Part 6
In quelle sere, quando sul cristallo del cielo, ad oriente, spiccava simile ad un'isola in un mare tranquillo qualche lunga nuvola violetta, e il vento portava il profumo dei timi bruciati dai contadini che dissodavano la brughiera per seminare il frumento, Brontu beveva lunghi sorsi d'acquavite per riscaldarsi; e si coricava in fondo alla capanna, e sognava, tutto caldo e beato come un gatto, con gli occhi fissi alla nuvola violetta dell'estremo orizzonte. Fuori, intorno alla capanna, per distese grandissime, le _tancas_ dei Dejas ondulavano deserte al lucido crepuscolo; fra l'oro bruno delle stoppie scoppiava la terra gonfiata dalle pioggie autunnali, e l'erba chiara e i violacei fiori d'autunno esalavano umidi profumi. Stormi di uccelli selvatici, grandi corvi d'un nero metallico, frusciavano volando, sgorgando dai cespugli di assenzio che sembravano tumuli di cenere, nascondendosi nei boschetti di cisto e nelle macchie di corbezzoli dalle foglie lucenti e dalle bacche acerbe di oro pallido.
In una delle _tancas_ due contadini, servi dei Dejas, incendiavano le macchie, dissodando la terra per seminare l'orzo ed il frumento; le fiamme crepitavano, ancor pallide nella luce, diafane come vetro giallo, spinte dal vento; il fumo svaniva, basso e chiaro, carico di odori come fumo d'incenso. Le siepi delle mandrie, secche e spinose, diramavano un ricamo violaceo nell'aria argentea; le greggie s'erano ritirate, e solo qualche cavallo, scuro, col muso a terra, pascolava ancora. Udivasi la voce di Giacobbe dietro la capanna, qualche tintinnìo di campanaccio, l'urlo rauco e lontano di un cane, il grido rauco e lontano di un corvo.
Entro la capanna, disteso su pelli e pannilani caldi, come un beduino, Brontu seguiva il suo invincibile sogno: il liquore ardente gli bolliva entro il petto, inondandogli il cuore d'una dolcezza calda e profonda.
Ah, come l'acquavite piaceva al giovane proprietario! Gli piaceva, più che per il sapore acuto e l'odore selvaggio, per la dolcezza che, dopo bevuta, gli infondeva nel cuore. Guai però a molestarlo in quei momenti: la dolcezza si cambiava in umor verde e amaro come il fiele; non sapeva perchè, ma gli sembrava che i cani, allorquando si pesta loro la coda mentre dormono, debbano provare ciò ch'egli provava se lo molestavano nelle ore di ebbrezza. E si arrabbiava e non vedeva più nulla.
Ah, sì, l'acquavite gli piaceva molto; ed anche il vino gli piaceva, ma non come l'acquavite. Anche il padre di Brontu aveva amato l'ardente liquore: tanto che una volta, dopo averne bevuto assai, era caduto sul fuoco, e in modo tale, Dio ne liberi, che per le bruciature sofferte era morto. Basta, lasciamo questi pensieri melanconici, ora si è più avveduti e non si cade sul fuoco. Eppoi Brontu, per equilibrarsi, aveva anche l'altra passione per Giovanna. Ah, l'acquavite e Giovanna! Le cose più belle, più ardenti, più inebbrianti del mondo. Però Brontu Dejas era timido con Giovanna quanto era ardito con l'acquavite; tremava al solo pensiero di avvicinarla, di parlarle. Nei giorni in cui sapeva che ella lavorava presso zia Martina, egli spasimava dal desiderio di tornare in paese, di vederla in casa sua, di guardarla, ma non osava muoversi dalla tanca. Ma il tempo passava, e il giovine si sentiva divorato dall'attesa e da una inquietitudine profonda; aveva paura che Giovanna, s'egli tardava ancora, lo rifiutasse un'altra volta. Egli voleva dimostrarle la sua premura, dirle che per confortarla avrebbe voluto sposarla subito, appena condannato Costantino. Infine, egli pensava un po' diversamente dagli altri; ma era fatto così e non poteva cambiarsi. In fondo egli era di buon cuore, come tutti gli ubriaconi, e di costumi onestissimi; la sua unica passione, dopo quella per i liquori, fin dall'adolescenza, quando la sua famiglia era venuta ad abitare nella casa nuova, era stata Giovanna. Essa allora aveva quindici anni; era d'una bellezza e d'una freschezza ammirabili. Ogni volta che la vedeva, Brontu arrossiva fin sulle mani, ed ella se ne accorgeva e non si offendeva; ma egli taceva sempre, e quando finalmente s'era deciso a mandar sua madre dalla madre di Giovanna, il posto era preso. In quei tempi Giovanna, fiera ed ardente come una puledra, non sapeva il valore del denaro, e come avrebbe sposato Brontu Dejas soltanto per i suoi bei denti, non avrebbe tradito Costantino neppure per il Vicerè, se in Sardegna vi fosse stato ancora.
