Dopo il divorzio

Part 7

Chapter 73,658 wordsPublic domain

— E va bene! — concludeva, approvandosi da sè. A furia di far promesse finiva col credere di doverle mantenere.

— Domani! Magari fosse! Sarebbe un bene per tutti.

— Bene o male! — rispose Costantino.

— D'altronde, — proseguì l'altro, — quando io sarò fuori tu forse non avrai più bisogno di me.

Tosto si pentì di quelle parole, ma vide Costantino scuotere il capo dubbioso, pensò: — forse egli crede che io alluda alla grazia, — e lo guardò con sincera compassione.

— Ma tu sei innocente, tu sei veramente innocente? — gli chiese. — Oramai puoi dirmi tutto, amico caro. Ricordati che quando te lo chiesi la prima volta tu mi dicesti: ch'io non possa riveder mio figlio se sono colpevole!

— Questo è vero! Ed ora lei vuol dire che forse non rivedrò mio figlio? Sia fatta la volontà di Dio, ma io sono innocente.

Il _re di picche_ si volse nuovamente verso il muro, sputò ancora.

— Abbi pazienza, mio caro, abbi pazienza. Abbi pazienza, — disse a Costantino. E la sua voce era calda e sincera.

Il _re di picche_ si credeva uomo superiore, e aveva una grande stima di sè stesso perchè stimava le persone oneste: per tale ragione aveva preso ad amare a modo suo Costantino, conoscendolo tanto buono, dall'anima semplice, fatta d'un metallo così puro che neppure la grande corruzione del penitenziario poteva intaccarla.

Orbene, l'ex-maresciallo si permetteva di leggere le lettere che gli pervenivano per il condannato. Ultimamente gliene era arrivata una, anonima, scritta malissimo, con certi grandi caratteri che sembravano insetti e piccoli mostri. Ma quegli insetti velenosi e quei piccoli mostri incutevano terrore; dicevano che Giovanna, la moglie del condannato, si lasciava corteggiare da Brontu Dejas, e che zia Bachisia voleva fare un viaggio a Nuoro per proporre ad un avvocato la causa di divorzio di sua figlia.

L'ex-maresciallo s'arrabbiò come un cane, e il suo amico Delegato, che lavorava intorno alla sua grande opera, l'udì mugolare gonfiando enormemente le guancie giallognole.

— Essi sono stupidi. Stupidi! Sardi asini! — pensava il _re di picche_. — Perchè glielo scrivono? Che può far egli se non battere la testa contro il muro?

Non consegnò la lettera, ed ogni volta che vedeva il condannato lo guardava con profonda compassione, felice, per conto suo, di sentirsi così buono.

Il bambino morì tre giorni dopo, e Costantino ne ricevette direttamente la notizia. Pianse in silenzio, nascondendosi, e davanti ai compagni di lavoro e di sventura volle mostrarsi forte. Arnolfo Bellini, quello che aveva l'amante ammalata, saputa la disgrazia del condannato sardo, cominciò a piangere in modo strano, con certi strilli da gallina; e il suo visetto grigio di bambino vecchio era così ridicolo nel pianto, che l'abruzzese, quello che litigava sempre col fratello, si mise a ridere. Un altro condannato punse con la lesina la coscia dell'abruzzese. Costui cessò di ridere e trasalì, disse — ahi! — e non protestò.

Costantino guardò meravigliato il Bellini, scosse il capo, si mise a lavorare. Tutti tacquero, e il settentrionale si calmò perfettamente. Sotto la volta bassa biancheggiava una luce cruda, proveniente dal cortile ombreggiato: il caldo intenso traeva un acuto odore dal cuoio, dalle mani sudate e dai piedi dei condannati.

Questi condannati erano tredici, continuamente sorvegliati da un guardiano alto, dai baffi rossi, che non parlava mai. Per la divisa, per i capelli ed il viso raso, per la stessa espressione un po' attonita del volto, i condannati si rassomigliavano, parevano fratelli o almeno parenti; eppure mai come in quel giorno Costantino si era sentito più estraneo, più lontano dai suoi compagni di pena.

