Due amori

Chapter 2

Chapter 221,537 wordsPublic domain

Milano E. Treves & C. Editori 1869

Tip. Internazionale.

XLVI.

"Quella notte Clelia ebbe la febbre.

Io non saprò dipingere mai lo stato del mio animo in quel giorno fatale. Pensavo ad Eugenio, alla stranezza della condotta di Clelia verso di lui, alle parole brusche che io le aveva diretto; mi sentiva commosso dalle lagrime che aveva visto, pauroso dello stato in cui Clelia si trovava, e poichè tutte queste sensazioni si avvicendavano così rapidamente da confondersi, e non concepiva colla mente il nesso che le legava, io me ne rimaneva sbigottito meglio che offeso, senza avere la forza di perdonare, e senza sapermi dare ragione della mia durezza.

Aveva ella pianto per i miei rimproveri, ovvero per la cagione stessa che li aveva provocati? Se le mie parole erano state dure, ella doveva comprendere troppo bene che non v'aveva parte il mal animo--nè io le aveva detto cosa tanto acerba da cagionarle così gran dolore--e se ella aveva coscienza dell'ingiustizia dei suoi modi, il rimprovero doveva parerle meno amaro. La colpa subisce il rimprovero, l'innocenza solo ha diritto di piangerne. E come se questa matassa non fosse ancora ingarbugliala abbastanza, a crescere lo scompiglio del mio cuore agitato, mi rifeci al primo pensiero che m'era venuto, e domandai a me stesso perchè mai Clelia si mostrasse ancora insofferente di Eugenio--e me ne strussi indarno.

Nè d'altra parte io era certo di non illudermi--potevo aver scambiato i suoi sentimenti e falsatane la natura--quell'apparente freddezza con cui ella accoglieva Eugenio, poteva essere un effetto indiretto d'un'altra causa ignorata. E quale era mai questo segreto? e perchè un segreto con me? d'onde mai era venuta la forza che aveva separato l'inseparabile, disarmonizzato l'armonia perfetta, allontanato i nostri cuori che avevano per tanto tempo confuso i loro battiti e diviso tutta la loro potenza d'amore?

Ebbi la febbre anch'io--la febbre del dubbio; e mi trassi al capezzale di Clelia coll'anima lacerata.

Clelia dormiva; un sonno agitato, convulso. Io stetti buona pezza a rimirarla commosso--in quel momento non dubitai più che le mie parole fossero state la causa del suo dolore, e me ne feci rimprovero.

A poco a poco l'ansia del suo petto si fè più calma, la sua respirazione più regolare, il suo sonno più tranquillo.

Allontanai la lampada perchè la luce non la destasse, e mi assisi dinnanzi ad un tavolo. Una melanconia profonda mi prese in quell'ora e non so perchè io mi sentiva come impaurito; il mio avvenire, che è oggi questo povero presente, non mi sorrideva più come prima; io non osava più abbandonarmi come un tempo a quel confidente fantasticare che si alimenta di speranze e di promesse.

Le ore corsero veloci; io ne udiva ad ogni tratto i rintocchi agli orologi delle chiese--d'improvviso mi parve udire una parola pronunziata a bassa voce--mi rivolsi come per rispondere; e allora conobbi che quella voce veniva dal letto di Clelia. Me le accostai. Dormiva... agitava le labbra... sognava forse di me, e un sorriso animava il suo volto. Era bella; di quella bellezza fantastica che i poeti, eterni ed ingenui sognatori, hanno immaginato per ingemmare la fronte della Musa.

Posi il mio labbro presso al suo labbro, rattenendo il respiro per non destarla. La sua bocca sorrise e mormorò ancora una parola.... un nome.... il nome d'Eugenio.... Il sangue mi corse al cuore che batteva a schiantarmi il petto--un sudore freddo mi spuntò sulla fronte, il mio corpo tremò e fui per cadere.

"Quel nome nel sogno è nulla, dissi a me stesso--può bene il delirio ricevere le manifestazioni più strane senza che risponda all'intimo sentimento dell'anima. E poi che cosa è mai un nome? e qual senso si rinchiude in esso--e in quale mai lo pronunciava il suo labbro?"

Ahi, che la mia ragione stessa mi torturava! fossi io stato in quell'istante un insensato! Ma avere una mente e domandare ad essa l'inganno, è follia maggiore di tutte. Ragionare è accettare la lotta, è combattere--l'istinto mi aveva fatto indovinare il veleno, il sillogismo me ne accostava la coppa alle labbra.

Se vi era illusione che potesse alimentare ancora la mia pace, conveniva non porla a cimento colla riflessione; così come io lo aveva udito, quel nome poteva avere un significato indistinto, fors'anco non averne alcuno; pensandovi, egli si aguzzava come la punta micidiale d'una freccia. Era una rivelazione involontaria, era un sospiro sfuggito all'ansia d'un petto conturbato, era fiamma dissimulata e tradita.

I miei occhi si offuscavano, mi tintinnivano le orecchie, e un'onda ardentissima mi saliva fluttuante alla testa.

Un lamento indarno soffocato mi uscì dal petto, e mi lasciai cadere bocconi ai piedi del letto, nascondendo la faccia fra le pieghe del lenzuolo.

Quanto tempo passasse di tal guisa non so dire--parevami che qualche cosa di strano avvenisse intorno a me; io teneva sempre gli occhi aperti, e parevami di sognare--mille figure bizzarre danzavano capricciose carole in un'atmosfera di fuoco--mi urtavano, mi portavano innanzi come un frammento di macigno sospinto da una valanga--e in mezzo a questo scompiglio io udiva ancora il monotono oscillare del pendolo nella camera, e il respiro lento di Clelia. E vedevo il suo volto pallido, e le sue braccia candide abbandonate sopra il guanciale, e i suoi capelli disciolti, e le sue labbra di rosa, e sulle sue labbra quel sorriso e quella parola: _Eugenio_....

Mi sollevai sbigottito, ebete, senza quasi aver coscienza di me medesimo. Mossi alcuni passi--senza avvedermene camminavo sulla punta dei piedi per non svegliarla--poi me le accostavo e la guardavo sorridendo; dimentica d'ogni cosa, la mia anima pareva volesse volare incontro alla sua ad abbracciarla, e che un segreto ammonimento la ritenesse e le dicesse con dolcezza: "zitto, ella dorme."

Avrei voluto illudermi, e m'illudevo senza saperlo--ma per breve ora. Arrestandomi ancora dinanzi ad essa, io vidi il suo labbro aprirsi un'altra volta, vidi un'altra volta quel sorriso....

Fuggii per non udire quella parola.

Nell'altra camera c'era Charruà; il poveretto aveva vegliato; vedendomi così stravolto mi si fece da presso. Io vidi su quella faccia nera la pietà che ricercavo, e caddi nelle di lui braccia, piangendo come un fanciullo."

"Vidi sorgere l'alba attraverso le lagrime. Triste cosa quell'alba. E tuttavia una speranza mi rianimò il petto; e il pensiero che io potessi essere in inganno tornò a sorridermi con insistenza. Clelia mi amava, mi aveva amato sempre--me ne aveva dato prova fino a poche ore prima; e poi, qual fede meritava una rivelazione del delirio? ed era poi una rivelazione? "Eh! via, una parola, un nome, non è in fin dei conti che un nome--dovrò io tessere sovr'esso una sventura con tanta sicurezza?"

Ritornai a Clelia con animo più calmo. Dormiva ancora; aspettai.

Poco dopo ella aprì gli occhi; mi vide e mi sorrise. Come mi fece bene quel sorriso! Pure ella aveva sorriso nello stesso modo poc'anzi.

XLVII.

"Non dissi lo strazio del mio cuore; lo serbai come un segreto; e con quell'avidità fatale che spinge l'uomo alla scienza della propria sciagura, spiai ogni gesto di Clelia per avvalorare di certezza il mio sospetto.

In quel giorno Clelia fu calma, amorevole, quasi lusinghiera.

Ignoro se ella mi leggesse in viso le traccie dell'affanno, o se io riuscissi a dissimulare tanto da ingannare l'occhio suo indagatore--so bene che ella mi guardava fiso e lungamente, e che il sangue mi correva più celere a quello sguardo, e che mi sentiva riconfortato, e quasi vergognoso d'aver dubitato del suo amore.

Venne Eugenio. Malgrado i miei ragionamenti fui freddo con lui--egli con me fu come per lo passato.

Clelia mi stette vicino--non si allontanò come io temeva. Ella dunque poteva guardare in faccia Eugenio senza arrossire, ed egli del paro. Buon pensiero che durò poco.

Non poteva forse per parte di Clelia essere questo un riguardo ai miei desiderii, così stoltamente manifestati? e forse che Eugenio avrebbe potuto interrompere le sue visite, senza palesarsi?...

Eugenio partì--il mio saluto non fu meno freddo. La giornata passò tristamente. Clelia non mi domandava conto del mio malumore; non se ne avvedeva ella? Non era possibile; ne conosceva dunque la causa, e lo sapeva ragionevole. Ahimè! non vi era più dubbio. Come fu presso all'imbrunire la pregai che andasse a letto; il riposo le avrebbe fatto bene. In vero ella era molto abbattuta; passeggiava per le camere, ma ad ogni tratto era costretta a sedersi.

Alla mia preghiera rispose con mestizia non averne voglia, la lasciassi ancora qualche ora. Non risposi.

Eravamo seduti a qualche distanza l'un dall'altro--ella sul divano, io sopra una seggiola a bracciuoli--tristi entrambi e muti.

Fece più volte atto di rivolgermi la parola, ma si pentì e si rattenne a mezzo ogni volta; ruminava in mente qualche cosa, levava il capo per guardarmi, e come io mi accorgeva dei suoi sguardi, li rivolgeva ancora al suolo e ve li teneva fissi gran tempo.

A poco a poco succedette al tramonto la notte; le ombre circondarono tutti gli oggetti che ci stavano intorno, i nostri volti sfuggivano alle ricerche dei nostri sguardi, fatti più audaci dalle tenebre.

--Raimondo--chiamò Clelia dolcemente.

--Che vuoi? risposi e mi feci presso a lei intenerito.

--Che tu segga daccanto a me.

Vi era in queste parole un accento così carezzevole e così afflitto, che mi ritornarono in folla alla mente le dolci memorie dei nostri giorni d'amore. Il mio cuore, rimasto così a lungo solo, versò all'improvviso la sua tenerezza. Le cinsi il collo d'un braccio, e coll'altra mano cercai la sua mano.

Clelia mi amava ancora. Lieto di questa certezza io dimenticai quasi ogni primitivo timore. Era stato un delirio il suo; ma più folle delirio il mio di alimentare d'un sospetto lo spasimo del mio cuore.

Per pagarla della mia freddezza fui tenero oltre l'usato. Ad ogni parola affettuosa che io le dirigeva sentiva la mia mano stretta più forte nella sua e il battito del suo petto accelerarsi. E allora avrei voluto scorgere nel suo viso l'espressione del suo animo; ma benchè me le accostassi tanto che le nostre labbra s'incontrassero, e aguzzassi del mio meglio lo sguardo, quella notte senza luna era inesorabile, nè mai un filo di luce che penetrasse nelle nostre stanze.

Charruà non portava i lumi; volli chiamarlo; afferrai il cordone del campanello; Clelia trattenne il mio braccio senza dir motto.

Gran parte della notte si passò di tal guisa; mai coppia d'amanti fu più ardente e commossa.

Parlammo di cento cose con abbandono; ma tuttavia era chiaro che ciascuno di noi nascondeva qualche cosa all'altro, e che struggendosi di parlare adoperava i più strani giri per arrivarvi senza lasciarne parere il desiderio.

--Domani sarà una bella giornata, mi disse Clelia.

Conobbi che questa era da parte sua l'ultima via per giungere alle spiegazioni, e che il suo partito oramai era preso. Che mi avrebbe detto ella mai?

Anch'io convenni che il domani sarebbe stata una bella giornata.

--E la campagna sarà sorridente di fiori e di profumi....

Io non ne dubitavo--e tuttavia non sapevo ancora a che volesse arrivare.

Non disse altro.

"Si è pentita," pensai.

Ma mi era ingannato; sentii la sua bocca accostarsi al mio orecchio e dirmi sommesso:

"Mi ci condurrai, non è vero?"

"Dove?" mi domandai, e prima che avessi tempo di rispondere, la mia mente aveva corso gran tratto il campo delle fantasticherie.

E mi parve d'udire il respiro affrettato di Clelia, e di sentire fremere il suo corpo vicino al mio. Allora il capo mi si confuse affatto; nuovi sospetti scesero nel cuore a straziarlo, e non osando più profferire parola, perchè pauroso di provocare una novella che non avrei saputo sopportare, tacqui.

--Raimondo, proseguì Clelia con voce più calma, la primavera è così bella! non vorrai tu che noi andiamo per qualche tempo sul lago?

--Vi andremo, risposi sbadato.

Ma pensando dopo breve tratto alla mia risposta, e per essa alla domanda di Clelia, mi riconfortai.--Vi andremo--soggiunsi con voce più ferma--è vero, la primavera è così bella! Ma perchè mai non attendere l'estate?

--La primavera è così bella!

--Hai ragione.

--Soli, non è vero?

--Soli!--Ahimè, che il terribile segreto mi si svelava tutto e le mie paure risorgevano più gagliarde.

--Eugenio vorrà forse venire con noi, balbettai coll'istinto di accertare la mia sciagura.

Attesi invano una risposta. Cercai la mano di Clelia che mi era sfuggita, cercai il suo corpo tentoni con ansietà inesprimibile. Sfiorai il morbido velluto dei suoi capelli, sentii il freddo marmoreo della sua fronte appoggiata al cuscino del divano, e alcune lagrime scorrermi fra le dita.

La gelosia vinse in me ogni altro sentimento; mi drizzai furibondo, col cuore che ruggiva una bestemmia. Il tremito del mio corpo, l'ansia del mio povero petto dovevano pur giungere fino a lei e farsi palesi anche nell'oscurità. La poveretta non faceva motto, e piangeva.

Ripiombai abbattuto sul seggiolone, cacciandomi le mani nei capelli.

--Raimondo, amico mio, salvami; pietà di me, in nome del nostro amore....

Può il cielo serbare alle sue creature uno strazio più crudele! Io non risposi, non piansi, non imprecai.

XLVIII.

Essa lo amava! Spietato, inesorabile pensiero. E tuttavia se ne aggiunse uno più terribile, e non l'ebbi appena concepito che un brivido mi corse per le membra. Se Clelia avesse potuto vedermi in quel momento avrebbe avuto paura di me--io stesso ne aveva.

Inorridito da quel dubbio fatale sollevai la testa di Clelia che si era appoggiata sulle mie ginocchia, e respinsi il suo corpo che cadde abbandonato sul divano.

Mi levai istupidito dalla mia brutalità, e inciampando nei mobili passeggiai a gran passi. Dentro di me la desolazione muta; attorno a me le tenebre, i singhiozzi di Clelia, e l'oscillare del pendolo.

"Non cesserai tu dunque di misurare il mio dolore?"

Venni al fianco di Clelia, cupo, severo, minaccioso. Mi udì, e cessò il pianto.

--Giurami....--pronunciai sommesso, giurami....

Non dissi altro, non n'ebbi cuore--non n'ebbi pure il tempo.

Clelia si drizzò svincolandosi dal mio braccio. Ella aveva indovinato il mio sospetto--se ne risentiva come tigre ferita. Era terribile; io indovinava il suo sguardo, il corrugarsi del suo ciglio, la vedevo innanzi a me minacciosa.

--Taci, non dir altro--gridò imperiosamente; in nome del cielo--aggiunse un istante dopo supplichevole.

Sentii il suo corpo vacillare, e stramazzare per terra--volli soccorrerla--volli chiamare--non lo feci--la vergogna, la paura, il rimorso mi toglievano il senno. Caddi in ginocchio accanto a lei, implorando fra le lagrime il suo perdono."

XLIX.

"Avrei io acconsentito alla sua preghiera? Tutta la notte--eterna notte!--ruminai questo pensiero. L'amor proprio me ne sconsigliava, ma il cuore mi diceva d'arrendermi--nè andai più oltre. Il sonno di cui da tanto tempo non aveva provato i benefizii, venne non so per qual via a quetare il mio spirito.

Anche gli sventurati dormono--la natura ha provveduto in qualche modo al destino dell'uomo, facendo che l'organismo incateni ogni cosa alle sue leggi inesorabili, e neppure il dolore possa sottrarvisi.

Alla mattina dibattei lo stesso quesito; il cuore mi parlava meno forte--l'amor proprio più invelenito che mai.

Io non poteva senza mostrarmi ridicolo a me medesimo involare mia moglie, e andarla a nascondere nella campagna in quella stagione. Che si sarebbe detto di me? Che ne avrebbe pensato lo stesso Eugenio?

Comprendo quanto fossero più ridicoli i miei stessi timori. Anche allora mi feci rimprovero di questa debolezza--ma senza frutto. Mi ostinai nel mio proposito, e tra che voleva sfuggire la taccia di marito geloso, e tra che voleva sfidare il mio destino e in certa guisa vendicarmi di Clelia e di Eugenio, mi compiacqui della mia fermezza.

Non avrei lasciato Milano--e lo dissi a Clelia che non fe' motto per lagnarsene.

Tanta umiltà mi scese al cuore senza rimuovermi.

Se non che io aveva fidato troppo sul mio orgoglio, e creduto follemente che avrebbe soffocato la mia gelosia. La natura può rimanere un istante soggiogata, ma si solleva ben tosto, e ridomanda imperiosamente le sue leggi.

Durante alcuni giorni non mi fu difficile acconciarmi meco medesimo, e celare sotto il manto dell'indifferenza la piaga del mio cuore! M'innebriavo del mio dolore, buttavo nel fango il sentimento e m'imbellettavo da istrione.

Triste maschera la dissimulazione--tu non l'hai ancora posta sulla faccia, che già cade a brandelli; e se si appiccica un momento, scotta come ferro arroventato.