Il crepuscolo addensavasi. Il cielo diventava sempre più cristallino, profondo quanto uno specchio, e la nuvola violetta prendeva un color lividognolo, opaco, lunga e squamata come un enorme pesce di bronzo. Le voci degli animali e delle cose si facevano più intense nel grave silenzio dell'ora; ed a Brontu parve sognare, udendo, in quel luogo ed a quell'ora, la voce di zia Bachisia.
— _Santu Iuanne Battista meu_, — esclamava la voce, rude e dolente nello stesso tempo. — Se non mi sbaglio tu sei Giacobbe Dejas?
— Per servirvi, — tonò alquanto meravigliata la voce del servo. — Chi vi ha fatto piovere da queste parti, uccellino di primavera?
— Ah! Ah! Finalmente! Dove è Brontu Dejas?
Brontu balzò fuori della capanna: gli tremavan le gambe, la testa gli girava, e vide a pena la figura nera di zia Bachisia, che teneva le scarpe in mano e un involto sul capo.
— Zia Bachisia, — cominciò a chiamare, commosso, — sono qui, venite qui, venite, buona sera.
Ella gli si precipitò quasi addosso, — seguita premurosamente dal servo.
— Ah, Brontu Dejas, caro figliuolo, se non sono morta stasera non muoio più. Son tre ore che cammino. Mi sono smarrita. Ho bisogno di parlarti, abbi pazienza.
Altro che pazienza! Egli era commosso fino alle lagrime; la prese per mano, la condusse entro la capanna. Giacobbe capì che non poteva prender parte al colloquio e ritornò dietro la capanna, tendendo l'orecchio, aggirandosi intorno a sè stesso come una belva rinchiusa.
Non udì nulla. D'altronde il colloquio fu breve e zia Bachisia non volle neppure sedersi. Diceva di essersi smarrita, in cerca dell'ovile di Brontu, e che Giovanna doveva aspettarla ansiosamente, credendo che fosse andata nei campi per cogliere erbe mangerecce. Pur troppo, sì, erano costrette a vivere di erbe, tanto la povertà le stringeva; e zia Bachisia veniva per chiedere a Brontu dei denari in prestito. Sì, Dio sia lodato, in prestito. Se non potevano restituirglieli, ella e Giovanna avrebbero lavorato per conto dei Dejas fino a scontare il debito. Erano più mesi che non pagavano il fitto di casa, della casa _loro_, e l'avvocato minacciava di sfrattarle.
— Dove andremo noi, Brontu Dejas, — diceva zia Bachisia, giungendo le mani adunche e gialle, — pensa dove andremo noi, Brontu, anima mia!
Egli si sentiva tremare il petto; avrebbe voluto abbracciare la vecchia e gridarle: — Verrete a casa mia! — ma non osava.
