Dopo il divorzio

Part 5

Chapter 53,602 wordsPublic domain

Pochi giorni dopo Costantino fu messo in camerata e cominciò a lavorar da calzolaio assieme ad altri condannati. Inoltre in quegli stessi giorni potè mandare sue notizie a Giovanna, essendogli permesso di scrivere ogni tre mesi. Queste circostanze lo resero momentaneamente felice. E poi veniva la primavera ed i condannati, che avevano sofferto intensamente il freddo, prendevano un'aria allegra. Nella camerata ove Costantino lavorava si scherzava quasi sempre. Solo vi erano due fratelli, due abbruzzesi, che dopo aver chiesto in grazia di esser messi a lavorare assieme, litigavano sempre per certi interessi da accomodarsi dopo la loro condanna, cioè fra dieci anni. Un giorno si bastonarono ed uno fu portato via; scontarono due settimane di cella, poi, quando si rividero all'_aria_, cioè nell'ora di libertà che i condannati passavano nel cortile, si accapigliarono ancora.

Durante l'ora d'_aria_ Costantino potè conoscere un suo compatriota, un sardo, che veniva chiamato _re di picche_, forse perchè aveva una figura triangolare, con un grosso corpo e due piccolissime gambe sottili; paffuto, pallido, si faceva radere i capelli in modo da parere calvo.

Era un ex-maresciallo dei carabinieri, condannato per peculato: dicevasi parente d'un cardinale, il quale era segretamente amico del re e della regina. Perciò il _re di picche_ s'aspettava di giorno in giorno la grazia, non solo, ma prometteva di far graziare altri condannati che gli regalavano sigari, denari e francobolli. Egli era addetto all'ufficio degli scrivani; potendo quindi comunicare con l'esterno favoriva certe corrispondenze clandestine dei condannati coi loro parenti, e riusciva ad introdurre nello stabilimento danari, tabacco, francobolli, liquori, profittandone largamente.

A Costantino offrì subito la grazia sovrana e gli chiese se voleva mandare qualche lettera al suo paese.

— Sì, disse il giovine — ma io non ho nulla da darle: sono povero.

— Ebbene, non importa, siamo compatrioti, — disse generosamente l'altro. E subito gli raccontò le sue prodezze da maresciallo: aveva ammazzato più di dieci banditi, aveva dieci medaglie, e una volta era stato a Roma e il re lo aveva invitato al suo palco in teatro. Infine era un eroe. Però non raccontava mai la sua ultima prodezza; solo diceva di esser in reclusione per opera dei suoi nemici invidiosi. Sulle prime Costantino gli prestò fede e gli pose una forte simpatia nonostante la sua losca figura; ma siccome di giorno in giorno i racconti del maresciallo variavano e diventavano sempre più iperbolici, anch'egli (come tutti gli altri condannati che disprezzavano il _re di picche_, ma lo adulavano per servirsene) gli perdette la stima.

Del resto s'accorse che tutti là dentro, compresi i guardiani, erano bugiardi e felini. I condannati avevano bisogno di nascondere il loro vero essere, di immaginarsi cose fantastiche per il passato e per l'avvenire, d'ingrandirsi agli occhi dei compagni di sventura. Il destino che li aveva, contro loro volontà, riuniti in quel luogo d'odio, non destava e non lasciava destare in loro alcun affetto reciproco.

Costantino osservò con meraviglia che i condannati a pene maggiori erano i meno cattivi, sebbene i più vani e bugiardi. Dei meno delinquenti alcuni si odiavano, erano vili, facevano la spia; gli altri si servivano a vicenda finchè potevano ritrarne utile, tradendosi se occorreva, amandosi mai. Il _re di picche_ diceva a Costantino:

— Una profonda corruzione rode quasi tutti i condannati, molti dei quali sono veri delinquenti rotti ad ogni vizio. L'aria stessa è pestifera. L'uomo che viene tolto dalla società, privato della libertà, nel luogo del castigo s'infracidisce completamente, perde ogni avanzo di senso morale, diventa bugiardo, vile, feroce, corrotto fino all'incoscienza della corruzione.

E gli raccontava cose spaventevoli.