Da qualche tempo mi permettevo di star lontano da Clelia--ci soffrivo, perchè rinunziavo a quel piacevole e calmo cicaleccio che teneva deste le nostre veglie solitarie d'un tempo; ci soffrivo tanto più in quanto le mie notti casalinghe erano diventate abitudini; e tuttavia, sebbene ricercando di che pagarmene non incontrassi che la noia, io era divenuto assiduo frequentatore del Caffè di .... e vi passava molte ore ricercando nelle spire di fumo del mio sigaro, nella fiamma turchina del mio _punch_ le memorie della mia felicità d'un tempo.

Non so come mi sentissi tanta forza da resistere all'impeto della tenerezza, nè so se io debba dire che ne uscissi vincitore o vinto. So bene che una lotta si impegnava dentro di me ogni giorno; e che il proposito di riaccostarmi a Clelia che un sentimento di giustizia faceva prorompere nel mio petto, vi moriva miseramente ogni volta.

Clelia ne soffriva in segreto; nè mai avvenne che io facessi ritorno a casa e non la incontrassi sull'uscio ad attendermi. Talvolta io le sorridevo pieno di gratitudine--più spesso mostravo di non accorgermi delle sue attenzioni, e la salutava asciutto. Allora mi ritiravo nelle mie camere per nascondervi lo strazio del mio cuore, e imprecavo alla codardia che mi contendeva la dolcezza del perdono.

Io ero ridiventato fanciullo e provavo un'altra volta le debolezze e le ostinazioni di quell'età. Sapevo che sarei stato felice riaccostandomi a Clelia; che avrei ridonato la pace a lei che amavo e che m'amava--che la giustizia e il dovere mi vi spingevano--e nondimeno una ritrosia ostinata domava il mio cuore, e i suoi impeti gagliardi cedevano a quel morso fatale.

Questo stato di cose durò alcun tempo.

Una sera io mi ridussi a casa più presto del solito; incontrai Eugenio solo con Clelia. Quella vista mi fe' male. Da qualche tempo Eugenio era venuto più di rado; la mia freddezza dissimulata a stento l'aveva tenuto lontano; tuttavia egli non aveva mai mentito la sua indole affettuosa; mi avea ricercato delle mie confidenze, e mi aveva fatto le sue. Io era stato sempre fra due, se dovessi credere al suo candore, ovvero ad una astuta dissimulazione--nè mai potei accostarmi a quest'ultima credenza; e poi che non ebbi altro pretesto di odiarlo, quasi gli feci colpa della sua ingenuità. Nè so dire se l'odiassi davvero; al certo io non l'amavo più; alla sua presenza un eterno quesito si affacciava alla mia mente: sapeva egli d'esser amato da Clelia? l'amava? Il suo volto non palesava nulla. E per la prima volta dissi a me stesso che la sua anima era fredda e il suo cuore marmoreo come il suo viso.

Quella notte fui sorpreso di vederlo in casa mia; ma gli mossi incontro, e credo di avergli sorriso. Clelia mi guardava severamente come chi dicesse: "vedi, la mia calma vale meglio assai che la tua." Ed era vero, troppo vero.

Eugenio partiva per Roma. Un famoso pittore aveva avuto incarico di alcuni affreschi; gli proponeva partecipasse all'opera e al prezzo; era venuto a salutarmi.

Mi venne in mente che Clelia avesse avuto parte in quella determinazione. Se quel sospetto avesse durato un'ora sola mi avrebbe fatto assai male. Guardai Clelia, ed incontrai ancora il suo sguardo limpido e franco.

--Ti fermerai gran tempo? domandai ad Eugenio non potendo frenare un'onda di gioja che mi corse dal cuore alle guance.

--Sei mesi. È questo il termine entro cui devesi condurre a termine il lavoro.

--Sei mesi sono lunghi dissi forte rispondendo al mio pensiero--assai lunghi per la nostra amicizia; aggiunsi.

Clelia mi guardò. Arrossii.

--Ritornerai fra noi, passato questo termine?

--Lo spero.

--Buon per noi.

--Se le esigenze dell'arte non mi riterranno colà. Tu sai che io non sono ricco, e se insieme alla fama ci avrò mezzo a fornire un gruzzolo, tanto meglio.

--Eh! Sicuro, tanto meglio.

--Ad ogni modo, prometto a me stesso di far ritorno a Milano, qui, teco--aggiunse senza affettazione.

--Ci s'intende, e il cielo lo voglia.

Dopo quella prima menzogna, le parole m'erano venute stentate e non v'era stato verso di raccapezzarmi. Quel sorriso da ipocrita, che per la prima volta aveva spianato la mia fronte corrugata, m'aveva rabbujato l'intelletto e gettato la discordia nell'anima. Nè per quella notte ebbi altro pensiero ed altra cura che d'accumulare il disprezzo e torturarne il mio cuore.

L.

L'alba mi trovò desto, nè io aveva dormito.

--Or via, dissi, convien far conto di aver dormito abbastanza per questa notte; l'ora della partenza si appressa, e quel povero Eugenio a cui ho promesso di andarlo a salutare alla stazione, mi aspetterà forse un pezzo prima che io abbia avuto tempo di vestirmi.

Per quella volta non mi mossi dal letto; le mie parole ricaddero senza eco sulla mia volontà.

A capo di una buona mezz'ora mi rivolsi sull'altro fianco e mi ripetei che bisognava pigliare una decisione e che se l'addio dell'amicizia mi era caro, assolutamente conveniva che io mi levassi di botto. Non ne feci nulla e filosofai meglio di Cicerone sull'amicizia; e poichè la filosofia conduce assai lontano, passò un'altra mezz'ora.

E questa volta mi scossi di soprassalto, e mi disposi a balzare di letto davvero, e posi una gamba fuori delle lenzuola coll'ansietà di chi teme proprio in sul serio di fallire ad un convegno.

In quella suonarono le ore alla pendola.

--Deh! sclamai, povero me! L'ora è passata...

E mi strinsi la fronte fra le mani.

--Buon viaggio, aggiunsi come se volessi incaricare un venticello del saluto--buon viaggio, amico tenerissimo.

Mi raggruppai nel mio letto e ritentai come un importuno il sonno... A mezzogiorno in punto io arrivavo in China, ed avevo fatto un ottimo viaggio, ed aveva tenuto un lungo discorso in latino ad Eugenio sull'amicizia--Cicerone, in un angolo della carrozza, aveva ghignato di compiacenza, e mi aveva detto che mia moglie era una bella donna.

Mi destai e guardai intorno a me. Il volto di Clelia non era lì presso a sorridermi."

LI.

"Il sarcasmo di cui mi stordiva, ricadeva sopra di me medesimo.

Non andò molto che all'affanno cieco succedette la riflessione. Allora solo conobbi quanto fossi stato fino a quel punto ingiusto verso di Clelia. Misurai la nobiltà del suo animo, il suo affetto per me, la sua confidenza che avrebbe dovuta ingrandirla ai miei occhi, e che pure io aveva pagat d'ingratitudine.

Avviene di me ciò che avviene di molti, che quando il cuore sanguina la ragione smarrisce le vie del sillogismo; ma non appena esso si raccapezza e mi parla la sua voce eloquente, la tempesta mia si rasserena d'un tratto e non amo di meglio che ravvedermi. Però da quell'ora mi raccostai a Clelia mansuefatto, e le palesai la mia riconoscenza adoperandovi ogni mezzo, e la colmai di carezze pauroso ch'ella soffrisse ancora della durezza dei miei modi d'un tempo. Pur che mi sorridesse, io era raggiante di gioja.

La buona creatura non mi serbava rancore; era felice che io non l'avessi abbandonata, e mi diceva che nessuno ci aveva mai disgiunto, nè avrebbe potuto mai disgiungerci in avvenire.

Ricominciò la serenità dei giorni passati, ricominciò più bella, più tenera, più apprezzata--il timore di averla perduta per sempre ce ne aveva rivelato il valore--oramai diventavamo avari, avremmo custodito gelosamente il nostro tesoro.

Allora fui anche giusto verso Eugenio. Egli forse non aveva indovinato il sentimento ispirato a Clelia--se mai l'aveva penetrato o diviso, la sua partenza era proposito--e il proposito virtù somma. E mi dolsi amaramente d'essere stato freddo con lui, e d'essermi lasciato vincere puerilmente dalla gelosia, ed avervi sagrificato l'amicizia. Immaginai Eugenio sulla tolda d'un bastimento veleggiare verso Civitavecchia e spingendo lo sguardo nell'orizzonte ricercare la terra che abbandonava e l'amico perduto. Io non gli aveva detto addio, non me l'ero stretto al cuore prima di lasciarlo partire--avea così spezzato bruscamente quella catena affettuosa che stringeva da tanto tempo i nostri cuori.

Una notte sognai che Eugenio s'era pentito ed era tornato sui suoi passi presso di me, e che io lo abbracciava con tenerezza. Cicerone in un cantuccio ci guardava sorridendo e con un lembo del suo manto si rasciugava una lagrima.

Ma questa volta destandomi incontrai il volto di Clelia presso al mio; e il suo sguardo melanconico e dolce come quello di un angelo che sospira l'infinita distesa dei cieli."

LII.

"Ritrovai la mia Clelia, ritrovai il mio cuore.

La felicità è generosa e perdona al passato; noi dimenticammo assai presto le giornate di sventura. Se talvolta ci rifacevamo a percorrere la via che avevamo lasciato dietro di noi, sorvolavamo senza rimirare le impronte che i nostri passi avevano segnato di sangue.

E tuttavia lo studio di non ritentare più quelle ferite era anch'esso una ferita--nube lieve in un'immensa serenità di cielo, ma fatta anch'essa di vapori, maturava anch'essa il fulmine nel suo grembo.

Un giorno per l'appunto oziavamo colle nostre reminiscenze; richiamavamo cento inezie, cento fantasime leggiadre e care al nostro cuore, poichè ogni cosa è cara al cuore di coloro che si amano. "Ti ricordi? ti ricordi?" Era una festicciuola di memorie--pochissime meste, nessuna di dolore.

Eravamo giunti a un tempo poco lontano, ad una notte vegliata festevolmente in tre--Clelia, io ed Eugenio. _Ed Eugenio_--nessuno voleva dire questo nome; ella voleva risparmiare a me la melanconia delle idee che vi si associavano--io del pari. Ci guardammo in volto, poi chinammo gli occhi entrambi. Da quel punto il nostro cicaleccio languì; la festicciuola ebbe fine ben presto.

Ahimè! avevamo fidato troppo sulla nostra ragione; il cuore serbava ancora la cicatrice. Ricordavamo ancora di lui, fors'anco pensavamo ancora senza dirlo e senza avvedercene a lui.

Fu senza dubbio lotta gagliarda per mentire a noi medesimi; fu lotta virtuosa; accettata con nissuna speranza di vittoria, come gli inermi condannati accettavano nel circo la lotta colle fiere, ma fu menzogna. Da quel giorno la nostra apparente indifferenza non ci ingannò più. Il pallore delle mie guancie spuntava traverso la maschera gioviale; l'amore tradiva la gelosia. Così questo serpe fatale era arrivato per altra via sino al mio cuore, e vi infiggeva un'altra volta il suo dente avvelenato."

LIII.

"Clelia ammalò. Da qualche tempo io non aveva più visto fiorire sul suo volto le rose della salute. Non vi aveva posto mente da prima, però che l'abitudine di vederla ogni giorno mi aveva impedito d'osservare il mutamento che avveniva in essa, più tardi la reputai cosa passeggiera e pensai si sarebbe presto ristabilita. Non appena però appresi quanto il suo male fosse grave e come la costringesse a letto, mi rimproverai di aver lasciato correre sì lungo tratto di tempo senza richiedere i soccorsi della scienza, e malgrado le sue riluttanze volli chiamare un medico.

Il medico venne; non era cosa grave: una _pleurisia falsa_ che non avrebbe resistito ad una breve cura.

Come udii questa buona novella respirai più libero, Nell'uscire il medico mi domandò se mai Clelia patisse qualche dolore, o ne avesse patito. E siccome non gli risposi subito, tentennò il capo ed uscì.

Rimasi sull'uscio immobile. "Dolori!" Sì, ella ne aveva patito; io stesso glie ne aveva cagionato di molti; io stesso dunque ero la causa del suo male.

Se non che il mio demonio mi suggerì un pensiero terribile ad accrescere il mio cordoglio. Forse ella amava ancora _colui_, ed era straziata dalla sua passione; la lontananza, anzi che spegnerla, l'aveva forse alimentata, e il prepotente imperio del cuore la faceva piangere _lui_ assente in segreto.

Ciò che si passò dentro di me non è forse concepibile; l'angoscia di non essere amato, la gelosia di un rivale che mi rapiva il pensiero di lei che amavo tanto, che esercitava da lungi un fascino fatale al mio povero amore, il dolore di vederla inferma e la paura che mi venisse a mancare facevano tale strazio di me quale mai uomo ebbe a provare nella vita.

Ma poi che io l'amavo più della mia vita e della mia felicità stessa, la compassione vinse in me ogni altro sentimento.

"Ch'ella non muoja, dissi a me stesso, che il mio angelo non mi sia rapito; se anche il suo cuore non saprà più darmi altro affetto che quello della gratitudine, io ne sarò pago ugualmente; avrà compassione di me, e saprà rassegnarsi, e consentirà che io la guardi e l'adori; ella sarà per me come una santa memoria vivente."

E siccome le mie stesse parole mi avevano intenerito e quasi mosso a pietà del mio stato, caddi in ginocchio lagrimando, e domandai al cielo ch'ella vivesse."

LIV.

"Il grido del dolore giunge qualche volta lassù. Ben presto la salute di Clelia parve migliorata alcun poco.

Io aveva vegliato al suo capezzale colla trepidanza di chi vegga la sventura approssimarsi a lui e voglia deviarne il cammino o ritardarne i passi. Avevo spiato ansioso ogni sospiro delle sue labbra, ogni tremito del suo corpo, ogni moto lieve delle sue mani e del suo capo. Quando essa mormorava nel sonno qualche rotta parola, mi pareva che dovessi apprendere ad ora ad ora una novella triste--e tuttavia paventavo meno di me che di lei.

Talvolta ella si destava di soprassalto--e fissava i grandi occhi spaventati nei miei, e teneva per gran pezza il suo sguardo immobile senza ravvisarmi.

Altre volte si gettava nelle mie braccia, e stringeva nelle sue mani la mia testa colmandola di carezze.

Ella non sapeva allora ciò che si passava dentro di me, nè come le sue dimostrazioni d'affetto scendessero sul mio cuore come elemosina sulla mano tremante d'un mendico. Ella non sapeva i gemiti soffocati sotto il sorriso, non indovinava la terribile certezza che aveva soggiogato l'audacia delle mie speranze. Ella non sapeva nulla di tutto ciò--poichè giammai, io penso, mano di uomo mortale pesò sul petto a soffocarne i singhiozzi, come la mia in quelle ore; nè maschera di ipocrita fu mai così fortunata nel muovere la pietà, quanto la mia nel celare l'affanno che avrebbe fatto pietoso lo stesso cinismo.

Una mattina io era uscito per affari; avea lasciato il suo letto con rammarico, benchè ella stesse assai meglio e me lo assicurasse sorridendo furbamente come avesse immaginato una gherminella.

Al mio ritorno la trovai in piedi, coperta d'un ampio sciallo turco che io le aveva regalato nel giorno del suo onomastico. Mi venne incontro colla bambina per mano; e come se dicesse: "vedi, io sto pur ritta, sono sana", senza dir parola mi porse la mano.

Io m'era oscurato in volto al vederla; e mi disponevo a farle rimprovero, ma ella mi prevenne con grazia irresistibile; e non appena feci atto di aprir bocca per parlare, appoggiò le sue mani affilate sulle mie labbra, e invocò collo sguardo non la sgridassi.

Poco stante mi consegnò una lettera pervenuta durante la mia assenza.

--Per me? le domandai.

--Per te, rispose, e si chinò ad accarezzare la piccina.

Guardai la soprascritta. Erano i caratteri di Eugenio.

Per un momento non provai altro che un'emozione viva, ma incerta come cosa che sta tra il piacere e il dolore.

--La leggerò, dissi ponendo la lettera in tasca--E mi rivolsi a Clelia che continuava ad accarezzare le guancie della piccina."

LV.

"_Una lettera per te._" E non aveva aggiunto "d'_Eugenio_" pure ne conosceva i caratteri, e doveva aver visto che veniva da Roma.

Clelia si era attaccata al mio braccio--passeggiavamo in silenzio.

"E s'ella aveva taciuto quel nome, era arte; l'indifferenza lo avrebbe pronunziato."

"La mia dissimulazione adunque s'era tradita; ella mi aveva letto nel cuore e aveva compreso la mia battaglia, e aveva visto nascere i nuovi sospetti, e la gelosia più straziante--ne aveva pietà, voleva risparmiarmi ogni motto che mi rammentasse quell'uomo."

La guardai; indovinava ella questi pensieri che mi passavano in mente? mi sorrise, le sorrisi.

"Se pure, proseguii fra me medesimo; se pure ella non mi nasconde il suo segreto, e quella riluttanza a pronunziare il nome di lui, anzi che un riguardo alla mia debolezza, non fu frutto della sua."

È raro che di due pensieri che giungano allo stesso tempo, il più doloroso non sia più fortunato. E so che non mi tolsi più di capo questo martello--e più cercavo di vincere il mio timore colla ragione, e più la ragione aguzzava i suoi strali contro di me. Mi tornarono in mente cento inezie, cento saldi ragionamenti nuovi a ribadire la fatale convinzione che Clelia amava tuttavia Eugenio.

Le lagrime frenate mi ricadevano goccia a goccia sul cuore--Clelia continuava ad appoggiarsi sul mio braccio--mi sorrideva ed io le sorridevo."

LVI.

"La lettera di Eugenio era piena di cortesie. Non mi rimproverava di averlo lasciato partire senza salutarlo--il suo animo generoso se n'era dunque dimenticato. Gran buona ventura la mia. Ma più avventurato di me lui che aveva trovato in quei _freschi_ benedettissimi un affar d'oro.

