# Economisti del cinque e seicento

## Part 18

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Giá si è fatto conoscere non esser vero l'assunto _seu_ conclusione sua maggiore, che il cambio alto fusse causa della penuria e il basso della abbondanza in Regno delli denari quali doveano venire per l'estrazione della robba; ed esser falsa, ancorché la ragione o conclusione, che per il guadagno del cambiare ognuno volesse portare denari per cambio e non in contanti, e l'esperienza, che quindici, venti, trenta anni adietro, che il cambio era basso, abbondasse il Regno di monete, fussero vere; e similmente la detta esperienza essere falsa. Resta solamente di conoscere se la ragione o conclusione predetta sia vera, cioè se, stante l'altezza del cambio di Napoli, vi sia il guadagno di diece per cento e piú, come dice, che per tal rispetto li denari si cambiano e non si portano in contanti. Al che forse mi si potria dire, da che li piace stare in errore e non vuol cercar la certezza, che non occorre questo disputare, essendo chiarissimo che, essendo il cambio alto, vi sia il guadagno. Al che rispondo che in potestá mia non è altro che farli conoscere l'errore, volendolo conoscere, e, non volendolo conoscere, lasciarvelo dentro, come dice san Giovanni: «Chi sta nelle spurcizie vi stia ancora». E che questa sua ragione e proposizione sia falsa, appare dalla medesima sua asserzione. Poiché, se è vero che quindeci, venti anni adietro in Napoli si dava grana 118 insin a 125 per un scudo di oro di Roma, e per un scudo di lire sette e mezza di Fiorenza grana 112 insin a 116, e per un scudo di marche di Piacenza il simile di quel di Roma; e in quel tempo dice che il cambio era basso, e da dodici in quindici anni in qua il cambio è alterato, ché in Roma si è dato e dá il scudo d'oro e in Regno si riscote grana centotrentacinque, insin a 40 e 45, e il simile per il scudo di marche di Piacenza, e per il scudo di Fiorenza si riscote grana centoventicinque insin a centotrenta; il che si dice esser causa che ognuno che vorrebbe comprar robba porta denari per cambio e non in contanti, poiché per un scudo non potria riscotere piú di carlini tredici e per cambio ne riscote quattordici e piú, e cosí per il scudo di Fiorenza di lire sette e mezza, la cui valuta dice essere carlini dodici, ne riscote tredici: se tutto questo fusse vero, non occorreria disputare. Ma non è altrimenti vero l'ultimo, che da dodici o quindici anni in qua, portandosi un scudo d'oro di Roma o di marche di Piacenza, se ne riscotesse carlini tredici, ché se ne riscoteano non solo carlini tredici e mezzo in quattordici, ma quattordici e mezzo e quindeci, cosí come dura ancora ed è noto a ciascuno, e che il prezzo del scudo è andato sempre variando e crescendo insin a carlini quindeci; sí che non solo non vi è il guadagno predetto nel cambiare, ma il contrario. Né questo errore lo defenda, che la pragmatica stabilisce il prezzo del scudo d'oro in carlini tredici, perché dall'uso non s'osserva, né credo che egli o altri avesse dato o volesse dare li scudi, né in quel tempo né al presente, per carlini tredici. Né mi può negare che, portandosi scudi di marche di Piacenza o d'oro di Roma, quali vagliano carlini tredici e forse meno nell'una e nell'altra parte, che non avria il medesimo guadagno e utile che avria nel cambio, e all'incontro nulla guadagnarebbe estraendo scudi da Regno per le parti predette per farli dopo ritornare per cambio, valendo il scudo in Napoli il prezzo che si è detto. E il simile si dice del scudo di lire sette e mezza di Fiorenza, quale d'argento è vero che valea in Napoli carlini dodici e meno, ma d'oro valea piú di tredici. Sí che l'inganno consiste in questo: che il prezzo del scudo d'oro in Napoli è alterato e cresciuto, e nelli detti luochi è stato quasi sempre il medesimo, né mai il scudo in Napoli è corso per moneta, ma per mercanzia, e perciò è andato crescendo, e il cambio che si fa dalle piazze predette con Napoli si fa d'oro in argento e non da oro in oro o d'argento in argento; e per necessitá dall'alterazione del prezzo dell'oro nasce l'alterazione del cambio, come si vede da quel che egli dice, che quindeci, venti anni adietro, che il cambio era basso, era per la causa predetta, che lo prezzo del scudo era meno di quel che è cresciuto dopo. E che il prezzo del scudo d'oro sia andato sempre crescendo non solo per l'uso, ma per disposizione di pragmatica, si vede dalle pragmatiche istesse fatte in diversi tempi, che sempre l'han cresciuto; sí che resta chiaro che, facendo il conto della moneta propria che si cambia, che sono li scudi d'oro, se si portasse di contanti, piú presto si guadagnaria che perderia in Regno, a rispetto di quel che dice guadagnare nel cambio. E perché, essendoci questo guadagno in portarvi scudi, non ve ne vengano, e che possa causare questo disordine, per non essere del mio intento, lo lascio, e forse se ne accennerá a basso, quando si trattará che giovi al Regno crescere il valore della moneta. Per ora basti conoscere che questa altezza di cambio nella sua ragione propria non dá guadagno alcuno, e, se ve ne è, è per altro rispetto e disordine; e il medesimo e maggiore è in portarvi la moneta istessa del cambio, che sono li scudi, e non per detta causa. Resta dunque concluso per ogni via che l'altezza o bassezza del cambio non importa cosa alcuna per far venire o non venire li denari in contanti in Regno per l'estrazione della robba, non che sia la sola e unica causa, come egli dice; ché, per quel che potria importare a rispetto dell'accidente del trafico, si dirá forse a basso. Sí che, non vi restando difficultá alcuna per questa veritá, si passará a discutere l'altre ragioni e consequenzie per confirmazione di detta conclusione addotte.