— Secondo me, — proseguiva, — di onesti qui dentro ci siamo noi due, il _Collo d'anitra_ e il _Delegato_. Tutti gli altri sono delinquenti. Guardati da loro, Costantino, caro compatriota; questo è un covo di banditi peggiori di quelli che io ho mandato a farsi benedire.

Talvolta Costantino si spaventava, pensando che se la sua onestà rassomigliava a quella del _re di picche_ c'era poco da stare allegri. _Collo d'anitra_, poi, era uno studente siciliano, tisico, coi capelli bianchi, un collo lungo e un corpo da fanciullo. Leggeva sempre, era d'aspetto timido, non parlava quasi mai, ma s'abbandonava qualche volta a eccessi di collera violenta, per cui doveva subire gli amplessi di _Ermelinda_, come i condannati chiamavano la camicia di forza. Aveva ammazzato un professore. Anche il Delegato era meridionale, condannato per ricatto; sembrava un gentiluomo, con un gran petto sporgente e una nobile testa con un gran naso greco e il labbro inferiore sporgente e spaccato. Un'aria di sdegno gli animava il viso: ad avvicinarlo invece era affabilissimo, servile. Anch'egli, a suo dire, contava grandi e potentissime protezioni, ma era anche perseguitato da persone altolocate, e specialmente da un ministro.

Da qualche tempo, dopo aver letto varii libri di scienza, prestatigli dallo studente, s'era accinto a scrivere una grande opera scientifica, poichè anche egli apparteneva all'ufficio degli scrivani e poteva lavorare segretamente per conto suo.

Il _re di picche_ ne diceva meraviglie.

— Ecco, — raccontava a Costantino. — Quell'uomo lì sarà la nostra fortuna. Ci scriviamo ogni giorno ed abbiamo un frasario convenuto. Ma dobbiamo esser cauti, altrimenti guai, rovineremmo tutta l'opera sua, la quale è una vera _scoperta scientifica_. Posso dirtene i sommi capi. — Come si è formata l'atmosfera: cioè l'aria. — Come si è formato l'oceano, cioè tutti i mari. — Origine del mondo organico. — Dimostrazione ragionata dell'esistenza d'un continente primordiale nella plaga centrale dell'oceano Pacifico. — In questo continente avrebbe avuto origine l'umanità, la cui infanzia si sarebbe svolta in quelle regioni tropicali. — Immigrazione nell'Africa e nell'Asia. — Scomparsa di questo continente per opera di un grande cataclisma. — Identificazione di questo cataclisma col diluvio biblico. — Emersione degli altri continenti. — Poi: Fine dell'atmosfera. — Fine dell'oceano. — Fine della luna. — Fine della terra.

— E fine della reclusione? — chiese sorridendo Costantino, che ne capiva poco, e credeva che il _re di picche_ al solito raccontasse fandonie.

Ma l'altro aveva bisogno d'esser ascoltato e proseguiva tranquillo:

— Aspetta. Gli altri capitoli sono: ampliamento della dottrina evoluzionista oggi accettata. — Evoluzione della nostra specie di scimmie antropomorfe. — Cause della inclinazione dell'asse dei pianeti; meno Saturno. — Ragioni di codesta anomalia. — Macchie solari, ecc.

— Va al diavolo! — pensava Costantino, sbadigliando. E a voce alta, guardandosi attorno per il cortile asciutto, dove zampillava una fontana: — E la gazza, oggi? — chiedeva. Accennava ad una gazza addomesticata che viveva nello stabilimento, rimpinzata di cibo dai condannati, grassa e sonnolenta, che quando aveva fame chiamava a nome, con una strana voce nasale, certi condannati.

— Ebbene, sarà crepata! — disse il _re di picche_. — Che ti può importare di un uccello? Sei come i bambini, Costantino; tu non puoi capire l'importanza che avrà l'opera del Delegato. Indirettamente io ho avuto una _magnam_ parte in queste sue scoperte, giacchè sono io che l'ho messo in corrispondenza col _Collo d'anitra_. Un sunto dell'opera siamo riusciti a mandarlo fuori, ed abbiamo scritto al primo ministro del Re d'Italia. Tu però sta zitto, sai! Vi è stato un grande scienziato che dopo aver letto il sunto disse: «È la più alta manifestazione del genio italiano». Credi pure, Costantino, caro compatriota, il Delegato è assorto ad altezze vertiginose. Egli ha amici potenti che si sono recati a Roma appositamente per ottenergli la grazia, ma anche nemici potentissimi. Però la sua opera gli otterrà presto la libertà.