Prima di finire col bacio dell'amicizia, buttato lì con noncuranza, v'era scritto un saluto per lei. Compitezza schietta davvero. Dissi a Clelia del saluto.

--Ha egli trovato che l'affare dei _freschi_ gli convenga?

--A meraviglia.

Non se ne parlò altro; e il volto di lei e il mio non dissero di più."

LVII.

"Non so se altri possa comprendere qual fosse lo stato della mia anima in quel tempo; nè se gli uomini possano giudicare con giustizia della natura dei miei sentimenti; so bene che i facili motteggiatori ricercano avidamente il marito e lo espongono alle beffe degli sfaccendati, e dimenticano l'uomo che s'agita e soffre, non pensando che se quella gelosia è meschina e ridevole che nasce da orgoglio, la gelosia che piange l'amore è cosa santa. E poi che gli uomini non conoscono il virtuoso benefizio della compassione, o sdegnano porgere questa elemosina che si dà senza impoverire e si riceve senza vergogna, dovrebbero almeno rintuzzare il sogghigno che avvelena il loro labbro mordace.

In quel tempo ho provato tutte le miserie della gelosia; piccole lame che mi passavano il petto e giungevano al cuore.

Un giorno mi venne sott'occhio un _albo_ di ritratti che, siccome conteneva l'immagine di _lui_, io aveva puerilmente sottratto tempo prima, e collocato più tardi sopra uno scaffale in un angolo della camera. Era stato spesso a rivedere quell'albo, attratto non so se più da istinto di curiosità o di sospetto--nissuno l'aveva mai toccato, però conservava da qualche tempo la stessa posizione, e la polvere vi si era addensata a strati; in quel giorno l'albo era capovolto; i fermagli erano stati aperti, e non si aveva pensato a rinchiuderli; la polvere vi era meno densa e serbava tuttora le traccie della mano che l'aveva afferrato. Mi venne in mente Clelia, e ch'ella avesse voluto contemplare il ritratto di Eugenio. Quel giorno piansi come un fanciullo."

LVIII.

"Più volte, entrando all'improvviso nelle camere di lei, erami parso che mi nascondesse qualche oggetto. Un giorno non mi rimase più dubbio; l'imbarazzo pinto sul suo volto dava impronta di verità al mio sospetto. Io sapeva che ella non mi avrebbe nascosto alcuna cosa che non avesse potuto parlarmi di _lui_, del suo amore... "Forse il ritratto! E l'aveva forse tolto all'albo!"

Non ebbi concepito questo pensiero che corsi ad assicurarmene.

Incontrai la piccola Bianca intenta a sfogliazzare un libro, l'albo; volsi lo sguardo allo scaffale; una seggiola appoggiata al muro aveva servito a quella scalata innocente.

Il cuore mi batteva violento per emozione; e interrogai arrossendo la piccola Bianca; e seppi da essa come già altra volta avesse collo stesso mezzo tolto quell'albo e rimessolo per timore di rimprovero.

Mi guardava timidamente; quella creatura benedetta ignorava il bene che ella faceva al mio cuore.

Aprii l'albo, e ricercai il ritratto d'Eugenio. Era lì, nella sua piccola cornice.

Se la gioia avesse manifestazioni che non fossero puerili, io mi vi sarei abbandonato follemente. Ma pare che la virilità segni il confine della gioja, però che i soli fanciulli possono palesare apertamente il loro animo lieto. Il dolore solo è d'ogni tempo, e chi arrossisce delle lagrime e le chiama indizio di debolezza, non sa che sia il dolore, nè come egli faccia gigante e nobiliti tutto ciò che lo circonda, e il tetto sotto cui si posa, e il cuore che strazia, e le bestemmie che fa prorompere fra i singhiozzi.

Abbracciai la testolina ricciuta della piccola Bianca, e la colmai di carezze."

LIX.

"Tant'è, non poteva dubitarne; Clelia mi nascondeva qualche cosa."

LX.

"Una mattina Clelia tardò a levarsi di letto oltre l'usato. Me le accostai e le chiesi se mai ella non si sentisse bene. Mi rispose non sentirsi altro che un po' di languore.

--Sarà appetito, aggiunse; da qualche tempo io sono diventata ghiotta. Mi leverò, e farò anticipare la colazione.

Si provò a rizzarsi sul letto; ma ricadde.

--Sono assai debole, assai debole... non posso.

--Manderò ad avvisare il medico.--

--Non farlo. I medici, i medici... costoro hanno l'anima fredda come cadaveri e pretendono dar la vita e la salute.

--Il nostro è un buon medico.

--Come tutti gli altri. E poi quale necessità di medico? non sono già malata io.

Non insistei per non affliggerla.

Tutto quel dì passeggiai agitato dinanzi al suo letto. Come fu la sera, mi accorsi che la sua fisonomia era alterata; toccai la sua fronte e la trovai ardente. Col cuore serrato dalla paura, e colla certezza che il suo stato era peggiorato le domandai se stesse meglio.

--Se tu mi sei vicino, rispose.

Mi posi al suo capezzale e vegliai finchè la stanchezza non mi fè chiudere gli occhi. Ridestandomi di soprassalto, incontrai alla sua mano fra i miei capelli; l'allontanai dolcemente per non svegliarla; ma ell'era desta e mi guardava con uno sguardo rapito alla benigna serenità di quella notte stellata.

Il giorno successivo feci avvertire il medico. Venne; si dolse di non essere stato chiamato il giorno prima.

--È dunque cosa grave? domandò Clelia inquieta.

Il medico parve imbarazzato.

--Vi hanno malattie, rispose, che senza minacciare un pericolo, devono tuttavia essere arrestate nei primi passi, altrimenti...

--Altrimenti?...

--Si fanno più ribelli.

Uscendo trassi in disparte il medico.

--Ascoltatemi, gli dissi; io sono forte, ho coraggio; ditemi francamente se Clelia vivrà.

--Lo spero.

--Non ne siete voi sicuro?

--La vita non è nelle mie mani.

--Qual genere di malattia è ella questa di Clelia?

--Una ricaduta della prima; io aveva guarito il corpo, non poteva giungere all'anima--tolsi l'effetto senza rimuovere la causa.

--Ed è?...

--Se voi l'ignorate, è un segreto; domandateglielo.

--Così farò, risposi lasciando cadere il capo sul petto.

--Siate forte--mi disse il medico ed uscì."

LXI.

"Non era vero che io fossi forte; il pensiero che Clelia avrebbe potato mancarmi mi traeva fuor di me stesso. Rientrando, la incontrai seduta sul letto, cogli occhi fissi sulle lenzuola. Mi accostai tremante.

--Che hai?

--Ho tutto udito, mi rispose melanconicamente. Non negarlo; vi ho seguiti io stessa; ho voluto io stessa apprendere la mia sorte.

Quelle parole mi turbarono; che avrei io potuto dirle? le feci rimprovero d'essersi levata di letto e d'averci seguito malgrado la sua debolezza.

--Mi sono coperta d'uno scialle--e mi sono appoggiata ai mobili--e d'altra parte che potrei io perdere? non devo forse morire?

--Non dirlo, in nome di Dio. Il medico non ha detto ciò.

--L'ha pensato; e poi lo sento, mi rimane assai poco, assai poco.

Piangeva.

Io non ebbi forza di riconfortarla; la strinsi al cuore.

--Non lasciarmi, mi disse ella con esaltazione; non lasciarmi; tienimi stretta presso di te; quando sentirai che il mio cuore arresterà i suoi battiti, baciami in volto e mi rianimerai.

--Dio non può separarci, esclamai levando gli occhi al cielo.

--Dio lo vuole, disse ella tristamente.

Il suo stato andò peggiorando ogni giorno; e tuttavia io non rinunziai un istante alle mie speranze. Pregavo Iddio ogni sera; la sventura mi riavvicinava alla mia fede negletta. No, Dio non avrebbe dimenticato la sua creatura.

--Domani vo' levarmi, mi disse Clelia un giorno.

--Lo pensi, povero angiolo; tu sei così debole.

--Voglio levarmi, ripetè. Ho domandato al cielo questa grazia, il cielo è buono.

Venne il domani, ma Clelia non potè lasciare il letto.

--È doloroso, disse ella con mestizia; ci aveva contato; doveva essere un giorno lieto questo.

E volle che io facessi venire la nostra Bianca, e che mi sedessi ai piedi del suo letto.

--Tu non comprendi, mi disse scherzosa; pure questo è giorno di festa per noi.

Mi era passato di mente--era il quarto anniversario del nostro matrimonio. Triste anniversario! Mi comprese, e come a rispondere ai miei pensieri.

--Sta in noi che questo giorno sia festoso. Vedi io ti avevo preparato un regaluccio; ma non ho potuto finirlo di mia mano.

E così dicendo trasse di sotto al guanciale un ricamo in seta, colle nostre cifre intrecciate.

--Ed è questo che tu mi nascondevi? domandai commosso.

--Tu dunque mi spiavi? interruppe scherzando.

Ahi! quanto i miei sospetti erano stati ingiusti! e come avrei io pagato quell'anima buona dell'ingiuria che le avevo fatto?

S'ella aveva un segreto a nascondermi, non era certamente una colpa; se inganno v'era stato nei suoi modi, lo aveva suggerito la pietà.

I progetti di Clelia andarono falliti--quell'anniversario fu assai triste."

LXII.

"Passarono alcuni mesi--passarono uniformi, desolati. La salute di Clelia non migliorò gran fatto; il medico era venuto assiduamente, ogni giorno, ma senza alimentare le mie povere speranze.

Clelia pareva rassegnata; non mi parlava di morire perchè ne avrei avuto pena; quando mi vedeva triste, mi diceva di sorridere. Mi assicurava che sarebbe guarita. Innocente inganno! Altre volte parlava del nostro avvenire seriamente,--si intratteneva in progetti ridenti. Allora sperava; si rinvigoriva delle sue illusioni, e mi diceva.

--È egli possibile che io muoja? Perchè dovremmo noi crederlo? Io sono qui, fra le tue braccia--sono giovine, e t'amo--e tu m'ami. La morte ha pietà di coloro che s'amano...

Verso la metà del mese d'ottobre, la malattia parve volgere alla guarigione.

--Vorrei veder la campagna, disse un giorno al medico. Deve essere bella, non è vero? Voi la vedete spesso la campagna. Come siete felice voi!

--Vi andrete, rispose il medico intenerito.

--Oggi stesso?

--Se lo volete.

Triste indizio la condiscendenza d'un medico. Ma nè Clelia vi aveva posto mente, beata del pensiero di poter uscire, nè io, parendomi proprio ch'ella stesse meglio.

Uscimmo in carrozza.

La giornata era serena; una brezza melanconica d'autunno incurvava i rami dei platani e gemeva fra le foglie degli ippocastani.

Bella giornata, ma mesta--ad ogni istante il soffio del vento distaccava dai rami d'una pianta ingiallita le foglie disseccate che scendevano lente sopra i viali, dove un altro soffio le spingeva ad inseguirsi l'una l'altra roteando.

Clelia guardava la natura con occhio smarrito.

--Come è bello, come è bello! andava ripetendo con ingenua meraviglia; mi par di rinascere, di venire per la prima volta nel mondo; certamente io non ho mai visto come li vedo ora questi incanti... E gli uomini si lamentano!...

Ammutolì un istante.

--Sono pazza, aggiunse poco dopo; mi pare che tutti coloro che passano debbano essere felici come io lo sono, lieti di questo cielo senza nubi, di questa campagna piena d'armonie--e che debbano leggermi sul volto che io fui malata, e rallegrarsene in cuore. E perchè no? Io non ho fatto alcun male agli uomini, vorrei dir loro che li amo--non vorrebbero essi amarmi se io li amo?

Passavamo rasentando un giovane tiglio che aveva attecchito male, e che i rigori autunnali avevano sfrondato precocemente.

--Così giovane! disse ella mestamente; e parve che un triste pensiero l'assalisse e che lottasse a liberarsene.

--Come è bella la vita! aggiunse poco dopo parlando a sè stessa.

Non osando trarla dalle sue fantasticherie, non osando quasi rispondere al mio stesso affanno per timore di palesarlo, io continuavo a tenere le mie mani nelle sue senza dir motto, e a contemplare melanconicamente le sembianze disfatte del suo volto."

LXIII.

"Ritornata a casa si sentì debole e si rimise a letto. Respirava affannosamente, e non poteva quasi parlare; e tuttavia mi disse che la passeggiata le aveva fatto bene, e che aveva caro di aver veduto ancora una volta il verde della campagna.

"Ancora una volta" pensai tristamente. Ma ella non aveva dato quel senso alle sue parole, e parevami invece si fosse rinvigorita nella speranza. Mi parlava dei suoi progetti per il prossimo inverno, si faceva promettere tante cose, e mi assicurava che saremmo stati felici. Io stesso mi abbandonavo a crederlo.

Benedetto il sorriso del dolore, benedette le povere lusinghe della sventura!

All'improvviso Clelia si sentì venir meno.

--Tu soffri? le domandai.

--T'inganni--mi rispose con un filo di voce--l'emozione, la stanchezza forse--io non sono molto forte--soggiunse sorridendo.

Una specie di rantolo soffocò un'altra volta la sua voce; gli occhi suoi mi guardarono implorando il mio ajuto; poi si chiusero lentamente.

Il grido della disperazione partì spento dal mio petto, come un baleno stanco traverso il fitto delle nuvole. Accostai il mio al suo pallido labbro--ella respirava ancora; le sollevai il capo, e lo appoggiai sui cuscini; poi cercai il suo cuore sotto le vesti discinte--batteva agitato.

Io era solo; volli chiamare e corsi per la camera istupidito. Passando innanzi ad uno specchio vidi la mia immagine e quella di Clelia--uno spettro che errava intorno ad un cadavere.

Il nero volto di Charruà comparve sull'uscio; nè io l'aveva chiamato. Mi guardò un'istante; io gli feci un gesto e volli parlare; l'ansia me ne tolse la forza.

Charruà mi comprese, e senza attendere più oltre s'allontanò.

Io mi gettai sul letto di Clelia cogli occhi fissi sul suo volto.

Mi pareva che la morte dovesse stendere ad ogni istante le sue scarne braccia per rapirmela--e che fosse lì, immobile, ai piedi del letto, a rimirare il mio affanno e la sua preda....

Un brivido mi corse per le vene e mi guardai all'intorno impaurito.

Charruà ritornò in compagnia del medico.

Io mi rivolsi a quell'uomo come ad un benefattore; gli additai Clelia, ed invocai d'uno sguardo supplichevole che la salvasse.

Il medico s'accostò al suo capezzale, la guardò attento senza tradire alcuna emozione, poi guardò me, vide la mia preghiera, e scosse il capo melanconicamente. "Coraggio" mi disse facendomisi dappresso.

E poichè io non rispondeva, egli mosse alcuni passi per uscire.

--In nome del cielo, ogni speranza adunque è perduta? domandai arrestandolo..

--Coraggio, ripetè con voce commossa.

"È finita" pensai, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.--Oggi? domandai coll'insistenza della disperazione.

--Forse.

Quest'ultima parola mi passò il petto come una lama di coltello."

LXIV.

"Passai tutto quel giorno accanto al suo letto, senza potermi acquetare al pensiero della sciagura che mi minacciava.

Avessi io potuto lottare corpo a corpo col destino, avrei vinto la sua inflessibilità.

Pensavo che sarebbe del mio avvenire, e come avrei potuto sopravvivere alla morte del mio cuore. Immaginavo, anticipandomene l'amarezza, le giornate tristi e le ore numerate nella solitudine; e come ogni oggetto m'avrebbe parlato di lei, e avrebbe risuscitato una memoria del passato, una memoria della mia felicità e del mio amore; Ahimè, il mio amore, il mio passato erano perduti inesorabilmente; la mia felicità era seppellita con Clelia.

Seppellita! terribile pensiero!.. Allora guardavo il volto scarno di Clelia, vedevo la povera vita di quel corpo adorato fuggire sotto i miei occhi--nè il mio amore possente aveva forza d'arrestarla un istante.

Alla notte venne la contessa B. Aveva mandato ogni giorno a chiedere novelle di Clelia, e come seppe del pericolo in cui versava, volle esserle vicino.--Quella buona signora mi trovò mutato.

--Mi strappa il cuore, le risposi, additandole Clelia; potesse almeno portarmi seco, potessi almeno morire!...

Anche la contessa mi ripetè quella triste parola: "coraggio."

--Coraggio! Sì, coraggio, per poter sopravvivere al mio angelo che muore; ch'io mi ricinga adunque di questa corazza per vederla mancare e non affliggermi della sua perdita, per poter gettare il mio pugno di terra sulla sua bara e udirne il rumore sordo senza rimanere impietrato accanto alla sua tomba.

--Zitto... interruppe la contessa ponendo l'indice sulle labbra; ella si muove... parla... avviciniamoci.

Un freddo sudore mi bagnò la fronte, e non ebbi forza di muovere un passo.

Clelia si era scossa, aveva levato lentamente un braccio di sotto le lenzuola, e riaprendo gli occhi li girava all'intorno.

Mi trascinai daccanto ad essa.

--Che hai? mi disse Clelia.--Voi qui! soggiunse con voce quasi spenta, vedendo la contessa--quale piacere!...

Poi tacque e non disse altro.

--Ella muore! esclamai.

Clelia riaprì gli occhi, e mi guardò serenamente senza parlare.

--Confortatevi, mi disse a bassa voce la contessa--forse ogni speranza non è perduta.

Tentennai il capo in aria di dubbio--ma in fondo al cuore speravo."

LXV.

"Da quel punto Clelia parve rinvigorirsi; uscita dal letargo in cui era caduta, volle ch'io le sedessi accanto--La contessa dall'opposta parte del letto levava le mani al cielo, come a ringraziarlo.

La fiducia rinacque nel mio cuore.

--Che cosa avevi pocanzi? mi domandò Clelia.

--Dolevami che tu soffrissi, risposi titubante.

Fece atto di non dar fede alle mie parole, e tacque. Poco dopo guardò me e la contessa, e domandò se credevamo che ella dovesse morire.

