Economisti del cinque e seicento

Part 15

Chapter 15 3,372 words Public domain Markdown

Nel terzo loco succederá l'accidente del trafico grande, del quale suole essere potentissima occasione e quasi causa l'accidente proprio del sito del luoco, come s'accennò nel capitolo _Dell'accidenti propri_. E questo accidente del trafico fará abbondare il paese de denari, quando vi è in quantitá, a rispetto delle robbe d'altri luochi che del paese istesso; perché il trafico, che è in alcun loco a rispetto delle estrazioni delle robbe proprie, quali superabbondano al paese, non può essere molto. E li denari, che vengano per tal rispetto, all'accidente proprio della superabbondazia delle robbe si deve dar la causa, e non al trafico; e quel che vi è, a rispetto delle robbe si portano da fuora per bisogno di se medesimo, lo fará impoverire, e non abbondare de denari. Sí che si conclude che in tanto il trafico grande fará il predetto effetto, in quanto sará nel loco a rispetto delle robbe d'altri paesi per altri paesi, e cosí de' negozi, e non a rispetto di esso medesimo; che fa il contrario effetto. Del qual trafico (come si è detto) è occasione potentissima e causa il sito; e che, dove è trafico grande, de necessitá vi debbia essere quantitá di monete, non accade provarlo, poiché il trafico non si può far senza quella, e a tal fine si fa.

E, sí come si disse nel predetto capitolo, la cittá di Venezia tiene il primo luoco in Italia, non solo a rispetto della medesima Italia, ma a rispetto di tutta l'Europa, per ragione del sito: come si vede per esperienzia che tutte le robbe, che vengono d'Asia in Europa, passano in Venezia e di lá si distribuiscono per l'altre parti; e cosí all'incontro le robbe, che vanno da Europa in Asia, similmente da quella se inviano: per il che vi è il trafico grandissimo, mentre da quella in tanti luochi se inviano tante robbe. E in questo non solo giova la commoditá del sito, sí a rispetto dell'Asia per l'Europa e dell'Europa per l'Asia, ma a rispetto dell'Italia medesima, per andare la maggior parte de' fiumi di quella nel suo mare, e questo facilitar la condotta di robbe per diversi lochi; e, oltra ciò, è situata quasi nel fianco dell'Italia e non è lontana né dal capo né dalla coda (il che dona commoditá per la condotta predetta): ma ancora giova la quantitá dell'artefíci che in essa si ritrovano, il cui accidente causa concorso grandissimo di gente, non solo a rispetto dell'artefíci (ché, in tal caso, a quello si attribueria la causa), ma a rispetto del concorso di questi doi accidenti insieme, che l'uno somministra forza all'altro; ché il concorso grande, che vi è a rispetto del trafico, e la ragione del sito cresce per la quantitá dell'artefíci, e la quantitá dell'artefíci cresce per il concorso grande del trafico, che per il concorso predetto diventa maggiore.

All'incontro, la cittá di Napoli e Regno non tengono altro trafico che quello che vi è a rispetto di se medesimo, e non d'altri luochi di fuora, come si vede per esperienzia che, fuorché le robbe che in essa nascono, poche o nulle se ne distribuiscono per alcun loco. E di questo è causa il sito pessimo del Regno, per questo effetto: poiché, estendendosi l'Italia fuor della terra come un braccio fuora del corpo (che per questa causa è stata detta «peninsula»), il Regno è situato nella mano e ultima parte di detto braccio; sí che non torna commodo ad alcuno portar robbe in esso per distribuirle in altri luochi. E in tanto è vero che il sito del Regno per tal rispetto sia pessimo, che non bisogna mai passare per quello ad alcuno per andare ad altro paese. Sia di qualsivoglia parte del mondo, e voglia andare in qualsivoglia altra, non passerá mai per il Regno, se non vi vuol passare per suo gusto e allungare la strada, o che vi vada per negozi propri: per lo che non solo non è commodo a' negozianti portarvi robbe per distribuirle in altri luochi, ma incommodo e danno. E, concorrendo in Regno la detta qualitá del sito con quella della gente senza industria e la povertá dell'artefíci, di necessitá viene a mancare l'accidente del trafico, che non vi può essere si non a rispetto di se medesimo; il che, oltre non possere essere grande, non può causare abbondanzia di denari, ma penuria, fuorché per l'estrazione della robba soverchia, come si è detto.

