Dopo il divorzio

Part 9

Chapter 93,801 wordsPublic domain

— Sì, un frammassone! Sì, di quelli che pregano il demonio; sì, in fede mia, mia nipote sarebbe disposta a prenderselo lo stesso! Siamo tutti in perdizione. Ebbene, Grazia legge i cattivi libri, i giornali indemoniati, e non vuole più confessarsi. Ah, quei libri proibiti! Io perdo il sonno pensandoci. Ebbene, ecco cosa voglio dire; Grazia legge i libri cattivi: Paolo, lo vedete, quello lì, dottor Pededdu, quello lì ha studiato in continente, dove non si crede più in Dio: sta bene, cioè sta male, ma si capisce un poco perchè queste due creature non credano più in Dio. Ma noi che non sappiamo niente di libri, noi che non siamo stati mai in ferrovia — quel cavallo del demonio — perchè non crediamo più in Dio, nel nostro Signore buono che è morto per noi sulla croce? Perchè, domando io, perchè? Ma perchè? Perchè tu, Giovanna Era, vuoi sposarti civilmente con un uomo, mentre hai un altro marito?

Le parole di zia Porredda caddero intorno, sulla testa degli astanti, come pesanti palle di ferro.

Grazia, che sorrideva per le parole della nonna, giocherellando con pezzetti di pane, sollevò il volto, fattosi serio. Paolo, che intrecciava le punte della forchetta col coltello, sorridendo per le parole della madre, fece un atto brusco, e zio Efes Maria, col viso atteggiato a mascherone tragico, guardò acutamente Giovanna.

Giovanna arrossì, ma disse cinicamente:

— Io non ho marito, zia Porredda mia: domandatelo a vostro figlio.

— Io non ho figlio; quello è figlio del diavolo! — disse la donna, arrabbiata.

Ah, quasi quasi pareva che Giovanna desse la responsabilità dei suoi atti a Paolo, perchè questo aveva patrocinato la causa del divorzio!

Allora tutti risero della stizza di zia Porredda, tutti, compresa Minnìa, compresa la servaccia, che entrava portando il formaggio.

Nonostante la sua collera, zia Porredda prese il formaggio e lo passò gentilmente a zia Bachisia.

— Anima mia, — disse costei, tagliando attentamente una fetta di formaggio (e la sua voce era dolente) — voi siete buona come il pane, ma voi state bene a casa vostra, voi siete ricca, avete una casa che sembra una chiesa, avete un marito forte come una torre (eh! eh! raschiò zio Efes Maria), siete circondata da una corona di stelle, eccole; ed ecco perchè voi parlate così! Ah, se voi sapeste cosa è la miseria; e il pensare di dover mendicare, alla vecchiaia! Capite, alla vecchiaia!

— Brava! — disse Paolo. — Datemi un coltello pulito.

— Questo non importa, Bachisia Era! — replicò zia Porredda. — Voi diffidate della divina provvidenza, appunto perchè non credete più in Dio. Cosa ne sapete voi se mendicherete o sarete ricche? Non tornerà Costantino Ledda?

— Mendicherà anche lui! — disse freddamente zia Bachisia.

— Eppoi Dio sa se tornerà! — osservò brutalmente l'avvocato, prendendo il coltello che la serva gli porgeva per la punta.

Si sapeva che Costantino era malato, si diceva anzi fosse tisico.

Per parer commossa, e forse lo era, Giovanna nascondeva il viso fra le mani: due volte disse, eccitata:

— Del resto, se io sposo soltanto civilmente, è perchè... — e si interruppe.

— Ebbene, dillo pure! — esclamò Paolo. — Sposi soltanto civilmente perchè i preti non ti vogliono sposare religiosamente. Essi non capiscono, non arrivano a capire, come non arrivate a capire voi, mamma Porredda! D'altronde, che cosa è il matrimonio? È un vincolo fatto dagli uomini, e che conta soltanto davanti agli uomini. Il matrimonio religioso è nullo...

— È un sacramento! — gridò disperata zia Porredda.

— ... È nullo — proseguiva Paolo — come, del resto, un giorno sarà nullo anche il matrimonio civile. L'uomo e la donna devono unirsi spontaneamente, dividersi quando non vanno d'accordo. L'uomo...

— Ah, tu sei un animale! — gridò zia Porredda, sebbene non fosse quella la prima volta che suo figlio parlasse così. — È il finimondo, questo. Ah, Dio è stanco, ed ha ragione. Egli ci castiga e farà venire il diluvio: già, ho sentito dire che c'è il terremoto.

