Economisti del cinque e seicento
Part 16
Ma nel governo di Venezia, essendosi atteso dal principio della sua propagazione a governar bene, avendo per oggetto il beneficio publico, hanno instituito piú e diversi ordini, con farne d'ognora novi, migliorando o togliendo li passati secondo è parso espediente, particolarmente sopra la creazione di magistrati e regimento di quella, che s'è mai ritrovato in altre signorie e republiche simil modo di crear magistrati. E, come l'esperienzia ha dimostrato, non vi è stato dominio o republica al mondo che abbia tanto durato quanto ha durato e dura Venezia, che ancora è vergine, e sono circa mille e ducento anni che è edificata dopo del flagello di Attila. Dico dunque che, essendo l'ordine di creare li magistrati, e in tanta perfezione che è impossibile che alcuno vi si possa creare o per subornazione o compiacenza, come è noto a chi lo sa, né ascende a grado supremo persona che non sia esperimentata, né gli infimi e mediocri, e che in nisciuno di quelli abbia fatto malamente; ed essendo il Conseglio detto de «pregai» il supremo de tutti, come anticamente il senato in Roma, quale ha potestá di fare e disfare legge, guerre e pace (nel quale Conseglio sempre vi sarranno da circa centocinquanta senatori e piú, quali in effetto sono come in vita, e di loro s'è fatta esperienza per li passati magistrati, né vi è magistrato che per un minimo tempo abbia potestá soprema senza il consenso del Conseglio de «pregai»: stando cosí dunque ordinato questo governo, di necessitá séguita che sempre sará un medesimo. Poiché, essendo li senatori di tanto numero e standovi in effetto in vita, non può mai succedere che per morte possano mancare tutti o la maggior parte, sí che quelli che vi entrano, non sapendo quello che li primi teneano per disordine o per rimedio del loro stato, o sapendolo, si vogliano difformare dalla loro opinione. Ma quelli che succedeno sempre ritrovano maggior numero di vecchi senza comparazione, da' quali intendono li disordini passati e presenti e li possibili futuri con li loro remedi; né, volendosi difformare dalla loro opinione, possono fare altra provisione, mentre bisogna che siano in uno concordi, o la maggior parte vinca. E cosí va succedendo da mano in mano; sí che per detta causa sempre si può dire il medesimo governo: lo che importa molto. Come (stando nella comparazione del medico con colui che governa, come si disse di sopra) di piú certa esperienza sará il medico e di migliore riuscita saranno le sue provisioni, quando, avendo governato piú e piú volte un ammalato e conosca la complessione e qualitá di quello, se gli occorrerá governarlo di nuovo; che non sará quel medico che è nuovo circa il governo dell'ammalato, che per coniettura può argomentare la sua complessione e non per esperienza o per la riuscita delli remedi: cosí mi pare che vi sia differenza fra le provisioni che averá da fare uno che governa ed è nuovo nel governo per alcun disordine o nuovo ordine del suo Stato, da quelli che faria uno che è vecchio nel medesimo governo e ha conosciuto li disordini passati e rimedi fatti con gli altri accidenti del suo regno. Sí che, essendosi dechiarato donde procede questo introito e vistosi gli effetti grandi che fa, sará per argomento efficace che non mi sia ingannato doversi preferire questo accidente commune della quantitá degli artifici all'accidente proprio della superabbondanzia della robba. Resta da discorrere sopra l'effetto delle condizioni di Napoli.
CAPITOLO XI
Come, stante le condizioni di Napoli, sia quella povera di oro e argento.
Si come le condizioni che si dissero di Venezia si applicano a esito, e si è declarato donde procede l'introito; cosí all'incontro le condizioni di Napoli importano introito senza esito, e perciò bisogna risolvere con difficultá perché non si ritrova né in tutto né in parte detto introito, come è notorio: lo che è di maggior maraviglia della prima. E, per risolverla, bisogna di necessitá una delle due proposizioni esser falsa: o non concedere esito, o negare l'introito, ché altrimenti implicarebbe contradizione. Quale difficultá generando maraviglia a tutti, e non possendo risolverla detto De Santis d'altra maniera, applicò al cambio alto il mancamento dell'introito e l'accrescimento dell'esito. Della cui opinione si dirá nella seconda parte, e allora si fará chiaro come con ragione vi sia questo in Napoli, dechiarando donde procede il poco e nullo introito, dove corra l'esito, senza che il cambio alto o basso sia in considerazione alcuna.