CAPITOLO VI

Dell'accidente commune della provisione di colui che governa.

L'ultima spezie è la provisione di colui che governa, il quale, considerando la disposizione del suo Stato, e li diversi accidenti che in quello si trovano, e delli Stati convicini e lontani con quali si ha o può aver commerzio dal suo regno, discorrendo le cause o occasioni che possono fare abbondare di monete il suo dominio e quelle che possono impedire, applica diverse provisioni, secondo li diversi effetti che vuol causare, rimovendo gl'impedimenti che potriano ostare all'effetto che si desidera. Ma, come si disse nel proemio, non è cosí facile sapere bene disponere questo accidente; e bisogna a quel che governa considerar bene non una cosa sola, ma molte, e aver risguardo all'inconvenienti e altri effetti che possono essere causati dalla provisione e non ingannarsi nei mezzi principali. Giaché, come si è detto, per la difficultá alle volte si piglia dall'intelletto un contrario per l'altro; principalmente in questo particulare, per dependere l'effetto non d'alcuna causa necessaria, ma solamente contingente, che è la volontá dell'uomo, per la quale disponere bisogna avertire a piú d'una cosa, solendo la medesima causa produrre diversi effetti a rispetto di diversi soggetti (come il sole indura il fango e fa diventar molle la cera, e uno leggiero sibilo irrita li cani e quieta li cavalli), dovendo procedere l'osservanza della provisione dalla volontá, come si è detto, degli uomini. E, si bene a rispetto de' suoi sudditi potesse forzare, bisogna avertire per qual altra strada indiretta dalli medesimi si possa impedire, essendovene molte; e non solo questo, ma a rispetto degli uomini che non sono sudditi, quali deve allettare o la provisione che si fa o farsene altra, che per commoditá vi concorrano, con altre infinite considerazioni; e, conosciuto questo, considerare come si possono applicare nel suo Stato: lo che si è detto quanto sia difficile. E molti pochi sono arrivati a questa eccellenza, fra li quali, al mio giudizio, deve essere numerato e posto fra i primi, cosí antichi come moderni, Sisto papa quinto, il quale nel sapere conoscere gli espedienti de' suoi Stati e quel che li possea causare, e che remedi fossero necessari per li defetti, con essere pronta piú l'essecuzione che il discorso, con quanto altro bisognava per la perfetta disposizione del Stato politico, senza forsi deve essere preferito a quanti sono stati nel mondo. Né solo vi è questa difficultá, ma, dopo conosciuta la provisione, non farsi tirare da alcuna passione propria, la quale impedisca il retto discorso e, se non l'impedisce, faccia tenerne poco conto, facendolo condescendere al proprio desiderio e non al publico beneficio. Quale accidente, quando si ritrova perfettamente in alcun regno, non è dubbio che sará il piú potente di tutti farlo abbondare d'oro e argento, poiché si può dire come causa efficiente e agente superiore di tutti gli altri accidenti; ché quelli può causare, con altre infinite occasioni, e conservare nel suo bene essere e rimovere gl'impedimenti e per piú modi fare resultare il medesimo effetto, non solo nelli paesi dove vi è buona disposizione delli predetti accidenti o con effetto vi sono, ma ancora in paesi dove non vi è disposizione, né vi è alcuno delli predetti accidenti.

Come si è visto per esperienzia, nel tempo predetto del pontificato di Sisto quinto, nella cittá di Roma, nella quale non vi è alcuno delli predetti accidenti, né pure in mediocre perfezione, né il loco è disposto; ché li denari, che vi sono, sono per li prencipi forastieri che vi vengono e prencipi di Santa Chiesa e ambasciatori, che vi stanno per la residenza del sommo pontefice, e per quella il concorso di tutta la cristianitá per diversi negozi: cose tutte subalternate all'accidente del trafico, per questo rispetto. E, con tutto ciò, fûrno tante e tali le provisioni del detto pontefice, che, non obstante li tempi calamitosi ne' quali successe al pontificato, oltre di avere in un batter d'occhio ridotto in quiete e abbondanza tutto il Stato di Santa Chiesa, restituita la giustizia in quel vigore che poche volte ha avuto, e magnificata e abbellita Roma con far tante e tante spese come al presente si vede, ridusse millioni cinque d'oro nel castello di Santo Angelo, dove, forsi e senza forsi, per alcune centenaia d'anni non erano stati tanti in tutta Roma, né credo vi siano al presente, giaché per piú occorrenze dopo si sono spesi. Che da questo solo si può considerare quanto possa la provisione di colui che governa.