Egli cuciva, cuciva, curvo, con una scarpa fra le gambe, sul grembiale di cuoio. Di tanto in tanto guardava attentamente la scarpa, poi tornava a cucire, tirando lo spago con ambe le mani, quasi rabbiosamente. Ah, sì, bisognava lavorare, ora che il bambino era morto. Aveva egli amato molto il bambino? Non sapeva; forse non molto. L'aveva veduto una volta sola a Nuoro, attraverso la rete metallica della stanza dei colloqui, in braccio a Giovanna piangente. Il bambino aveva un visetto rosso, un po' scabroso come certe albicocche mature, e gli occhietti lucenti e violacei come due acini d'uva, velati dalla frangia dello scuffiotto. Durante il colloquio aveva pianto e strillato, pauroso dei guardiani immobili e rigidi, e di quella rete metallica alla quale si aggrappavano le sue manine rosee convulse.

Costantino non serbava altro ricordo del figliuolino. Gli anni erano passati, ed egli se lo immaginava sempre piangente, rosso, con gli occhietti violacei nascosti dalla frangia dello scuffiotto rosso. Ma aveva sempre pensato all'avvenire, quando Malthineddu sarebbe stato grande e avrebbe saputo condurre il carro, montare a cavallo, seminare, mietere; conforto ed aiuto della madre sua. Ah! egli, il condannato, sperava sempre di tornar presto al suo paese; ma se qualche volta sentiva che questa speranza era vana, pensava tosto a suo figlio. E lo amava per amor di Giovanna più che per quell'affetto egoista che nasce dall'abitudine e dalla vicinanza.

Ora il bimbo era morto. Il sogno morto. Sia fatta la volontà del Signore. Ma Costantino soffriva profondamente pensando al dolore di sua moglie.

Il _re di picche_, quando quel giorno rivide il suo caro compatriota, all'ombra calda del muro, s'avvide subito che Costantino soffriva più per sua moglie che per la morte del bimbo. Ma, strano conforto, cominciò a dirgli con ironia:

— Ebbene, mio caro, tu sei pazzo a desolarti così. Pensa a te, pensa che se il Signore, come tu dici, ha richiamato a sè l'anima innocente, lo ha fatto forse per il suo bene.

— Perchè? — chiese Costantino, col capo curvo, le braccia penzoloni e le mani aperte. — Perchè era povero?

Quel giorno il _re di picche_ voleva filosofare e disse che la povertà non era un male, tutt'altro, forse anzi un bene, anzi un bene addirittura.

— Ci sono altri mali, caro amico. Pensa a te; tua moglie si conforterà.

— Ah già, essa ha il sole! — disse Costantino, chiudendo le mani. — Questo sole che scotta! Ah, che se ne farà essa del sole, ora?

— Pof! Pof! Pof! — canterellò l'altro, gonfiando tre volte le guancie grasse e giallognole; poi si distrasse, si guardò bene bene l'unghia del dito mignolo destro, e infine disse a voce alta:

— Dimmi tu, caro amico, e se tua moglie prendesse un altro marito?

Costantino non comprese bene, tuttavia le sue braccia s'irrigidirono.

— Ella farebbe bene a non dirmi queste cose, oggi — disse con voce accorata.

— Pof! Pof! Pof! — ricantò e rigonfiò l'ex-maresciallo.

Breve silenzio. Poi:

— Ecco, caro compatriota, tu non mi hai capito bene. Tua moglie è onesta, non ne dubito. Ma io dico: se riprendesse marito davvero? Tu non capisci ancora? Questo cristiano è d'una semplicità sorprendente! Parola d'onore, tu sembri un uomo libero, tanto sei ancora innocente. Possibile, — gridò poi, — che tu non sappia che ora c'è il divorzio? Una donna che ha il marito condannato a più di dieci anni di pena può fare divorzio e sposarsi con un altro uomo.

Costantino sollevò il capo; i suoi occhi infossati s'aprirono rotondi, grandi; ma subito tornarono a socchiudersi.

— Giovanna non lo farà, — disse.

Un altro breve silenzio.

— Giovanna non lo farà! — ripetè fra sè il condannato; ma intanto sentì una cosa strana, come se un freddo coltello gli tagliasse il cuore in due parti. Ed una di queste parti sentiva un dolore atroce e l'altra urlava: — Non lo farà! — Entrambe le parti, poi, s'erano completamente dimenticate del bambino morto.

— Non lo farà! — urlava sempre una parte del cuore. L'altra si lasciò convincere; si riunì all'altra e insieme tornarono a ricordare il precedente dolore.