Egli non aveva denari con sè, ma decise di ritornare subito in paese, tanto più che voleva accompagnare la vecchia; e uscito fuori gridò a Giacobbe di sellargli il cavallo.
— Che è accaduto? — chiese il servo. — È morta tua madre, Dio l'abbia in gloria?
— No, — rispose Brontu, senza alterarsi, — non è accaduto nulla che t'importi.
Giacobbe cominciò a sellare il cavallo, mentre smaniava dalla curiosità di sapere perchè zia Bachisia era venuta e perchè Brontu tornava in paese.
— Che ella voglia del denaro? Egli non ne ha qui, e ritorna per procurarselo e darglielo. — Senti, Brontu? — chiamò, e quando l'altro gli fu vicino gli disse:
— Se quella donna vuole del denaro e tu qui non ne hai, te lo do io...
— Sì, ella vuole in prestito del denaro, — rispose Brontu a voce bassa, tutto allegro. — Ma io ritorno, e se anche ne avessi qui, ritornerei lo stesso, perchè stasera posso veder Giovanna, posso entrare in casa sua. Voglio parlare finalmente. Farò da me ciò che voi asini non avete saputo fare.
— Uomo! — esclamò Giacobbe, irritato, — tu diventi pazzo!
— Ebbene, lasciami diventar pazzo. Ecco, stringi quella cinghia. Ah, tu gonfi la pancia, cavallino, — disse poi, rivolto al cavallo; — non ti va un viaggio di sera? Che dirai quando la vecchia siederà in groppa?
— Anche ciò? — gridò Giacobbe.
— Anche ciò, si, che t'importa? Non è mia suocera?
— Tu corri troppo, in verità: bada di non romperti il collo, uccellino di primavera... Ah! Ah! Ah! Tu vuoi davvero far sul serio? — cominciò a borbottare il servo. — Tu vuoi sposare quella pezzente, quella donna maritata? Tu che potevi sposare un fiore? E Costantino Ledda è innocente. Ah, ma egli tornerà, ti dico io che tornerà.
— Lasciami tranquillo, Giacobbe. Pensa ai fatti tuoi. Metti una bisaccia sulla groppa. Zia Bachisia?
Giacobbe corse dentro la capanna, e urtò nella donna che veniva fuori.
— Vergognatevi! — le disse egli, tremante. — Siete peggio d'una pezzente! Ah, parlerò io con Giovanna, parlerò io...
— Tu sei pazzo, — rispose zia Bachisia, e poi pronunziò a bassa voce una atroce insolenza. E uscì fuori.
Poco dopo ella e Brontu partirono. Giacobbe li vide allontanarsi nell'estrema luce della tanca solitaria, via via pel sottile sentiero, dietro i cespugli, dietro le macchie, dietro il fumo della brughiera incendiata. Preso da un impeto di rabbia impotente si strappò dal capo la berretta e la buttò lontana, poi andò a riprenderla, poi bastonò il cane, che cominciò a guaire lamentosamente, riempiendo d'una voce stridula e straziante l'immenso silenzio della sera. L'eco ripeteva quella voce indescrivibile, che sembrava il pianto di un fantasma disperato.
E la notte calò. Giacobbe andò a coricarsi sul giaciglio poco prima lasciato da Brontu; sentì l'odore dell'acquavite, si alzò, cercò il fiaschetto del padrone e bevette. Poi tornò a coricarsi, ed anch'egli sentì qualche cosa bollirgli entro il petto, inondargli il cuore, salirgli gorgogliando al capo, bruciargli le palpebre. L'ira gli cadde dal cuore, ma un sentimento di tristezza lo vinse tutto. Dall'apertura della capanna vedeva il chiarore sanguigno delle macchie bruciate vincere gradatamente l'ultimo barlume azzurro del crepuscolo: fusi assieme i due chiarori assumevano una tinta violacea d'una indescrivibile tristezza. Il cane, di tanto in tanto, guaiva ancora. Ah, che dolore, che dolore! Perchè aveva egli, Giacobbe, bastonato il povero cane? Che gli aveva fatto? Nulla. Ne provava un rimorso acuto, tenero e inconcludente; un rimorso da ubbriaco; e nello stesso tempo il guaire del cane lo irritava, dandogli il desiderio di alzarsi e bastonare ancora la povera bestiola.