E in quel tempo produce mirabilmente il suo effetto, quando per la vigilanza del prencipe non si è permesso causare alcun disordine nel suo Stato, contrario a quella disposizione; ché, quando vi è causato disordine, tanto piú si rende la provisione difficile, particolarmente essendo il disordine potente e invecchiato, che non sempre è possibile o presentaneo il rimedio, benché si conosca la causa, se bene il contrario abbia parso al detto De Santis, come si dirá appresso. Dico dunque che questo accidente, quando è nel suo bene essere, è il maggiore che possa essere nelli regni; e, sí come la giustizia contiene in sé l'altre virtú, con esserne patrona, per movere quelle al suo fine, come dice san Tomaso, cosí questo accidente contiene tutti gli altri accidenti, e quelli può causare e movere al suo fine e mantenerli.

E, se mi si dicesse che, essendo vero questo, io ho fatto errore non darli il primo loco, preponendolo alla quantitá degli artefíci, respondo che l'ho fatto avendo risguardo alla certezza di quello e incertezza di questo. Dico «incertezza» non a rispetto di se medesimo, ma a rispetto dell'operante, per la difficultá che si è detta, avendo in questo seguito l'opinione di coloro che preferiscono la certezza della cosa alla nobiltá del soggetto.

CAPITOLO VII

Che non vi siano altre cause delle predette.

Altre cause delle predette non vi sono, che non siano o cause o occasioni subalternate a quelle; sí come, se si vuol ponere per occasione d'alcun momento, quando ciò fosse, il prezzo basso del cambio, saria occasione che saria subalternata all'accidente commune del trafico; e cosí ancora l'occasione del prezzo basso dell'entrate, che similmente staria sotto l'accidente predetto del trafico; come ancora il prezzo alto della moneta si porrebbe sotto l'accidente della provisione di colui che governa. Le quali cose e simili non si possono dir «cause» né meno subalternate, ma «occasione», perché non producono l'effetto necessariamente, benché al detto De Santis il solo prezzo basso del cambio gli abbia parso non solo causa principale e potente, ma unica, e cosí il prezzo alto della moneta; del che si ragionerá nella seconda e terza parte. Si conclude, dunque, altre cause che le predette non vi essere, che siano principali; le quali acciò meglio s'intendano e con essempio si conoscano, si fará comparazione della cittá di Napoli con alcune cittá d'Italia, discorrendo d'alcuni accidenti di detta cittá pertinenti a questo proposito.

CAPITOLO VIII

Comparazione della cittá di Napoli con la cittá di Venezia e Genoa a rispetto delli predetti accidenti.

Essendo queste cittá, Venezia e Genoa, quelle nelle quali non solo non si ritrova l'accidente proprio della superabbondanzia delle robbe, ma de diretto contrarie, che in nisciuna di queste non solo non vi si fa la bastanza, ma neanco parte alcuna si può dire; e all'incontro la cittá di Napoli, quella nella quale si ritrova in perfezione questo accidente, estraendosi dal Regno, come afferma il detto De Santis, circa sei milioni l'anno di valuta di robba (del che poco mi curo se sia cosí o no): le prime cittá sono abbondantissime di moneta e Napoli poverissima. Con ogni ragione mi è parso, dovendosi fare comparazione delle cittá d'Italia con Napoli, a rispetto della abbondanzia delle monete per causa delli predetti accidenti, far comparazione con le predette, essendo de diretto contrarie a Napoli, nell'accidente della superabbondanzia delle robbe, e, quanto all'altri, con discorrere delle cause di detti contrari effetti. Per il che s'intenderá meglio quanto s'è detto di sopra, e ancora parte di quello si ha da dire; e dalla comparazione delle predette cittá con quanto si dirrá sará facile a ciascuno il discorrere e fare comparazione dell'altre cittá d'Italia, giaché questo non si fa per altro che per maggior chiarezza. E, perché la cittá di Venezia maggiormente s'oppone de diretto, nell'accidenti predetti, con Napoli, e in altre qualitá e accidenti, che possono causare gli effetti dell'abbondanza della moneta, sono contrarie, per questo si metteranno tutti gli accidenti dell'una e dell'altra, comparandola prima con la cittá predetta di Venezia, dalla quale comparazione sará chiara ancora la comparazione di Genoa. E, acciò meglio s'intendano, si contraparano le qualitá dell'una e dell'altra.