Oramai io aveva ragioni per sperare che avrebbe vissuto, ma se anche non ne avessi avuto alcuna, io non avrei mai potuto avere la convinzione della sua morte. Mi sarebbe parso di arrendermi, di accettare il mio destino, di recidere io stesso l'ultimo filo che teneva in vita il mio amore; al contrario io voleva lottare fino alla fine, contendere fin l'ultimo alito di quel corpo adorato.

Non so più che rispondessi a Clelia; so che la contessa mi prevenne.

--Levatevi di capo queste melanconie, disse ella; voi siete giovane, bella, amata--voi dovete vivere, vivrete, sarete felice.

--Lo credete? riprese a dire Clelia--gli è bene perchè io sono giovane e amata che ho paura di morire.

E siccome io mi faceva triste in volto, soggiunse sorridendo:

--Ho speranza anch'io di vivere.

Una parte della notte passò quasi lieta. Clelia rianimata sempre più era diventata scherzosa, e s'abbandonava a fantasticherie pell'avvenire.

Quel sognare ad occhi aperti così proprio dell'infanzia non è forse altro che una malattia dello spirito. E gli infermi assomigliano in questo appunto ai fanciulli--essi hanno vissuto in certo modo lontani dal mondo, hanno sentito la vita fuggire dal corpo, e pare loro che il mondo li attenda a braccia aperte, e la vita non prometta che rose. Hanno dimenticato gli affanni che turbarono un tempo le loro notti, le lagrime versate, le amarezze d'ogni giorno, le perfidie, gli inganni, le mentite lusinghe--e sorridono al mondo ed alla vita. Benefica illusione, ma breve, come ogni bene che è frutto di dolore.

--Verrò alle vostre serate, disse Clelia alla contessa--L'inverno prossimo voi ne darete, non è vero?

--Senza dubbio, mia cara, rispose la contessa.

--E tu mi ci condurrai volentieri, aggiunse Clelia volgendosi a me--è là che ci siamo conosciuti, che abbiamo incominciato ad amarci. E dite dunque--e si volgeva ancora alla contessa--non mi avete parlato della moda.

--Il bollettino è alquanto capriccioso, v'ha una sola notizia positiva: abolito il nastro, le frangie in grande onore....

--È strano, interruppe Clelia perdendo d'un tratto la lieve tinta rosea che aveva avvivato le sue guancie.

--Infatti--rispondeva la contessa errando sul senso di quella espressione.

Ma io che non avevo abbandonato dell'occhio un solo istante la fisonomia di Clelia, conobbi che il suo respiro si faceva più debole. D'uno sguardo ne feci accorta la contessa; entrambi stemmo silenziosi e commossi ad osservare.

--Mi sento stanca; ho abusato delle mie forze, soggiunse Clelia--Vorrei dormire un poco.

S'addormentò in breve.

Consigliai la contessa a ritirarsi e prendere anch'essa un po' di riposo--s'ostinò un poco nel rifiuto, ma poi che il sonno di Clelia era tranquillo e il mio spirito più calmo, aderì, pregandomi la facessi chiamare alle due.

Suonava allora la mezzanotte.

Mi raccolsi dentro di me medesimo, e pensai.

Mi tornò in mente Eugenio, e sentii nel core come un pallidissimo riflesso della gelosia che egli aveva suscitato un tempo nel mio seno. Volli rivolgere ad altro il mio pensiero, ma, come fossi incatenato a quell'idea, me ne allontanavo un istante e le giravo all'intorno senza potermene liberare.

"Lo aveva Clelia dimenticato, o l'amava tuttavia in segreto?"

Dubbio che durava da gran tempo nel mio cuore--reso meno straziante in quell'ora dalla minaccia di un dolore più grande, ma tuttavia dubbio dolorosissimo.

Clelia ruppe d'un tratto la calma regolare del suo respiro; tutti i miei pensieri fuggirono come per incanto.

La poveretta si destò, mi vide al suo capezzale, cercò colla mano scarna la mia, e la strinse come a ringraziarmi delle mie cure.

--È tardi? domandò con voce fioca--Ho sempre dormito?

--Sempre. Come ti senti?

--Bene. Vorrei dormire ancora, ho le palpebre pesanti.

--E tu dormi.

--Non posso... ho un affanno...

--Un affanno!

Parve lottare un istante; poi con un debole sforzo si trasse più presso a me, e balbettò al mio orecchio: "mi perdoni?"

--Che cosa? domandai, ma il mio cuore l'aveva indovinato.

"E potevi tu comandare al tuo cuore, povero angiolo?" pensai dentro di me--"Ti amo!" le dissi forte.

--Mi perdoni? insistè.

--Ti perdono.

Le sue labbra gelide si posarono sopra la mia faccia, e la sua mano trovò ancora la mia; ricadde sul guanciale e chiuse gli occhi per dormire.

LXVI.

Da qualche tempo io lottava per non lasciarmi vincere dal sonno. E fui preso da quel vago sopore dello spirito che non è dormire, ma sognare.

Tristi sogni quelli delle veglie notturne al capezzale d'un caro infermo.

Un orologio battè le due ore.

Scossi bruscamente il capo per tenermi desto, mi venne in mente la contessa che m'avea pregato di farla avvisare a quell'ora, e pensai che non sarebbe stata carità il farlo.

Guardai il volto di Clelia. Era sereno. Appoggiai il capo al guanciale di lei.

Non so quanto tempo trascorresse di tal guisa; io mi era ridato un'altra volta a fantasticare. I miei pensieri erano meno tristi. Pensavo a Clelia, mi lusingavo che sarebbe guarita; mi proponevo di farla felice, di dimenticare e di farle dimenticare. In quel momento io era buono, avevo pietà dello strazio patito da Clelia, ed avrei voluto aggiungerlo al mio. Ne sarei forse morto, ma nelle sue braccia, felice di pagare a questo patto la felicità di lei.

All'improvviso sentii la mano di Clelia stringere più forte la mia.

"Ella si desta" pensai.

Mi rizzai, vidi il suo labbro muoversi mormorando qualche parola.

"Incontrerà il mio bacio" e la baciai sulla bocca. Quelle labbra erano fredde, un alito lieve lieve come quello d'un bambino sfiorò le mie guancie.

Attesi, invano. Pensai allora che sognasse, ritrassi il capo, per non svegliarla.

Un gemito, un orribile gemito, partì dal petto della meschina, il suo corpo si rizzò a mezzo sul letto e cadde rovesciato fra le mie braccia.

"Clelia! Clelia!"

Le sollevai la fronte, le toccai il seno e i polsi.

"Clelia! Clelia!" gridai un'altra volta disperato.

Non mi rispose, non mi avrebbe risposto più mai--era morta.

Caddi senza pensiero, senza vita, sul letto, col corpo di Clelia stretto fra le mie braccia.

Quando mi svincolai da quell'amplesso, l'alba penetrava attraverso i vetri...

Charruà bocconi per terra, la contessa immobile a piedi del letto,--piangevano entrambi.

Io guardava la luce del giorno che batteva sulla fronte della povera morta: ma i miei occhi non avevano lagrime."

LXVII.

"Poichè il mio cuore non si spezzò in quel giorno, io penso che il dolore sia impotente ad uccidere.

Vi fu un istante in cui mi parve che non avrei resistito a quell'urto, e me ne compiacqui; la morte non mi faceva paura, la invocavo come un benefizio, però che assai più duro strazio m'era il sopravvivere a lei. Egoismo mascherato di amore e di sacrifizio!

Dimenticavo la piccola Bianca che era ciò che mi rimaneva di quell'angiolo, e che io avrei lasciala orfana se fossi morto. Accettai la vita con amore; l'avrei spesa tutta ad apprendere alla mia figliuola a benedire la memoria di sua madre.

Sua madre! l'innocente la chiamò a nome tutto quel dì; e si fece vicino al corpo freddo di lei, e volle baciarla sul viso, e senza comprenderne la cagione pianse perchè ci vide piangere. Le dissero che la mamma dormiva, credette--più tardi la contessa la fece accompagnare alla sua abitazione, e volle che io la seguissi per sottrarmi ad una vista penosa. Io non seppi staccarmi da quel letto di morte--rimasi.

Vennero ad inchiodare la bara; la baciai per l'ultima volta e volli dirle "a rivederci," ma le lagrime fino a quel punto represse mi rigarono il volto e bagnarono le sue guancie cadaveriche, e senza volerlo mi venne detto "addio"--più triste, più affannosa parola, e più propria.

"Addio, benedetta creatura, addio." Il martello inesorabile batteva i suoi colpi monotoni, ma il braccio che lo reggeva era tremante, e gli occhi di quell'uomo inumiditi. Avrei abbracciato quell'uomo.

Rimasi solo daccanto a quella bara chiusa; più volte fui tentato di riaprirla colle mie mani per vederla ancora.

"Forse ella vive!" Terribile pensiero! audace e pazza speranza!

Il domani vennero per portarmela via; mi volli opporre. Un prete mi si fè vicino. Io non lo aveva fatto chiamare, lo avevano chiamato, era venuto.

"Credete che le vostre preci possano crescere le sue ali per farla salire lassù? gli domandai senza sarcasmo.

Quel prete aveva aspetto d'uomo sensibile; comprese quanto la mia fede fosse diversa dalla sua, e mi guardò sereno.

"Lassù, mi rispose con voce lentissima, lassù si conta ogni cosa--e le preghiere valgono meglio che le lagrime."

Egli diceva forse queste parole con convinzione; io non dissi altro. Ma quando vidi uscire il mesto corteo e salutai dell'estremo saluto quella bara, e volli unire anch'io le mie preci a quelle degli altri, i singhiozzi mi ruppero le parole. Oh! se Iddio vede nel cuore degli uomini, è impossibile che il mio dolore abbia pesato nella sua bilancia meno delle preci di quel prete."

LXVIII.

"Andai in quello stesso giorno al cimitero, e domandai della sua fossa, e vidi le zolle mosse di recente, e una piccola croce di legno confitta per indizio, e sovr'essa quel nome adorato.

Baciai quella terra con religiosa pietà, e la bagnai delle mie ultime lagrime.

Il tramonto mi sorprese nella stessa attitudine; i miei occhi erano asciutti; le mie guancie arse, a parevami di sentire dentro di me il mio scheletro.

Lasciai quel luogo a passi lenti; e mi rivolsi più volte a contemplare quella piccola croce.

Ahi! il mio cuore era seppellito là sotto.

Per via incontrai una donna vestita a bruno. Camminava innanzi a me, nè io poteva vederne che le spalle.

Quella donna doveva essere mesta, dovea aver pianto al pari di me qualche cara perdita. E mi affrettai, e le venni a fianco, tratto da quella simpatia improvvisa e prepotente che è inspirata da uno stesso dolore.

Mi ero ingannato. Il volto di quella donna era florido, giocondo e bello; e pareva più bello sotto quel velo nero e in quell'abbigliamento; era un giglio sopra il manto di una bara.

Se ne avvedeva, se ne teneva.

E che mai, mio Dio, era ella andata a piangere in quel luogo?

La guardai negli occhi--non aveva pianto; e come vide che io l'osservava, affrettò il passo volgendosi con civetteria, come a dirmi: "seguitemi".

Triste cosa quella civetteria! Io avrei voluto dire a quella bella e vacua creatura, che la mia Clelia era stata più bella di lei, e ch'era morta."

LXIX.

Raimondo tacque, e lasciò cadere la testa fra le mani, come oppresso dalla folla di memorie che aveva risuscitato più vive col suo racconto.

Io lo aveva ascoltato con tristezza; aveva seguito avidamente il suo dire, ora amaro, ora dolcemente passionato; era penetrato in lui, avevo vissuto della sua vita e patito dei suoi dolori.

E m'ero fatto mesto anch'io; però non feci motto, e durai alcuni istanti in quel silenzio.

La luce incerta del primo mattino penetrava dai vani delle finestre socchiuse; il fuoco del caminetto, trascurato da qualche tempo, s'era spento; le fiammelle del candelabro brillavano pallidamente.

Poco stante Raimondo si rizzò in piedi, e passeggiò a gran passi per la camera; il suo viso conturbato tradiva l'affanno d'un pensiero importuno.

Allora solo mi sovvenne che io non sapeva ancora tutto, e che se mi aveva fatto chiamare con tanta premura, non poteva essere certamente per sola vaghezza di farmi la narrazione del suo passato.

--Egli viene; mi disse dopo breve tempo, accostandomisi.

--Chi?--ma la mia mente avea pensato: Eugenio!

--Eugenio--aggiunse Raimondo con voce cupa.

E passeggiò ancora agitato per la camera; poi sedendosi un'altra volta daccanto a me, proseguì con ironia:

--Il mio buon amico ha mandato a termine l'affare dei freschi; ha pensato che a Roma si sta meno bene che a Milano, e s'è ricordato del suo amico d'infanzia.

--Tutto ciò è naturale--gli dissi severo come a fargli rimprovero del suo sarcasmo.

Comprese, e tentennò il capo.

--Ma non vedi tu dunque, come il suo ritorno debba farmi male in questo momento? Eccolo qua, il Don Giovanni virtuoso; mi ha risparmiato il disonore allontanandosi, ed ora sa il pericolo cessato e ritorna.

--Tu sei ingiusto, ribattei; se pure Eugenio ebbe in mente, allontanandosi, di non turbare la tua pace, non fu altrimenti che un uomo virtuoso...

--Di' piuttosto un uomo orgoglioso. E sapeva egli se Clelia lo amasse, e ch'io fossi geloso di lui? Non vò dire che la sua partenza sia stata un'ingiuria; piuttosto, che il ritornare così presto dopo la morte di Lei sia un dirmi palesemente: "vedi, l'affare dei freschi fu un pretesto, ho voluto sagrificarmi per te, siimene grato." Ora, poi che egli ha voluto essere tanto generoso, avrebbe dovuto risparmiarmi questa vergognosa gratitudine.

--La gratitudine non è mai vergognosa, se il benefizio non è menzogna.

--E lo è; non solo, ma inganno. Qual benefizio ho io ricevuto da lui? Vicino, Clelia si sarebbe fatto forza, l'avrebbe forse dimenticato più presto; lontano, ciò divenne impossibile; egli s'ingrandì coll'apparenza d'un atto virtuoso agli occhi dì Lei; esercitò da lungi lo stesso fascino, ma più terribile, più fatale per il cuore di quella santa creatura. Vicino, egli non avrebbe avuto altro che un po' d'amore, combattuto, dissimulato, forse vinto in breve; lontano invece fu amato con abbandono, con pienezza; e se vi fu lotta, fu lotta debole, paurosa, perchè non avvalorata dal pericolo. Parlami pure della sua generosità e della mia ingratitudine. Ma se tu ti fossi trovato al capezzale di Clelia, e avessi letto nel suo ultimo pensiero, e indovinato nel suo ultimo sorriso l'idea e l'immagine di lui, e il suo nome associato teneramente al mio, oh! tu stesso mi diresti di non perdonare a colui che mi ha conteso l'esclusivo dominio di quel cuore adorato. Gratitudine! E via! per avere spezzato i miei affetti ed essersi posto fra me e il mio amore, per avermi rapito ciò che io aveva di più caro?--Oh! per Iddio, no; fin dove il suo alito giungeva, egli ha avvelenato la mia vita; fin dove giungevano le sue mani, egli ha lacerato e rubato. Se le sue braccia fossero state più lunghe, e il suo alito più potente... Si arrestò a mezzo.

Io non gli risposi. Vedevo l'esaltazione del suo spirito, e comprendevo che le mie parole non sarebbero state che un alimento alle sue ingiuste rampogne. Egli aveva pur dianzi dimostrato troppo chiaramente la stima in che teneva la virtuosa indole d'Eugenio, perchè io dovessi tormi sul serio la briga di contendergli uno sfogo di bile ingenerosa che sarebbe stato necessariamente seguito dal pentimento.

Il mio silenzio valse meglio che il rimprovero.

Non andò molto che Raimondo si rasserenò, e facendosi più d'appresso a me:

--Tu pure dunque lo difendi? mi disse con voce tranquilla--e vedendo che io non gli rispondeva, aggiunse melanconicamente: anche il mio cuore si ribella a me stesso e mi condanna, e difende lui che pure m'ha fatto tanto male.

Per qualche istante grave silenzio.

--A che ora arriva egli? domandai.

--Fra due ore.

--Tu lo vedrai dunque?

--Nol voglio. Io posso perdonargli, amarlo non mai; e mi pare che il vederlo mi toglierebbe anche la virtù del perdono.

--Egli non ti ha offeso.

--Qui, nel cuore... ribattè senza amarezza; il sasso che ci fa inciampare per via non è la causa della nostra caduta; è soltanto l'occasione cieca, inconscia, fatale. Tuttavia nissuno saprebbe amare quel sasso.

E proseguì dopo breve meditazione.

--Io posso essere ancora tranquillo se non felice; posso vivere della memoria di lei, illudere il mio povero cuore e fargli credere d'aver posseduto solo tutto il suo amore; posso dimenticare che un altro.... Vedendo lui, rivedrei il passato, che io vorrei pure obliare per foggiarmene uno a mio modo; subirei le torture di memorie strazianti. E non sarei più solo...

S'interruppe.

--Che intendi?

--Non sarei più solo a piangere sulla sua tomba, ad evocare in segreto il suo fantasma adorato. Egli mi contenderebbe l'unico bene che rimane agli sventurati, la vita del pensiero, la religione delle memorie--dimezzerebbe un'altra volta il mio amore, questa pallida larva d'amore che mi rimane dacchè ella è morta. Egli vorrebbe la sua parte di queste melanconiche gioje che mi inebbriano. È una triste cosa l'amore degli estinti, ma è tutto per me--e mi vorrebbe togliere anche questo.

--Credi tu dunque che Eugenio abbia amato Clelia?

--Lo temo.

--E se anche fosse, chi ti dice che egli vi pensi ancora?

--Il cuore, questo cuore lacerato che non m'inganna mai... "Il segreto dell'eternità dell'amore è la morte..." aggiunse come parlando a sè medesimo.

--Non in tutti i casi.

--Ma nel mio. Amar Clelia è morire d'amore.

--Tu dunque non vedrai Eugenio? domandai.

Fece atto di no.

