# Economisti del cinque e seicento

## Part 12

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/economisti-del-cinque-e-seicento-22502/index.md

E perché potrebbe forse parere ad alcuni, che sono soliti di conteggiare le monete con i titoli e nominazioni anticamente usate nelle patrie loro, il conteggiare esse monete sotto il titolo d'«imperiale», cioè le lire a soldi 20, ed i soldi a denari 12, dover esser cosa stravagante ed a loro quasi impossibile ad intendersi; or, perché l'autore, nel fare le prove sopra il conteggiare i danari, non ha potuto trovare titolo di valore d'altra sorte, che sia corrispondente ad uno per dodici e dodici per uno senza rotti alcuni, sí come è questo, ed essendo anco come quasi precetto di Dio, come nel capitolo XXX viene allegato: però dico che tutto il mondo dovrá con giusta ragione fare i conti delle monete sotto il detto titolo d'«imperiale»: il che non potrá mai tornar danno a persona alcuna, né in particolare né in universale. E si ha da tener per fermo che in breve spazio di tempo questo modo di conteggiare si faciliterá e farassi commune ad ogni nazione, col mezo non solo degli avvertiti e prattici banchieri, ma anco d'altre persone giudiciose, che fanno professione di far conti sopra i valori delli danari in diversi paesi fatti sotto titoli diversi, e parimente delli valutati alle volte con varie ed insolite nominazioni. Mi soviene anco che alcuno potrebbe forse dubitare, dicendo ch'essendo in uso il conteggiare i danari da luogo a luogo, chi a moneta longa e chi a corta, e volendo ora ridurre i popoli e le genti a conteggiarli sotto il titolo d'«imperiale», che vi sará gran differenza con perdita o da una banda o dall'altra, e particolarmente da scudi a monete e da monete a scudi. A ciò brevemente rispondo: che, dovendosi regolare una volta sola e per sempre le cose di essi danari con un sol ordine fermo e certo, non si dovrá aver riguardo ad alcuni guadagni che si potessero fare ora con valori intrinsichi ed ora con estrinsichi, o con gli scudi o con le monete per causa di tali nominazioni. Perché, se ben pare che vi sia differenza, o di poco o di assai, dal valore dello scudo d'oro allo scudo di moneta e dello scudo di moneta allo scudo d'oro, in quanto al detto uso, il qual è instabile ed incerto; nondimeno, quando poi si vengono a fare i conti sopra essi scudi e monete, il piú delle volte la cosa si risolve ad un soldo o a due o circa da scudo a scudo, da una cittá all'altra, ed alle volte non vi si trova differenza alcuna in alcune sorti di monete di diverse cittadi; e sí come di ciò quasi a tutti, ed in particolare alli contisti, è cosa manifesta. E, seguendo il maneggio nelli danari usato, sempre cresceranno i detti valori in maggiori disproporzioni, sí come il tempo lo dimostrerá. E perciò ogniuno ragionevolmente si dovrá acquetare al conteggiare sotto il detto titolo d'«imperiale» per le suddette ragioni, ed anco perché si potranno fare per sempre i parlamenti delli pagamenti a ducati, scudi, lire, soldi o simili, ed a libre ed once di oro puro e di argento di coppella ridotti in monete, che non vi sará differenza alcuna; e come apertamente tutto ciò vien dimostrato nel capitolo XXVII ed in altri luoghi del _Discorso_. Oltreché non sará poi piú lecito a persona alcuna domandare, sotto specie o nome di laggi, aggiunta o crescimonia di monete per le monete cosí d'oro come d'argento per cagione della detta differenza del parlare a moneta longa ed a moneta corta, essendoché la cosa delli danari anderá per l'avenire con ugualanza ordinata e conformitá reale in ogni sorte di pagamenti.

VII

Che non si debbano far intervenire i rotti nelle leghe delle monete.