Ad un tratto si ricordò di Brontu e di zia Bachisia, che da qualche momento aveva dimenticato, e trasalì tutto. Che sarebbe accaduto quella sera? Avrebbe Giovanna dato il suo consentimento? Ah! Ah! Ah! Uccellino di primavera! Perchè quel cane guaiva ancora? Pareva la voce di un morto. La voce di zio Basilio Ledda, del vecchio avoltoio assassinato. Poh! Poh! I morti non parlano più. Quello era l'urlo d'un cane, null'altro che l'urlo d'un cane.
Giacobbe rise piano piano, fra sè, cominciando ad addormentarsi; le palpebre pesanti gli si chiusero, non videro più quello sfondo violaceo e opaco che gravava come una tenda sull'apertura della capanna. Gli parve che un sacco colmo d'una materia molle ma pesante gli cadesse addosso; non poteva più muoversi, ma quell'immobilità aveva un non so che di dolce e di gradevole. Poi cominciò a far mille sogni confusi: fra le altre cose sognò di esser morto a causa d'un morso di vipera, e la sua anima era entrata nel corpo d'un cane e questo cane, piccolo, scarno, giallo, s'aggirava nella cucina di zia Bachisia in cerca d'ossa. Costantino sedeva accanto al focolare; era vestito di rosso, con una grande catena ai piedi: ad un tratto vide il cane e gli lanciò la catena; la testa dell'animale rimase presa, cerchiata stretta da un anello di ferro, e Giacobbe invaso da terrore si sforzò di parlare per farsi riconoscere. Si svegliò sudato, gridando:
— Uccellino di primavera!
La notte regnava. La _tanca_ deserta, sotto il limpido cielo pieno di grandi stelle gialle, rosseggiava tutta nel chiarore delle macchie incendiate.
Giacobbe stette a lungo senza riprender sonno, voltandosi e rivoltandosi; la piccola sbornia gli era passata lasciandogli la bocca salata e arida. Si alzò e bevette; poi ricordò che la sera prima non aveva mangiato e stette a lungo ritto, pensieroso, sull'apertura della capanna, col viso illuminato dal chiarore dell'incendio.
— Mangiare, non mangiare? — si domandava senza accorgersi della sua domanda. Guardò le stelle. Era vicina la mezzanotte. Che aveva concluso quella piccola bestia del padrone? Giacobbe fu ripreso da un impeto d'ira specialmente contro zia Bachisia che era impudentemente arrivata fin lì per sollecitare il pazzo progetto del giovane proprietario. Giacchè, si capiva bene, il prestito non era che una scusa della vecchia arpia per attirare Brontu, per deciderlo e convincerlo. Ah, era odiosa quella donna. Non aveva coscienza? Non credeva in Dio? A queste domande Giacobbe Dejas si rifece pensieroso: poi tornò a coricarsi chiedendosi se aveva fame e se doveva mangiare.
No. Non aveva fame, nè sete, nè sonno. Non poteva trovar pace nè coricato, nè seduto, nè in piedi; e per distrarsi alquanto cominciò a sbadigliare forzatamente ed a parlare a voce alta dicendo cose inconcludenti. Pensava però ostinatamente a _quella cosa_. Era orribile, orribile! Maritare una donna già maritata! E se Costantino tornava? Chi sa: tutto nel mondo è possibile. E anche se il condannato non tornava, ebbene, e il figlio? che avrebbe detto il figlio, giunto alla età della ragione, sapendo che sua madre aveva due mariti? Chi aveva fatto quella legge? Ah! Oh! Erano ben stupidi gli uomini della legge! Giacobbe rise in alto; ma dentro, ben dentro il cuore ebbe tutt'altra voglia che di ridere.