CAPITOLO V

Delle prime ragioni e consequenze che deduce dalla altezza e bassezza del cambio, con le cause che non fanno essere denari in Regno.

Gli effetti, che dice Marco Antonio de Santis immediatamente seguitare dal cambio alto e basso, sono:

Prima: l'uno faccia entrare, l'altro uscire li contanti dal Regno. Al quale non occorre rispondervi altrimenti, ché di sopra si è detto in abbondanza e l'esperienza l'ha dimostrato.

Secondo: che li prencipi d'Italia nel tempo del cambio basso cavavano denari da' loro tesori. Questo è mero pensiero piú che veritá. E che siano tre le cause principali che faccino povero di denari il Regno: cioè che per le robbe che si comprano in Regno non vengano denari, e per quelle che il Regno compra ne mandi o escano fuora, e la terza per l'utile che si ha nell'estraere per fare ritornare per cambio: di tutte queste cause non occorre discorrere. Ché dell'ultima si è provato non importare cosa alcuna e, se fusse vera, farli utile. La prima e seconda sono vere e si possono redurre in una sola, cioè che la causa perché il Regno sia povero di denari è che, mancando gli accidenti che possono fare abbondare li regni d'oro e argento, e non vi essendo fuorché l'accidente della superabbondanzia della robba che si estrae per fuora, li denari, che dovriano venire per detta robba, non vengono. E la causa perché non vengono, né sia necessario venire, si è provato nella prima parte; e in questa seconda non importare per tale effetto cosa alcuna l'altezza o bassezza del cambio.