CAPITOLO IX

Condizioni della cittá di Napoli e Venezia per l'effetto predetto.

Napoli tiene nel suo regno non solo quanto li basta per il suo vitto, ma se ne estrae robba per fora di valuta di milioni sei l'anno.

Venezia nel suo dominio non tiene cosa alcuna che sia sufficiente o parte mediocre per il suo vitto, e non se ne estrae fuora cosa alcuna, ma li bisogna spendere ogni anno circa milioni otto per il vitto e piú.

La moneta tanto d'oro quanto d'argento in Napoli è valutata a prezzo alto piú di tutta l'Italia, e in consequenzia di Venezia. Di modo che d'ogni parte d'Italia che si porta moneta in Napoli si guadagna nell'argento circa cinque per cento e piú, e nell'oro, nel quale non è prezzo fermo e si può dire che non corra per moneta, si guadagna molto piú, nel prezzo che correr suole: e all'incontro, portando moneta di Napoli in qualsivoglia parte d'Italia, si perde circa otto per cento. E se ad alcuno paresse il contrario in alcune delle parti predette, cerchi levarsi d'errore con faticarsi conoscere la veritá; e se ne dirá alcuna cosa nella seconda e terza parte.

La moneta in Venezia, a rispetto di Napoli, tanto d'oro quanto d'argento, è valutata a prezzo basso, che, portandone da Venezia in Napoli, nell'argento si guadagna, come si è detto, circa piú di cinque per cento, e nell'oro, secondo il prezzo che corre, piú; e all'incontro, portandosi monete da Napoli in Venezia, si perde, come si è detto, nella condizione di Napoli; e, a rispetto dell'altre parti d'Italia, portandosi moneta da Venezia in altri luochi d'Italia o da quelli in Venezia, si perde la manifattura sola della zecca.

Da Napoli non si possono estraere monete né forastiere né cittadine, né oro né argento, sotto pene gravissime e perdite di dette monete, e al presente si paga triplicatamente.

Da Venezia si può estraere ogni quantitá di monete proprie, ma non di forastiere, e almeno ogni anno se ne estraeno per Levante solo piú di milioni cinque.

In Napoli l'entrate sono valutate a prezzo basso, che si aranno da sette e mezzo, e otto, e insin a diece per cento; che, per li tanti debiti vecchi e penurie di monete, ogni grandissima somma vi si potria impiegare.

In Venezia l'entrate sono valutate a prezzo alto, che non si possono avere piú di quattro o cinque per cento, ché poco conto tornaria a qualsivoglia impiegarvi le sue monete.

In Napoli l'entrate, che vi ha la Maestá cattolica, si spendono tutte e moreno nel medesimo Regno, ché non se ne incascia parte alcuna, e piú volte vi manda milioni di contanti; se bene poche se ne potria incasciare, per essere quasi tutte vendute e convertite in soldo d'avantagiati e milizia per il Regno.

In Venezia non si spendono altrimente tutte l'entrate che tiene la Signoria, ma la maggior parte s'incascia; e, dopo che levôrno il debito fatto l'anno 1570 e 1571 per l'armate per opera del procurator Priuli, nell'officio della depositaria vi si metteno ogni anno ducati circa seicentomilia, oltre di quel che s'incascia nel tesoro in zecca.

Sí che, considerando le condizioni dell'una e dell'altra cittá, quelle di Napoli tutte sono e deveno essere causa e occasione potente di farla abbondare di denari, come all'incontro quelle di Venezia causa e occasione d'impoverire: nientedimeno l'effetto riesce al contrario, ché Venezia abbonda e Napoli è povera di moneta. Si ha da considerare dunque come vi siano questi contrari effetti.