--Lo vedrò io.

--Tu! diss'egli con slancio; volevo pregartene.

--Sono passati quindici anni; non lo riconoscerò.

--Vedilo; e m'indicò un albo di ritratti.

L'apersi, e lo sfogliai rapidamente; m'arrestai all'immagine d'un giovine.

--È lui! esclamai con convincimento interrogando a un tempo Raimondo collo sguardo.

--È lui, ripetè Raimondo guardando alla sfuggita.

--Ne so abbastanza, io vado.

E strinsi la mano a Raimondo come per lasciarlo. Mi rattenne indeciso.

--S'egli non l'avesse amata, s'egli almeno non l'amasse!

Quelle parole mi scesero al cuore come un gemito. Lo guardai in volto come a dirgli: "devo io ritornar solo?" Ma egli non mi comprese.

--Ritornerò io solo? dissi a bassa voce.

Parve lottare un poco dentro di sè; e non rispose. Lasciai la sua mano ed uscii...

--Ti aspetto, gridò egli seguendomi.

Mi rivolsi, il mio sguardo gli diceva la pietà.

LXX.

Due ore dopo io rientrava nelle camere di Raimondo.

Lo incontrai abbandonato sopra un seggiolone a bracciuoli, cogli occhi fissi sul suolo, e colle braccia incrociate.

Al vedermi, si rizzò in piedi e mi venne incontro.

--Solo? domandò ansioso.

--Eugenio è arrivato, gli risposi.

Raimondo fu sorpreso della apparente freddezza delle mie parole--e passeggiò agitato per la camera arrestandosi tratto tratto a me dinanzi come volesse interrogarmi e l'animo non gli bastasse.

--Non ti ha detto nulla? domandò qualche istante dopo con titubanza.

--Molte cose.

--E ti ha parlato di me? non ha egli cercato di venire a trovarmi?

--Aveva sperato di vederti prima, gli risposi in tuono di rimprovero.

--Dunque?..

--Egli lo desidera...

--E dove è egli?...

--Poco lungi, e ti aspetta. Vieni...

Raimondo pareva arrendersi alle mie parole, ma un improvviso pensiero mutò l'animo suo.

--Non lo posso, non lo posso; esclamò levando le mani al cielo come a chiamarlo in testimonio del suo strazio.

--Addio dunque..., e feci atto d'allontanarmi.

--Addio, mi rispose con voce spenta.

M'arrestai sull'uscio, e mi volsi a contemplarlo--egli s'era gittato sopra un divano e soffocava i singhiozzi sopra i cuscini.

--Lo chiamai dolcemente: "Raimondo!"

Levò il capo, e non fè atto per nascondermi le sue lagrime.

--Tu dunque non mi abbandoni? balbettò.

--Io sarò sempre teco; ma lui...

--Eugenio...

--Sì, Eugenio.

--Ascolta, mi disse afferrandomi il braccio--io posso ancora accostarmi a lui... ma ch'io sappia s'egli non l'ha amata... Va...

E mi spingeva verso l'uscio, eccitandomi più che colle parole coll'eloquenza degli sguardi.

--È inutile--interruppi--Egli l'ha amata.

Raimondo chinò il capo abbattuto.

--E l'ama? insistè poco dopo guardandomi in viso paurosamente.

--L'ama.

Si lasciò cadere fra le mie braccia, ed appoggiò il capo sul mio omero.

--Andiamo--gli ripetei--sii generoso e forte; la tomba non ha gelosie; l'eternità non si misura, non si frantuma, non si impoverisce mai; ogni frammento è eterno come il lutto di cui è parte; amerete e sarete amati entrambi; le vostre memorie saranno di entrambi e di ciascuno; non divise o spezzate, ma concordi.

E spingendolo innanzi a me con dolce violenza lo trassi nella prossima camera.

Raimondo non aveva avuto tempo di riflettere, di conoscere l'inganno, che si trovava innanzi ad Eugenio.

Lo guardò un istante più commosso che meravigliato; e si gettò piangendo nelle sue braccia.

LXXI.

.... Ci inoltravamo taciti e mesti.

Raimondo andava innanzi, Eugenio ed io a fianco l'un dell'altro. Nevicava. Il terreno imbiancato aveva aspetto d'una lapide immensa, e le croci nere parevano un epitafio scolpito...

Stampavamo l'orma dei nostri passi sulla neve, e ci inoltravamo taciti e mesti.

Ci arrestammo innanzi ad una lapide di marmo bianco, su cui non ancor rose dal tempo si leggevano le parole bibliche:

PERCHÉ MI HAI TU ABBANDONATO?

FINE.

REMINISCENZE D'UN ARTISTA

DI

SALVATORE FARINA

"Il est doux de fixer les joies qui nous échappent ou les larmes qui tombent de nos yeux, pour les retrouver, quelques années après, sur ces pages, et pour se dire: Voilà donc de quoi j'ai eté heureux! Voilà donc de quoi j'ai pleuré!"

A. De LAMARTINE.

IL SIGNOR ANTONIO

Da oltre un'ora io non aveva sollevato il capo; andavo tracciando sul terriccio con un ramicello di quercia alcuni circoli bizzarri, nè mi accorgeva chi altri fosse spettatore dell'opera mia. Senonchè mi volsi, e vidi all'altra estremità della panca un ometto assai vecchio, ma robusto ancora per quanto consentivano i quattordici lustri che mi parve potergli attribuire, il quale con due occhietti scintillanti mi guardava in volto con tale espressione di malizia da impermalosire tutt'altri al mio posto. Ma così come l'antipatia ha le sue esigenze, la simpatia s'induce facile a largheggiare--e so che si perdonano talora gravi colpe a chi non ha altro titolo alla nostra benignità che quello d'un volto piacevole. Onde io non così lo vidi, che fui favorevolmente disposto verso il vecchierello, sebbene per un istante l'amor proprio si affannasse a farmi scorgere nel suo contegno qualche cosa che arieggiasse il dileggio. Ma ciò che pareva dileggio doveva essere ingenuità--almeno così credetti--se pure non era interessamento. Anzi, pensandoci, mi pare ora di potermi attenere a questo, e di giurarci senza titubanza, quando non si voglia asserire che le creature umane nulla hanno di comune che la specie--e affeddiddio, che io mi dannerei per provare il contrario!...

Come mi vidi oggetto d'osservazione pel vecchio, io dal mio canto non seppi ristarmi; e abbandonate le fantasticherie--chè da quel punto n'ebbi perduto il filo--mi diedi ad osservarlo. Incominciò allora una vicenda di sguardi reciproci ed interrotti. Curiosi certamente entrambi, nessuno di noi voleva parere, e s'adoperava a celare ciò che gli passava dentro. Senonchè, malgrado gli sforzi, sentivamo ad ogni istante--argomento da me di lui--che il terreno delle ostilità si andava perdendo per entrambi a vista d'occhio.

Ho scritto _ostilità_--ma ostilità, a dir giusto, non erano. E pure in quell'istante io ero preso da un dispetto insolito--certo contro me stesso--sì che per ingannare la coscienza, fui ad un pelo di credere a qualche vecchio rancore mio con quell'uomo che vedeva per la prima volta. Avrei dato dieci luigi--e non so bene s'io ne avessi uno in scarsella--per chi mi avesse fatto leggere a puntino nel mio cuore; ma non osavo chiarirmene gettandovi l'occhio da me stesso. E tuttavia con una risoluzione animosa lo feci; e quel che aveva temuto avvenne, poichè arrossii della piccolezza dell'umana natura, e mi corrucciai più forte, e mi rimbrottai più acerbo.

"Che cosa adunque ti trattiene _figlia del cielo_ dal seguire gl'impulsi tuoi?"

(Notate che nelle grandi circostanze questo richiamo adulatorio, misto di querela, mi torna assai acconcio coll'anima mia. La quale--convien dirlo--ha pur essa i suoi capricci--e non ne farei niente senza questo stratagemma).

"Che è questo raggomitolarsi quotidiano come il serpe, questo starsene pauroso come un tapino che mendica per isfamarsi, ed è chiamato importuno? Oh che! le anime anch'esse dovranno piegare a queste stupide norme sociali?--e il violarle una volta sarà poi delitto così grave?..."

In così dire, tutto mutato nel viso e nei modi, mi volsi con proposito fermo--e Dio mi è testimonio che io lo aveva lì, sulla punta delle labbra, un discorsetto caldo... Ma il guaio volle--e a questo non aveva pensato--che il mio vecchietto anch'esso si voltasse in quel mentre, e con aria appunto da farmi credere che volesse essere il primo a parlare--nè io domandava di meglio, e tacqui in attesa. Ci guardammo buon tratto, ma nissuno di noi disse verbo. Io mi trovava evidentemente impacciato; e più ancora parendomi che il vecchio non si sgominasse punto punto. Egli guardava me, la punta delle sue scarpe impolverate, e poi ancora me--e sorrideva; ed il mio occhio correva per attrazione da lui alle sue scarpe, e dalle sue scarpe a me...

Ripigliai la mia bacchetta di quercia, e per darmi aria disinvolta mi rifeci da capo ai miei circoli--meschina occupazione certamente per uno che si trovava faccia a faccia colla parte più recondita della sua natura.

Ridotti a questo termine non si poteva andar oltre, pena il ridicolo. Conveniva venire a una: o allontanarmi, e sarebbe stata sconvenienza e debolezza di cui non avrei saputo darmi pace--ovvero fare quel che si doveva da principio: riaccostarsi mansuefatti, e ridere candidamente di queste ritrosie poco degne di uomini--e, quel che più monta, di _uomini di spirito_, come tutti, arguti o scemi, ci vantiamo d'essere. Io sentiva che ogni minuto che passava aumentava il mio imbarazzo; onde la scelta fra i due partiti--e non poteva essere luogo a dubbio--fu tanto repentina, che quasi non corse tratto fra il concetto e l'esecuzione. E pare che le stesse cose si fossero passate in mente al mio vicino; poichè nell'atto che io mi volgeva a lui, lo vidi aprir bocca--e questa volta non fui in tempo ad arrestarmi a mezzo, così che le nostre parole si confusero. E da capo a sorridere.

"Ormai il nodo è reciso, pensai fra me e me; quando due persone che siedono alla stessa panca e che non hanno aspetto da galuppi--e sbirciava di nascosto il vecchio per accertarmi proprio che non lo adulassi--si hanno ricambiato due volte il sorriso, non è mezzo a stare in forse--la natura ha guadagnato la partita. Se pure non vogliono parere uomini eccezionali--la più grama genìa che io mi conosca fra quanti vestono panni--conviene assolutamente che esse si riaccostino."

In questa mi volsi, e con mia sorpresa le distanze erano sparite. Senza volerlo io mi era avvicinato un par di braccia--il mio vecchietto poco meno--così che i nostri sguardi s'incontrarono per la prima volta tanto da vicino, che la corrispondenza non poteva da quel punto essere meglio stabilita...

* * * * *

Quella notte dormii agitato. L'immagine del vecchio, le sue parole dolci, quella tinta di dolore e di rassegnazione che ne facevano un vero filosofo, mi ritornavano alla mente coi vivi colori della realtà. Io sentiva una strana attrazione verso quell'uomo, un desiderio intenso di rivederlo, di apprendere la narrazione dei casi della sua vita.

E con una di quelle improvvise determinazioni così frequenti nella mia natura, balzai di letto, accesi la lampada, e trassi da un armadio alcuni abiti polverosi da caccia e un fucile a due canne che mi aveva sempre risparmiato il rimorso della carnificina. Indossai le vesti, e cinsi ad armacollo con certa grazia l'arma formidabile, sì che io stesso poteva per un istante illudermi e credermi divenuto da senno un _Nembrot_ consumato.

--Così adunque si parte?--prese a dire la _Prudenza_, mentre io, dopo aver spento il lume, m'incamminava per uscire--e dove si va?

--Oh! bella! rispose piccata la _Vanità_--È presto veduto. Si va a _caccia_.

--Ad _ammazzare_; aggiunse contorcendomi le labbra in una smorfia il _Coraggio_. Già oramai tutti i filosofi sono d'accordo; la vita è una _strage armonica_. Chi ammazza di più serve meglio ai decreti misteriosi della natura.

Ma, ch'io mi sappia, la Prudenza non porta tanto alto le sue mire; sibbene incurante di filosofi e di sistemi, anzi che cederla in tirannia, tende a sopraffare le sue sorelle carnali, usurpando l'amministrazione degli affari più intimi di famiglia. Onde una vecchia ruggine e una dispettosa e sorda guerra che non è certo il minor danno che nella vita ti tocchi sofferire. Ad ogni modo questo giova ritenere, che raramente interviene che la _Prudenza_ ceda le armi, e che il _papà_--il nobile _Egoismo_--si addimostra assai pago della sua figliuola primogenita.

Nè questa dovea essere un'eccezione--però che alla povera _Vanità_ toccassero invece parole assai aspre, e dette con quell'accento di dileggio di chi si tenga sicuro del fatto suo. Oltre a ciò, quasi non bastasse, si aggiunse la _Poltroneria_ e l'_Avarizia_ a farle contro--onde un parapiglia, un dibattere arruffato, da cui Domine Iddio scampi il più possibile ogni galantuomo.

Sola spettatrice stavasi in un cantuccio la _Pazienza_.

"Guai se la mi scappa," pensai.

E per buona sorte la tapina tenne duro. Quando ogni articolo fu discusso: "Dio sia benedetto, dissi, ora posso partire."

--Possiamo partire--aggiunse timidamente la _Rassegnazione_.

E poichè parevami che la _Prudenza_ accennasse a volersi rifare da capo a nuovi ammonimenti, afferrai la maniglia della porta, tirai il catenaccio, e fui all'aria libera.

* * * * *

Era un ampio carrozzone antico, rifatto alla moderna; ma sebbene fosse fornito di ruote massiccie e dondolasse graziosamente sulle molle ad ogni lieve spinta, avevano voluto, con un nome che adesca il viaggiatore, battezzarlo: _il Veloce_.

"Non sarà la prima menzogna di questa natura" pensai.

E pare che l'automedonte mi leggesse in mente, poichè distraendosi un pochino dalle sue occupazioni:--Gli è un po' vecchierello, un po' patito, ma in fondo è stoffa senza confronti; e affè mia, che quando l'avrò finito di lavare, vedrete che farà anche la sua brava figura, il nostro _Veloce_--e, così curvato com'era, tuffava e rituffava la spugna nel secchiello, guardandomi nel viso per invitarmi ad assentire.

Mi costò poco il farlo, ed egli ne fu oltremodo lieto.

--Gli abbiamo messo nome noi--un bel nome, non è vero? _Veloce!_ e gli adatta a meraviglia, perchè è lesto come un daino.

E siccome io mi stava zitto, egli insistè collo sguardo.

--Non vi pare che ciò potrebbe dipendere anche un pochino da chi lo tira?

--Senza alcun dubbio. E vi so dire che abbiamo due cavalli a dovere, e che galoppano come la cavalcatura delle streghe. Osservateli là...

Io mi rivolsi per compiacerlo--ma in questa due creature bellissime attrassero la mia attenzione. Erano due bambini, e si tenevano per mano. Non aveva la maggiore più di dodici anni, e il minore poteva contarne nove a dir molto. Biondi e ricciutelli entrambi--ad entrambi errava sul viso una espressione fantastica di sofferenza.

E non so come io mi sentissi all'improvviso serrare il cuore a quella vista, e si suscitassero nell'anima mia tristi e desolate le immagini della vita. Pensai ai miei primi anni, così mesti anch'essi; risalii alle prime memorie, alle prime melanconie, e mi sentii commosso da quell'evocazione. Allora carezzato da tutti, ignaro del mondo, e pur spoglio della balda confidenza di quell'età--oggi sperimentato degli affanni, deserto d'affetti, lacerato da dubbi, pressocchè avvizzito d'anima e di cuore--allora ed oggi mestissimo.

... Il piccino mi andava guardando stupito. Che concetto ei si facesse di me e quali impressioni io suscitassi in quell'anima vergine, avrei avuto caro sapere. Me gli accostai amorevole e lo carezzai curvandomi alquanto. Egli mi porse le mani. Non so ch'io mi abbia provato altre volte dolcezza più ingenua e più santa--lo sollevai fra le mie braccia e lisciandogli i capelli sulla fronte:

--Non hai tu paura di me?

Rispose con un filo di voce non averne--ma più col sorriso.

--Povera anima--dissi: ed appiccai un bacio sulle sue labbra scolorate--Come ti chiami?

--Ercole--balbettò.

--Ercole!--e mi corse l'occhio alle sue membra esili, alle sue guancie scarne e giallognole. Senonchè io aveva dimenticato la piccina, la quale a pochi passi mi guardava sott'occhi col capo chino. E parvemi che la timidezza vincesse in lei la meraviglia; e non osasse, ma si struggesse dal desiderio di avvicinarsi. Ond'io me le accostai tenendo Ercole per mano--e ciò valse a farle sollevare il capo sorridente. Quanta espressione in quel sorriso, e quanta leggiadria in quel volto!--To' un bacio, le dissi--e ritirando le sue lunghe anella appoggiai le labbra sulla sua fronte.

La poveretta non rispondeva, ma ne pareva lietissima: e mi restituì il bacio senza schifiltà e senza ritrosia--e addirittura sulle labbra.

"Beata l'innocenza, pensai. Che cosa è mai un bacio? Qual parte di noi si perde o si acquista in un bacio? pure la malizia dell'uomo lo ha proscritto con arte raffinata, e ne ha fatto l'interprete d'amori clandestini. Il bacio fraterno è diventato un delitto. Ipocriti! Ipocriti! Un bacio di meno--strana avarizia...--dico io--o che tesoreggiate forse di colpe? Ecco un furto fatto senza rimorso alla virtù per largheggiare col vizio."

Tant'è poichè mi veniva da una bambina--poco più certamente--pensai di non arrossirne. Il cinismo ha osato bruttare del suo fango le cose più sante, e si è spinto fino all'innocenza--ma non così oltre, parmi, che io debba profanare, per legittimarlo parlandone più a lungo, la memoria di quel bacio.