E ultimamente adduce un'altra causa: che, per essere il scudo del cambio aereo e non effettivo e di maggior prezzo di quello, sia causa che non siano denari in contanti in Regno e da quello se ne estraano tutti. Questa ultima causa mi pare meglio pensiero che il pensiero detto di sopra, cioè che li prencipi cavassero contanti da' loro tesori per il cambio basso, poiché non è vero il prezzo del scudo del cambio essere aereo, come egli medesimo si contradice nel scudo di Roma e Piacenza, come si dirá nel suo luoco; e, quando fusse aereo, meno è vero che sia maggiore dell'effettivo, avendo risguardo al Regno, come si è detto. Né, se il tutto fosse vero, come dice, può causare penuria di denari in Regno, mentre si è provato il cambio nulla operare in questo.

CAPITOLO VI

Della provisione consultata farsi per l'abbondanza di denari in Regno.

Stante la veritá delle cose predette, non occorre trattare se la provisione, che dice doversi fare per rimedio di questo male, di bassare il prezzo del cambio e che il scudo di quello sia minore dell'effettivo, dovesse produrre l'effetto predetto di fare venire tutti li denari in contanti per le robbe che si estraeno, senza farne uscire per quelle che si comprano da fuora; ché, essendo fondata sopra la detta massima, quale si è dimostrato essere fallace in ogni sua parte, non possea producere, né in tutto né in parte, l'effetto predetto. Cosí come ha declarato l'esperienza che, con essersi fatta la provisione conforme al suo pensiero, non solo non sono venuti li denari nelle quantitá grandi che promette, né la decima parte, ma sono mancate in parte quelli pochi che vi erano, come sanno quelli che vogliono informarsi per li banchi e mercanti con quanto interesse si sia procurato di far venire un poco di denari e argento in Regno da fuora per non fallire. E chi lo vuol sapere, veda la quantitá di denari che sono stati anno per anno, dopo detto bassamento, nelle casse maggiori di banchi, ché si chiarirá bene. E cosí consideri le pragmatiche nòve sopra la proibizione di spendere la moneta scarsa, quale dopo non si è esseguita secondo il suo tenore; e la pragmatica dell'apprezzo delle monete di Genoa, quale permette che si spendano, con essere forastiere, a carlini tredici e mezzo il scudo, pagandoli la manifattura di zecca e alcuna cosa di piú che non corre la moneta propria di Regno, contra l'instituto, ordine e procedere de tutti regni e prencipi, dimostrando penuria grande di denari, come esso dice, quando tratta di crescere la moneta forastiera, usando detto apprezzo e permissione di correre la moneta forastiera, per dare occasione, stante la causa predetta, di farne venire. Lo che se sia espediente e se sia vero, che, apprezzandosi piú la moneta forastiera, sia causa o occasione di farne venire, e se, venendo, giovi con altro, si dirrá nella terza parte.

CAPITOLO VII

Se gli effetti, che dice dover produrre la provisione predetta, siano veri.

Circa l'effetto, che dice dover produrre detta provisione di bassare il cambio, non occorreria trattarne, perché da quanto si è detto appare che non dovea né riuscire né fare effetto alcuno per quello che si desiderava, cosí come l'ha confermato l'esperienza. Ma, per sodisfare a' curiosi, s'accennerá solamente la risposta a uno per uno, lasciando di discorrere e provare particularmente, per non generar piú presto tedio che fare altro profitto.

