lasciato da diversi mercanti, e forastieri e cittadini, e dagl'istessi genoesi, che vengono per la seta, introdur case di ragioni in dette cittá, per possere cambiare ogni gran somma per ogni rispetto.

CAPITOLO XI

Se contradicea alla giustizia la detta pragmatica.

Sopra questo particolare, che è la quinta ragione che si porta in contrario della pragmatica, che non dovea limitare il prezzo certo del cambio, essendo quello libero, si fatica molto in risolverla, dicendo che l'ha ritrovata in bocca di tutti negozianti, e va domandando la ragione perché il cambio debba essere o sia libero, affermando che nisciuno gli lo sappia dire, adducendo diversi essempi di Roma e Genoa che si siano fatte o simili o in cose simili limitazioni: possendosi con due parole risolvere che, essendo vero che il cambio alto e libero causi un danno publico di fare impoverire il Regno, non solo è lecito a chi governa d'alterare e mutare la qualitá e natura de tutti contratti, ma lo deve fare, essendo obligato preferire l'utile e beneficio publico al privato. E cosí vedemo che si limitano e metteno prezzi certi a cose comestibili e altre quando bisogna e importa al beneficio publico, si proibisce il comprare e si forza a vendere, e altre cose; né alcuno, essendo vero che il cambio alto facesse simili danni, possea dubitare che non si dovesse fare la limitazione. Come all'incontro, non essendo vero il danno publico predetto, in nissun conto da chi governa si deve limitare prezzo certo, essendo e dovendo il cambio essere libero, ché altrimente se li farria torto, togliendoli quel che la legge gli ha permesso. E, perché a questo mi osta quello che dice, che vorrebbe sapere perché il cambio è o deve essere libero, e che nisciuno gli saprá ciò dire, acciò conosca questa ragione non essere tanto difficile di ritrovarla, anzi facile, che cosí sia, sta notata nella legge «_Sicut_», nel _Codice_, nel titolo _De actionibus et obligationibus_, dove si dá regola generale che li contratti da principio sono di volontá e, dopo fatti, diventano di necessitá: sí che, essendo la volontá di sua natura libera, segue che li contratti da principio siano tutti liberi; e, mentre il cambio è contratto, segue la medesima natura degli altri, che sia da principio libero. Qual libertá di contratti non consiste solamente nell'essenzia sola di farli o non farli, ma nelle qualitá e proprietá ancora e accidenti, purché non siano reprobati dalla legge. Sí che concludasi senza dubbio alcuno che, se fusse stato vero che l'altezza del cambio causava il danno predetto, giustamente si dovea limitare il prezzo del cambio; ma, non essendo vero il danno, in modo alcuno si deve alterare la sua natura, ma lasciarsi nell'istessa sua libertá: ché altrimenti saria toglierli quel che gli ha concesso la legge.

Trattar sopra l'essempio addutto della riforma di Roma, levando il pagare o cambiare a ducato d'oro di Camera mutandolo in scudo, e cosí di quelli di Genoa, non è a proposito mio: sí bene nella terza parte si trattará si era piú espediente a Roma si cambiasse o pagasse li diritti in ducati di Camera o in scudi, secondo la reforma che dice, e cosí se il ducato è aereo, come afferma.

CAPITOLO XII

Degli altri effetti, che dice seguitare da detta pragmatica, se siano veri.

La sesta difficultá, che dice aver ritrovata ed essere di molta considerazione, ciò è che li negozianti di Regno e altri luochi non vorriano piú comprare le robbe per cavarle fuora, per il mancamento del guadagno del cambio; poiché, essendo cresciuto in Regno il prezzo delle robbe, con portarle fuora non si guadagna fuorché nel cambio, il quale tolto, si lascia di comperare. Al che risponde, dicendo questa difficultá esser vana, per aver dimostrato con ragioni demostrative tutti gl'inconvenienti nascere dall'alto e disordinato cambio, e, dovendosi remediare a questo, non fa il caso l'interesse d'alcuni particolari. Al che si potria dire che, essendosi tutte sue ragioni resolute, e fattosi conoscere che niuno disordine apporti al Regno il cambio alto o basso, che resti la difficultá risoluta. E, se fosse vero l'assunto che non vi fosse altro guadagno che del cambio alto, e, quello mancando, mancaria di estraersi la robba, la pragmatica dovea essere alzare piú il cambio; ma l'assunto non è vero, ché, se sono incarite le robbe in Regno, bisogna che piú incariscono fuora, e, se non incarissiro, come son salite di prezzo, ritornariano a calare. Sí che la difficultá saria stata nulla, se fusse stato a proposito il bassare il cambio.