— Ecco, — diceva il _re di picche_, — credo anch'io che non lo farà. Ma dimmi una cosa, carissimo amico, ora che il figlio è morto, ora che la madre non ha più speranza nè in lui nè in te, non farebbe bene a far quella cosa? Ecco, io dico che sarebbe stupida se le si presentasse l'occasione e non la facesse.

— Brontu Dejas! — pensò Costantino, ma ripetè: — No, non lo farà.

— Ma tu sei un cretino, mio caro. E se ella lo facesse non sarebbe giusto?

— Ma io tornerò.

— Cosa ne sa lei?

— Ma io glielo scrivo sempre, glielo scriverò sempre.

Il _re di picche_ ebbe voglia di ridere, ma s'arrabbiò contro sè stesso per questa sua voglia, e rimase pensoso; poi disse, come rispondendo ad una sua intima domanda:

— È una sciocchezza.

— Sì! — rispose pronto Costantino. Ma intanto pensava a Brontu Dejas, alla sua casa col portico, alle sue _tancas_ e alle sue greggie, alla miseria di Giovanna; ed ahimè, entrambe le parti del suo cuore, ora, sentivano il dolore della ferita.

La notte stessa egli scrisse a Giovanna, confortandola, ripetendole che egli sperava sempre nella misericordia divina. «Forse Dio — scriveva egli, col suo buon senso, — ha voluto provarci ancora, togliendoci il frutto che noi avevamo concepito nel peccato. Sia fatta la sua volontà. Ma ora un presentimento mi dice che si avvicina l'ora della mia liberazione».

Poi meditò lungamente, chiedendosi se doveva scrivere di _quella cosa_ orribile accennata dall'ex-maresciallo. Ma no. Egli si credeva abbastanza furbo per non accennarla neppure; Giovanna doveva ritenere che egli ignorasse persino l'esistenza di quella legge infernale.

Dopo averle scritto fu più tranquillo; ma un piccolo tarlo inesorabile cominciò a rodere e stridere nel suo cervello, e dopo quel giorno il _re di picche_ con pietà crudele non cessò di instillargli nel sangue il terribile veleno.

— Bisogna che si abitui, — pensava l'ex-maresciallo, — altrimenti quest'anima semplice muore di crepacuore.

Qualche volta pensava che forse era meglio lasciarlo morire, poi ricordava d'avergli promesso la grazia, e sembrandogli di poter arrivare ad ottenergliela, tornava a tormentarlo per impedirgli di morire allorquando Giovanna avrebbe chiesto il divorzio. Era certo che ella pensava già a ciò, e si stizziva quando Costantino parlava amorosamente di lei.

— Caro, carissimo, — gli disse sbuffando, un giorno d'ottobre. — Tu non conosci le donne. Anfore vuote, ecco, null'altro che anfore. Una volta io sono stato fidanzato. Ti pare impossibile? Sì, pare impossibile anche a me, guarda! E poi? Ecco tutto, ella mi tradiva già, ancora prima di sposarla. Ecco tutto. Tu mi fai stizzire, del resto: ora tua moglie trovasi in un caso diverso, è povera, è giovine, ha del sangue nelle vene. Ha sì o no del sangue nelle vene? Se questo Dejas la vuol sposare, ella è un'oca a non prenderselo.

— Chi, Dejas? Chi le ha detto?... — domandò Costantino maravigliato.

— Oh, non me lo hai detto tu?

A Costantino pareva di non averne parlato mai. Ma aveva le idee tanto confuse, da qualche tempo in qua! Oh Dio buono, o San Costantino bello! Come aveva fatto a parlare di colui?

— Ebbene sì, — proruppe, — ho paura. Egli le ha fatto la corte, la voleva in isposa. Ah, è un ubbriacone, scipito come il fango. No, essa non farà mai quella cosa orribile. Parliamo d'altro, per carità.

E parlarono d'altro, sempre in dialetto sardo per non farsi capire dagli altri condannati; parlarono dello studente tisico che andava sempre più avvicinandosi alle porte dell'altro mondo, di Arnolfo Bellini che piangeva stupidamente ogni volta che vedeva lo studente, del Delegato che passeggiava intorno alla fontana, della gazza che dimagriva e perdeva le piume per vecchiaia.

Pettegolezzi, odii, rancori, amori, vigliaccherie, scherzi, stringevano, univano, spingevano i condannati, fra loro, coi guardiani, coi superiori. Costantino rimaneva insensibile a tutto. Egli, lo studente e il Delegato, parevano vivere in disparte da tutti gli altri, avvicinandosi soltanto all'ex-maresciallo, che era il pernio di quasi tutti gli avvenimenti segreti del penitenziario, e che rimaneva superiore a tutti, indispensabile a tutti.