E, in quanto al primo effetto di far il scudo del cambio aereo minore dell'effettivo, e questo sia causa di far venire denari di contanti per il guadagno di grana cinque per scudo, per valere l'uno tredici e l'altro dodici e mezzo, si è provato questo guadagno non posser essere causa di far venire monete piú di quello dovessero venire per l'estrazione di robbe, anzi meno, come si dirá. E il medesimo guadagno era prima col cambio alto e piú, poiché non è vero che carlini tredici si riscotessero per un scudo d'oro in Napoli, ma quattordici, e quattordici e mezzo fin a quindici, come si riscote; e, bassatosi, come esso dice, che si avria guadagnato carlini doi per scudo e non grana cinque, meno vi sono venuti scudi: prova evidentissima il detto guadagno non essere causa di farvi venire denari, per ragioni che si lasciano. Al secondo si dice il medesimo, e che di necessitá bisogna uscire, o prima o dopo, il denaro di contanti per le mercanzie che vi vengano. Al terzo, che il guadagno del cambio farria venire denari in contanti in Regno, per cavarneli per cambio: questo, quando fusse, saria maggior danno del Regno, per dover ultimamente ritornare il denaro donde è uscito, con il vantaggio del guadagno. Al quarto, di portarvisi piú mercanzie, questo è dannosissimo, come si è provato nella prima parte, ed è una delle cause di fare impoverire il Regno, mentre si portano a rispetto dell'istesso Regno e non per altri paesi, per inportare maggior esito e mancar l'introito. Il quinto effetto, di costare la mercanzia diece e dodici per cento meno, non è vero, e si forma la consequenzia a suo modo. Il sesto è incluso parte nel quinto, e, nel beneficio che dice venire al re, quello causaria tanto piú penuria al Regno. Il settimo, che l'entrate che tengono forastieri in Regno usciriano per cambio e non in contanti, si è detto non generar beneficio, né posser uscire per cambio se, dopo o prima, non sono uscite per contanti; e in altra parte afferma che le remesse dell'entrate di forastieri siano causa del cambio alto. Nell'ottavo si fa la ragione a suo modo, che, con far venire denari in contanti, si schivi il rischio della frode, e non risguarda il maggior rischio di portarli e spesa, se non sono somme eccessive, e, per il fine che dice, generano penuria. Il nono e decimo, di far venire gran parte di reali di Spagna, che vengono in Italia, in Regno, e non solo quelli che verriano da Spagna, ma quelli che tengono li prencipi nelli loro tesori, non contiene né vero né verisimile, come appare per la prova del tempo passato, che il cambio, secondo lui, era basso; e, se fusse vero, non occorreria altro modo di fare impoverire tutti li prencipi d'Italia.

Questo tutto sia detto per curiosi, ché, per quanto si è detto prima e per l'esperienza seguíta, si è visto non essere proceduto né pur uno di detti effetti, e bastava concludere con una parola.

CAPITOLO VIII

Del banno fatto dal signore conte d'Olivares sopra il bassare del cambio.

Perché la veritá non è cosí facile da conoscersi eziamdio da loro che discorreno con mezzi debiti, perciò incorse nel medesimo errore, sia detto con buona venia, il conte d'Olivares, indotto dalla prima apparenza di questa ragione, e fe' pragmatica bassando il cambio; ma dopo, conosciuto meglio e per esperienza e per discorso non esser vero, revocò detta pragmatica. Né è vera la conseguenza che questo, che pare in contrario, confermi la sua opinione, parendoli che fusse conosciuta in parte la veritá; ché la consequenza è in contrario: che, avendosi imaginato conoscerla, accortosi dell'errore, la revocò. Ché senza dubbio, se fusse stato veritá quello che si era conosciuto prima, saria stato facile conoscere appresso quel che vi mancava e il defetto perché non producea quello effetto; e, conosciuto il defetto, il remedio che egli dice, non da uomini che governano regni e hanno li Consegli deputati per consultarsi e se altri ne vogliono, ma da qualsivoglia minimo dottore saria stato conosciuto e provisto del modo che egli dice, e altro.

CAPITOLO IX

Se la provisione o pragmatica predetta di bassare il cambio possea essere impedita da altri prencipi d'Italia.

Il rimedio, che dá al defetto che dice esser stato nella pragmatica del conte d'Olivares, è che la pragmatica debba non solo ordinare limitando il prezzo del cambio che si fa in Regno, ma proibire che non si paghino o esigano le lettere che vengano da fuora se non al prezzo assegnato, acciò faccia regolare tutte l'altre piazze d'Italia nel cambiare con questo Regno. E risponde alla ragione in contrario:--che l'altre piazze d'Italia non siano soggette al Regno,--che la pragmatica non proibirá l'altre piazze, ma dirrá che gli uomini di Regno non paghino il cambiato per l'altre piazze, e cosí si avrá il medesimo per indiretto. Questo remedio non giovava cosa alcuna, quando gli altri prencipi o piazze d'Italia avessero voluto non fare osservare detto ordine, opure loro avesse parso che fusse stato causa d'impoverire li loro Stati de contanti; poiché di necessitá seguia l'uno quando era vero l'altro, nascendo dall'abbondanza del Regno il mancamento delli contanti d'altre parti.