E, quantunque si possano fare alcune sorti di monete di leghe con i rotti sotto il partimento e con gli ordini dall'autore descritti, nondimeno pare che sarebbe molto meglio fare le leghe con men rotti che sia possibile, per non essere cosa necessaria il farle con i rotti per far danari, e massimamente in molte sorti di monete, per molte cagioni, ed in particolare perché esse monete senza i detti rotti sarebbono piú facili nel conteggiarle tanto nelli numeri in ragione di libra, come a lire e soldi d'«imperiali», ed anco perché le note della lega resterebbono piú intelligibili, non vi essendo i rotti di essa impressi.

VII[Sic]

Che vi debba essere un sol ordine in universale per fare ogni sorte di monete, cosí d'oro come d'argento.

In ultimo, per concludere questo mio picciolo trattato, dico che l'ordine, che sará posto a tutte le zeche in universale, causerá che tutti li danari si faranno con regola certa e ferma, e mai piú non si guasteranno per rifarne altri, per far guadagni con utile de' particolari e con danno enorme in universale, ma resteranno quasi eterni. Oltreché gli ori ed argenti, di minère o grezi, si contratteranno con i danari in altro modo di quello che si fa e si usa di presente. Percioché si contratteranno o si permuteranno con le monete, cosí d'oro come d'argento, sotto questi ordini fatte o tassate a peso per peso, in quanto al puro ed al fino e nella debita loro proporzione; e si fará solamente mercanzia sopra le fatture e i laggi di essi danari, come diffusamente di ciò nel capitolo XXIX si tratta: il qual capitolo, come anco il capitolo V, il XII, il XXII, il XXX, il XXXIII, il XLIV, il XLVI ed alcuni altri sono stati descritti e cosí posti dall'autore sotto i detti numeri, credo, segnalatamente e con qualche alta e degna considerazione.

E tengo per fermo che gli ordini del _Discorso_ del detto autore saranno accettati non solo dai prencipi, ma anco i popoli tutto ciò favoriranno, per esser questo cosí real maneggio utile in particolare ed in generale, il qual nasce e dipende dalla ragione, che come regina in tutte le cose predomina e predominerá, come anco sempre ha predominato, ed alla quale ciascuno come uomo si trova necessariamente esser soggetto e tenuto di ubidire.

E, se bene ad alcune persone forse parerá, in questo primo moto, che detti ordini saranno accettati da alcuni sí e da alcuni no, dicendo anco che si procederá per l'avenire di male in peggio, a questo loro parere con brevitá rispondo: che dopo la publicazione del detto _Discorso_, ogni particolar persona sará come signore e prencipe nello accettare i danari, cioè di pigliarli a libra a libra e ad uno ad uno, solamente per li giusti valori della rata del puro e del fino che in essi ed in ciascuno di essi si troverá essere; e ciò è sempre stato ed è di mera volontá di tutti li prencipi e signori.

E anco sará a tutti manifesto l'ordine reale che si dovrá tenere nel fare ogni sorte di pagamenti, per cagione de' debiti creati molti anni inanzi, accioché restino fatti con giusta e perfetta sodisfazione; il qual ordine vien dimostrato in molti luoghi del _Discorso_, e particolarmente nella settima delle dodici utilitadi.

Avvertendo ancora che non sará poi lecito ad alcun prencipe particolarmente commandare ad alcuno delli suoi popoli che debba tôrre le monete nei pagamenti per piú del giusto valore della rata della loro bontade, essendoché ciò sarebbe danno di chi le pigliasse, non potendole poi spendere per li valori medesimi fuori dello Stato di esso prencipe, né che le debba accettare o pigliare per meno del detto giusto valore, perché essi danari fugirebbono e trasportati sarebbono ove per li reali valori si spendessero. E, se simil fatto per il passato forse fosse occorso, tal prencipe debb'essere con giusta ragione escusato, per non esser mai stata mostrata e manifestata da persona alcuna sopra il maneggio delli danari questa regola generale, fondata e stabilita sopra l'indissolubile unione dei sette veri e reali capi principali nel capitolo XLIV descritti, della quale i prencipi ed il mondo se ne siano potuto servire.

Ed il tutto sia a gloria di Gesú Cristo, di Maria Vergine e dei santi della gran cittá del cielo. Con che facendo fine, umilmente baciando la mano a V. S. illustrissima, di tutto cuore me le raccomando e offero.