Molti invidiavano la famigliarità che egli concedeva a Costantino, e pregavano costui d'interporsi presso il _re di picche_ per certi favori. Il condannato alzava le spalle. Alcuni gli offersero denaro, ed egli fu tentato di prenderlo, vinto dalla smania angosciosa di sovvenir Giovanna il più che potesse: non pensava ad altro.

Il _re di picche_, con le sue continue insinuazioni, pungenti come spilli, gli diventava sempre più odioso: un giorno litigarono sul serio, e per qualche tempo non si scambiarono il saluto. Ma Costantino si sentiva soffocare; gli pareva di essere in cella, diviso per sempre dal mondo esteriore: e fu il primo ad umiliarsi, chiedendo pace.

L'autunno s'inoltrava; l'aria s'era rinfrescata, il cielo sembrava di velluto azzurro, tenero, lontano, dolce come un sogno. Qualche giorno il vento recava un profumo di frutta mature.

Costantino si sentiva meno oppresso, ma pieno di melanconia; cominciava a diventar anemico perchè si privava di tutto per mandare i denari a Giovanna, e mentre tutti gli altri condannati ricevevano denari, chi più chi meno, egli soltanto si privava anche dei soldi che guadagnava.

— Io non capisco, — diceva l'ex-maresciallo, — tu diventi rosso e pare che ringiovanisca; ma sei trasparente, mio caro.

Talvolta Costantino si sentiva ardere il viso e il sangue tuonargli entro il capo: poi cadeva in prostrazione e soffriva la nostalgia come neppure il primo anno l'aveva sofferta. Vedeva il grande altipiano addormentato nella quiete autunnale, giallo sotto il cielo chiaro; e le montagne battute dal tiepido sole; e sentiva la fragranza delle poche frutta e delle vigne che tardavano a maturare in quel paese di pastori e di api. Vedeva le volpi, le lepri, gli alveari, gli uccelli selvatici, i cavalli, le siepi coperte di more, tutte le cose che avevano interessato e riempito la sua infanzia infelice, ribelle, eppure rallegrata da gioie selvaggie. Ricordando lo zio, il vecchio avoltoio crudele, che l'aveva tormentato in vita, ed anche dopo morte lo tormentava così, sentiva un impeto d'odio contro il morto; poi pensava: — ora non esiste più nulla! — e si pentiva e pregava per l'anima sua.

Altri non odiava; nessuno, nessuno: neppure il vero assassino, neppure Brontu Dejas, al quale del resto non aveva ancor nulla da rimproverare; neppure il _re di picche_ che lo martoriava continuamente. Non aveva forza di odiare. Sentiva una dolcezza triste nel sangue, come uno che sta per addormentarsi, e da questa dolcezza triste e snervata sorgeva solo un sentimento d'amore, tenero, dolce, vellutato, melanconico come il cielo d'autunno. E quel sentimento era tutto per lei, era lei. Egli pensava sempre a lei, sempre a lei, sempre a lei.

Più il tempo passava, più egli sentiva di amarla: essa era la patria lontana, la famiglia, la libertà, la vita: tutto, tutto era in lei; la speranza, la fede, la forza, la serenità, la gioia di vivere. Era l'anima sua.

Quando il crudele _re di picche_ gli minacciava _quella cosa_ orrenda, lo minacciava di morte. Pur di non perder Giovanna egli sarebbe rimasto volentieri quarant'anni in reclusione; e nello stesso tempo anelava la libertà appunto per non perder Giovanna.

Quell'inverno soffrì assai il freddo; aveva il volto livido, le unghie livide: nelle ore di aria si metteva al sole e batteva i denti come un vecchierello. Voleva confessarsi spesso, e diceva al giovine cappellano tutte le inquietudini che provava.

— Chi vi ha messo in testa queste idee, caro figliuolo? — chiese il confessore; e gli occhi neri lampeggiavano.

— Un mio compatriota, l'ex-maresciallo Burrai, il _re di picche_ infine.

— _Che Dio te strabenediss..._ — mormorò il cappellano, facendosi pensieroso. Egli conosceva bene il _re di picche_!