E, per tacere diversi modi che gli altri prencipi posseano far riuscire vana detta provisione, e li particolari con non pagar lettere di cambio, come egli dice, col medesimo modo lo posseano fare. Poiché chi l'impedea che non facessero il medesimo ordine nelli Stati loro, stabilendo il prezzo conforme era il cambio alto senza innovare cosa alcuna, ordinando che non si pagassero né esigessero lettere da fuora eccetto al prezzo tassato? E, perché dovea osservarsi la pragmatica di Regno contra lo prezzo corrente e che da volontá commune non era stabilito, e gli altri, che erano conforme al corrente e a la volontá commune, non doveano osservarsi? Opure la medesima potestá che tiene il re ne' suoi sudditi non tengono l'altri prencipi con li loro? Né a questa veritá osta quel suo pensiero, che l'altre piazze d'Italia tengano bisogno di contrattare con la piazza di Napoli per il molto giovamento che ne sentono; ché questo avria proceduto a rispetto delli particolari e piazze, e non a rispetto delli prencipi, alli quali poco dovea importare questo commodo particolare, stante il danno universale del Stato, e senza il danno. E, oltre di questo, meno milita detta ragione a rispetto di particolari e piazze, poiché, essendo vero che tengono bisogno contrattare con il Regno, in tanto ne tengono bisogno, in quanto loro torna commodo e utile; ma, ritornando loro incommodo e danno, cessa il bisogno, come saria stato se fusse stato vero che la pragmatica dovea producere gli effetti predetti. E questo bisogno, che dice tenere di contrattare l'altre piazze con il Regno, a me pare il contrario: mentre vuole che, tanto per le robbe che hanno di bisogno dal Regno quanto per quelle che ha bisogno il Regno da loro, siano necessitate dette cittá aver commercio con il Regno; mentre può stare ancora il contrario, e per l'una e l'altra causa il Regno abbia necessitá del commercio delle cittá d'Italia, e con piú ragione, poiché il Regno tiene assai piú bisogno che le cittá d'Italia piglino le sue mercanzie che esso pigli le loro, per il defetto del secondo accidente commune della qualitá delle genti. Poiché, essendo privo degli accidenti communi, come si è detto, né essendovi altro accidente che li possa dare oro e argento che la superabbondanzia delle robbe, ed essendo le genti tanto neghittose che non solo non le portano fuora la loro provincia, ma meno nell'istessa, sequitaria che, non venendo le genti della detta provincia, e perciò non facendosi detta estrazione, restaria affatto privo d'ogni speranza di denari: lo che non succede per le robbe delle quali ha esso bisogno dell'altre cittá d'Italia, poiché per la diligenza delle genti si smalteriano in altri luochi; tanto piú quanto le robbe dell'altre cittá sono piú smaltibili per ogni paese lontano, per consistere in artefíci e per conservarsi lungo tempo, come si è provato nella prima parte. Oltre che, fuor delle sete, niuna cittá, eccetto Venezia, tiene bisogno o vive con cosa alcuna di Regno, e quella per maggior commoditá e non per necessitá; e la seta la maggior parte va in Genoa e Fiorenza, e in Roma e in Piacenza, che sono le due piazze principali del cambio, poca e nulla ve ne va. E le robbe degli artefíci che dice smaltirsi principalmente in Regno, questo, unito con la negligenza delle genti del paese, constituisce in necessitá quasi semplice che il Regno abbia bisogno di dette cittá.