I discorsi del compagno annoiavano Costantino, ma egli fingeva ascoltare il _re di picche_ per tenerselo buono, giacchè aspettava la risposta di una lettera mandata a Giovanna.

Questa risposta giunse in maggio e riempì di gioia il condannato. Giovanna scriveva che il bambino era stato un po' ammalato, forse perchè gli affanni sofferti le avevano guastato il latte: ma ora stava bene. Isidoro Pane aveva ricevuto le laudi a San Costantino, scritte col sangue, e aveva pianto, ed ora le cantava in chiesa, accompagnato da tutto il popolo. Non si sapeva di chi fossero i versi, e Isidoro diceva di averli avuti da un vecchio con una lunga barba candida, vestito di bianco, che gli era apparso un giorno in riva al fiume. Si credeva fosse San Costantino, oppure Gesù Cristo in persona.

E Giacobbe Dejas aveva preso servizio presso i suoi ricchi parenti; e l'avvocato di Nuoro aveva espropriato la casetta del condannato, lasciandovi le donne per un piccolo fitto. I ricchi Dejas davano spesso del lavoro a zia Bachisia ed anche a lei, Giovanna, e così esse andavano avanti. Era morto di carbonchio Pietro Punia: s'era sposata Annicca detta _Spalle d'argento_, avevano arrestato un vecchio pastore per un furto di alveari.

Quasi tutta la lettera di Giovanna era piena di queste piccole notizie, che riempirono di soddisfazione, di piacere e d'interesse l'anima di Costantino. Gli parve respirare l'aria del suo paese; rivedere le pietre, le macchie selvaggie, le persone, le cose a cui il suo cuore era attaccato tenacemente.

Soltanto gli dispiacque che Giovanna andasse a lavorare dai Dejas; egli sapeva della passione di Brontu, della domanda respinta, ed ebbe un primo indefinito senso di timore. Giovanna gli mandava tre lire entro la lettera, ed egli, pensando che forse quel denaro proveniva da casa Dejas, lo toccò con disgusto. Poi offerse due lire al _re di picche_, e credeva che il compatriota li rifiutasse; ma il compatriota le prese, dicendo che servivano per la persona che s'incaricava della corrispondenza clandestina.

In un altro momento Costantino si sarebbe arrabbiato; ma in quell'ora egli sentiva un tal bisogno di scrivere a Giovanna, di corrispondere col suo piccolo mondo lontano, che avrebbe dato metà della vita purchè il _re di picche_ lo favorisse.

Lesse e rilesse la lettera fino ad apprenderla tutta a memoria: di giorno la teneva nascosta nella suola della sua scarpa che di notte scuciva e ricuciva: e mentre lavorava taciturno, pensava continuamente alle vicende e alle persone del paesello lontano.

Talvolta s'immedesimava tanto nei suoi pensieri che dimenticava la realtà. Vedeva il vecchio pastore introdursi nel recinto degli alveari, cauto, col viso e le mani coperte di stracci. Il luogo era deserto, soleggiato. Campi verdi, costellati di fiori, di rose canine, di _succhia miele_, di pisello odoroso, si stendevano intorno a perdita d'occhio. E nel gran silenzio, tra i profumi fortissimi e irritanti dei puleggi selvaggi e delle erbe aromatiche, le api ronzavano.

Costantino seguiva quasi ansioso l'opera del vecchio ladro, che staccava dalle pietre piatte, su cui poggiavano, i piccoli alveari di sughero, li riuniva, li legava con una corda, li metteva in un sacco e li portava fuori del recinto... Qui Costantino non sapeva come il ladro avrebbe fatto, e mentre fantasticava intensamente, ecco, udiva una strana voce nasale, stridula, pronunziare nel cortile:

— Cos-tan-tì! Cos-tan-tì!

Egli si svegliava allora dal suo sogno, tornava alla realtà: la gazza saltellava lentamente nel cortile, grassa, tonda, starnazzando le ali azzurre.