Tornò ad alzarsi, riprese il fiaschetto dell'acquavite e pensò:
— Se Brontu chiede chi ha bevuto l'acquavite, peggio per lui, gli dirò che l'hanno bevuta i sorci. Ah! Oh! Ah!
Rise di nuovo, bevette, tornò a coricarsi. Si riaddormentò e sognò di trovarsi presso una sua sorella, alla quale raccontava il sogno del cane, di Costantino, della catena.
Si svegliò che il sole era già sorto sul confine dell'altipiano, dietro una linea di vapori azzurrognoli. Il mattino era un po' freddo e velato; tutte le macchie, i cespugli, le stoppie, le erbe tenere e chiare scintillavano di rugiada ai raggi obliqui del sole; e di nuovo gli uccelli frusciavano fra i cespugli, cantando, slanciandosi a gruppi, volteggiando elegantemente per l'aria vaporosa. Talvolta il loro canto susurrante e compatto diveniva così intenso che sembrava uno scroscio cristallino di pioggia metallica. Qualche fischio acuto, qualche strido rauco di corvo risuonava sullo sfondo di quel coro tremulo e metallico come un velo d'argento; poi tutto svaniva nell'intenso silenzio del piano.
Giacobbe uscì, stiracchiandosi e sbadigliando. Sbadigliava talmente che le sue mascelle scricchiolavano; tutto il suo viso nudo si raggrinziva intorno al circolo della bocca spalancata, e gli occhietti obliqui, gialli al sole, lagrimavano come quelli d'un cane.
— Ebbene, — pensò, stringendosi le mani allo stomaco, — mi sento dei crampi qui: che ho fatto iersera?
Andò e aprì le mandrie: l'ariete dalle corna ritorte uscì, fiutando il suolo, e un gruppo giallognolo di pecore lo seguì, incalzandosi e fiutando il suolo. Altri gruppi seguirono; le mandre si vuotarono, ma Giacobbe restò immobile, aspettando pensieroso, vicino alla siepe.
— Sì, ier sera non ho mangiato. Ho bevuto l'acquavite del padrone ed ho sognato. Ah, sì! sì! Costantino, il cane, mia sorella Annarosa. Ebbene, che egli sia dannato, perchè non torna, il piccolo rospo? — pensò scuotendosi. — Mi sono ubriacato come una bestia. L'uomo ubriaco, — pensò poi, ritornando presso la capanna, — è come una bestia; non si accorge più di nulla, dice a voce alta i suoi pensieri. Ciò è dannoso, Giacobbe Dejas, cocuzzolo spelato, mettitelo bene in mente. Ah no, no, non berrò mai più, che il Signore mi castighi.
Poco dopo ritornò il padrone: Giacobbe lo guardò fisso e sorrise. — Ah, — disse andandogli premurosamente incontro. — Tu hai una ciera da uomo bastonato. Cosa ti è accaduto, uccellino di primavera?
— Niente. Levati di lì.
Ma l'altro non l'intendeva così; e cominciò ad aggirarsi intorno a Brontu, carezzevole e saltellante come un cane, chiedendo, insistendo per sapere. E il giovane si sfogò, tanto più che ne aveva gran bisogno. Ebbene, sì, Giovanna lo aveva scacciato come si scaccia un pezzente molesto; gli aveva chiesto se non sapeva che ella aveva un figlio il quale un giorno poteva sputarle in volto dicendole: «Perchè hai due mariti?»
— Anima mia, lo sapevo! — gridò Giacobbe trasalendo di gioia.
— Che sapevi tu?
— No, che ella ha un figlio.
— E questo lo sapevo anch'io. Ecco, ella mi ha scacciato, ecco tutto. Dalla strada ho sentito madre e figlia litigare acerbamente.
Dopo di che Brontu cercò il suo fiasco di acquavite. Giacobbe si sentiva allegro, aveva voglia di ridere.
