Part 4
— Non dirgli così, che modo è questo? — mormorò Giacobbe.
Allora Brontu cambiò metodo.
— Fiorellino, vieni! Vieni chè ho da parlarti. Dirai a quella donna tua amica... ebbene, sì, a Giovanna, che se fa divorzio io la sposo.
Allora il vecchio si fermò di botto, si volse, chiamò con voce sonora:
— Giacobbe Dejas!
— Che volete, anima mia? — chiese il servo con voce sarcastica.
— Fallo ta...ce...re! — disse Isidoro in tono di severo comando.
Non seppe perchè, Giacobbe provò un brivido nel sentire quella voce e quelle due parole, e tosto prese il padrone per il braccio e lo trascinò via, mormorandogli:
— Sì, sei uno stupido. Che modi sono questi? Ti comporti come un montone, uccellino di primavera.....
— Non me l'hai detto tu?
— Io? Tu vacilli. Io non sono matto.
E andarono via uniti, barcollanti: nel portico dei Dejas trovarono zia Martina che filava ancora, al buio. Ella s'accorse tosto che il figlio era ubriaco, ma non gli disse niente, perchè sapeva che contrariandolo, quando egli si trovava in quello stato, montava in furore: soltanto quando Brontu le chiese del vino, ella rispose che non ce n'era.
— Ah, non c'è vino in casa Dejas, la più ricca del paese? Come siete avara, mamma mia! — Egli cominciò a urlare. — Io non farò scandali, no, ma sposerò Giovanna.
— Sì, sì, tu la sposerai, — disse zia Martina per calmarlo. — Intanto coricati e non gridare, perchè se essa ti sente non ti vuole.
Egli tacque, ma volle che Giacobbe spiegasse e stendesse per terra due stuoie di giunco, vi si coricò e volle che il servo gli si coricasse vicino. Zia Martina lasciò fare per non irritarlo, e così Giacobbe invece che al lunedì prese servizio il sabato sera.
V.
Circa quindici giorni dopo, una domenica mattina, tutti i nostri personaggi si trovarono riuniti alla Messa officiata dal prete Elias che, dicevano quelli del paese, quando celebrava pareva avesse le ali.
Mancava solo Giovanna, e mancava per due ragioni: anzitutto perchè la disgrazia accadutale imponeva un certo duolo, che la costringeva a non mostrarsi fuori di casa, tranne che il bisogno di lavorar fuori non glielo imponesse; e poi perchè ella era caduta in una specie di atonia che le impediva di muoversi, di uscire, di lavorare, di pregare. Già, buona cristiana ella non era stata mai: soltanto prima del dibattimento di Costantino aveva fatto qualche voto, come quello di recarsi a piedi, scalza, a capelli sciolti, fino ad una lontana chiesa di montagna, e se Costantino veniva assolto, di trascinarsi sulle ginocchia dal punto ove appena scorgevasi la chiesa, fino alla chiesa stessa, cioè per due chilometri circa.
Ora non pregava, non parlava, non mangiava. Anche il bimbo le era diventato quasi indifferente, e zia Bachisia doveva nutrirlo con latte e pane masticato per tenerlo su. Qualcuno diceva che Giovanna stava per impazzire, ed infatti, se ella usciva dalla sua atonia, durante la quale stava ore ed ore accoccolata in un canto con gli occhi vitrei fissi nel vuoto, era per dare in escandescenze, strapparsi i capelli, urlare parole insensate. Dopo il suo ultimo colloquio con Costantino, al quale aveva portato il bimbo, ella non pensava ad altro che alla scena avvenuta, e la ripeteva ad intervalli, con l'accento incosciente dei monomaniaci.
— Egli era là e rideva. Era livido e rideva. Dietro l'inferriata. Malthineddu si attaccò all'inferriata e lui gli toccò le manine. E rideva. Cuore mio! Cuore mio! Non ridere così, che mi fai male, tanto lo so che il tuo riso è il riso dei morti. E i guardiani stavano lì come arpie. Prima erano buoni questi guardiani di carne umana, ma dopo, dacchè Costantino è condannato, son diventati cattivi. Cattivi come cani. Malthinu nel vederli aveva paura e piangeva. E il padre rideva, capite? Il bambino, la creatura innocente, piangeva: capiva che suo padre era condannato e piangeva. Cuore mio! Cuore mio!
Zia Bachisia sbuffava, non ne poteva più, e diceva:
— In verità mia, tu sembri una creatura di due anni, Giovanna, anima mia. Ha più giudizio tuo figlio di te, sciocca.