Da Reggio, il XVII aprile MDLXXXI.

Di V. S. illustrissima affezionatissimo servitore IL PROSPERO.

III

AI LETTORI

IL PROSPERO

Ecco apparir un nuovo lume al mondo di chiari raggi e di giustizia adorno, che scopre la reale e vera forma, come si doverá perfettamente a tutti sodisfare il loro avere, od antico o moderno, e anc'ogni altro, da doversi creare in ciascun luogo. Che fa pales'e noto anc'ad ognuno la regola e la via certa e sicura di tutte le monete far la tassa sotto un ordine solo e concordante; che, dichiarata sopr'il puro e'l fino, dimostri a tutti la ragione vera di spender li danari per il giusto, lasciando in zero i sopranomi incerti. E fa veder ancor l'ordine degno del porre fedelmente le tre note su tutte le monete, che di nuovo fatte saranno sotto i prencipati, di regal potestade ornati e pieni; acciò, col mezo d'esse, si conosca il manifesto prima, e poi l'occulto, cioè il valor e poi la lega e 'l peso: che 'l tutto apporterá bene infinito. E, dovendo seguir perpetua quiete nel general maneggio del danaio, perciò risulterá lode ed onore a tutti quelli che si serviranno dei veri e giusti dogmati proposti; che cagione saran che le monete medaglie resteran perpetuamente. Ora preghi ciascuno per l'autore che Giesú pio gli doni il paradiso.

IV

Digressione sopra il capitolo duodecimo dell'«Alitinonfo» di GASPARE SCARUFFI

Estratta dalle «Considerazioni» sul medesimo libro di BERNARDINO PRATISUOLI REGGIANO

Era l'anno quarto dopo il millecinquecento ottanta, e nel giorno della solenne festa della nativitá di san Giovanni Battista, che, trovandomi in compagnia di alcuni miei amici carissimi, cominciammo famigliarmente fra noi a confabulare; e, mentre che con dolci ragionamenti ci trattenevamo, ci disposimo di andare, cosí tutti insieme a visitare il signor Gasparo Scaruffi nostro, ed indirizzammo i nostri passi verso la sua casa. Ed, approssimandovici, trovammo che la porta ed anche l'antiporto erano aperti; e nell'entrare, domandando al Martinengo suo fattore, che ivi era, ove fosse il suo padrone, ci disse che per allora non si trovava in casa, ma che non poteva tardare il suo ritorno. E, intesa tal risposta, entrammo nel cortile per aspettarlo... E, per trattenerci con qualche onesto ragionamento, cominciammo a discorrere sopra le cose dell'_Alitinonfo_, onde si sentivano tra noi vari e diversi pareri; ed alfine nacque alquanto di disputa, ed era questa. Alcuni dicevano che, per conto delle monete, egli era cosa impossibile che fosse osservato quello che dal nostro autore era stato proposto, e che tutto ciò era stato un suo capriccio, e che egli si era affaticato indarno; percioché ogni principe nel suo Stato ha libera potestá ed autoritá di fare a suo modo, ed in particolare sopra le cose de' danari. E, subito che ciò ebbi inteso, non ho potuto stare, che non prorompessi in queste poche parole:

--Cari come fratelli, dovete sapere che egli è ben in libertá de' principi di fare a loro modo delle cose che sono in loro potere; ma, perché le monete, che tuttodí si spendono or qua or lá, sono del mondo, i principi non vi hanno particolar autoritá sopra, cioè di comandare ad esse che vadano o che restino secondo il loro volere. Laonde, per essere li danari a guisa degli uccelli, ai quali principe alcuno non può comandare che vadano o che restino nella sua cittá o Stato o regno, e secondo il desiderio del principe stesso, ma vanno a dimorare ove trovano miglior pastura, non occorre che alcun principe indarno s'affatichi in voler fare che nello Stato o regno suo resti piú di una sorta di monete che di un'altra, tanto coniate nello Stato suo quanto in altri; perché sempre sono e sempre saranno trasportate, or per via diretta ed or per indiretta, ove si trovano spendersi con qualche vantaggio, ovvero per qualche altro accidente. Quindi tutto ciò fu figurato dagli antichi romani, percioché, quando imprimevano la dea Moneta sopra le loro medaglie, la faceano sempre stante in piedi e non mai a sedere, come di ciò ne fa menzione Enea Vico nel capitolo IV del primo libro dell'opera sua, nella quale si tratta _Della nobiltá delle medaglie antiche_; e ciò faceano per dimostrare che le monete, di propria natura, stanno sempre in andare. E voglio che sappiate che, se in questi tempi non sará dato qualche principio all'osservanza delle cose che nel _Discorso_ si contengono, forse non potrebbe passare molto tempo che sorgeranno uomini che vi avranno un maggior gusto, e che le cose dall'autore descritte saranno tenute in molta considerazione.--