Di notte il condannato metteva la lettera sotto il capo e riprendeva il filo dei suoi sogni. E udiva la voce sonora del suo amico pescatore cantare le laudi e qualche volta pensava se davvero Isidoro non avesse visto in riva al fiume, fra gli oleandri curvati sotto il dolce peso dei mazzi di fiori rosei, la figura di un vecchio vestito di bianco, con la lunga barba candida come la lana d'un agnellino appena nato.

Ah, era il Santo Protettore, il buon San Costantino (che egli figuravasi vecchio e candido come un patriarca, sebbene la statua del Santo nella chiesa del paesello rappresentasse un guerriero dal volto nero) che appariva a Isidoro per dirgli che pensava ai condannati innocenti. E il vecchio Santo gli avrebbe presto concesso la libertà. Ah, San Costantino bello, che voi siate benedetto!

Poi il quadro cambiava. Era il portico dei ricchi Dejas, dove si ordiva la lana filata, riducendola a lunghe matasse pronte ad esser tessute. Giovanna andava e veniva col gomitolo enorme fra le mani. E c'era Brontu seduto sul limitare della porta di cucina, a gambe aperte, e fra queste gambe stava ritto, mal fermo, ridente, il piccolo Malthineddu. Ah, ciò era orribile! Ma subito Costantino ricordava che Brontu non stava mai in paese nei giorni di lavoro, e si svegliava di soprassalto col cuore nuotante in un sentimento confuso di dolore e di gioia.

VII.

Ritornò l'estate.

— Come passa presto il tempo, — diceva zia Martina, filando sotto il portico. — Pare ieri che tu, Giacobbe, sia entrato al nostro servizio, ed eccoti lì che ritorni per rifare il contratto. Ah, come passa il tempo per noi poveri padroni! Tu hai messo a parte trenta scudi d'argento e cominci a fabbricarti una casa. Ed a noi che resta?

— Che una palla vi trapassi il fuso! Sapete parlar bene, voi. E il mio sudore, uccellino di primavera, il mio sudore conta niente? — rispose il servo, che ungeva col sevo una corda di cuojo.

— E ciò che mangi non lo conti? Ah, ciò tu non lo conti?

— Che vi mangino i corvi! — pensò Giacobbe, e avrebbe voluto imprecare ad alta voce, ma non osò. Odiava addirittura i padroni, la vecchia avara e il giovine collerico, che lo tormentava sempre col suo progetto di sposar Giovanna se ella faceva divorzio, — ma gli premeva rinnovare il contratto e taceva.

Unta ben bene la correggia, Giacobbe la attortigliò, la appese in cucina, e chiese alla vecchia il permesso di recarsi a sbrigare un suo affaruccio. Ella glielo concesse a malincuore.

Scendendo verso la casetta delle Era, il servo vide il piccolo Malthineddu che cavalcava un cavalluccio di canna, tutto tentennante nel suo guarnellino bianco sporco, con le gambuccie e le braccine ignude, dorate dal sole. Il servo si chinò, aprì le braccia e impedì la strada al bambino.

— Dove andiamo? — gli chiese, vezzeggiando. — C'è il sole, non vedi? Ahi, ahi, che viene Maria Petténa col suo pettine di fuoco[3], per rapirti e portarti dall'orco. Torna a casa.

[3] Spauracchio estivo che i sardi minacciano ai bambini perchè non vadano al sole.

— Nooo, noooo! — strillò il bambino, dibattendosi sulla sua cavalcatura.

— Ebbene, uccellino di primavera, — disse allora Giacobbe, abbassando la voce e con un occhio socchiuso accennando il portico. — Là c'è zia Malthina che per non mangiar pane mangia i bambini. La vedi?

Il piccino parve convinto, e si lasciò ricondurre a casa, ma ostinandosi a camminare sul suo cavallo di canna.

Giovanna cuciva dietro la porta: era grassa, rosea, fresca, come se niente di doloroso le fosse mai accaduto. I capelli lucenti e ondulati le bendavano la fronte graziosa. Vedendo Giacobbe col bimbo alzò la testa e sorrise.

— Eccolo, — disse il servo, — ve lo riconduco. Egli stava al sole, andava verso zia Malthina che per non mangiar pane mangia bambini.

— Eh via! — disse Giovanna. — Non si dicono queste cose ai bambini.