— Il terremoto c'è sempre stato — osservò zio Efes Maria, che non si sapeva se propendesse dalla parte della moglie o da quella del figlio. Forse intimamente propendeva per la moglie, ma non voleva dimostrarlo per non scapitare nella stima del figlio «letterato».

Paolo tacque, già pentito di quello che aveva detto; voleva troppo bene a sua madre per farla arrabbiare inutilmente.

Giovanna si tolse le mani dal volto e parlò, con dolcezza umile:

— Ecco, quando ci siamo sposati, con _quel disgraziato_, ci siamo sposati soltanto civilmente, e se egli non veniva arrestato, chi sa quando avremmo celebrato il matrimonio religioso. E perciò non eravamo marito e moglie? Nessuno diceva niente, e Dio, che vede le circostanze della vita, non si offendeva...

— Ma vi ha punito! — disse zia Porredda.

— Questo sta a vedersi — strillò zia Bachisia, che cominciava a schizzar fiele. — O per questo o per la morte di Basilio Ledda.

— In tal caso avrebbe castigato soltanto Costantino...

— Ebbene? — disse la strega dagli occhi verdi trionfanti. — Non vuol dire che il castigo di Giovanna mia è finito, se Dio le manda la fortuna di sposarsi ad un giovine che le vuol bene, che le farà dimenticare ogni dolore sofferto?

— E ricco! — osservò zio Efes Maria. E non si sapeva se parlasse sul serio o per sarcasmo.

Giovanna aveva perduto il filo del suo discorso, ma volle concludere lo stesso, con voce dolce ed umile:

— Ah, zia Porredda mia! voi non sapete! Dio vede i cuori: Egli mi perdonerà, se vivrò in peccato mortale, perchè la colpa non sarà mia. Io vorrei ben sposare religiosamente, ma non si può.

— Perchè sei già sposata ad un altro, figlia del diavolo!

— Ma se questo è come morto, ditemi voi? Se questo non può aiutarmi a vivere! Se gli uomini della giustizia, che sono istruiti e sentono le necessità della vita, sciolgono il matrimonio civile, perchè gli uomini di Dio non potrebbero sciogliere il matrimonio religioso? Possibile che non la capiscano? Anche quel prete Elias Portolu che è da noi, che è tanto buono, voi lo conoscete, — che parla come un santo e non s'arrabbia mai, ebbene anche lui dice: _no, no, no!_ Il matrimonio deve essere soltanto sciolto dalla morte! — E andate a farvi benedire, allora, se non comprendete la ragione! Vivere bisogna, sì o no? E quando non si può vivere, quando si è poveri come Giobbe? Quando non si ha lavoro, non si ha nulla, nulla, nulla? Ma ditemi voi, zia Porredda, e se in me fosse stata un'altra donna? E se non ci fosse stato il divorzio? Ebbene, che sarebbe accaduto? Il peccato mortale; sì, allora sarebbe accaduto il peccato mortale!

— Il peccato mortale! E poi la miseria, nella vecchiaia — ripetè zia Bachisia.

La serva portò la frutta: uva passa nera e lucente, pere raggrinzite gialle come foglie d'autunno.

La vecchia padrona porse il cestino delle frutta alla vecchia ospite, e la guardò con indicibile sguardo di compassione. Ecco, tutta la sua collera, il suo sdegno, il suo disprezzo cadevano davanti alla vile debolezza di quelle due donne. Disse mentalmente: — San Francesco bello, perdonatele perchè sono ignoranti, perchè sono selvatiche e vili.

Poi disse con voce raddolcita:

— Siamo vecchie, Bachisia Era: ed anche tu diventerai vecchia, Giovanna Era. E ditemi una cosa, ora. Cosa c'è dopo la vecchiaia?

— La morte.

— La morte. Sicuro, c'è la morte. E dopo la morte cosa c'è?

— L'eternità — disse Paolo, ridendo piano, piano, mentre mangiava l'uva passa come un bimbo goloso, accostandosi il grappolo alla bocca e strappando gli acini coi piccoli denti.

— L'eternità. Sicuro, c'è l'eternità. Perchè te ne vai Minnìa? resta lì... (Ma la ragazza, annoiata, andò via). Cosa dici tu, Giovanna Era, c'è o no l'eternità? Bachisia Era, c'è o no?