Quindi, volendo pur intendere la cagione dell'esposta fantasia, dissi loro:--Perché cosí dubitate?--Ed essi, rispondendo, mi proposero queste tre conclusioni:

--Prima. Che, se si facesse una nuova e pubblica costituzione ed ordine, che tutti quelli, che volessero far ridurre in danari i loro ori ed argenti, fossero obbligati a pagare del proprio le fatture, in breve tempo molte zecche, che di presente sono aperte, si serrerebbono; onde ne succederebbe che dappoi si farebbono poche quantitá di monete, e che perciò in progresso di tempo esse verrebbono al meno.

Seconda. Che li mercatanti ed altri, che si trovassero avere ori ed argenti grezzi, cioè non lavorati, o in poca o in gran quantitá, non vorrebbono farli coniare; ma piuttosto li convertirebbono in far vasi o altre simili opere, o per sé o per altri, ovvero che se li terrebbono nelle casse loro rinchiusi.

Terza. Che, essendo levato il cavare le fatture dal corpo delle monete, ne risulterebbe molto danno ad alcuni principi e repubbliche, a' quali alle volte dalli zecchieri vien pagato un certo annuo censo per poter fare la zecca, ovvero alle volte ancora vien data loro una certa ricognizione di un tanto per libbra di oro o di argento posti in zecca per monetarli; e cosí, per alcuna delle dette cause o simili, potrebbe essere che un qualche potente principe o repubblica non condiscenderebbe con gli altri: onde per tal disunione non si verrebbe mai a conclusione alcuna di fare la zecca universale.--

E, finite che ebbero le suddette loro proposizioni, vi considerai alquanto sopra, e poi entrai in campo con questi miei famigliari ragionamenti:

--Amorevoli miei compatrioti e compagni, veramente voi siete in grande errore, e voglio che abbiate un poco di pazienza, se in questo mio discorsetto io dicessi alcune cose che paressero alquanto contrarie al gusto vostro. Non sapete voi che per proverbio dire si suole che «la cosa ignorata vien quasi sempre dispreggiata»? Benché in ciò di voi non me ne faccio troppo maraviglia; perciocché vi sono stati alcuni, anche essi di spirito elevato, che hanno fatto professione di intendersi di molte cose, ed in particolare di quelle che al governo del mondo si appartengono: nondimeno delle cose delle monete confessarono ed hanno detto che non dava loro l'animo di saperne ragionare, per tanta varietá che si trovava tra esse. Ma a me poco importa: sebben vi trovate impresse nella mente vostra tali opinioni fantastiche, ora state ad udire, ché mi dá l'animo, al favore della divina grazia, di levarvele.

Primieramente voglio che avvertiate che fa di bisogno intendere la causa perché fosse introdotto l'uso de' danari, e poi a spese di cui dovessero di ragione essere fatti; ed, essendo fatti, se sia di necessitá che di tempo in tempo per diverse cause siano quasi tutti rifatti, annichilando contro ogni dovere le memorie di que' re, principi e repubbliche, sotto l'autoritá de' quali la prima volta siano stati coniati; ed, essendo fatti o rifatti, se debbano essere spesi per i sopravalori che ad essi nelle proprie zecche siano stati costituiti, dando danno ora a questo ed ora a quell'altro particolare, ed anche molte volte ad alcuni popoli, a' quali siano trasportati da diverse persone per spenderli sotto certi titoli di valori, che a certe sorta di monete vengono alle volte attribuiti.