E, volendo ritrovar la veritá, bisogna conoscere che certezza tengono l'una e l'altra proposizione, e non fare supposizione di cosa non certa e propria: si ha da conoscere la veritá dall'introito, il quale, come si è detto di sopra, secondo l'opinione del detto De Santis, dovria essere ogni anno da milioni cinque, dedutte le robbe che da fuora vi bisognassero, la somma delle quali, secondo il suo parere, può ascendere a ducati seicentomilia, e che l'entrate vendute a forastieri importassero altretante, giaché si è concesso essere esito di robbe fuora da milioni sei e piú: che, togliendone il predetto milione e ducentomilia, che importa della robba che bisogna di fuora, e l'entrate vendute, che si contraponeno per esito, ci dovria restare ogni anno milioni cinquanta. E, perché, come si è detto, si è concesso esservi esito di robbe di milioni sei per fuora, quali si pongono per introito, non occorre disputare se sia o non vero, ma solamente se effettivamente l'introito vi viene o, venendovi, bisogna ritrovar l'esito. Perciò il tutto consiste: se è vero che non vi sia altro esito, e se con effetto vi viene il denaro; ma, perché l'esito è di altra quantitá della predetta somma (ché l'entrate e industrie di forastieri, giunte con le robbe che vengono da fuora, superano di gran lunga la quantitá predetta), seque che l'opinione predetta non sia vera. Dal che resta resoluta la difficultá perché Napoli sia povera d'oro e argento, ancorché vi sia esito di robbe per fuora Regno da circa milioni sei l'anno.
E, per conoscere questo, bisogna avertire prima di che robbe tiene bisogno Napoli da fuora, o siano necessarie o commode o dilettevoli agli uomini di Regno, e considerar bene a che somma possano ascendere e che con effetto ci vengono, perché bisogna necessariamente ponerle per esito: altrimente non occorre ponere per introito le robbe che si estraeno, ché saria giudicare una istessa cosa diversamente.
E, incomminciando, cosa chiara è che in Regno non vi è artificio di lana per panni fini e il vestire vien da fuora (come confessa il detto De Santis nel sesto effetto che dice dover far la pragmatica); e (giudicando all'ingrosso), essendo il Regno da circa un milione di fochi con li franchi e fraudati, facendosi il conto delle persone per ogni foco e quanti possono vestir di panni fini, ché, oltre tutti nobili e mercanti e cittadini ricchi, ogni artegiano mediocre tiene vestiti almeno per le feste de detti panni, e vedasi a quanto ascende un vestito e quanto dura: ché, volendo scandagliare bene, arrivará a milioni tre; ma mi contento si ponga questo esito di panni meno di milioni doi. E a questo vi si agiunga preti e fratri con monaci, quali tutti la maggior parte vestono di panni da fuora, che importa alcuna cosa. Sí che la somma, che si è detto, piú presto poca che soverchia si può dire.
Oltre di questo, il Regno tiene di bisogno di tutte cose di speziarie, dico delli principali semplici, come sono reubarbaro, agarico e altri semplici, e d'alcune cose composte, come sono teriache, mitradi e altre, quali quasi tutte vengano da Venezia.
Cosí ancora tutte cose aromatiche, come pepe, cannella, garofani, noci moscate, zenzero, mirra, incenzo, storace, belzui e infinite altre.
Né meno tiene zuccari a sufficienza, ché, considerando, come si è detto, la grandezza del Regno e il numero di dette cose (e in particulare del pepe, che non vi è foco che sottosopra non ne consumi circa mezzo ducato, e il simile di semplici di speziaria), e cosí fare il conto a proporzione dell'altre cose, che forse ascenderá alla somma delli panni o poco meno.
E si ha da considerare ancora che tutte robbe di drogherie, tanto artificiali quanto naturali, tutte vengono da fuora, e la maggior parte e tutte da Venezia, per essere, come si è detto, il Regno poverissimo d'artifici, come sono il vetriolo, argento vivo, solimato, cinabrio, antimonio, arsenio, orpimento, verderame, sale ammoniaco, biacca, minio, tuzia, canfora, alume, verzini, e tutte cose bisognanti a tintori, e tutti colori, con l'altre cose di drogherie, che sono in numero grandissimo. E, si bene pare che di queste cose ogni poco bastasse e che non vi bisognasse quantitá notabile, mentre a tutti non son necessarie, ma a genti particulari, dico, oltre la maggior parte delle cose predette e altre, servire per uso necessario d'arti, per le quali servendo, stante la grandezza del Regno, la quantitá delle cose è d'alcuna considerazione notabile. Ma ancora quelle, che non serveno per arti né per cosa necessaria o commoda fuorché per capriccio, stante la grandezza predetta del Regno, e la quantitá è ancora di considerazione. Ché del solimato, quale principalmente non serve a altro che a stroppiar il viso alle donne, se ne consuma alcuna parte e, come si è detto, non serve a cosa alcuna, facendosi dunque il computo e avendo risguardo alla grandezza del Regno, sará d'alcuna quantitá che forse arrivaria a un milione.