— Ecco, — disse, — stanotte i sorci hanno bevuto la tua acquavite: ah! ah! ah! Ma ce ne deve essere ancora. Ce n'è ancora.
Brontu bevette avidamente, senza rispondere; poi gettò irosamente il fiasco contro il servo, che lo prese a volo. E come Brontu aveva bevuto per dolore, Giacobbe bevette per gioia.
VIII.
Circa tre anni dopo la sua condanna, una mattina in sul finir dell'estate, Costantino si svegliò di cattivo umore. Il caldo era opprimente e nella camerata gravava un odore nauseabondo. Un condannato russava sbuffando come una pentola in ebollizione.
Costantino aveva dormito con l'ultima lettera di Giovanna sotto il capo; e questa lettera era laconica e triste in sommo grado: diceva che Giovanna e sua madre si trovavano in grande povertà e che il bambino stava gravemente malato.
Costantino non pensava neppure che era ben crudele scrivergli in quel modo: egli voleva la verità, fosse pur triste, e gli sembrava che dividere i dolori di Giovanna e spasimare per la disperazione di non poterla soccorrere, fosse uno dei suoi doveri. Dovere sterile, ahimè, egli lo sentiva, e ciò aumentava il suo dolore.
Egli s'era fatto abile nel lavorare da calzolaio, e lavorava alacremente, ma guadagnava pochissimo, e tutto il guadagno, — tolto ciò che pretendeva il _re di picche_ per i suoi buoni servigi, — lo mandava a Giovanna.
— Parola d'onore, — gli diceva l'ex-maresciallo, — tu sei un babbeo. Mangiateli, i denari. Dovrebbero mandartene loro.
— Sono così povere.
— Eh, no! Hanno il sole, loro. Che vogliono di più! — diceva l'altro. — Se tu mangiassi e bevessi faresti opera di carità. Sei uno stecco, vedi, caro amico. Poco male io. Eh, io, mio caro, io ingrasso. Il mio lardo è fatto di vento; fa nulla, ma ingrasso.
Infatti egli oramai sembrava una pallottola; ma la sua pinguedine era vuota, cascante, gialla. Costantino invece s'era fatto scarno, con gli occhi infossati e le mani quasi trasparenti.
— Il sole! — pensava con amarezza. — Ah, sì, esse hanno il sole! Ma a che serve anche il sole quando non si ha da mangiare, quando si è malati e si soffre in tutti i modi?
Era una stupidaggine, sì, ma egli qualche volta pensando così piangeva come un fanciullo.
Eppure sperava sempre. Gli anni passavano, i giorni cadevano lenti ed eguali, uno dopo l'altro, come goccie d'acqua in una grotta, dalla pietra sulla pietra. Quasi tutti i condannati, specialmente quelli che scontavano pene non troppo lunghe, speravano nella grazia, si divagavano contando i giorni passati e da passare, con chiarezza sorprendente, senza mai sbagliarsi di un giorno.
Alcuni spingevano la loro abilità fino a contare le ore. Costantino diceva che ciò era una cosa stupida, e sorrideva pensando che si poteva morire o si poteva venir liberati prima dell'ora. Tutto stava nelle mani di Dio. Del resto anche egli contava d'esser liberato prima dell'ora, ma quest'ora era così lenta, così lenta a venire! Lo sentì bene quella mattina, allo svegliarsi palpando la carta calda della lettera di Giovanna.
Si alzò e si vestì sospirando. Il suo compagno di destra cessò di russare, aprì un occhio velato e stette a guardare Costantino come se non lo riconoscesse. Poi richiuse l'occhio.
— Ti senti male? — chiese, udendo Costantino sospirare. — Ah, è vero, tu hai il bambino malato. Perchè non lo dici al Direttore?
— Perchè devo dirlo al Direttore? Egli mi metterebbe in cella, ecco tutto, se sapesse che ricevo notizie così.