Cercò di confortare il condannato, poi gli chiese se e cosa Giovanna gli scriveva. Ahimè, essa ora scriveva raramente, poche righe. Dopo la morte del bimbo pareva non avesse più nulla da dire. Ultimamente aveva scritto che al paese faceva gran freddo: la neve era caduta due volte e l'ultima volta un uomo era morto assiderato attraversando le montagne. Inoltre, aggiungeva Giovanna, una grande carestia opprimeva il paese.

Tutto ciò dava a Costantino un'angoscia insopportabile. Spesso sognava d'esser condotto a Nuoro e liberato: di là s'avviava a piedi al suo paese; egli aveva freddo, non poteva andar oltre, moriva, moriva... E si svegliava gelato, col cuore oppresso da un'angoscia suprema.

Il confessore gli disse:

— Voi siete tanto debole, caro fratello; è la debolezza che vi fa venire questi brutti pensieri. Vostra moglie è una buona cristiana; non vi farà mai alcun torto, via, levatevi di mente le brutte idee. Avete bisogno di rafforzarvi; mangiate, bevete qualche cosa. Guadagnate?

— Un poco; ma mando tutto a mia moglie: è così povera. Oh, io mangio abbastanza. No, non sono debole. Bere, poi, non mi piace; mi nausea.

— Ebbene, state tranquillo; parlerò io col Burrai... Vi lascierà tranquillo.

Egli infatti parlò col _re di picche_ e lo rimproverò per le idee melanconiche che metteva in capo al Ledda.

— È un povero ragazzo, è anemico; lasciatelo in pace o si ammalerà.

Il _re di picche_ lo guardò tranquillo, coi piccoli occhi porcini socchiusi furbescamente; poi sbuffò; infine scosse il capo e disse:

— Lo faccio per il suo bene.

— Macchè bene! Macchè bene! Voi...

— Io dico, ecco, caro amico, _pardon_; per questo inverno ancora c'è poco da temere, riguardo alla giovine, perchè fa freddo assai. Per ora, mi immagino, sarà soltanto la vecchia, la suocera di Costantino, che sbraiterà consigliando alla figlia, anzi imponendole di acciuffar la fortuna. Ma poi verrà la primavera, ecco tutto.

Il cappellano faceva il viso lungo, s'agitava tutto, non capiva, mentre l'altro, continuando a guardarlo con gli occhietti porcini pieni di malizia, credeva opportuno spiegargli la cosa in termini più chiari, descrivendogli l'avidità della suocera, la gioventù della moglie, i pericoli della primavera... Il cappellano si stizzì sul serio.

— _Catt..._ — disse, balzando di qua e di là, battendo le mani, fiammeggiando negli occhi, — voi siete insopportabile! Perchè andate a immaginarvi queste cose? Perchè tormentate quel povero ragazzo? Perchè la donna ebbe un pretendente vuol dire che...

— Caro amico, non vada in collera, ecco! — disse il _re di picche_. E gli fece vedere la lettera anonima giunta dal paese di Costantino.

Il cappellano si fece serio; pregò l'ex-maresciallo di lasciargli la lettera; poi gli chiese:

— Voi prendete denaro dal Ledda?

— Certo: qualche piccola cosa. È forse disonesto? Non arrischio io la cella col favorirlo?

— E voi credete compiere il vostro dovere facendo ciò che fate?

— Cosa è il dovere? Se far del bene al prossimo è il nostro dovere, io lo faccio.

L'altro rileggeva attentamente la lettera.

— Io lo faccio; e questo è niente. Quando sarò libero, se le persone influenti di cui dispongo non mi faranno rimettere al mio posto, conto di occuparmi appunto della corrispondenza clandestina di tutti i condannati d'Italia. Una specie di agenzia...

— Non tarderete a ritornar qui...

— Eh! Eh! farò le cose a dovere: agenzia segreta, caro amico. E poi...

— Le grazie anche! — disse l'altro, ripiegando la lettera. — Perchè lusingate così questi poveri disgraziati?

— Le grazie anche! — rispose freddamente il Burrai. — Ebbene, anche fosse soltanto una lusinga, se è loro di conforto, non è opera buona? Che altro abbiamo noi se non la speranza?

— Allora, — disse l'altro, con voce raddolcita, — fatemi il piacere di non tormentare oltre quel povero ragazzo: fatelo piuttosto sperare; altrimenti finirà con l'ammalarsi.

L'ex-maresciallo promise, ma a malincuore. Ah, quel metodo non gli sembrava buono.