E, se è vero quanto egli dice, che questa bassezza faccia venire tutti li denari e che non avriano possuto far di meno le cittá d'Italia di non contrattar con Napoli, non lo dovea scoprire; poiché le cittá predette doveano lasciare di cambiare, ancorché avessero quelli danni che dice, per evitare il maggiore di impoverirsi afatto cambiando: con infinite altre ragioni, quali tralascio, mentre l'esperienza l'ha dimostrato. E dalle ragioni dette di sopra, e con altre che senza molto faticarsi ciascuno potrá discorrere per le conclusioni verificate, si possono deducere le risposte vere e all'altre sue ragioni e consequenze.

CAPITOLO X

Se l'entrate che tengono forastieri in Regno con l'industrie e ritratto di mercanzie siano causa della penuria della moneta.

Lasciando da parte di discorrere se la provisione, che dice, della bassezza del cambio apporti beneficio alli mercanti o non, per non essere del mio intento, né se a questo fine si dovesse fare pragmatica, vengo a trattare sopra la quarta ragione in contrario che egli dice, cioè che l'entrate, che tengono forastieri in Regno con il ritratto delle mercanzie che vi portano, siano causa che si estraano le robbe dal Regno senza venirvi denari, poiché, con l'entrate e ritratto di mercanzie, possono estraere le robbe non loro bisognando far venire da fuora denari, mentre l'hanno in Regno. Quale ragione è stato forzato confessare esser vera, non possendosi negare una veritá tanto certa, essendo proprio di quella far forza ancora a petti invitti. Essendo dunque forzato questo accettare, per salvar la sua opinione nega posser causare tanto effetto, e si fa il conto a suo modo, come si dice volgarmente, senza l'oste, dicendo che li forastieri solamente in Regno possedeno d'entrate docati seicentomilia, e che altretanto sia il ritratto delle mercanzie. Del che essendosi trattato a pieno nella prima parte, quando si è contraposta la cittá di Venezia con Napoli, declarando le ragioni perch'è l'una povera e l'altra ricca d'oro e d'argento, non occorre replicarlo, essendo benissimo provato che l'entrate di forastieri con l'industrie che vi fanno, unite con il ritratto di mercanzie, superano non poco l'introito di denari che si potriano avere dall'estrazione della robba. Lo che ha confessato piú a basso, quando tratta perché li forastieri non convertono le terze in capitale come prima; e dice: «perché non vi resta piú che vendere, avendosi detti forastieri sorbito il sangue di tutti particolari di Regno, in tanto che a niuno resta piú vita né robba per obligarla»; affermando esser ciò tanto vero. Or, se questo è tanto vero, come tanta caligine? ingannarsi che non importi eccetto ducati seicentomilia, mentre comprende tutta la robba, o una parte, ancorché fusse la terza o la quarta parte, e aggiungendovi la estrazione? Solo dico maravigliarmi come, conosciutosi questa veritá chiara, dopo abbia possuto entrare uno aperto errore nell'intelletto, che li forastieri con quello che possedono, ritraeno da mercanzie e da industrie, non arrivi piú che a un milione e ducentomilia docati, avendo confessato le cose predette delle entrate sole, che, facendosi il conto all'ingrosso, ascende a molto piú che importa tutta la summa delle robbe che si estraano per fuora Regno. Sí che non occorre altrimenti né occorreva disputare se l'altezza del cambio era la causa della penuria, mentre la causa vera e necessaria, si può dire, che non fa venire denari per l'estrazione, è la predetta, cioè l'entrate, industrie e ritratto di mercanzie di forastieri. Qual veritá, ancorché chiara e conosciuta, non si è appresa dall'intelletto con quella certezza ferma che si dovea, per parerli il remedio tanto difficile, che pare contenga dell'impossibile: perciò si è fuggita e si è andato cercando altra, dove il remedio li è parso non tanto difficile, ma facile e possibile, essendo il proprio della volontá e intelletto rifiutare il discorso di cose impossibili e semplicemente odiose.