— C'è — risposero le ospiti.

— C'è, ma voi intanto non pensate all'eternità.

— È inutile pensarci... — disse Paolo, alzandosi e pulendosi la bocca col tovagliuolo. Egli doveva andarsene; s'era indugiato troppo per quelle due donne che, dopo tutto, lo interessavano soltanto perchè dovevano ancora pagarlo.

— C'è gente che mi aspetta nello studio, c'è gente. Ci rivedremo; voi non partirete.

— Domani mattina all'alba...

— Macchè! Voi resterete... — diss'egli con voce indifferente, indossando il suo immenso soprabito: e quando egli ebbe indossato il soprabito, zia Bachisia lo fissò coi suoi occhietti verdi e pensò che il piccolo dottore, con quel paludamento, pareva una _magìa_, cioè una di quelle figurine ridicole eppur terribili che le maliarde fabbricano a scopo di magìa.

Egli andò via, e dopo di lui uscì dalla camera anche la signorina Grazia, che non aveva mai parlato durante la cena, e zio Efes Maria si accomodò di traverso sulla sedia, accavalcò le gambe e cominciò a leggere la «Nuova Sardegna».

In cucina s'udirono le ragazze ridere forte: e fra le tre donne, che mangiavano tre pere, regnò un grave silenzio. Qualche cosa pesava su di loro; sì, anche su zia Porredda che con la sua intuizione primitiva sentiva che l'anima delle selvatiche ospiti e l'anima dei suoi civili discendenti era ammorbata dallo stesso male.

X.

L'indomani all'alba, come in un altro giorno lontano, Giovanna fu la prima a svegliarsi, mentre zia Bachisia, che ogni notte, come tutte le vecchie, tardava ad assopirsi, dormiva ancora un sonno leggero e respirava forte.

L'alba invernale, fredda ma nitida, biancheggiava dietro i vetri appannati. Giovanna, che la sera prima s'era addormentata alquanto triste, più seccata che commossa per le osservazioni di zia Porredda, guardò verso i vetri e si sentì allegra indovinando una bella giornata e quindi un buon viaggio.

Sì, la sera prima ella s'era addormentata un po' triste pensando a Costantino, all'eternità, al suo bambino morto, a tante altre cose melanconiche.

— Il mio cuore non è cattivo — ella pensava — e Dio vede il cuore, e giudica più le intenzioni che le azioni. Io ho pensato a tutto, a tutto. Io ho voluto bene a Costantino ed ho pianto finchè ho avuto lagrime. Ora non ne ho più; ora io penso che egli non tornerà mai più, o tornerà quando saremo vecchi, e non posso piangere più. Che colpa ne ho io se non posso piangere più, pensando a lui? D'altronde penso che io sono una creatura di carne e d'ossa, come tutte le altre, che sono povera, soggetta alle tentazioni ed al peccato. E per sfuggire le une e l'altro prendo il posto che Dio mi assegna. Sì, zia Porredda mia, io penso all'eternità, ed è per salvarmi l'anima che io faccio ciò che faccio... No, io non sono cattiva; il mio cuore non è cattivo.

Quasi quasi pensava che il suo cuore era buono e generoso, o almeno, se precisamente non pensava così nella profondità sincera della coscienza — in quella profondità che non mentisce mai — e dalla quale sgorgava quel senso di tristezza che la avvolgeva, — lo pensava con la mente calcolatrice. Così, confortata, si addormentò.

Ora l'alba nitida batteva ai vetri della camera ospitale le grandi ali diafane, fredde e pure come il ghiaccio, e Giovanna pensò al sole e si rallegrò.

Anche la vecchia si svegliò e guardò subito i vetri.

— Ah, farà una bella giornata! — disse soddisfatta.

Si alzarono. Zia Porredda era già in cucina; cortese e premurosa servì il caffè alle ospiti, e le aiutò a sellare e caricare il cavallo. Pareva non ricordasse affatto il discorso della sera prima, ma appena le due donne furono uscite, fece in aria un piccolo segno di croce, sembrandole che con loro fosse andato via il peccato mortale.

— Alla buon'ora. Buon viaggio, e il Signore vi aiuti — pensò zia Porredda, chiudendo il portone.

Nel silenzio cristallino dell'ora i galli cantavano con rauchi gorgheggi, vicini, lontani, più lontani ancora, e la piccola città dormiva sotto il cielo di vetro azzurro.