— Egli morrà d'un colpo, in fede mia! — pensava. — Oh, verrà la primavera! Oh, allora si vedrà se chi conosce il mondo ha o no ragione. — E si metteva una mano sul petto.

Quando si incontrarono, Costantino gli chiese sorridendo se aveva visto _su preideru_ (il prete) come fra loro chiamavano il cappellano, e cosa gli aveva detto. L'ex-maresciallo stava appoggiato al muro scuro ed umido, con le mani sulla schiena, ed imprecava in sardo, a bassa voce, non si sa contro chi.

— _Balla chi li trapasset sa busacca, brasciai..._ (che una palla gli trapassi la saccoccia, volpe...).

— Che ha? Con chi l'ha?

— Ebbene, niente. Sì, ho visto il prete, mi ha sgridato come un bimbo. Che bimbo grasso! Un porcellino, un porcellino addirittura. Ma il lardo è giallo, rancido. Sai, ho letto che in Russia è pregiato il lardo rancido.

— Che le ha detto, mi dica...

— Cosa mi ha detto? Mi ha detto... chi se ne ricorda più! Ah, sì, mi ha detto che quella cosa è una mia fantasia. Sì, io ho la fantasia ricca... Sì, caro amico, perdonami; tua moglie non ti tradirà mai, come è vero che siamo qui.

Costantino lo fissava avidamente. No, quell'uomo non lo burlava, no, non lo burlava affatto. Diceva la verità.

— Ah, lo ha sgridato dunque! Oh, bella!

— Questo muro, — disse il _re di picche_, scostandosi e guardandosi le mani rossastre solcate di pieghe per la compressione della schiena, — vedi, mio caro, questo muro sembra di cioccolato. È umido e caldo. Fosse almeno! Avremo due vantaggi: rosicchiarlo e scappare. Ah, hai tu mangiato mai cioccolato?

— E come no? Sì, piaceva assai a Giovanna. Ma è caro, tanto caro. Ebbene?...

— Ebbene? — gridò l'altro. — Tu mi fai arrabbiare. Sì, ti aspetterà per altri ventitre anni, non dubitare!...

— No, io uscirò prima. E poi, caso mai... (e canzonava alquanto) non andrà dal re, lei, non mi farà la grazia?

— Sì, dal re. Proprio dal re! Tu non ci credi? Io andrò dal re: egli riceve tutti gli ufficiali; ed io non sono un ufficiale? Egli ama l'esercito: egli è giovine; ho letto che si è ingrassato. Ah, ma non ingrasserà come me... — E rise.

Costantino tornava sempre sul suo argomento; l'altro sfuggiva sempre; ad ogni modo però non lo tormentò più.

In quei giorni furono deposte cinque lire sul libretto di Costantino.

— È lui, è lui! — disse il condannato, — È il prete. Che uomo buono! Ma io non le voglio. No. Non le voglio.

— Tu sei stupido come un montone, — gli rispose il _re di picche_. — Prendile, altrimenti egli si offende. Non le voglio! Si risponde così ai benefizi?

— Ma io ho vergogna. E poi che devo farmene?

— Bere, mangiare. Ne hai di bisogno, credilo pure. Tu vorresti mandarle là, laggiù, che il diavolo ti liberi? Se fai quella bestialità ti sputo sul viso. Vedi, essa non ti scrive più, neppure...

— Che ha da scrivermi? — disse Costantino, cercando rassicurarsi. — Ora avrà del lavoro, l'inverno finisce.

— Ah, sì, finisce! E verrà la primavera! gridò l'altro, quasi minaccioso.

— Verrà.

— Verrà!

— Quando comincia il caldo al tuo paese? Da noi, in marzo fa già caldo.

— Oh, da noi in giugno. Allora è tanto bello, da noi. L'erba si fa alta, alta; si tosano le greggie, le api fanno il miele.

— Che idillio! Ah, tu non sai cosa vuol dire idillio? Ebbene, vuol dire... ... un corno! E aspettiamo giugno! È da molto che non ti confessi?

— Sì. Da quindici giorni.

— È da molto davvero! Ah, come sei cretino, mio caro! Io non mi sono confessato mai: ho la coscienza pura come specchio. Ecco, — disse poi, additando lo studente, che aveva il viso cereo e i capelli rasi così bianchi che sembravano incipriati, — quello ha davvero bisogno di confessarsi. Egli batte alle porte dell'eternità.