E similmente in Regno non vi è miniera alcuna di metalli, fuorché di ferro; né meno è sufficiente per il suo bisogno e da fuora ne viene gran parte: cosí come viene tutta la rame, tutto il piombo e tutto il stagno (che ognuno può discorrere, considerate le cose predette, la quantitá che può importare, stante l'uso necessario di detti metalli, particolarmente della rame e stagno, per l'uso dell'artegliarie e campane, oltre l'uso di particulari); e cosí ancora vien da fuora tutto l'ottone.
Di piú tiene bisogno di tutti libri per tutte scienzie e arti; ché, si bene in Napoli vi sono stamparie, nientedimeno per questo particulare è come non vi fussero, ché non si stampano detti libri, ma cose di poco momento. E cosí ancora li bisogna tutta la materia di vetri.
E alle volte li bisogna frumento da fuora, come si sa questi anni prossimi che non vi restôrno denari di peso, ché crebbe il loro valore a dieci per cento. Né vi è carta a sufficienza.
E cosí ancora da fuora vengono tutte le tele sottili, come olandre, orlette, cambraie, e ancora tele grosse. E cosí tutte l'armi, si bene al presente si sia introdutto l'artificio d'archibusi, morrioni e corsaletti, ma in poco. E cosí ancora, per la poca diligenza degli abitatori, non solo delle cose predette e altre artificiali tengono bisogno, ma vi son piú cose quali nascono in Regno, e, per non saperle accommodare con l'artificio, bisogna farle venire da fuora e pagare altretanto che vale la robba, come sono i zuccheri raffinati che si dicono «di panetto», quali vengono da Venezia. E pur li zuccheri si fanno in Regno, e in quello si fa l'impresa di cannameli. E sono di tanta poca industria, che non si curano d'imparare l'artificio di raffinarlo, e quelli fan venire da Venezia, pagandoli al doppio. E cosí il bianchire la cera. E, se alcuna volta d'alcuni si è tentato l'uno e l'altro artificio, è stato ad instigazione di forastieri: non ha durato. E, se si volesse discorrere sopra tutte le cose che vengono in Regno da fuora, e in particolare d'artifici, bisognaria un libro, ché, quando per il sottile si volesse pesare, l'esito predetto si contraponeria all'introito.
Ma mi voglio contentare che non si contraponga, e sia l'introito d'alcuna parte di piú: bisogna per questa parte discorrere non solo sopra l'entrate che tengono forastieri in Regno tanto con la Maestá cattolica quanto con particulari privati, e loro robbe, insieme con l'industrie che fanno in Regno, delle quali la maggior parte è in potere di forastieri per la tanta negligenza o, per dir meglio, trascuragine degli abitatori, quali non solo non vanno a fare industrie nei paesi da fuora, ma nello loro istesso non le sanno fare delle istesse loro robbe, con vederle a fare a forastieri. Dico dunque che bisogna considerare tutte queste cose, poiché, tenendo denari in Regno li forastieri d'entrate o d'industrie, non bisogna far venir denari da fuora per estraere robba dal Regno, che con le medesime entrate e industrie le comprano. E, si bene il detto De Santis afferma questa quantitá non ascenda a summa di docati piú di seicentomilia (che, si bene intendesse eccetto delle entrate sole e non di tutte le cose predette, non occorre dir quanto si sia ingannato che di quelle sole parlando, dico dell'entrate), non avertendo a quel che avea detto in questo luoco, trattando dopo perché li forastieri non convertano le terze in capitale, assegna la ragione che non vi è restata robba per obbligarla, avendosi li forastieri sorbito il sangue de tutti particulari di Regno, che non hanno piú vita. Concludasi dunque che, considerando tutte le cose predette, se li forastieri volessero estraere ed estraessero quanto potriano con li medesimi denari d'entrate o industrie che hanno in Regno, arrivaria o supereria l'introito o valuta delli milioni sei della robba che va fuora, tanto maggiormente unendosi con la valuta della robba che li bisogna, che è della quantitá predetta; e, tolto l'introito di detti milioni sei per la robba che si estrae, non vi è causa alcuna che debbano venire denari in Regno. Ma, perché li forastieri non impiegano nell'estrazione delle robbe tutte loro entrate e