— Ma io le dico anche ai grandi. Perchè zia Malthina mangia anche i grandi. Badate che non vi mangi, Giovanna Era, tanto più che sembrate una mela cotogna matura; ah! no, la mela cotogna è gialla, no, sembrate una, via una...

— Un fico d'India! — diss'ella, ridendo.

— E zia Bachisia? È da molto tempo che non avete notizie di Costantino?

Giovanna divenne seria, e disse con aria di mistero che non da molto aveva ricevuto notizie del condannato.

— Ah, — proseguì l'altro, senza insistere su queste notizie, — sapete dirmi se Isidoro Pane è in paese? Devo parlargli.

— È in paese, — diss'ella, rimettendosi a cucire seria seria.

Egli andò via pensieroso, scese per lo stradale e s'avviò alla casa, se così vogliamo chiamarla, di Isidoro Pane, il quale abitava dall'altra parte del villaggio.

Isidoro che, bisogna dirlo in suo onore, pescava anche trote e anguille quando gli si presentava l'occasione, accomodava una rete seduto nella lunga ombra projettata dalla sua _casa_. Questa casa, un po' discosta dalle altre, verso i campi, era una costruzione preistorica fatta di piccoli frammenti di schisto (forse dal tempo nel quale gli uomini, non sapendo neppure ancor tagliar le pietre, fabbricavano con quelle già tagliate naturalmente), e coperta di canne e di tegole su cui cresceva una vegetazione rugginosa.

Il sole calava, dopo un meriggio ardente; non muovevasi una foglia degli alberi polverosi immobili sul villaggio arso e deserto; l'altipiano giallo, solcato da rade ombre oblique, assopivasi nella luminosità sanguigna del tramonto, e le strane montagne, quasi pavonazze, come enormi sfingi rosse coperte di veli violacei, sorgevano su un cielo di rosa ardente. Nel gran silenzio udivasi un merlo fischiare in lontananza. Piante incolte di fichi dalle foglie dure quasi nere, una siepe di robinia selvatica, alla quale s'intrecciavano alte ortiche pelose e juscujami dalle foglie biancastre, circondavano la casa del pescatore; dalla porta, ove egli stava seduto, scorgevasi uno sfondo di orizzonte lontano, solitario e vaporoso come il mare. Un forte odore di stoppia e di asfodelo secco invadeva l'aria: sterpi, paglia, foglie secche coprivano il suolo, talchè Giacobbe potè avvicinarsi silenziosamente, senza che Isidoro sollevasse la testa dal suo lavoro.

— Cosa facciamo? — gridò il servo. L'altro sollevò gli occhi senza alzare il capo, guardò con curiosità il servo, e non rispose.

Giacobbe gli si sedette vicino, per terra, a gambe incrociate, e cominciò a guardare il lavoro di Isidoro, il quale accomodava la rete con dello spago infilato ad un grosso ago un po' arrugginito.

— In mia coscienza, — disse ridendo Giacobbe, — qui i pesciolini entreranno ed usciranno a loro piacere.

— Lasciali entrare ed uscire a loro piacere, uccellino di primavera, — rispose il pescatore, imitando il modo di dire di Giacobbe. — Perchè stai in paese? Sei fuori di servizio?

— Ohibò! Ho ripreso servizio presso quelle piattole dei miei ricchi parenti. Ho da parlarvi di cose serie, zio Sidore; ma prima, ditemi, come vanno le vostre gambe? È da molto tempo che non v'è apparso San Costantino in riva al fiume?

Il vecchio aggrottò le sopracciglia, perchè non amava si parlasse con irriverenza delle cose sacre, e disse a voce bassa:

— Se sei venuto per chiedermi ciò, puoi bravamente andartene.

— Ebbene, non offendetevi. Ecco, vi dirò ora perchè son venuto...: sì, è un affare importante. Del resto, se sto diventando pagano lo devo al piccolo padrone che parla male dei santi. Salvo poi ad aver paura in punto di morte. Ah, sentite, l'altra notte abbiamo veduto una stella muoversi, calar giù per il cielo, dritta come un fuso d'oro, con una lunga coda: pareva scender sulla terra. E Brontu si gettò faccia a terra gridando: «Se questa è la nostra ultima notte, abbi misericordia di noi, Signore!» E rimaneva per terra. Sulla mia coscienza[4], volevo dargli un calcio.