E minacciava persino di bastonarla; ma tutto, preghiere, conforti, minaccie, tutto riusciva inutile.
Intanto da Nuoro giunse notizia che in attesa dell'appello Costantino era stato trasportato alle giudiziarie di Cagliari; poi venne una sua lettera breve e triste. Diceva d'aver fatto buon viaggio, ma che a Cagliari si soffocava per il caldo, e che certi insetti rossi ed altri di vario colore lo tormentavano notte e giorno. Mandava un bacio al bambino, pregando Giovanna di allevare Martineddu nel santo timor di Dio. E salutava anche il suo amico Isidoro.
Finita la Messa, zia Bachisia attese che il povero pescatore terminasse di cantare con la sua voce sonora le laudi sacre, per passargli i saluti di Costantino.
Prete Elias rimase inginocchiato sui gradini dell'altare, pregando, col volto pallido estasiato; Isidoro continuava a cantare, ma la gente cominciò ad andarsene.
Davanti a zia Bachisia passò zia Martina col suo passo fiero di cavalla vecchia ma ancora indomita: passò Brontu, vestito di nuovo, coi capelli lucidi di grasso (egli parlava male dei preti, ma la domenica andava alla messa) e passò Giacobbe, con un paio di calzoni di tela nuova, rude, non lavata, che puzzavano ancora di bottega.
Isidoro continuava a cantare.
La chiesa finì col restare quasi deserta ed egli cantava ancora. La sua voce sonora risuonava fra le bianche pareti polverose, sotto il tetto composto di travi e di canne, fra gli altari umili, coperti di rozze tovaglie, adorni di fiori di carta, su cui guardavano melanconici santi di legno colorato.
Quando zio Isidoro finì di cantare non c'era più nessuno tranne il sacerdote e un ragazzo che finiva di smorzare i lumi, zia Bachisia e un vecchio cieco.
Isidoro dovette ripetere da solo il ritornello delle laudi, poi si alzò, depose il campanello del quale si serviva per segnare le poste del rosario, e s'avviò. Zia Bachisia l'aspettava vicino alla porta; uscirono assieme ed ella gli diede i saluti di Costantino, poi gli chiese un favore; di pregare prete Elias perchè si degnasse d'andare a trovar Giovanna e farle una predica onde distoglierla dalla sua disperazione.
Egli promise e zia Bachisia si allontanò; nello stradale fu raggiunta da Giacobbe Dejas che era rimasto sull'alta spianata della chiesa guardando il villaggio ed i campi gialli inondati di sole.
— Come state? — chiese il servo a zia Bachisia.
— Ah, Dio mio, stiamo male senza esser malate! E tu come ti trovi coi nuovi padroni?
— Ah, ve l'ho già detto! Son caduto dalla padella nella brace. La vecchia è avara come il diavolo; vorrebbe che mi cascassero le viscere a furia di lavorare, e mi permette di tornare in paese, appena per ascoltar la Messa, ogni quindici giorni.
— E il padrone?
— Ah, il piccolo padrone? È un animale, ecco tutto!
— Cosa dici tu, Giacobbe?
— Ecco, dico la verità, uccellino di primavera. Egli si arrabbia come un cane per ogni piccola cosa, si ubriaca, ed è bugiardo come il tempo. Ecco, anzi Isidoro Pane vi avrà detto...
Egli tacque, sospeso, e zia Bachisia lo fissò coi suoi occhietti verdi, pensando che se egli parlava tanto male del padrone aveva uno scopo.
— Ecco, — egli riprese, — Isidoro Pane vi avrà detto... sì certo, ve lo avrà detto... che Brontu era ubriaco quella sera. Qui, ecco, proprio qui, egli s'è messo a gridare: «Dirai a Giovanna Era che se fa divorzio, io la sposo!» Una bestia! Proprio una bestia! Egli beve l'acquavite a barili.
Di tutto questo zia Bachisia capì soltanto che Brontu aveva detto: «Se Giovanna Era fa divorzio la sposo». I suoi occhietti verdi scintillarono. E disse con fierezza:
— E tu, Giacobbe, tu non vorresti?
— Io? Che importa a me, uccellino di primavera? Ma voi dovreste vergognarvi di dire simili cose, zia nibbio, appena dopo due settimane...
— Io non sono un nibbio... — strillò la vecchia, offesa.
E l'altro rise, ma la donna capì che egli schiantava di rabbia.