— Ed a _pane e pollastro_ — disse una voce ironica. Voleva dire a pane ed acqua.
Un altro rise. Costantino sentì tutta l'indifferenza di quelli uomini tra cui viveva, e gli parve di esser solo, smarrito in un deserto ardente, dall'aria nauseabonda.
Andò al lavoro, aspettando con ansia l'ora dell'_aria_ per poter parlare col _re di picche_. Quell'uomo grasso e giallo, che egli non stimava per nulla, gli era tuttavia indispensabile. Era il suo solo conforto. Egli solo lo capiva, lo compassionava, lo aiutava. Si faceva pagare, è vero, ma che importava? Ciò non toglieva ch'egli fosse indispensabile a molti condannati, e specialmente al suo compatriota, il quale pensava già con egoistico dolore all'ora in cui il _re di picche_, scontati i suoi anni di pena, se ne sarebbe andato.
Quel giorno fu introdotto nella camerata dei calzolai un nuovo condannato, un settentrionale sottile e lungo, dal viso grigio tutto rugoso e due piccoli occhi bianchi. Era di un'età indecifrabile, ma i compagni risero quando egli disse di avere ventidue anni. Subito si lamentò del caldo e della puzza di pece che ammorbava l'aria.
Ah, egli non era un ciabattino, no. Era figlio unico d'un ricco negoziante di scarpe all'ingrosso: infine anch'egli era un signore. E subito cominciò a raccontar la sua storia dolorosa: aveva ucciso un suo rivale in amore; era stato provocato e gli aveva sparato addosso; null'altro. La donna, causa prima del delitto, era malata di petto ed ora, per il dolore, moriva. Moriva; null'altro. Ah, c'era poi questo, che il condannato aveva lasciato un figlio, un bambino di pochi anni, suo e della donna malata. Se ella moriva, il bimbo restava orfano e derelitto.
Costantino trasalì, non perchè il racconto del condannato lo commovesse, ma perchè quel bambino e quella donna gli ricordavano Giovanna e Malthineddu ammalato.
Il nuovo venuto, che subito aveva cominciato a lavorar destramente tagliando un paio di suole, taceva finalmente, a capo chino, intento al lavoro, col labbro inferiore scosso da un tremito, come i bambini che stanno per piangere. Costantino lo vide e pensò che quell'uomo doveva soffrire assai. Ma come gli altri restavano indifferenti al suo dolore, così egli non poteva prendere parte al dolore altrui. Soltanto si sentì ancora più triste, più smanioso di uscire.
Quando vide il _re di picche_ lo attirò presso il muro caldo, in un angolo d'ombra, ma non seppe dirgli nulla di ciò che soffriva. A che pro?
Gli raccontò invece la storia del nuovo condannato; l'altro alzò le spalle, poi si voltò, sputò sul muro e disse:
— Se vuole può scrivere anche lui, ma raccomando prudenza. C'è qualcuno che fiuta l'aria.
— Come faremo, — chiese poi Costantino, pensieroso, — come faremo quando lei non sarà più qui?
— Tu vorresti che io restassi sempre qui, cialtrone? — disse l'altro scherzando.
— Dio me ne liberi! No. Io anzi le auguro di andar via presto, domani...
Il _re di picche_ sospirò. — Ahimè! i suoi nemici — egli diceva, — scovavano sempre nuove arti diaboliche per tenerlo dentro. Non sperava più nella grazia, ma ad ogni modo il tempo della liberazione s'avvicinava. Allora, — proseguiva, — egli sarebbe andato dal re, gli avrebbe raccontato come stavano le cose. Il re ordinerebbe subito la revisione del processo e al _re di picche_, riconosciuto innocente, verrebbe subito ridonato il posto. Chissà, forse anche una medaglia, da tener compagnia alle altre.
Inoltre egli prometteva a tutti, e specialmente a Costantino, di farli graziare appena ritornato in libertà.