Questa volta le Era viaggiavano sole; dovevano scender la valle, percorrerne il fondo, risalirla e poi salire le montagne grigie all'alba, i cui picchi coperti di neve, d'un bianco metallico, si disegnavano crudamente sull'orizzonte.

Faceva freddo; non spirava vento, ma l'aria era tagliente, e un silenzio indescrivibile regnava nella grande valle selvaggia, accresciuto, anzichè rotto, dalla voce monotona di qualche torrente. L'erba invernale, corta e d'un verde intenso, incipriata di brina, copriva le chine di qua e di là dai sottili sentieri bruni; il musco umido odorava sulle roccie, e le macchie verdi stillavano brina: una freschezza selvaggia ringiovaniva la valle; ma i radi alberi contorti e brulli sorgevano, a grandi intervalli, come eremiti nudi, espostisi per penitenza al freddo e alla luce dell'aurora. Nei seminati la terra era nera, umida; e la linea delle muriccie, lunga, infinita, coperta di musco, saliva e scendeva serpeggiante: guardata dall'alto sembrava un enorme verme verde. Cammina, cammina, le due donne, con le mani, il volto e i piedi gelati, attraversarono il torrente in un guado ove l'acqua passava larga, bassa e silenziosa, risalirono la valle e cominciarono a salir le montagne. Il sole era spuntato, vivido ma freddo, e le montagne della costa sorgevano azzurre sul cielo d'oro: il vento, ora, passava fra le basse macchie, recando un odore di roccie umide.

Le due donne viaggiavano silenziose, assorte: in un avvallamento ombreggiato dalle chine sovrastanti, candide di brina, incontrarono un uomo di Bitti che viaggiava a piedi; si salutarono, sebbene sconosciuti, e passarono oltre.

A mano a mano che salivano, il sole s'avvivava e le riscaldava: esse pensavano alla mèta che s'avvicinava, alle robe che tenevano entro la bisaccia, alle cose che dovevano fare appena arrivate al paese. Zia Bachisia pensava a zia Martina e alla soddisfazione che la vecchia avara proverebbe vedendo il corredo di Giovanna: e Giovanna pensava a Brontu ed alle cose curiose che egli diceva quando era ubriaco; ma entrambe, quando videro la chiesa di San Francesco, bianca al sole, adagiata a mezza china, fra le macchie lucenti, pensarono a Costantino e dissero un'Ave-Maria per lui. Arrivarono poco dopo mezzogiorno. Ad Orlei, nella cerchia dei campi umidi, sotto l'alito gelato delle grandi sfingi con le cime fasciate da bende di neve, il freddo era più intenso che a Nuoro, e il sole riusciva appena a riscaldare l'erba dei viottoli melanconici. I tetti erano rugginosi, ed alcuni coperti di gramigne; i muri neri di umido, gli alberi nudi, resi rossastri dal freddo; qualche spira di fumo livido saliva sul cielo chiaro, d'una solitudine infinita. Come sempre, il paesello taceva e sembrava deserto, abbandonato; sui muri apriva le sue piccole coppe di carne verde l'_ombelico di Venere_, le lucertoline screziate prendevano il sole, le lumache e gli scarafaggi lucenti salivano di pietra in pietra.

Zia Martina filava sotto il portico, ove penetrava il sole, e vedendo tornare le sue vicine fu assalita dalla smania di sapere ciò che esse recavano entro la bisaccia, ma non si mosse e rispose contegnosa al loro saluto.

Verso sera rientrò Brontu, che ogni tre giorni visitava la fidanzata, e la madre volle accompagnarlo, curiosa di sapere ciò che le Era avevano portato da Nuoro.

Un magro fuoco di legno di ginepro ardeva sul focolare di zia Bachisia, proiettando lunghi sprazzi di penombra rossastra sul pavimento e le pareti terrose della cucina. Giovanna voleva accendere la candela, ma i Dejas glielo impedirono: zia Martina per istinto, Brontu perchè così nella penombra poteva meglio guardare la fidanzata.

Era mirabile il contegno di Giovanna davanti alla futura suocera ed a Brontu; ella diventava dolce dolce, la sua voce pareva quella d'una bimba, pur pronunziando parole savie e profonde; lo sguardo si velava, le lunghe ciglia s'abbassavano; ella sembrava una fanciulla di quindici anni, innocente e buona; e tutto ciò succedeva, non per voluta finzione, ma per istinto. Brontu ne era pazzamente innamorato, tanto che ora, quando s'ubriacava, correva da lei, s'inginocchiava, e cantava certe preghiere puerili imparate nella sua infanzia. Poi piangeva perchè si accorgeva di essere ubriaco, e giurava che non avrebbe bevuto mai più, mai più.