Abbracciai a un tempo dell'occhio il gruppo di quelle due teste leggiadre, e mi arrestai ad osservarlo. Quei due visi avevano la stessa impronta, le stesse linee, la stessa mobilità di nervi--se non che la bambina pareva più estatica, ed Ercole più mesto.

--Siete fratelli? domandai.

Ercole mi rispose di sì.

--E vi amate?

--Molto.--E fu ancora Ercole che rispose; la sorella taceva e mi guardava, e pareva non avere inteso la mia domanda. In questa una voce rauca chiamò dalle scuderie. Ercole prese per mano la sorellina; e questa si lasciò condurre come cosa inanimata, ma senza staccare tuttavia gli occhi da me, e salutandomi colla mano.

--Povere creature!

Il cocchiere mi udì.

--Povere creature davvero, interruppe. Sono due buoni figliuoli, Minerva in ispecie.

--E chi è Minerva?

--La piccina. Non lo sapete voi dunque? non glie l'avete domandato? Ma che dico! essa non avrebbe potuto rispondervi--è sordo-muta.

--Sordo-muta!

--La è nata così.

E seguitava a contarmi come quei bimbi fossero figliuoli dell'oste suo padrone, e come l'oste suo padrone fosse un uomo che amasse molto i vini, e si chiamasse Narciso.

--Era meglio Bacco--dissi io.

--È vero--rispose il cocchiere con quell'aria d'uomo che non ha capito.

--O quanto meno attenersi all'acqua per esser logici.

E qui parve comprendermi; e fe' una smorfia che voleva dinotare assai chiaro la dispiacenza di non essere del mio avviso.

--Bravo il mio Mercurio, gli dissi, e battei confidenzialmente della mano sulle sue spalle.

Il buon uomo sorrise e si compiacque; ma protestò di non chiamarsi Mercurio.

--Come ti chiami tu adunque, e come hai tu potuto sfuggire alla tirannia dell'Olimpo?

--Giuseppe, risposemi; e pareva titubante e vergognoso di nome tanto volgare.

Poco stante trovò mezzo di riappiccare il filo e di parlarmi ancora dei cavalli e dell'oste suo padrone; e com'ebbe finito di lavare il carrozzone, levandosi ritto:--Che ne dite di _Veloce_?--mi chiese.

Nè io seppi davvero dirne nulla: ma pensando ad _Ercole_, a _Minerva_, a _Narciso_, non poteva certamente andare molto errato nel pronostico del mio viaggio.

* * * * *

Io aveva aspettato senza impazienza fino a quel punto; ma quando, come vollero i fati, il pesante carrozzone fu sull'avviarsi, ed io mi trovai rannicchiato nel mio sedile accanto ad un corpulento abate che pareva occupatissimo a distaccare con uno stecchetto gli avanzi della colazione rimastagli fra i denti, soltanto allora, volgendo l'occhio all'intorno, ripensai allo scopo del mio viaggio, e mi parve di vederlo miseramente fallire. E in un baleno m'accorsi che tutte le potenze dell'anima mia stavano per insorgere tumultuanti a farmi rimprovero della determinazione presa; nè io sapeva più a qual santo votarmi per scansare la taccia d'avventatezza che parevami incominciassi da senno a meritare.

Ma in buon punto a sviare la direzione dei miei pensieri, il carrozzone si mosse. Eran trabalzi d'ogni maniera; però vedendo dondolare al mio fianco l'enorme abate, e ad ora ad ora sentendomi attratto da qualche improvvisa scossa verso di lui, non potei frenarmi dal ridere. Tutti i viaggiatori, quale più quale meno, imitarono il mio esempio; solo il ministro di pace rompeva la monotonia di quell'ilarità con esclamazioni assai vivaci all'indirizzo dei santi del Paradiso. E i santi del Paradiso gli usino venia, però che neppure in fede d'uomo di lettere io potrei giurare che fossero rosari. Ma se non erano rosari quelli dell'abate, i trabalzi non erano certo benedizioni del cielo--e se la rassegnazione è una santa virtù, non bisogna poi porre un buon diavolo a cimento di perdere il suo latino. Da che mondo è mondo alla integrità del proprio cranio ogni uomo che ci abbia dentro del cervello ci tiene un pochino, e ad una buona digestione forse altrettanto--non parlo del ridicolo, chè a nissun conto, ch'io mi sappia, v'ha chi voglia torselo santamente sulle spalle. Ora il povero abate vedeva la sua digestione e il suo cranio compromessi; e con quel suo viso da luna piena, e con quella pancia che pareva il rifugio dei sette peccati, era proprio follia pensare che il nostro riso non lo toccasse da vicino.

Giuseppe dall'alto dell'_imperiale_ sacramentava anch'esso contro la cattiva selciatura delle vie--ma io penso che non fosse così rabbioso come voleva parere. Però forse non aveva torto, poichè come si fu usciti fuori di città, il moto della nostra _arca_ si fece più regolare.

Nè io ebbi tempo di fare quest'osservazione, che i cavalli si arrestarono.

--Essi vorranno pigliar fiato, pensai.

Ma questa volta era una calunnia che quei poveretti non meritavano--e come l'ingiustizia mi fa ribollire le vene--e più se io ne sono colpevole--fermai da quel punto di farne ammenda con tanta buona moneta di pazienza per lo avvenire. Proposito non inutile, senza dubbio--e chi ha viaggiato in _diligenza_ può asseverare.

Erano due nuovi viaggiatori che venivano ad aggiungersi. E qui il cuore mi battè con violenza, però che io riconoscessi subito in uno di essi il mio vecchio amico della sera innanzi. Egli veniva a passi lenti, colla testa ricurva ed appoggiato ad un grosso bastone di nocciuolo. Altri arnesi fra le mani non aveva. Non mi vide o non mi conobbe sulle prime; ma quando gli porsi il braccio perchè vi si appoggiasse a salire, ed egli levò gli occhi per ringraziarmi, sentii la sua mano tremare nella mia, e giudicai che fosse commosso. Altro indizio non lasciò parere. Poco stante la carrozza partiva al piccolo trotto infilando la via postale di V.... con uno zelo che in due povere rozze poteva credersi miracolo.

Il signor Antonio--non lo conobbi mai con altro nome--era seduto in faccia a me e mi guardava sott'occhi con mestizia.

--Voi qui? mi disse dopo breve tratto con accento tra domanda e meraviglia.

Gli risposi esponendogli il fatto mio--e come io intendessi recarmi ad M.... dove mi chiamava un amico da gran tempo.

--Ad M...! interruppe egli; ma voi siete fuor di strada; noi andiamo a V...

--Non monta. Farò il giro. Le colline di V... sono amenissime e vi si trovano spesso le pedate della lepre. Aggiungete che io avrò la fortuna di fare il viaggio con voi.

Siccome questa era la vera ragione, io l'aveva posta ultima e come per incidenza; ma il vecchio comprese assai bene, e mi parve intenerito. Mise la testa fuori dello sportello, poi voltossi e presemi la mano. E me la strinse con tale una espressione di dolcezza riconoscente negli occhi, che il suo volto pallido ne fu ravvivato. Non disse motto, e parve ricadere nelle sue meditazioni. Io mi rannicchiai nel mio cantuccio, e così raccolto seguitai ad indagare su quella fronte severa, su quel volto nobile e dignitoso, le traccie d'un passato sconosciuto. In quel fantasticare senza legge io provava come un sussulto, come qualche cosa che mi parlasse d'un mondo lontano--riannodavo a quell'esistenza immaginaria mille fila diverse, mille memorie che io indovinavo in quel punto. E mancò poco che io non mi credessi un altro uomo, con altre passioni, con altro corpo, con altre idee--ma non con altro cuore; avvegnacchè io lo sentissi palpitare colla stessa misura, e comprendessi istintivamente che io serbava la stessa essenza perchè serbava lo stesso cuore. Lo stesso cuore! Buon Dio, e chi è mai che vorrebbe mutarlo? sapremmo noi rinunziare alla sola parte di noi che veramente ci appartenga--alla sola parte che noi abbiamo fatto uscire vincitrice dalla battaglia delle passioni--alla sola parte che, soccombente, serba alla memoria le traccie funeste della disfatta? Ho sentito spesso esclamare: "quante ricchezze! che nome illustre! quale avvenenza di forme! che bello spirito! oh! perchè la natura non mi ha dato altrettanto!" E m'avvenne pure di udire: "il tale ha un gran cuore, un cuore generoso;" ma null'altro--l'invidia s'era arrestata; non aveva osato varcare la barriera dell'anima, concepire col desiderio la distruzione della propria natura, la rinunzia del proprio cuore.

Un raggio di sole penetrando attraverso i vetri venne a battermi sugli occhi. E mi ridestai allora dalla mia estasi; e compresi come un lungo viaggio della fantasia sia il miglior farmaco per lenire le noie d'una corsa dispettosa in _diligenza_. Ma nel caso mio mi rammaricai d'essermi in siffatta guisa distratto, da dimenticare quasi il mio vecchio compagno. Egli era tuttavia pensieroso; appoggiava il mento sulle mani, e chinava gli occhi al suolo. Senonchè tratto tratto risollevava il capo con un moto risoluto; ed allora io vedeva, o mi pareva vedere nel suo ciglio un lampo di luce che, alla guisa di scintilla fra mezzo a ceneri spente, mi rivelava tutto il fuoco giovanile del suo passato. Ma ben tosto la scintilla moriva, e un pallore subitaneo copriva quel volto che un tempo aveva tradito tante interne battaglie, e su cui non doveva più mai specchiarsi altro che la calma e la rassegnazione--queste melanconiche e povere rovine della vita.

Come fummo giunti alla salita di V..., le due povere rozze s'arrestarono di botto. Il corpulento abate ne fu mezzo subissato e ringhiò fra i denti un cotal suo _Cristo_ abituale, che provava chiaro come la tonaca e il seminario non gli avessero istillato la santa virtù della pazienza. E siccome egli cominciava a farci una trista figura--e se n'accorgeva--fu il primo a porre il piede sul predellino e lasciarsi scivolare, meglio che discendere, sulla via. Secondo il costume tutti i viaggiatori ne imitarono l'esempio; così che a capo di pochi minuti io mi trovai solo col signor Antonio--però che l'età senile lui, la promessa d'una mancia me avessero dispensato da quel faticoso inerpicarsi a piedi, di che una caritatevole gentilezza avea introdotto l'usanza, e l'usanza la legge.

Io aveva contato con fiducia su quel momento per appiccare il discorso col mio misterioso compagno; ma mi tocca confessare che, nonostante l'esperienza del giorno precedente, io mi sentiva così come allora impacciato e dubbioso, se pure quanto io aveva già potuto apprendere sull'indole del mio personaggio, crescendomi l'interessamento, non avevami ad un tempo cresciuto l'imbarazzo. E so che ruminai un pezzo nella mente, e ci perdetti il mio frasario senza appigliarmi ad una. Ma in buon punto levando gli occhi m'incontrai in quelli del vecchio--mi sorridevano. Riconfortato da quell'espressione affettuosa che li animava, sorrisi anch'io; e siccome in quella il sole usciva ancora da una nuvola, frangendo i suoi raggi sui nostri sedili, io misi il capo fuori dello sportello, e guardai un istante all'intorno coll'anima commossa da quello spettacolo incantevole.

--Come è bella la natura!

Mi rivolsi. Il mio vecchio amico era intenerito; mi prese le mani, e le serrò fra le sue; poi con voce alquanto agitata per l'emozione, ma solenne ad un punto: "Dite piuttosto: _come è bella la vita!_--alla vostra età ne avete diritto. Non frodate a voi stesso il vanto della bellezza per farne dono alla natura. La gioventù è una gran luce--non frodate alla luce il vanto dei colori per consentirlo ai fiorelli del prato."

Tacque un istante; indi come se mi leggesse nell'anima e volesse rispondere al tumulto d'affetti e d'idee che v'aveva ridestato, proseguì più pacato e più mesto.

--Ho visto molte cose nel mondo--dall'assidua cura del ragno che tesse la sua tela, al cozzo rovinoso dei popoli; ho assistito come spettatore a molte battaglie d'uomini e d'idee: una ne combattei pur io--la lotta della vita. Lotta terribile, disuguale--e si finisce sempre col restar vinti.

--Sempre? interruppi scorato.

--Sempre; ripetè con amarezza--sempre. Non mi parlate della volontà, della coscienza. La volontà si fiacca al primo urto, si distrugge al secondo--la coscienza è una vigliacca che si appiatta nell'ora del periglio, ed infierisce spietatamente dopo la sconfitta.

--Credete dunque l'uomo una creatura così debole?

--Una creatura che ha passioni--troppo debole per resistervi--troppo forte quando ne è dominata. Nè io stimo migliore colui che ha minor numero di passioni a combattere--soggiunse come se parlasse a sè stesso--però che parmi si debba tener conto quando che sia delle forze di cui ogni uomo poteva disporre per mantenersi virtuoso, e misurarne la virtù dalla resistenza opposta, non dal numero degli assalitori o dalla frequenza degli assalti.

Per un istante parve pentito d'essersi abbandonato a questa espansione; per fermo le sue parole erano dettate da un'esperienza dolorosa; nè io poteva dubitare che gli si parasse in quel punto dinnanzi l'immagine degli affanni sofferti. Non tardò molto che n'ebbi la certezza; egli sollevò il capo e mi guardò fiso come se volesse scrutarmi il seno e leggervi per entro l'effetto delle sue parole. Il suo occhio velato s'accese, i nervi del suo volto si contrassero, e per un istinto portò le mani sul petto come a difesa. Parvemi in quel punto la statua della diffidenza. Ma non fu che un momento, il tempo di quattro pulsazioni--io le aveva contate sul cuore che mi batteva celerissimo.

--Sapete voi che cosa sia un vecchio? mi domandò all'improvviso.

--Un uomo che ha imparato molto.

--Errore; m'interuppe con violenza--errore. Dite un uomo che ha molto sofferto, e direte giusto. Dite un uomo che ha veduto morire le sue illusioni, spegnersi sul suo labbro i sorrisi, avvizzirsi al suo fianco gli affetti; dite un uomo che ha seppellito ad uno ad uno i fantasmi che danzarono alla sua culla festosi, e che guardandosi all'intorno si vede solo.

--E le memorie adunque?

Sorrise tristamente al mio richiamo.

--Le memorie! Credete voi che si possa vivere di memorie senza imprecare a sè stessi? Credete voi che si possa sempre, come a vent'anni, volgersi indietro e sorridere? È una dura scuola la vita. Vi si impara a conoscersi, a disprezzarsi. Un vecchio--ed abbassava la voce come impaurito--ha sempre qualche cosa di terribile a rimproverarsi nel suo passato.--E d'altra parte--aggiunse poco dopo--che valgono le memorie senza le speranze? Se pure esse possono darci qualche conforto, gli è quando abbiamo innanzi agli occhi un orizzonte di luce che possiamo popolare dei fantasmi più leggiadri. Spezzate l'avvenire, e il passato diventa un abisso che impaura. Or bene la vecchiaia non ha avvenire, non ha speranze.... fuorchè una.

Compresi e non osai dir motto, nè levar lo sguardo sul vecchio. Senonchè io ne udiva il respiro affrettato, e indovinava l'ansia di quel povero petto. Per gran tratto di tempo nissuno di noi parlò. Quando il mio compagno sollevò il capo, mi parve di scorgere sul suo viso più penosamente impressi i solchi degli anni.

--Hanno fatto della vecchiaia--riprese egli con voce cui un tremito leggiero cresceva l'autorità--hanno fatto della vecchiaia l'età più venerata, e l'hanno circondata di rispetto. Se le sventure danno qualche diritto agli sventurati, questa pietà degli uomini è santissima. Ma non perciò crediate i vecchi più illuminati o più buoni. Hanno il cuore arido, l'intelletto malsano, il corpo vacillante. Avevano espansioni, confidenze, ebbrezze--non hanno più che egoismo. Non vincitori, ma vinti dalle passioni, mostrano talora essersene spogliati, mentre furono invece abbandonati con disprezzo. E se rimane in quei carcami qualche lurido avanzo delle passioni più meschine, vi rimane non più come un inquilino insofferente, ma come un padrone di casa bisbetico.

Sorrisi alla stranezza di queste parole.

--Oimè--interruppe sospirando--per quanto vi paia esagerato il mio dire, non è che troppo vero--e il cielo tolga che voi stesso ne facciate esperienza, poichè ripensando forse a questo vecchio che vi parla, vi farete persuaso come nella vita non vi abbia altro di generoso e di nobile, che la fede balda ed ingenua dei primi anni.

E siccome io non rispondeva.

--M'inganno, aggiunse. V'ha un'altra ora nella vita, sublime per magnanimi pensamenti, per generoso affrettarsi del cuore--l'ora che precede la morte.

Io non sorrisi più. V'era nelle sue parole tale un'impronta di solennità; spirava dal suo volto tanta fermezza di convinzione, che rimasi come sbigottito, e per un istante vidi crollare nel mio seno l'altare che vi aveva eretto alla vecchiaia. Ma più che l'argomento del suo dire, aveami cercato il cuore l'amarezza mista di rassegnazione che lo componeva a mestizia così profonda. Con quell'istinto che fa vaghi dell'ignoto, io cercava di risalire alla causa misteriosa. Mi pareva che se io avessi conosciute gli episodii, le traversie, fors'anco le colpe di quell'uomo, avrei aperto uno spiraglio di luce nella tenebra immensa del cuore umano.

Da quel punto fin presso a V.... grave silenzio. Io sentiva che l'ora della separazione si avvicinava, nè sapeva rassegnarmi a questo pensiero. Un presentimento dicevami che non avrei più riveduto quell'uomo, che il nostro _addio_ sarebbe stato l'ultimo.

--Abitate voi a V...? chiesi trepidante.

--Poco lungi. Dietro quel castello in rovina, che vedete laggiù, v'ha una casa oscura e modesta. Ivi una famiglia di alani, accosciata a piè d'un antico focolare, attende impensierita il ritorno del vecchio amico.

Disse queste parole con dolcezza--poi si fe' taciturno.

--Siete voi dunque solo?