E quanto a quello che ho detto: che prima fa di bisogno sapere la cagione perché sia stato introdotto l'uso del danaro, dico che Aristotile, padre e fondatore delle umane scienze, in quei capitoli dell'_Etica_ e della _Politica_ giá dall'autore citati, in questo modo diffinisce: «L'uso del danaro essere stato introdotto dagli uomini per necessitá e sotto ordine di legge, affinché fosse mezzano per poter fare piú agevolmente le uguali permutazioni e commutazioni in quelle cose che a ciascuno facessero di bisogno, ed anche acciocché fosse una pubblica e comune misura a tutti per poter fare tali contratti giustamente, e che ne' pagamenti ciascuno, in qualunque paese che si trovasse, potesse intieramente conseguire ogni sua ereditá, fosse per qualsivoglia causa creata». Ma, perché in tutte le zecche vengono cavate le fatture dal corpo delle monete, ed ancora per essere fatte sotto ordini diversi da cittá a cittá e da provincia a provincia, onde ne procede che di tempo in tempo, ed anco quasi di continuo, vengono alterati i prezzi dell'oro e dell'argento, per lo che sono poi fuse e rifatte le monete da paesi a paesi; però il danaro non può essere la detta pubblica misura, perciocché, per le differenze che si trovano tra le monete fatte e coniate sotto l'autoritá di un principe a quelle di un altro, il piú delle volte da molti popoli vengono ricusate, ora per li bandi sopra esse fatti ed ora perché non le vogliono accettare, dubitando di non poterle poi spendere in altri paesi se non con gran perdita, ed anche perché non le tengono per cosí buone come quelle ch'essi sono soliti di spendere nelle loro cittá o patrie. E cosí, per le dette cause o simili, si può veramente dire che il danaro tiene solamente il titolo della pubblica e comune misura di parole, ma non di fatti; e ciò, perché il corso suo non è universale, ma è solamente particolare. E ben si sa che una misura non si potrebbe giammai addimandare «pubblica», quandoché ogni qualche anno ella venisse mutata dall'essere suo, e che fosse abbreviata od accresciuta od aggrandita, ovvero fatta piú piccola dall'ordine suo reale, ora in un paese ed ora in un altro.

E, per farvi capaci e chiari di quello che mi avete proposto nel vostro primo quesito: che, se fosse costituito che la spesa del fare li danari spettasse a coloro che ne volessero far fare, poche zecche lavorerebbono, e che perciò in progresso di tempo le monete quasi si annichilerebbono; attendete, vi prego, a queste mie brevi annotazioni.