Segue la settima difficultá, che è: l'altre piazze, riformando loro il cambio a segno che sará il medesimo, impediranno l'effetto. Al che risponde che questa ragione non è pratticabile, per cambiare tutte le piazze, fuorché Fiorenza, con moneta effettiva (contradicendosi a quel che ha detto di sopra, mentre facea al suo proposito, che il scudo di cambio è aereo), né d'altra maniera potriano impedire che, crescendo o diminuendo il scudo di prezzo, lo che facendo, causaria, in ognuno delli modi, che tutto l'oro o l'argento venesse in Regno. Lo che è mero pensiero; e, perché se ne ha da trattare nella terza parte, quando si discorrerá se crescere o bassare monete proprie o forastiere possa importare di fare venire o mancare monete nelli regni, si tralascia. Ma, in quanto spetta alla presente difficultá, ho ritrovato il modo facile e diretto d'impedire e fare ritornare la provisione vana, se a loro avesse causato danno notabile, di riformare eglino nel medesimo modo e far l'ordine medesimo di limitare il prezzo, alzandolo e non bassandolo, come si è detto di sopra; né a questo importaria la moneta essere effettiva. E che ciò sia vero, lo confessa esso nel scudo aereo di Fiorenza, nel quale dice che possea bassare il prezzo, apprezzandosi lire sette; e in tal caso dice che il Regno dovea tanto piú bassare il prezzo del cambio, come dopo non avesse possuto Fiorenza bassare di nuovo il prezzo del scudo. E, se replicava, replicare:--Perché dunque non potria essere il medesimo nel limitare o alzare il prezzo al cambio come al scudo? E, dato che fusse vero l'assunto, l'altre piazze non posseano impedire, come Fiorenza, per essere la moneta di cambio effettiva e non aerea, nella quale, mutandosi prezzo, si causasse danno? Perché non posseano le piazze, volendo, la moneta del cambio farla diventare aerea da effettiva?--Nisciuna cosa l'impedeva, con altre ragioni in contrario, che si lasciano.

Circa l'ottava difficoltá, che falliranno molti mercanti; e la nona, se fusse usurario; e la decima, se questa pragmatica facea che la piazza di Napoli mettesse legge all'altre piazze, non occorre discorrere, per non importare al proposito, e voler rispondere a pensieri e difficultá senza fondamenti, e diffondersi ed empire carte; e cosí sopra l'altre difficultá, giaché si è detto soverchio per il fine per il quale si è fatto il discorso, se è vero o falso, non è del mio intento.

CONCLUSIONE DI QUESTA SECONDA PARTE

Di quanto si promesse trattare in questa seconda parte si è detto a sufficienza, perché si è provato appieno non esser vero né contingente né possibile l'altezza del cambio possere impedire che non venessero li denari in contanti, che doveano venire in Regno per l'estrazione delle robbe per fuora, e in questo nulla importare il cambio alto o basso; e similmente le ragioni, prove e consequenzie a tal rispetto addotte non esser vere; e che la causa che non siano denari in Regno per l'estrazione predetta sia quella che si è detta nella prima parte, cioè l'entrate e industrie che hanno li forastieri con il ritratto che fanno di mercanzie dal Regno: lo che non ha possuto negare il medesimo De Santis, e ricorre a salvarsi che non ascendeano a quella summa, e dopo, non so come, l'accettò ed esagerò a rispetto dell'entrate sole. Sí che, non vi restando altro che dire a rispetto di quanto si promesse, si passerá nella terza e ultima parte, dove si trattará delli remedi per questo male, e in quella si disputerá d'alcune proposizioni poste e accennate dal medesimo De Santis nel suo _Discorso_ per remedio di far venire denari in Regno.