CAPITOLO X

Come, non obstante le condizioni predette, Venezia abbonda d'oro e argento, e perché.

Le condizioni della cittá di Venezia, come si è detto, tutte importano quasi esito, e all'incontro quelle di Napoli introito; per lo che quella povera e questa ricca dovrebbe essere di monete: nientedimeno gli effetti sono contrari, ché quella ricca e questa è povera. Bisogna dunque ritrovar la causa donde nasca questo contrario effetto. E, per incominciar da Venezia, poiché di necessitá l'esito presuppone l'introito (ché altrimenti saria impossibile), la difficultá sará ritrovare l'introito tale, che non solo sia bastante per l'esito, ma lo superi di modo che produca l'abbondanzia che vi è di moneta; quale ritrovato, cessará la maraviglia e contrarietá predetta. E senza dubbio alcuno, ritrovandosi in detta cittá li tre accidenti communi in perfezione, cioè quantitá d'artefíci, trafico grande e provisione di colui che governa, si ha da concludere che dalli predetti accidenti sia causato introito tale, che comporti non solo l'esito predetto, ma faccia l'abbondanzia che vi è.

Che l'accidenti predetti vi siano, per li primi doi non m'occorre fatigare di provarli, per essere noti a chi vi è stato e a chi non vi è stato; e il terzo deve esser noto dall'effetto, poiché, come si è detto, la provisione di chi governa è come causa agente che move, può causare e conserva gli altri accidenti, ed è quella che regge l'ordine, senza il quale non può stare bene cosa alcuna nel mondo, come la confusione, contraria all'ordine, produce ogni cosa mala ed è una delle miserie che si trovano nell'inferno. E di modo stan ben disposti detti accidenti in detta cittá, che somministrano introito tale, che, levatone l'esito predetto, la rendono abbondante piú di qualsivoglia altra cittá, non solo d'Italia, ma d'altri luochi dove sono miniere d'oro e argento. E la disposizione è tale, che l'uno giova e migliora l'altro: poiché il trafico grande aiuta e migliora l'accidente dell'artifíci, quelli moltiplicando; e la multiplicazione e miglioranza dell'artifíci aiuta e migliora il trafico. E cosí la provisione di coloro che governano mantiene e regge in loro bene essere questi accidenti, togliendo l'impedimenti che per l'occorrenze possono succedere, e similmente dando occasione ognora che gli artéfici e mercatanti, che vi sono, continuino li loro artifíci e mercanzie, e ancora dall'altra parte ve ne concorrano, col somministrare loro ogni commoditá, disponendo diverse cose a rispetto cosí dell'uno come dell'altro, con altre provisioni, che possono causare altre e diverse occasioni, secondo le diverse occorrenze.

Se bene, circa l'accidente del trafico e provisione di chi governa, detta cittá tiene alcune specialitá piú degli altri luochi dove si volessero introdurre detti accidenti, avendo, a rispetto del trafico, il sito, come si è detto di sopra, e, a rispetto della provisione de chi governa, vi è questa specialitá: che sempre si può dire il medesimo governo. Lo che non è stato mai in altre signorie e republiche, dove potria succedere questa continuazione: ché nelli regni non può durare un governo medesimo piú d'anni cinquanta incirca, quando vi risiede il prencipe, e che da principio insin al fine fusse stato del medesimo sapere e giudizio e conosciute le medesime esperienzie; ma, dove non risiede il prencipe, tanto dura quanto dura il tempo dell'officio del viceré, come è noto. Poiché tanto può durare in un regno il governo d'un medesimo modo, in quanto vive il re che lo governa: dopo, morendo, o che il successore sia il figlio o altri, il governo che succede non sará il medesimo come quel di prima; e perciò è in proverbio: «Novo re nova legge»: mentre non si conforma in tutto nell'opinione col predecessore, né meno può sapere che cosa il predecessore giudicava per disordine del suo regno, né che provisione avea da fare, né quelle che averá fatte per rimedio delli disordini passati, ché dalle esperienze passate si possa risolvere per li medesimi o novi disordini che succedono; ma, incomminciando a provare a suo modo, non vi è cosí certezza che debbano riuscire. Per la qual cosa li sudditi di Santa Chiesa, per la continua mutazione, non consequiscono quel governo bono, che potriano consequire se il governo fusse stabile.