Quella sera, però, era perfettamente _sano_, e parlava tranquillo, avvolgendo Giovanna con un continuo sguardo appassionato. Sorrideva, e i suoi denti splendevano al riflesso del fuoco.

Zia Bachisia cominciò a raccontare le avventure del viaggio; parlò del paletò dell'avvocato, delle ali che usavano le signore, della cucina dei Porru, dell'uomo sconosciuto incontrato per istrada, ma non toccò la discussione avuta con zia Porredda, nè parlò delle compre fatte, sebbene indovinasse la smania e la curiosità di zia Martina, e ardesse anch'essa dal desiderio di mostrare le belle cose acquistate.

— E tu cosa dici, Giovanna? — chiese Brontu, frugando il fuoco col suo bastone. — Sei pensierosa stassera: che hai?

— Sono stanca — ella rispose; e improvvisamente chiese notizie di Giacobbe Dejas.

— Quel matto? Mi tormenta di continuo. In verità, finirò col dargli una pedata. Già egli non ha più bisogno di fare il servo.

— Io non so — disse zia Bachisia — prima era un uomo tanto allegro; ora ha casa, bestiame, e dicono che stia per prender moglie anche lui, ma è d'un umore!... Voi sapete che voleva bastonarci.

— Qui non è più tornato?

— Mai più.

— E neppure Isidoro Pane — disse Giovanna con voce monotona.

— Mi pareva averlo veduto ieri passare di qui... — osservò zia Martina. Giovanna sollevò vivamente la testa, ma non disse niente, mentre Brontu esclamava ridendo:

— Voi non avete bisogno delle sue sanguisughe...

— Ebbene — chiese zia Martina, dopo un breve silenzio — non mi avete recato alcun regalo da Nuoro? Lo fate ben sospirare! — Le due donne, che infatti le avevano portato un grembiale, finsero sorpresa e mortificazione.

— Ah, davvero, non ci siamo ricordate... Ah, davvero!...

Zia Bachisia rise, con uno strillo da falco, ma tosto ridiventò seria vedendo che Giovanna non usciva dalla sua melanconia.

— No, non ci siamo ricordate. Ma Giovanna vi farà vedere qualche cosa che abbiamo comprato...

Giovanna si alzò, accese la candela e andò nella camera attigua. Brontu la seguì con gli occhi ardenti, zia Martina capì che ella andava a prendere il regalo. Passarono varii minuti e Giovanna non tornava.

— Che fa di là? — chiese Brontu.

— Chi lo sa?

Passò un altro minuto.

— Io vado a vedere — egli disse alzandosi e avviandosi.

— No, no, che fai? — disse zia Bachisia, ma così debolmente che zia Martina si scandolezzò e richiamò il figlio con degli energici:

— Zsss... Zsss...

Ma egli andò oltre, in punta di piedi. Giovanna, ritta davanti al cassetto aperto, rileggeva una lettera che, rientrando dal viaggio, madre e figlia avevano trovato sotto la porta, introdotta nella fessura durante la loro assenza. Era una lettera straziante di Costantino: coi suoi rozzi e semplici caratteri, egli supplicava Giovanna per l'ultima volta di non fare ciò che ella stava per fare. Le ricordava i giorni lontani del loro amore, le prometteva il ritorno, le giurava la sua innocenza. «Se non vuoi aver pietà di me — concludeva — abbi pietà di te stessa, dell'anima tua; pensa al peccato mortale, pensa all'eternità».

Ah, le stesse parole di zia Porredda, le stesse, le stesse! La lettera doveva averla introdotta zio Isidoro, giacchè Giovanna, da lungo tempo non riceveva più direttamente notizie del condannato. Le lagrime le velavano gli occhi: e chi sa? forse ella si commuoveva più al ricordo del passato che al pensiero dell'eterno avvenire. Ad un tratto sentì l'uscio girare lievemente ed una persona entrare furtiva; si chinò rapida, fingendo frugare entro il cassetto, con le mani tremanti e gli occhi velati.

Brontu le fu dietro, a braccia aperte, la cinse per le spalle, ed ella finse spaventarsi e si scosse.

— Che fai, che fai? — egli chiese con voce sommessa, commossa.