Avete da considerare che tutto l'oro e l'argento, che dalle miniere giornalmente si cava, vien cosí cavato principalmente per utile, guadagno e ricchezza de' padroni di esse, con animo ed intenzione di farlo poi ridurre in danari sotto l'autoritá di un qualche re, principe o repubblica, per prevalersene per suo proprio e particolare interesse, come sarebbe in comprare mercanzie, far pagamenti, comprare palazzi e possessioni, o per spenderli in fare simili contratti, ed anche in altre cose, secondo i loro diversi appetiti; la qual loro intenzione di monetarli cosí procede, perché non possono di propria autoritá farli coniare, sebbene fossero fatti con tutte le debite qualitá, onde sarebbono giudicati per falsi, e questi tali verrebbono condannati come falsari. Né meno possono compartire essi preziosi metalli in varie sorta di frammenti, con farvi sopra certe sorta di segni, che dinotassero la quantitá in peso del puro e del fino che fosse in ciascuno di essi frammenti o pezzetti, perché non li potrebbono poi commutare in altre cose che a loro facessero di bisogno, ed ancora perché non se ne potrebbono servire in far pagamenti. Laonde essi padroni sono di ragione obbligati di passare per via delle zecche, delle quali i re, i principi e le repubbliche sono veri e legittimi padroni, li quali vogliono minutissimamente intendere e sapere come passino le cose che dai loro governi dipendono, ed in particolare le cose delle monete. Essi signori, che in ciò non pongono altro del loro fuorché il consenso e la pura autoritá per ordine di giustizia e per onor proprio, non vogliono concedere che sotto l'ombra loro siano fatti li danari a modo di quelli che ricevono di farli fare, ma vogliono che siano fatti sotto gli ordini giusti e che da essi siano stati approvati. E, sebbene in una Dieta fosse dichiarato, e poi dai re e principi fosse costituito che i danari fossero fatti a spese di coloro che li facessero fare, cioè che avessero oro o argento da mettere in zecca, saper si deve che ciò non potrebbe in alcun modo recar danno a questi tali, perché, dopo fatti i danari, essi si troverebbono avere in cassa quel medesimo argento ed oro che da loro fosse stato posto in zecca, cioè quella istessa quantitá in peso del puro e del fino; li quali danari potrebbono poi anche tenere presso di sé a loro piacere, perciocché ne sarebbono liberi padroni, come erano ancora dell'oro e dell'argento innanzi che lo facessero coniare. E si dee venire in questa considerazione: che quelli, che hanno fatto le spese per cavare e trovare i detti preziosi metalli, non hanno finito di fare tutte le spese necessarie intorno di ciò, sinché essi non li avranno ridotti in danari a loro spese; perché, essendo cosí coniati, il tutto vien fatto solamente, com'è detto, per loro particolare interesse: e, quando tutto ciò fosse osservato, ne succederebbe che questa particolare azione passerebbe poi in beneficio pubblico ed a pubblica comoditá. E che ciò sia il vero, ditemi, per vostra cortesia, che obbligo devono avere quelli che ricevono li danari a coloro che ad essi li pagano, sebbene anche li avessero fatti fare a loro spese? Certamente, si può dire, nessuno; perciocché o che li ricevono in pagamento per un qualche loro credito, ovvero per un qualche contratto di mercanzia o case o terreni o altre cose ad essi vendute. E, quando tali danari sono poi passati per varie e diverse mani, che obbligo hanno d'avere quegli ultimi, che gli hanno ricevuti, a coloro che li fecero fare? Veramente niuno, perché il piú delle volte e quasi sempre avviene che essi non conobbero, né meno viddero mai coloro che li fecero fare. Adunque si ha da concludere e dire che le fatture delle monete devono esser pagate da coloro che vogliono far ridurre in danari i propri ori ed argenti, siano di qualunque sorta si vogliano, o dalle miniere, o per averli ricevuti cosí grezzi o in massa in contraccambio di alcune robe o mercanzie, o avuti per ereditá, ovvero in qualunque altro modo si voglia; perciocché essi subentrano e restano in quell'obbligo, nel quale era il primo che li cavò dalla miniera.

Tra li signori dottori leggisti, nelle loro dotte ed argute questioni, quasi sempre si è disputato: se la spesa del far ridurre l'oro e l'argento in danari dovesse spettare solamente a' principi ovvero alle repubbliche; e mai da alcuno di loro, ch'io sappia, non è stata posta in campo questa proposizione insieme colle altre, cioè se tale azione debba appartenere solo ai particolari e non ai principi né alle repubbliche, essendoché i principi e le repubbliche nel fare i danari non vi hanno da porre cosa alcuna del suo, eccetto che l'interporvi la regale autoritá. Ora, perché vien palesata dall'autore questa nuova e non mai da altri allegata proposizione, il dovere vorrebbe ancora che un qualche dotto leggista ovvero qualche spirito elevato, pigliandosi a petto questo fatto, si affaticasse ancor egli in dimostrare colle sue concludenti allegazioni e ragioni che questo nuovo ordine dovrebbe in effetto essere posto in esecuzione, e con ogni suo sforzo far conoscere alle genti che egli è di necessitá che siano affatto levate via quelle antiche opinioni de' dottori, le quali non sono né mai potranno essere in parte alcuna al mondo accettabili; affinché una volta e per sempre siano estinti li gran disordini che di continuo succedono per l'alterazione dei prezzi dell'oro e dell'argento; i quali disordini, a guisa di un grande incendio, quasi il mondo tutto abbruciano e distruggono.