--Solo! ripetè egli guardandomi in volto--no.

L'indecisione di questa vaga risposta non poteva oggimai appagarmi. Parevami che io avessi diritto ad una confidenza più ampia, ed insistei.

--Parenti?

--No.

--Amici?

--I miei alani sono fedelissimi.

Non voleva rispondermi--ammutolii. Era certo grave esigenza la mia di ostinarmi a conoscere i fatti d'un altr'uomo--e la ragione s'adoperava a persuadermene--tuttavia io non seppi dissimulare il mio dispetto, e il signor Antonio se ne accorse.

--Sia pure--pensai--non m'importa ch'egli mi legga in volto--sarò più franco di lui.

E poichè parevami che egli ne avrebbe pena, fermai per vendicarmi di non più parlargli. Ma come, giunti ad un crocicchio, m'accorsi che egli faceva arrestare la carrozza per discendere, l'interessamento fu più forte in me dell'amor proprio; così che dopo pochi istanti di fiera battaglia io mi rivolsi ancora al signor Antonio, e arrossendo di vergogna gli domandai se dalla parte del castello si trovasse della selvaggina.

Rispose di sì; ma pregavami non vi andassi.

--Volete voi dunque negarmi il favore d'esservi compagno per via? domandai più sorpreso che imbroncito.

--Non posso.

Disse--ma a temperare la durezza del rifiuto, mi porse la destra; e in quell'istante era nel suo volto tale un'espressione di nobiltà, che mi sentii inorgoglito d'essere così innanzi con lui.

--Mi rivedrete fra un anno--mi disse poi affettuosamente--non prima; non tentatelo neppure; ve ne prego.

--E dove potrò io vedervi?

--Là--e m'indicava col dito le rovine del castello. Vi aspetterò. Quanti ne abbiamo del mese?

--Undici.

--Tenetelo bene in mente--fra un anno.

E con una rapidità che mi fe' meraviglia, depose un bacio sulla mia fronte. Io non aveva ancor cessato di sentire l'impressione delle sue gelide labbra, che egli era già lontano.

Lo vidi avviarsi a lenti passi lungo un sentieruzzo che disegnava, come un lungo serpente, le sue spire sul verde tappeto dei prati. Lo accompagnai dello sguardo per lungo tratto, finchè le forme del suo corpo si confusero come un punto nero.

--Fra un anno? ripetei allora dentro di me con mestizia--fra un anno!--ed appoggiai sulle palme il capo affaticato....

FEBO E L'ALLODOLA.

Il mio amico Augusto era un buon figliuolo. Doti d'intelletto e di cuore avea moltissime; e se gli falliva la modestia, vi era però nel suo dire ampolloso quasi altrettanta franchezza, quanta vanità--così che l'una pagava in certa guisa l'altra. Onde sebbene da principio quel suo eterno cicaleccio sovra argomenti assai spesso frivoli, paresse porre una barriera fra i nostri umori--e disperassi, o sdegnassi, di varcarla--non andò guari che, bandita la prima selvatichezza, io gli divenni famigliare. E tra la naturale arrendevolezza di lui, e la mia filosofica pazienza, in breve fummo inseparabili. Nè mai la giovialità e il sussiego fecero tanta pompa, cred'io, di perfetta fratellanza.

Povero Augusto! E parmi ora, pensando alla tua tomba così presto scavata, alla zolla che ha seppellito le tue giovani illusioni in una terra avarissima a te d'affetti e di lagrime, parmi che tu t'apponessi al vero--e non mettesse proprio il conto in quell'età di prenderla in sul serio colla vita, com'io faceva. Ma io non fui altro che un piagnuccoloso primaticcio, e tu di noi il vero filosofo--poi che vivesti e moristi come l'usignuolo, cantando.

Ma in quel mattino pareva avesse esaurito la vena del suo spirito giocondo; e mi camminava a fianco taciturno ed imbroncito, allungando il viso ad una smorfia grottesca da screditarne Eraclito. Perchè io da principio, stimando guarirnelo, feci sembiante di non porgli mente, e recatomi il fucile, a partirne il disagio, d'in sull'omero destro al sinistro, mi diedi a canticchiare fra i denti una vecchia canzone da caccia. E dappoi che questa era il solo frutto che io m'avessi ricavato dal breve commercio e dalle rare peregrinazioni venatorie, e la sola virtù che potesse darmi aria di cacciatore, non è a dire come io me ne deliziassi.

Ma pare che il rimedio non fosse opportuno, o ne avessi inavvedutamente esagerato la dose, perchè il dispetto d'Augusto crebbe fino alla stizza. E non sapendo con chi disfogarla--e smaniandone--allungò un calcio al nostro vecchio bracco, che stanco delle inutili ricerche di selvaggina in mezzo ai boschi, veniva in quel mezzo mendicando una carezza.

Il mal capitato animale guaì due volte lamentevole, e venne a riparare al mio fianco, come a quello d'un amico. E siccome le sue querele dapprima, e quel confidente appellarsi alla mia tutela da poi, m'avevano cercato il cuore--questo cuore così infaustamente aperto ai dolori--io mi feci, del mio meglio, a pagarlo di conforti.

Il poveretto non sapeva come rendermi grazie; e deposto il rancore, a testimoniarmi la sua gioia, venivami attorno con mille feste. Nè mai la riconoscenza ebbe fra gli uomini tanta eloquenza e spontaneità di linguaggio. Ond'io m'ebbi fermo in mente per tutto quel dì che la riconoscenza sia meglio una virtù di cani, che d'uomini--e a riconciliarmi coll'umanità avrei benedetto un argomento. Ma allora non mi giunse, e forse non m'è giunto tuttavia; così che si può supporre il vecchio chiodo mio, anzi che strappato, aver cogli anni acquistato saldezza.

Guardai Augusto, ed egli me--poi entrambi il cane.

Parvemi allora che un animale così generoso fosse ingiustamente condannato a camminare su quattro zampe--e che dovesse rizzarsi su due, e levare orgoglioso la fronte, e guardare faccia a faccia l'Umanità. Ed ora ne sorrido--ma in quel momento mi sentii muovere fino al fondo dell'anima; e rappresentandomi agli occhi come vera quell'immagine, temetti non l'uomo avesse dovuto rinselvarsi per celare il rossore delle guancie.

Senonchè il povero _Febo_ (tale il battesimo del bracco) aveva indovinato il senso del nostro sguardo--e poi che egli non domandava di meglio, si trascinò col capo chino fino al suo padrone.

V'era nel suo atto tanta umiltà; ed agitava la coda, e si ripiegava sui fianchi con tanta rassegnazione, che la sua preghiera, cred'io, sarebbe salita all'Olimpo a disarmare Giove dei suoi fulmini.

Ma è raro che l'ingiustizia si arrenda, e non si ritorca dapprima in sè stessa, e non si dibatta come il serpe. Onde Augusto che era pentito e non voleva cedere tuttavia, se ne stava un pochino in sul tirato--da parere un amante imbroncito che non voglia fare una carezza alla sua bella, e se ne strugga.

Se ti intervenga di assistere a rottura fra due amici, e che tu voglia rappattumarli, non pretendere che quegli che s'ha il torto lo confessi; fa piuttosto che l'altro--e sarà sempre il più arrendevole, perchè più calmo--muova il primo passo, e s'addimostri in certa guisa carezzevole. E mentre in ogni altro modo andresti errato e non verresti a capo di nulla, così facendo ti troverai avere in mano un rimedio facile e sicuro. Però che ove la ragione sapesse discendere fino a vestire le apparenze del torto, il suo trono sarebbe, parmi, assicurato nel mondo.

E non andò guari che Augusto ebbe troncato ogni quistione con _Febo_. Nè le distillazioni di cento volumi filosofici avrebbero tanto potuto sull'animo suo, come la virtuosa mansuetudine di quel cane.

* * * * *

Io aveva indovinato alla prima la cagione del malumore d'Augusto. Ma o perchè non fossi passionato della caccia, o perchè mi avessi qualche altro martello nel capo--e il leggitore potrà decidere in appresso--la nostra disavventura m'avea trovato insensibile.

E tuttavia mi accorsi che il disagio del cammino, il caldo, la fame, e forse un cotal poco il dispetto, incominciavano a ribellare il mio spirito alla pazienza--e poi che ne feci motto ad Augusto, avvenne, ed era cosa naturale, che le parti si mutassero--e ch'egli si facesse a un tratto a sermoneggiare, ed io ad arrabbiarmi.

Ma non così che una folata d'allodole levatasi a volo a pochi passi da noi potesse parerne lieve ventura, e non giungessimo in tempo, o sdegnassimo di far con essa le prime prove. E in un baleno Augusto ebbe scaricato le canne del suo schioppo--io a brevissimo intervallo del pari; onde credendoci in buona fede aver costata la vita a quegli innocenti, tra la compiacenza e il rammarico venivamo aguzzando le ciglia per scorgere attraverso il fumo la caduta della nostra preda.

Ma pare che l'alata famiglia non patisse danno--nè se più parte vi avesse il miracolo o l'inettitudine nostra, per quanto v'abbia strologato, giunsi mai a decifrare.

Se non che i latrati di _Febo_, e a quando a quando un lieve dibattere d'ali, ci trassero da canto ad un roveto. _Febo_ smaniava; allungava il muso tentando penetrare fra le spine, e si ritraeva vie più inasprito.

L'aspettazione era grande. Foss'egli da quel cespuglio venuto fuori colle fauci spalancate un cocodrillo, parmi non n'avremmo avuto stupore. Sì, n'ebbimo--e quanto ci costasse il disilluderci, pensi chi ha cuor pietoso--quando invece del coccodrillo ci apparve un'allodola sbigottita da parer l'immagine viva della paura. Essa si levava a piccoli voli, tentando scampare all'inevitabile disastro che l'attendeva; ma così malconcia com'era dalle zanne di _Febo_, i suoi sforzi non la soccorrevano a lungo, e ricadeva dopo breve tratto.

Non so più dire che mai si passasse in quel mentre nel mio cuore--e n'arrossirei; ma se non avessi temuto di parer debole--e forse questa fu vera debolezza--avrei perorato la causa di quella misera allodola. E se mai vi fu avvocato che avesse cuore gagliardo, sarei stato io quello--e non avrei avuto da invidiare a Demostene la sua eloquenza.

Ditelo voi potenze dell'anima, non è egli impeto gentilissimo quello che ci fa piangere dei mali altrui? E a quale altri mai se non a questa compassione benefica, laboriosa, ricca di conforti e di balsami, chiederà l'umanità sconsolata la parola che la incoraggi nel cammino faticoso? Che se gli Dei avanzano in ogni perfezione i mortali, dalle pietosissime lor viscere trassero, cred'io, quel po' di bene onde ne raddolcirono le amarezze della vita.

Ma ch'ei non ti venga detto giammai "sentimento sterile" di quella compassione così, in apparenza, passiva, da parerti non aver altro che lagrima. E se tu la incontri fra gli uomini, benedici--avvegnachè essa ti addimostri un terreno generoso, ove pur che l'agricoltore getti la semente, e non avrà più che ad affilare la falce per la messe.

No--il cuore aperto agli affanni non è mai sterile; e se tu vi versi, benefica rugiada, una lagrima sola, ei ti cresce e ti educa rigoglioso l'albero del sacrifizio.

_Febo_ continuava ad assalire, e la lodoletta a schermirsi--ma poi che i Fati avevano così fermato, non vi fu più scampo per essa.

Ma non con lieve fatica Augusto giunse ad averla fra le mani, e credo vi contribuisse non poco l'opera di certo suo cappellaccio di feltro, lanciato a tiro opportuno su quella tapina.

--È finita--pensai sospirando.

--Tanto per così poco--borbottò Augusto, riponendo in testa il cappello e mostrandomi il corpiccino insanguinato dell'allodola.

--È vero--mi correva sulle labbra. Ma non lo dissi. Il mio sguardo s'era arrestato sovra quel povero animale. Avea gli occhietti velati, il becco semiaperto, e ne colava una leggiera striscia di sangue--un istante ancora, e gli ultimi nodi che lo legano alla vita saranno spezzati.... "Ahi! era tutto per essa!"--esclamai con mestizia. Affannoso pensiero! E che monta egli che sia la vita d'un uomo o quello di un bruco? Lascia l'uno cittadi e castella, l'altro il musco ospitale. La vita poneva fra di loro un abisso--la morte, questa grande uguaglianza, segnerà negli eterni libri del tempo non più che due esistenze distrutte.

* * * * *

Avevamo ripreso la via postale, e ci affrettavamo verso M***.

Io pensava alle brune chiome d'_Ortensia_, ai suoi sguardi per languidezza lucenti, al suo corpiccino di vespa, alle movenze incantevoli onde s'abbellivano le sue forme leggiadre.

--Ed oserò io comparire innanzi ad _Ortensia_ in quest'arnese, e col carniere così sprovvisto? E questa lodoletta meschina potrà essa pagare la mia vanità di cacciatore? Peggio, s'io penso che non mi viene che una parte della gloria.

Augusto che non aveva ancora saputo darsi pace della nostra sorte tristissima, interruppe in quel mentre il corso dei miei pensieri; e ponendomi sottocchio un'altra volta la vittima:--"E non è a dire che i miei colpi fossero male aggiustati. Vè, Giorgio, l'ho colpita nel petto."

Per quanto io fossi poco sicuro dell'efficacia dei miei tiri, parevami--e forse io non errava--avessero anch'essi lanciato buone quadrella; però quanta tracotanza fosse nelle parole d'Augusto, e come dovesse ferirmi nel vivo, non dico. E più perchè gli era già un buon tratto che l'amor proprio mi veniva susurrando all'orecchio non so quali argomenti a persuadermi io, non altri, essere il feritore--ed era stato in sul credervi--e fors'anco se avessi trovato un giro di parole mellifluo, non avrei resistito alla tentazione di menarne vanto.

Ribattei ironicamente, lasciando parere non so se più la beffa o il dispetto.

Ma poi che di due che non hanno prove di quanto affermano, il primo ad affermare ha sempre il sopravvento, Augusto non si affannò punto; ma con un contegno in apparenza affabile, tentennò il capo e sorrise.

Se mai vi fu avversario potente, che ti si avvinghi mani e piedi, ti seduca, ti vinca, e volga in canzonatura la tua disfatta, gli è quel sorriso disdegnoso che provoca la lotta e palesa apertamente il disprezzo dell'inimico.

E la mia anima ne fu agitata. Avrei voluto che la mente m'avesse suggerito ancora uno dei suoi mille sofismi, e sarei stato senza pietà. Ma il dispetto soffocava in me la ragione, la quale è molto se, a non addoppiare la vittoria d'Augusto, mi concedeva la dissimulazione.

Ma in quel punto--e fu ventura--_Febo_ ritornava ansante verso di noi; nè mai farmaco più potente o più opportuno poteva scendermi nel cuore a serenarlo.

ORTENSIA

Quando un figliuolo d'Adamo ha pagato il suo tributo al Dio delle foreste, ed ha fermato in mente di ritornarsene agli Dei Lari, la sola cosa che gli rimanga a fare è di volgere i tacchi e rimettersi sulla via. E dacchè egli lo abbia fatto, io giuro che non ha più altro desiderio che quello di arrivare.

Tale appunto il caso mio--nè aveva mosso ancora trenta passi, che già col pensiero io era giunto ad M** e ripartitone. Ma forse che una segreta malia mi attirava, però che io vi ritornassi più volte--e non una che ponessi colla mente il piede sulla soglia, e che non mi scontrassi alla prima con Ortensia.

Pace a quell'anima tapina che, rimontando la corrente degli anni, non possa arrestarsi a contemplare un viso di donna pallido ed affilato, un occhio profondo come gli abissi del mare, uno sguardo lungo e sereno come il raggio melanconico d'una stella lontana. E se v'ha chi, spossato dalla fatica, volga il pensiero alla mano candida ed ospitale d'una creatura sedicenne, e provando indistintamente le fitte del desiderio e dell'amore, e potendo lusingarsi d'essere atteso, non si senta crescere le ali alle piante, tal sia di lui.

Di tal guisa ragionando, acceleravo il passo. Se non che l'appetito ha buone gambe--e se l'amore va di trotto, egli cammina almeno almeno di galoppo. Augusto era al mio fianco a farne fede.

"Anche tu!" mi disse egli tra l'ansia e lo sbadiglio.

"Anch'io.

"Vorrei essere arrivato.

"Anch'io.

"Ed assiso a mensa.

"...Anch'io.

Deh! che il cinismo non innalzi la sua bandiera; e che non si creda pur un istante ch'io voglia rinnegare il sentimento. Ma poi che so che a questo solo patto mi sarà data fede, io lo confesso arrossendo: "avevo appetito."

D'onde avviene egli mai che i nostri propositi più saldi, che parevano sfidare l'infuriato scatenarsi dei venti, si scompongano e si sfascino al primo urto delle passioni? E con quale intendimento, mio Dio, hai tu voluto sottomettere l'uomo, quest'essere dai giganteschi concepimenti, dalle fantasie fervide e creatrici, alla più meschina delle sue debolezze? Però che se tu ne hai dato l'amore e la compassione per nobilitarci, gli impeti spesso generosi dell'ira e il martello del rimorso a temperare la fibra del nostro cuore, dovevi risparmiarne la _Vanità_, questa sterile e bugiarda compiacenza di noi stessi, che ne ha raddoppiato sul volto la maschera dell'istrione, e ribadito al piede la catena del servaggio.

E non mi era appressato alla soglia, che già il tarlo, che su per le scale avea incominciato a rodermi dentro, mi torturava a smaniarne. Io pensava all'allodola, al mio travestimento da cacciatore, ad Ortensia.

"Ahimè! che tu sarai ridicolo, e n'avrai le beffe--brontolavami sordamente il mio demonio--Vedi, ricco bottino! E come vorrai tu con questa raccomandazione guadagnare il cuore della tua donna?

"Me misero! me misero!--ripetevo avvilito--ahi! tristo cavaliero ch'io sono!

Però io mi trovai innanzi ad Ortensia così confuso, da parere uno scolaretto colto in fallo che s'aspetti lo staffile.