— Ah, cerco... cerco... il grembiale per tua madre. Non so dove l'abbia messo! Lasciami! Lasciami! — ella disse, cercando di liberarsi dalle braccia di Brontu; ma volgendosi vide i denti di lui splendere fra le labbra sorridenti, rosse e lucide come ciliege; e subito sentì la mano di lui dietro la testa, e quelle labbra rosse, lucide e ardenti come il fuoco, toccarono le sue.

— Ah, noi non pensiamo all'eternità... — disse con voce ansante, appena egli l'ebbe baciata.

Ma poco dopo, ritornati in cucina, ella cominciò a ridere con un riso fresco e puro di giovinetta, mentre Brontu la guardava con l'aria speciale che egli prendeva quando era ubriaco.

L'inverno passò. Gli amici di Costantino non cessarono un momento di intrigare e lottare perchè il maledetto matrimonio non si avverasse. Invano. In quell'occasione i Dejas e le Era sembravano gente fatata; erano invulnerabili, non si lasciavano scuotere nè da preghiere, nè da minaccie, nè da pettegolezzi.

Il sindaco, anche il sindaco, un pastore che rassomigliava a Napoleone I, pallido e fiero, era contrario a quel matrimonio del diavolo; e quando Giovanna e Brontu andarono in gran segretezza a richieder le pubblicazioni, egli li trattò con freddo disprezzo, sputando per terra ogni due secondi. La gente minacciava scandali. Finchè s'era trattato del divorzio, la gente s'era meravigliata, ma non scossa; finchè s'era parlato dell'amoreggiamento di Brontu e Giovanna, la gente aveva mormorato, ma, in fondo, s'era compiaciuta di aver uno scandalo sul quale intrattenersi; finchè s'era trattato d'un matrimonio che sembrava impossibile, la gente aveva riso, ma aveva sperato che Brontu si burlasse delle Era; ed ora, ora la gente non avrebbe forse detto più nulla nè avrebbe più riso se Brontu e Giovanna si fossero uniti così, in peccato mortale (non sarebbe stato nè il primo nè l'ultimo caso; e Giovanna poteva scusarsi, data la sua gioventù e la sua povertà), ma sposarsi, una donna che aveva già marito, sposarsi! questo la gente non poteva sopportarlo. Che volete? La gente è fatta così. Eppoi era una cosa orribile, un peccato, uno scandalo inaudito. Si temeva che Dio castigasse tutto il paese per la colpa di quei due; e qualcuno minacciava di fare scandalo, di gittar pietre, di fischiare, di bastonare gli sposi il giorno delle nozze. Ed essi lo sapevano: Brontu si arrabbiava, zia Bachisia diceva «Lasciate fare a me» e zia Malthina sollevava la testa come un puledro che sente l'odor della polvere da sparo. Ah, lei voleva combattere e vincere; lei si sentiva invecchiare, era stanca di lavorare e voleva in casa una serva gratis. Giovanna le piaceva, e Brontu doveva prenderla. E che la gente schiantasse d'invidia.

La sera del giorno in cui furono fatte le pubblicazioni, zio Isidoro Pane lavorava nella sua catapecchia, alla luce vivissima e purpurea d'un gran fuoco. Almeno un gran fuoco zio Isidoro poteva permettersi, giacchè le legna le portava egli stesso dai campi, dalle rive del fiume, dal bosco. Durante l'inverno egli intesseva corde di pelo di cavallo: sapeva far di tutto, cuciva, filava, cucinava (quando aveva di che), rattoppava le scarpe: eppure non usciva mai di miseria.

Ad un tratto s'aprì la porta, nel cui vano apparve un lembo di notte marzolina, chiara ma velata, e Giacobbe Dejas venne a sedersi silenzioso accanto al fuoco.

La cucina del pescatore pareva un quadretto fiammingo dalle figure nitide nella luce rossa che profilava gli oggetti lasciando neri gli sfondi: e in quegli sfondi neri si scorgeva una tela di ragno, cinerea, col ragno nel mezzo; nell'angolo del focolare un'ampolla di vetro colma d'acqua fino al collo, con le sanguisughe nere nuotanti; un cestino giallo appeso al muro, e poi le figure dei due uomini addolorati e la corda di pelo nero sfrangiata fra le dita scarne e rossastre del vecchio pescatore.

— Ed ora come si fa? — chiese Giacobbe.

— Come si fa? Come si fa? — ripetè l'altro. — Io non lo so.