industrie, e quelle cercano d'impiegarci ancora, e loro torna commodo aver maggiori denari in Regno per maggiormente possere impiegarli o in industrie o in entrate, séguita che il Regno non remanga insin allora in tutto e per tutto essausto di moneta. E con tutto ciò, se, secondo il tempo, dalla Maestá cattolica o da particulari, per loro particulare interesse, per la carestia grande della moneta, non fussero fatte venire alcune quantitá di monete o argenti, saria pure le piú volte remasto essausto in tutto e per tutto. E nell'anno passato particularmente, se da particulari non si fussero fatte venire alcune poche quantitá e di monete e d'argento in massa, giá si saria conosciuto da tutti quanto estrema penuria vi fosse, e da alcuni si sa. Le quali somme, si bene siano state piccole, sono parse grandissime e che abbino reparato alla penuria del Regno: segno evidentissimo della gran povertá. Sí che da quanto si è detto resta resolutissima la detta difficultá, come non si ritrovino denari in Napoli a rispetto delle predette condizioni, anzi esser maraviglia come ve ne sia quel poco che vi è; e che non lo cambio alto o basso sia causa della penuria o della abbondanza, ma le cause predette della penuria, alle quali bisogna ritrovare altro remedio che del cambio predetto; del qual si dirá apieno nella seconda e terza parte.
Circa la condizione della valuta alta della moneta, o oro o argento, se è detto questa condizione non essere causa, ma possere essere occasione, se con altre circonstanzie si disponga, né meno potente, e in Regno non aver mai prodotto effetto alcuno di farlo abbondare: del che si dirá nella terza parte. E il simile si dice della condizione delle entrate alte, che è solamente occasione, e la prima da sé niente produrre, o piú presto alcun danno, e l'ultima nel fine farlo impoverire. L'altre condizioni risguardano conservazione e non introito. E della condizione della proibizione della estrazione, se sia espediente, si dirá nella terza parte. Resta dunque resolutissima la difficultá perché, estraendosi ogni anno dal Regno la valuta di detta somma, non vi sia mai moneta per rispetto di detto introito. E, mentre non vi è moneta per rispetto di detto introito, séguita necessariamente che nulla o poco ve ne potrá essere per altro rispetto, giaché, come si è detto piú volte, mancano l'accidenti communi in Regno, li quali potriano essere causa di farlo abbondare, come l'altre parti, d'oro e argento; né meno vi sono miniere: sí che, dandosi esito necessario per li denari che vi entrano per l'accidente proprio della superabbondanzia della robba, e mancando tutte l'altre cause che potriano fare abbondare, è di maraviglia come ve ne siano quelli pochi che vi pareno d'essere, perché la medesima somma apparisce diversamente in diversi luochi e pare altra, ed è la medesima; dal che si sostenta il commerzio mediante li banchi, per l'uso di pagarsi con cartelle, come si faria chiaro, se fusse ora il proposito trattarne. Sí che non occorre altro per la resoluzione della difficultá proposta: che in Napoli non siano o venghino denari.
CAPITOLO XII
Comparazione di Napoli con l'altre cittá d'Italia.
Da quanto si è detto può ognuno discorrere e fare comparazione di Napoli con Genoa, nella quale vi è l'accidente della qualitá delle genti, e con l'altre cittá d'Italia, e conoscere la causa della differenza; e perciò non voglio dilatarmi e discorrere sopra questo, per non far volume senza necessitá: si rimette dunque a chi lo vorrá discorrere, essendo facilissimo. Perciò, avendo fatto conoscere le cause, brevemente in generale, che possono fare abbondare li regni d'oro e argento, e applicatole al particolare del Regno nostro, contraponendo la cittá di Venezia con Napoli e in confuso l'altre cittá d'Italia, con dechiarazione sufficiente per la cognizione di quanto si è detto, non resta altro che discorrere nella seconda parte sopra la veritá della opinione del detto De Santis, conforme si è promesso, e nella terza parte sopra alcuni remedi e provisioni in generale, e in particulare per il Regno nostro, del modo che mi parrá espediente sopra tal materia.
IL FINE DELLA PRIMA PARTE.