* * * * *

Meraviglioso incanto di Natura, il sorriso sulle guancie incarnate d'una fanciulla. Ma più ancora la mestizia;--e per fermo colui che primo raffigurò la _Pietà_ in sembianza di donna, l'anima amantissima educava alla severa scuola del dolore; poi che sommo amore e dolor sommo s'incontrino sempre nel cammino, e da così fatta armonia traggano virtù d'addurre il pensiero alle concezioni gentili.

La stolta ammirazione esalti pure a sua posta le eroine; e dica al mondo com'esse cingessero armatura, e trattassero il ferro, e fiutassero avide il sangue dell'inimico.

Una lagrima, una lagrima sola sul ciglio vellutato della donna--e sia pur essa madre, sposa, sorella, od amante, nissuna corazza incantata spezzerà meglio le lancie della collera.

Iddio tolga che il linguaggio del rimorso parli all'anima vostra, e vi riveli a un tratto tutto il sagrifizio che una creatura amantissima vi ha profferto, e che voi accettaste con indifferenza--ma s'egli avvenga, e vi baleni un solo istante al pensiero quella battaglia d'un cuore avido d'affetti, combattuta nel silenzio e nella solitudine, e quel muto sofferire senza lamento--deh! la lagrima della meschina non sia caduta sul vostro cuore senza fecondarlo.

Fatevi compagni dell'angiolo--e l'angiolo vi farà bella la vita.

Domanderete a lui una fede; egli vi additerà gli astri lontani e silenziosi--gli domanderete un mondo, e vi darà una famiglia--gli domanderete una possanza, e mostrandovi il seno colmo d'amore, vi dirà la gioia d'esser vostro schiavo.

Chiedete tutto alla donna. Ella può tutto--vi darà tutto. Vi schiuderà un nuovo orizzonte d'innanzi.

Una parola, un sorriso, un fiore--questo è il debito vostro. Eccola felice; eccola rassegnata, rinvigorita alla battaglia.

Levate ora gli occhi sulla sua fronte purissima--vi si legge un'anima. E se nel vostro seno v'ha tuttavia un altare alla virtù, benedite al tesoro pudico di quell'anima gigante; salutate in essa la vera, la grande, la santa eroina della famiglia.

* * * * *

Ortensia era mesta--non avrebbe riso di me.

Ma se questo pensiero mi rasserenava l'anima, vi suscitava in altro modo una tempesta. E chiesi a me stesso quale si fosse la cagione di quella melanconia, e se io vi avessi parte in qualche guisa. Così di fantasma in fantasma credetti aver dimenticato il mio primo timore.

Ma a provarmi come io avessi contato troppo presto sulla vittoria, e come l'amor proprio sia tale inimico onde è folle cosa sperar la resa al primo scontro, sopravvenne in quel punto Augusto. Il quale, senza un riguardo al mondo al mio imbarazzo, veniva querelandosi e beffandosi a un tempo della nostra mala ventura--e ad avvalorare le sue parole, deponeva l'ampio carniere a fianco della sorella.

Se io dirò che in quel punto non erami facile sorridere, sarò creduto; ma per non parere da meno, composi le labbra ad una smorfia che voleva essere un sorriso. E chi pensi come incominciassi appena allora ad invaghirmi d'Ortensia, e come l'amore muova i primi passi sulla via della vanità, accolga la confessione ch'io faccio, e giustifichi la mia debolezza.

Ortensia pose la mano nel carniere, e trassene l'allodola. Io che andava spiando sott'occhi per indovinare dal viso le prime impressioni del suo spirito, vidi il suo ciglio volto al povero animale, e raddensarsi sulla sua fronte marmorea la nuvola di mestizia che l'oscurava.

Non disse motto--ma porgendo d'una mano la morta allodola ad Augusto, posò l'altra sulla spalliera d'una sedia, e vi si lasciò cadere con abbandono.

Augusto fè una giravolta sui tacchi, chiamò a sè Febo, e s'allontanò fischiando fra i denti.

Rimasi solo con essa. Il cuore mi batteva a spezzarsi. Non sapendo distaccare gli occhi da quelli di Ortensia che mi ammaliavano, io mi sentiva come avvolto da un fascino magnetico. Vi fu un istante in cui la mia vita si era a così dire moltiplicata, in cui mille diverse sensazioni succedendosi bizzarramente, si contendevano l'imperio dei mio spirito.

Animato nel proposito di palesare l'amor mio--dappoi che lo sentiva crescere a un tratto nel mio core, e mi pareva propizio l'istante--io vedeva Ortensia più bella e più seducente, e leggeva nel suo sguardo un tacito invito. Ma in pari tempo notava il pallore delle sue gote, l'immobilità delle membra--allora io smarriva ogni forza.

"Sedetevi" mi disse Ortensia sorridendo mestamente.

M'assisi.

"Qui, vicino a me."

M'accostai con uno slancio improvviso--e mi posi al suo fianco; e così da presso, che alcune anella della sua chioma di ebano mi sfioravano il volto.

"Che avete?" le domandai con dolcezza.

"Nulla;" ma non potè celare il turbamento, e si lasciò sfuggire dalle mani la pezzuola. La raccolsi in un baleno. Se non che anch'essa s'era chinata a quel fine; e però nel risollevare il capo, incontrai il suo volto vicinissimo al mio, e sentii sulle labbra la fragranza del suo respiro. Si lasciò sfuggire un picciol grido, e diede addietro nascondendo il volto incarnato da lieve rossore--poco stante mi rese grazie della pezzuola, e sorrise.

Quel sorriso parve alcun poco dominare la mia timidezza. M'impossessai della sua mano con vivacità e volli appressarla alle labbra, ma a mezzo l'atto mi mancò l'ardire; sentii quelle dita di fata stringersi dolcemente alle mie, e sfuggirmi senza che avessi forza di rattenerle.

Se mai proposito fallito ebbe virtù di accasciare l'anima dell'uomo, quello certamente è fatalissimo che, generato di debolezza, più ne tragge forza e valore, ed armi potenti, quanto più indifeso e vacillante è il petto che essa offerisce ai suoi colpi. E mi rimasi sbigottito ed immobile come chi, essendo assai poco soddisfatto dei fatti suoi, ne incolpi sè medesimo, e mentre voglia disfogare il dispetto in rimbrotti, misuri le sue forze, e le riconosca troppo fiacche per potersi lusingare di porre almeno riparo alla prima debolezza. Perchè, sentendo vacillare la confidenza in sè medesimo, così si smarrisca e si prostri, da non poter levare la voce severa del rimprovero.

Ortensia mi guardò e chinò il capo. Forse ella leggeva nel mio seno la tempesta che vi ruggiva, comprendeva il mio imbarazzo, ne aveva pietà--forse lo divideva.

Così l'_Amor proprio_ ritentava le sue lusinghe.

E s'io non dicessi che n'ebbi conforto, mi risparmierei forse una confessione penosa, ma getterei un mantello lacero sulle forme ignude della _Verità_, creandole--frutto di colpa che non è in essa--la _Vergogna_.

Poco stante mi sentii riconfortato; e questa volta da senno; e levai la fronte securo, come chi sa d'avervi scolpito l'animo suo. Però se la frase acconcia mi giungeva compagna col proponimento, quello, io credo, sarebbe stato l'ultimo battito ignorato del mio cuore.

Ma in quella che io mendicava al linguaggio degli uomini la parola che rispondesse al sentimento profondo dell'anima, Ortensia fissò lo sguardo sovra di me, e con insistenza così palese, e con espressione di tanta e dolcissima mestizia, che io ne perdetti affatto affatto la rettorica.

"Quanto doveva essere felice!" disse ella sospirando.

"Chi?" domandai a me stesso--e non osavo interrogarla. Mi lesse in volto, e sorridendo:

"Non è egli vero, signor Giorgio?

Dio mi era testimonio se era vivo in me il desiderio di non contraddirle; e fu ventura che lo zelo non mi acciecasse, e non mi venisse detto colle labbra "verissimo." Ma già io l'aveva detto col cuore--e s'egli fosse vero che v'ha un linguaggio misterioso che traduce con accenti susurrati da anima ad anima le più riposte pagine, dove non è occhio che penetri, certamente Ortensia avrebbe udito quel motto.

"E chi?" mi domandai un'altra volta senza frutto. "E se voi, aggiunsi più forte volgendomi ad Ortensia, e se voi, avvenente ed inconscia della vita, non siete felice, chi mai, buon Dio, potrebbe esserlo?"

Come ebbi detto tali parole mi atteggiai in atto di aspettazione, così pago di quest'eloquenza suggeritami dall'imbarazzo, e così fiducioso del buon andamento del nostro dialogo, che mai uomo non fu più lieto e securo dei fatti suoi.

Ortensia sospirò. Secondo i miei calcoli anche questo sospiro ci avea da entrare--e ne trassi pronostico buono.

"Aimè! sì... ell'era felice; aveva due alettine vellutate che la sollevavano nell'aria, poteva volare... che bella cosa! levarsi su, su, tra le nuvole--ed ora..."

Così quell'innocente veniva ridestando gli affanni del mio cuore. Per un istante volli provarmi a sorridere; ma era sul suo viso infantile tale una espressione vaga di mestizia, e tanta semplicità, da confondere il riso beffardo dei cinici. Però io ne rimasi debellato.

Domandai a me stesso perchè quelle parole mi ferissero, e se mai fossero dirette a ferirmi.

Aimè, sì. "Tu sei stato l'uccisore" ripetevami la coscienza.

Senonchè il mio ribelle desiderio tenne duro, e si dibattè buona pezza. Ricordai Augusto, la sua vantata perizia di cacciatore, il senso di commiserazione che aveami suscitato la morte dell'allodola--e pensando essermi scaricato, respirai più libero.

"Non l'ho uccisa io" fermai nella mia mente; e a prevenire l'accusa, mi rivolsi ad Ortensia.

E già la discolpa venivami per le labbra; ma un sentimento soffocato di giustizia mormorava sordamente contro la mia intenzione; e ne conobbi mio malgrado la codardia--però che io avrei addossato una parte del mio carico ad Augusto. Il quale, s'egli è vero che, tentando di usurpare la mia porzione di merito, aveva in certa guisa provocato questo castigo, non avrebbe tuttavia giustificato giammai la mala fede che me, reo di pari colpa, avesse indotto a farla da giudice.

Però, sdegnando il sotterfugio, mi raccolsi al pentimento; e con tanta sincerità, che quando gli occhi di Ortensia s'incontrarono un'altra volta nei miei, e vi lessi la domanda temuta, non pure mi assoggettai senza lamento alla mia parte di rimprovero, ma col silenzio e col sorriso lo feci tutto mio.

* * * * *

Uscii. La brezza della sera avrebbe rasserenato la tempesta del mio cuore.

E poi che pungevami vaghezza di solitudine e di meditazioni, trassi per un sentiero tortuoso che mettea capo ad una chiesuola romita, ove per lagrime versate dovea più tardi lasciare tanta parte di memorie. Ma allora io non vi andava per piangere--però che io non avessi che diciott'anni, e a quell'età la mestizia non conosca le lagrime più amare--quelle che spreme la colpa. Sibbene io vi andava per rapire alla natura il linguaggio dell'amore, per mormorare col labbro giovanile una preghiera, un inno, in cui si trasfondesse la piena della mia anima irrequieta.

Diciott'anni!--Che son essi mai diciott'anni?... Una fede, un amore. O piuttosto una febbre di vita, in cui si trasforma il fanciullo e nasce l'uomo--un culto da cui si apprendono le prime e spesso seducentissime immagini del dolore. Ma, ahimè! una febbre che non torna, un culto che dura severo, ma non si rinnova più mai.

Io salia lentamente. Contemplava la robusta famiglia di gelsi, e i generosi vigneti che coronavano la collina, i ranuncoli che gettavano i loro fiori dorati a piè del muricciuolo, e la vitalba dalle braccia serpeggianti...

Intanto l'agile libellula, l'aerea danzatrice dalle ali di raso, veniami attorno precedendomi nel cammino.

Il mio cuore quetavasi a quello spettacolo--io ritrovava un palpito, un saluto per ogni cosa.

"Questo è dunque l'amore" pensai poco stante--"riso di natura e di cielo, un'ultima rondine che migra, un'immagine fantastica di donna, e un cuore che batte."

M'arrestai un istante. Il mio pensiero si restituiva con ardore ad Ortensia. Io la vedevo ancora, analizzava il suo sguardo, il suo gesto, le sue parole. Nè da prima v'avea posto mente, ma certo io non poteva andare errato: qualche cosa di segreto si passava nell'anima d'Ortensia.

Che mai? Lo ignoravo. Ma la sua mestizia profonda rivelatasi al primo sguardo, e l'eccessiva sensazione di compianto prodotta in lei dalla vista dell'allodola, mi ritornavano alla mente a torturarmi.

A poco a poco però un altro sentimento più potente sviò il corso dei miei pensieri. E mi raccolsi come per penetrare dentro di me, come per rapire il mio segreto--e mi domandai sbigottito: "amo io davvero Ortensia?"

... L'agile libellula dalle ali di raso veniami intorno precedendomi nel cammino. Dai pampini accarezzati dallo zeffiro, dalle festuche incurvate veniva languidamente un susurro--dai fiorellini del prato un profumo. L'anima mia esalava l'amore.

M'assisi. Dolce e melanconica cosa un tramonto autunnale--e scorgere le prime stelle in cielo, e gli ultimi fiori nella siepe....

"Amo io davvero Ortensia?"

Una pallida margherita, ingenua sibilla d'amore, ridestava codesta idea che da un pezzo martellavami il capo senza frutto.

Strappai dal suo stelo ricurvo il fiore modesto, e interrogai il suo linguaggio. I petali distaccati, e rapiti dalla brezza, parevano inseguirsi alla guisa di selvatiche colombe. L'immagine trassemi a pensare ad Ortensia, a fantasticare viaggi capricciosi per l'etere, a scegliere per comune dimora una nuvola infuocata, e velare e confondere nelle sue trasparenze i nostri amplessi perenni.

E poichè l'una cosa chiamava l'altra, volli sapere se Ortensia mi amasse--ma la margherita erami stata tolta pur essa dal vento; nè io me n'era accorto; però rimpiansi il segreto della mia pace involatomi colle ultime foglie della mia povera sibilla.

Ridiscesi il facile pendio della collina, e così chiuso nei miei pensieri, mi ritrassi nella mia cella.

Non volli vedere alcuno. Augusto venne a picchiare al mio uscio, ma non risposi, e come egli, credendomi a letto, si fu allontanato sulla punta dei piedi, mi svestii in furia, spensi il lume, e mi cacciai sotto le coltri.

* * * * *

... L'agile libellula dalle ali di raso veniami intorno precedendomi nel cammino.

Ed io salia lentamente verso la vetta della collina indorata dagli ultimi raggi del sole moribondo.

Talora io mi arrestava ad udire la nota melanconica d'un grillo solitario, e lo stridulo garrito della gazza bianca che ritornava alla quercia ospitale, e il lamento ripetuto con cui il gufo suole salutare la notte amica. Talora io raccoglieva una campanula azzurra, o divellendo dalle pareti d'un sentiero scavato fra le roccie una manata di musco, scopriva l'ingresso d'un formicajo, o la tana riposta d'un agile ramarro. Tutto attorno a me era lieto e silenzioso; la natura chiudeva gli occhi placidamente ad un sonno non funestato da rimorsi.

Così rapito in muta contemplazione io dimenticava me stesso.

Ad ogni istante mi proponeva di rivolgermi indietro, e di rifare i miei passi verso M**, ma il proposito moriva meco ad ogni volta. Qualche cosa di bizzarro avveniva dentro di me. V'erano come due forze in lotta che dirigevano il mio spirito. Mi lasciai guidare senza resistere per entro una fitta macchia di caprifoglio--nè sapea dire a me stesso che cosa andassi a fare, nè comprendere quale misterioso fascino mi attraesse mio malgrado.

Mossi alcun poco sopra una via scabra, e scorsi a me d'innanzi, non più lungi d'un trar di sasso, un'ombra.

Mi accostai. L'ombra diveniva più oscura man mano che il sole scompariva dietro i monti lontani; ma ad un tempo che io mi avvicinava, i suoi contorni pareanmi più spiccati.

Non so perchè io impiegassi così gran tempo ad arrivare. Ma il mio giubilo fu più grande, quando, presso a quella creatura, riconobbi Ortensia. Un grido di meraviglia morì sulle mie labbra. Ella era lì, presso a me, sola con me, col pensiero forse a me rivolto. Qual mai mortale gustò in terra tanta ambrosia di cielo?

Mi volgeva le spalle. Io mi accostai ancora posando una mano sul cuore agitato, e rattenendo il respiro per non palesarmi. Già io sfiorava col capo incurvato sopra il suo omero i suoi capelli agitati dal vento... E tuttavia non fè motto. Mormorava non so quali parole, ed aveva in mano un fiore sfogliato--una margherita bianca, l'ingenua sibilla d'amore.

All'improvviso, non so se per potenza di desiderio o d'amore, ma certo per forza soprannaturale, mi sentii così in contatto con essa, da confondere l'anima mia colla sua, e sentire i sentimenti suoi, e pensare i suoi pensieri, e vivere della sua vita: un accento soave mormorava nella mia doppia intelligenza una domanda: "amo io davvero Giorgio?"

Più atterrito forse del fenomeno, che giubilante della rivelazione, diedi un grido... Ella si volse spaventata, e le sue labbra si scontrarono colle mie...

* * * * *

E mi ridestai sul mio letto, e tesi le braccia come per stringere qualche cosa che mi appartenesse, e che io non volessi lasciarmi sfuggire... Ahi! la visione era sparita.

Guardai intorno a me, e mi rivolsi smaniante sull'uno e sull'altro fianco. Un raggio di luna illuminava a stento la mia cameretta. Augusto russava in una camera daccanto alla mia.

"Non era dunque che un sogno!" ripetei dolente. "Dormiamo, sogniamo ancora."

E ritentando i fantasmi svaniti, mi ricacciai un'altra volta sotto le coltri.

E. TREVES E C., EDITORI.--MILANO.