IL FINE DELLA SECONDA PARTE

TERZA PARTE

PROEMIO

Si suole da non puochi dir volgarmente che, conosciuta la causa del male, sia facile il remedio. Cosí lo dice l'istesso De Santis nel principio del suo _Discorso_. Ma non ritrovo questa commune di volgari, o poco meno, opinione esser vera, non solo generalmente in tutte le cose, ma in nissuna. Ché, quantunque un medico sappia benissimo la causa d'una febre putrida e acuta, non li sará facile il remedio, e piú volte con qualsivoglia difficultá non ve lo ritrova; e cosí saprá la causa d'una epilepsia e apoplesia e altre spezie d'una indisposizione di fegato e di stomaco, e cosí d'una ferita mortale, e non ve saprá ritrovare né facile né difficile remedio. E, per lasciar di discorrere sopra diverse facoltá e arti, trattando sopra la materia propria, de pochi disordini che succedono nelli Stati non si ha la causa cosí facile, ma della maggior parte è manifesta; nientedimeno non solo non è cosí facile di remediare alli disordini predetti a chi governa, ma il piú delle volte si rende tanto difficile, che con esorbitante provisione meno vi si arriva; che, per essere cosa nota, non occorre diffondersi in questo. E, per constituire questa proposizione vera, si dirá che, sapendosi la causa del male, sia piú facile e possibile ritrovar remedio che non sapendosi; e che, sapendosi la causa, se sará potente o per qualitá propria o accidentale, il remedio sia difficile e non sempre possibile. Perciò, essendo la causa del male di non far venire per l'estrazione de la robba denari in Regno l'entrate che tengono forastieri in quello e ancora l'industrie che vi fanno per la negligenza degli abitatori, come si è detto--ed è tanto vero, che il detto De Santis, non considerando forse a quel che avea detto prima, trattando perché li forastieri non convertano le terze in capitale, dice che non vi resta piú che vendere, avendosi li forastieri sorbito il sangue de tutti particolari del Regno, in tanto che a nisciuno resta quasi piú vita né robba per obligarla; e segue dicendo: «È tanto vero, che mi obliga a dir cosa che non conveneria dire: che converria che Sua Maestá facesse sospendere li pagamenti di terze a forastieri per mesi sei» (queste sono le sue proprie parole, e parla a rispetto dell'entrate sole, senza considerar l'industrie che vi fanno, e dopo con queste si ha da unire il retratto delle mercanzie che vengono da fuora per il Regno, de quali ha necessitá, e ascendono alla quantitá detta nella prima parte),--sí che è potentissima: quanto dunque sará difficile il remedio? E, essendo tanto potente la causa del male e per propria qualitá e accidentale, che per il remedio della sola causa dell'entrate, quale è minore dell'altre due, non sa ritrovare altro remedio, fuorché tale che confessa non convenire di dirlo; or che sará, congiungendo con l'entrate la causa dell'industrie e il ritratto di mercanzie, che, per la difficultá grandissima (come ho detto nella seconda parte), si è fuggito dall'intelletto apprendere la certezza di questo? Perciò, dovendo trattare di questo remedio, quale è difficilissimo, e per esso si sono fatte piú provisioni e non sono riuscite, essendo la causa del male tanto potente, prima si discorrerá delli remedi tentati o d'altri si potessero proponere per tentarsi, se giovano o possono giovare al detto male e doveano essere potenti di fare abbondare d'oro e argento il Regno o, per dir meglio, soccorrernelo che non fusse in tanto bisogno; e dopo si trattará delli veri, secondo la qualitá che la materia ricerca, con la cautela necessaria. E cosí si sará complito a quanto si è promesso.

CAPITOLO I

Delli remedi fatti e proposti per fare abbondare il Regno di moneta.

Li remedi fatti per abbondare il Regno di moneta sono questi:

Primo, la proibizione dell'estrazione della moneta, tanto propria quanto forastiera, ogni sorte d'oro e d'argento.

Secondo è stato il bassamento del cambio.

Terzo è l'apprezzo della moneta forastiera e libertá che corra non solo al prezzo eguale alla propria pagando la manifattura di zecca, ma piú.

Quelli, che si son proposti, sono il crescimento del valore della moneta propria o bassamento di peso, far parte o tutta la moneta d'argento piú basso.

CAPITOLO II

Del remedio della proibizione dell'estrazione della moneta.