[4] Modo di giurare.

— E tu non avevi paura?

— Io no, uccellino di primavera! Ho visto subito sparire la stella.

— Ah, ma appena l'hai vista, di' la verità, hai avuto paura?

— Ebbene, sì, andate al diavolo! Ecco, io sono venuto appunto per parlarvi del mio padrone. Se lui non è matto, nessuno al mondo è matto. Egli vuole che voi andiate da Giovanna Era per proporle di fare divorzio e di sposarsi a lui.

Isidoro lasciò di lavorare; un'ombra gli velò i buoni occhi sereni: intrecciò le mani, vi depose il mento e cominciò a scuoter il capo.

— E tu, — disse con voce sonora, — tu non sei matto, chè vieni a dirmelo? Ah, capisco, tu non vuoi perdere il tuo pane. Come sei vile!

— Ohè! — gridò l'altro, offendendosi comicamente. — Ohè, vi credete con le vostre sanguisughe?

— Ah, tu scherzi? Sarebbe tempo di finirla. Di' al tuo padrone che sarebbe tempo di finirla. Tutto il paese sa la cosa e mormora.

— Ah, caro mio, siamo al principio soltanto e voi parlate di finirla? Io ne ho le tasche piene: giorno e notte non fa altro che parlarmi di ciò, quel barile d'acquavite! Gli ho dovuto promettere di venir da voi, ed ecco che vengo, ma non certo per favorirlo. Una sola persona può far tacere questo scandalo: Giovanna. Andate, ditele che faccia tacere quel cane appestato; io non ne posso più.

Isidoro lo guardava fisso, con occhi velati, ma pareva non ascoltarlo; poi si rimise al lavoro e cominciò a mormorare:

— Povero Costantino, povero agnello, che hanno fatto di te?

— Sì, egli è innocente, — disse Giacobbe, — e da un giorno all'altro può tornare. Bisogna impedire che quella cosa ideata da Brontu non accada. Ah, c'è zia Bachisia che è pronta come un avoltoio sulla preda.

— Povero Costantino, povero agnello, cosa hanno fatto di te? — continuava l'altro, senza dare ascolto a Giacobbe.

Allora costui si adirò, e alzò la voce, che vibrò in quel gran silenzio rosso, nella solitudine protetta dai fichi e dalle siepi selvatiche.

— Gli hanno fatto un corno! Perchè non mi date ascolto, vecchia immondezza? Bisogna andar là, subito. La giovine è allegra, è rossa, e alla prima proposta cade come una mela matura; ma non è cattiva di cuore e se voi la predisponete bene, se le fate intendere il suo dovere, forse si eviterà ogni guaio. Andate, che andiate alla forca! muovetevi, fate miracoli se è vero che siete un santo come dicono gli scimuniti.

— Ah! Ah! Ah! — esclamò tre volte il vecchio, e si alzò in piedi. La sua alta figura, recinta di stracci eppur maestosa, si delineò nell'aria rossa, in quello sfondo di erbe selvatiche, di orizzonte solitario, come quella d'un vecchio eremita.

— Andrò, andrò! — disse sospirando. E Giacobbe si sentì cadere un peso dal cuore.

Allora i due uomini cominciarono la loro opera misericordiosa verso il condannato lontano; ma avevano da lottare contro tre forze unite e attive e contro la passività di Giovanna. Le tre forze erano: la passione bruta di Brontu, l'avidità di zia Bachisia, il calcolo di zia Martina. Poichè costei non vedeva di malocchio il progetto del figlio: Giovanna era povera, ma sana, frugale, senza pretese, e lavorava come una bestia; una donna benestante avrebbe recato il disordine e la dissipazione in casa, e le nozze avrebbero portato ingenti spese, mentre Giovanna la si sposava quasi segretamente e veniva in casa come una schiava gratis. Furba zia Martina!

Il tempo continuò la sua corsa, sul villaggio di schisto, sulle montagne desolate, sull'altipiano giallognolo come un deserto: e venne l'autunno, talvolta tiepido e melanconico, quando il mare fumava all'orizzonte e le nuvole gonfie e scure come enormi ragni passavano sul cielo latteo tessendo sottilissimi veli grigi; talvolta lucido, diafano e freddo come un'acqua limpida.