PARTE SECONDA
PROEMIO
Quando l'intelletto apprende un concetto falso per vero, e senza discorrere altro si quieta, o pure, discorrendo, s'inganna e constituisce un fundamento falso, di necessitá séquita che quanto depende da detto fondamento non ha certezza alcuna di veritá; e cosí le provisioni, che si fanno supponendosi per vere, non riescono. Questo istesso mi pare sia successo nel _Discorso_ fatto da Marco Antonio de Santis sopra l'effetto che fa il cambio in Regno, nel quale, avendo constituito per fondamento vero e reale che il cambio basso sia la causa sola di fare abbondare il Regno di moneta e l'alto impoverire, ha quello cercato provare con diverse ragioni; ed è stato causa che si sia fatto provisione circa il bassare del cambio, promulgandosi pragmatica, conforme al suo parere, per fare abbondare il Regno di denari, cosí come diffusamente promette in detto suo _Discorso_. E, perché ho promesso trattare sopra questa conclusione e sopra le ragioni per prova di quella addotte, in questa seconda parte, lasciando l'esperienza, quale ha declarato il contrario, si discorrerá, per via di ragione, che veritá contengono gli argomenti e prove in detto _Discorso_ portate. E, avendo scritto il detto De Santis in lingua volgare, ho voluto io ancora scrivere nella medesima, acciò quelli, che non intendono lingua latina e averanno letto il detto _Discorso_, possano considerar le ragioni dell'uno e dell'altro, e conoscere se il remedio di bassare il cambio dovea o possea essere sufficiente per fare abbondare il Regno di moneta, o pure bisogna ritrovarne altro, come da quel che segue sará chiaro.
CAPITOLO I
Se la bassezza o altezza del cambio della piazza di Napoli con l'altre piazze d'Italia sia o possa essere causa dell'abbondanza o penuria di moneta nel Regno.
In tutto il suo _Discorso_ Marco Antonio de Santis non intende provare altro se non che l'altezza del cambio della piazza di Napoli con l'altre d'Italia è la sola causa che ha fatto impoverire il Regno di denari; e di questo assegna la ragione: perché l'altezza del cambio non permette che li denari, che doveano venire in Regno per la estrazione della robba fuora Regno, vengano in contanti, ma per cambio, e quelli, che doveano uscire per cambio per le mercanzie portate da fuora nel Regno, escono di contanti, per l'utile che si ha nell'uno e nell'altro; cosí all'incontro la bassezza debba essere causa dell'abbondanza, per operare il contrario effetto per la medesima ragione. E, per prova maggiore di questo, adduce l'esperienza, che quindeci, venti, trenta anni adietro, che il cambio era basso, il Regno abbondava di denari propri e forastieri; e da quindeci anni in circa, che il cambio è alto, il Regno è diventato povero per la ragione assegnata. Questa è la prima e principale conclusione di detto suo _Discorso_, ed è come radice e fondamento del suo pensiero; quale destrutto, di necessitá va per terra quanto da quello depende. Bisogna dunque avertir bene che veritá contenga detta conclusione, e le ragioni e prove che per quella si portano. E senza dubbio, se, tanto per la ragione del guadagno, che move ognuno, quanto per la esperienza, detta conclusione fusse vera (cosí come asserisce tutte sue ragioni essere sensate e non aver mai possuto ritrovar contradizione, con molto che si sia faticato), non si saria ingannato nel remedio, e la provisione saria stata espediente e averia prodotto l'effetto. Ma, perché la detta conclusione non è vera, ancorché le ragioni ed esperienza fussero vere, e tanto piú sará falsa quanto la ragione ed esperienza sono false; perciò séquita che il rimedio non sia stato buono e la provisione né dovea né possea produr l'effetto. Per chiarezza della quale veritá, si discorrerá tanto sopra la ragione quanto sopra l'esperienza: cioè, se essendo vere, provariano la detta conclusione, e dopo se sono vere; perché, per renderla falsa, ci basta una delle cose predette esser falsa, maggiormente se tutte saranno false.
E, incominciando dalla prima, cioè se, essendo vere, provino la conclusione, si formará l'argomento secondo la ragione sua, acciò si conosca e meglio s'intenda, essendo proprio della veritá farsi conoscere con discuterla. Il simile si dice della bugia, quale ordinariamente ha loco quando non si discute e l'intelletto s'appaga della prima apparenza. L'argomento dunque è tale:--L'altezza del cambio porta guadagno a chi vuole portare denari in Regno con cambiarli e non con portarli in contanti. E, perché il fine d'ognuno in tal materia è il guadagno, dunque ognuno, che ará da portare denari in Regno, le portará per cambio e non per contanti. Perciò è vera la conclusione che l'altezza del cambio, quale genera guadagno, non faccia venire denari in Regno in contanti, ma per cambio; e cosí necessariamente séquita che l'altezza del cambio sia causa della penuria di denari in Regno.--