La ragione apparente, che è stata causa d'indurre a far questa provisione di proibire l'estrazione della moneta, è stata che con quella si conserva la moneta che vi è e che vi deve venire. Perciò, venendone o molta o puoca, mentre non si può estraere, sempre va crescendo, e cosí il Regno viene ad abbondare di moneta, poiché si è presupposto venire di necessitá milioni cinque ogni anno, meno docati doicentomilia per la robba che si estrae. E tanto piú questa ragione move, quanto per alcuni pensieri si credesse che il guadagno fusse causa di fare estraere la moneta per fuora o altra; e son state tanto potenti queste ragioni, che l'han fatto proibire con pene gravissime. Ma la veritá è in contrario, che semplicimente la proibizione dell'estrazione de la moneta non è espediente alli Stati, né giova a cosa alcuna di farli abbondare d'oro e argento, anzi è piú presto dannosa; eccetto se per alcuno disordine il Stato fusse in termine tale, che l'estrazione li potesse nocere. E, acciò si conosca esser vera questa conclusione, si adduce che si ha da dare alcuno fine per colui che vuole estraere, poiché senza fine nisciuno agente opera: dico dunque che, estraendosi la moneta per qualsivoglia fine, bisogna che ritorni con vantaggio nel Regno, donde si estrae. E, acciò piú facilmente s'intenda, si metteno due cause, che son le piú communi e generali per fare estraere la moneta, cioè o di voler comprare robba per fuora, o per portar la moneta in altra parte che vaglia piú cara o che vi sia utile a farla ritornare per cambio. Se me si dice che l'estraerá per comprar robba da fuora, se questa robba bisogna per il Stato dal quale si estrae, non li noce cosa alcuna, poiché per necessitá bisogna pagare le robbe se si vogliono avere. Né mi si dica che si pagariano per cambi o commutazione di robbe, che l'uno e l'altro è il medesimo, come si è provato: poiché, se è per il cambio, bisogna che o prima o dopo vi siano inviati li contanti; se è la commutazione della robba, similmente la valuta, e li denari che se ne aveano da quella, si compenza con li denari estratti, né in questo vi è difficoltá. Se si dice che le robbe non bisognano per il Stato, ma si portano altrove, domando:--Dove si portano? Che cosa si fará delle predette robbe?--Senza dubbio se venderanno per maggior prezzo di quel che le comprò; e cosí ritornará in piú quantitá il denaro che ne uscí, e, se si comprasse di nuovo robba, tanto piú ritornará con vantaggio. E, se si dicesse che tornará per cambio e non in contanti, a questo si è risposto di sopra; se, perché la moneta del Stato in altra parte vaglia piú del proprio, ha forza la medesima ragione che ritornará con vantaggio, come si è detto, quando se ne compra robba, e a basso si fará piú chiaro. Se si estrae, perché vi è utile in farla ritornare per cambio (che è quella causa che si imaginò il detto De Santis che facesse uscire la moneta dal Regno), si risponde come di sopra, che vi ritorna con vantaggio, come si è detto; e cosí per l'altre cause per le quali si estraesse: sí che non può redondare in danno mai del Stato l'estrazione, ma d'utile. E, oltre il detto, la libertá dell'estrazione è causa di maggior trafico, e la proibizione di minore, poiché non sempre ritorna conto al mercante il cambiare, e piú volte li rende utile il portar de contanti, e, essendovi la proibizione, si ritiene, perché, bisognandoli dopo per altre parti, si ritrova impedito e non può estraerli; e perciò si contentará piú presto sentire altro danno, e lasciará di traficarvi: e questo è il danno che può causare la proibizione, e utile nisciuno. Né bisogna altra ragione per far conoscere questa veritá, senza addurre essempi d'altri prencipi d'Italia, che quasi tutti permettono l'estrazione della moneta propria.

E perché la signoria di Venezia, se bene permette l'estrazione de la moneta propria, proibisce l'estrazione della forastiera, ho voluto addurre la ragione perché li torni conto; ed è questa: che con simile disposizione acquista utile d'ogni via; che con l'estrazione della propria acquista l'utile che si è detto, e la proibizione de la forastiera non lo può impedire, per abbondare quella cittá di moneta propria, per qualsivoglia grandissima somma che se ne estraesse; e con la proibizione della forastiera acquista l'utile della zecca, convenendo (come si dirá di sotto) che le monete forastiere vadino in zecca e non corrano per monete. Né questa proibizione può causare minor trafico di non venirvene; ché, lasciando da parte molte ragioni, come si è detto, quella cittá abbonda di moneta propria, che non vi è difficultá che, portandovi la forastiera, non ritrovi subito la valuta portandola in zecca, dandoli la propria, quale può estraere, come si è detto. E tutto questo s'intenda semplicemente, non vi essendo disordine nello Stato o causa tale, nata per quello, che facesse l'estrazione dannosa come nel Regno nostro. Non quella, che adduce il detto De Santis, che, ritrovandosi il Regno cosí essausto, saria in potere d'uno privarlo affatto di moneta, con l'altre cause che tutte risguardano la bassezza del cambio o la detta; perché per questa considerazione la dovriano permettere, poiché, non vi essendo moneta e volendovi traficare li mercanti per la libertá dell'estrazione, loro bisognava portarne per posserne cavare, e, come si è detto, di necessitá quella che si cava ritorna con vantaggio, parlando semplicemente. Ma la causa, per la quale nel Regno nostro genera danno l'estrazione, è il disordine, che si è lasciato crescere, di aver tante entrate li forastieri, e tenere in mano tutte l'industrie del Regno, per le quali cause essendovi permissione, li denari che si estraeriano non bisognaria che ritornassero piú in Regno. E sono cause tali, che a una parte sola non basteriano tutti li contanti di Regno né il doppio, e per questo solo rispetto dico che stia bene in Regno la proibizione dell'estrazione; e tanto piú quanto è vero quel che dice, che, per avere occupato ogni cosa li forastieri, non possono convertere le terze in capitale come prima, per non ci essere remasto in Regno piú che vendere, di modo che per ogni via, e di necessitá, se potessero, estraeriano li denari. E per tal rispetto solo a me pare che stia bene la proibizione; ché, non vi essendo questo, la proibizione non genera utile alcuno, ma danno. Sí che concludiamo che questo remedio della proibizione non può mai fare abbondare il Regno di moneta, ma serve solo per obviare al disordine in quanto può.

CAPITOLO III

Del remedio di far correre la moneta forastiera o crescere la valuta.