— Aspettate almeno che arrivi l'appello, — disse Giacobbe. — E poi divorate Costantino come si divora l'agnello immacolato; divoratelo pure, ma Giovanna sposerà una botte di acquavite e voi, finchè vivrà Martina Dejas, morrete di fame peggio di prima...
— Ah, cocuzzolo spelato... — cominciò a gridare zia Bachisia; ma l'altro si allontanò rapidamente, ed ella dovette contentarsi di borbottargli dietro un mondo di vituperi.
Nonchè essa pensasse già di far divorziare la figlia, Dio ne liberi, mentre il povero Costantino era ancora sotto appello, chiuso in una fornace ardente, divorato da immondi insetti, no... ma perchè quel vile servo parlava così? che importava a lui del padrone? Zia Bachisia si fissò in mente che Giovanna piacesse a quel vecchio corvo spelato, e facendo di questi maliziosi pensieri rientrò a casa.
Voleva raccontare ogni cosa a Giovanna, ma per la prima volta, dopo quindici giorni, la vide a lavarsi e pettinarsi tranquillamente i lunghi capelli scarmigliati, che le cadevano in gran quantità, e non osò dirle niente.
VI.
E il tempo passò: venne l'autunno e venne l'inverno. Il ricorso di Costantino, come accade sempre, fu respinto; ed egli una notte fu legato ad una catena che lo univa ad un uomo a lui sconosciuto, e venne messo in fila con altri uomini, a due a due, vestiti di tela, taciturni, simili a bestie mansuete, resi tali da una invisibile potenza. Essi andavano. Dove? Non sapevano dove. Tacevano e non sapevano perchè tacevano. Li condussero al mare, li fecero salire su un lungo piroscafo nero, li chiusero in una gabbia. Sempre come bestie. Intorno il mare di cristallo verde-cupo rifletteva i fari di rubino e di smeraldo, le cui colonne di luce slanciavansi lontane, serpeggiando fra le onde come drappi fosforescenti di perle verdi e sanguigne. E sopra, sopra l'infinito anello del mare, il cielo di cristallo azzurro-cupo incurvavasi come una immensa valle silenziosa, tutta fiorita di stelle gialle. Sulle prime Costantino non provò impressioni disgustose. Egli andava verso l'ignoto, verso il suo crudele destino; ma aveva in fondo al cuore la certezza che verrebbe presto liberato, e non disperava mai. L'andirivieni del personale di bordo, il rumore delle catene, il primo ondular del piroscafo, gli diedero un'impressione di curiosità fanciullesca. Non aveva mai viaggiato in mare. Da ragazzo scorgendo all'orizzonte la linea cinerea del Mediterraneo, talvolta sfiorata dall'ala delle vele, egli, ritto fra i cespugli selvaggi della montagna natìa, aveva sognato di attraversare quelle onde lontane, verso paesi ignoti, verso le città d'oro del continente. Egli sapeva leggere e scrivere; nel suo libro c'era dipinto S. Pietro di Roma, e nella parte riguardante la Storia Sacra un'incisione rappresentava l'antica Gerusalemme.
Ah, Gerusalemme! Verso Gerusalemme, che secondo lui era la città più grande e bella del mondo, avrebbe voluto viaggiare, allora, quando ritto fra i cespugli di monte Bellu guardava la linea cinerea del Mediterraneo. Ora egli attraversava il mare, ma come diversamente dal suo sogno! Eppure il concetto che egli conservava ancora di Gerusalemme era così lusinghiero, che se l'avessero portato là, anche legato e condannato, ad espiare la pena, si sarebbe sentito felice.
E il piroscafo rullava, ondulava, andava, tra un fragore incessante di torrente. I condannati bisbigliavano fra loro, alcuni scherzavano e ridevano.
Costantino si assopì e sognò, come sempre gli avveniva, di trovarsi a casa sua. L'avevano liberato da poco, — egli sognava, — ed era tornato a casa senza far sapere nulla a Giovanna, preparandole così una sorpresa di indicibile gioia. Ella diceva: — ma questo è un sogno, questo è un sogno! — Le spese di giustizia avevan portato via di casa tutto, tutto, anche il letto. Non importava niente, però. Tutti i beni del mondo erano nulla in confronto alla gioia della libertà, alla felicità di vivere con Giovanna e con Malthineddu. Però Costantino era stanco, stanco, e s'era coricato nella culla del bambino, e questa culla ondulava da sè, sempre più forte, sempre più forte. Giovanna rideva e diceva: — Bada che cadi, Costantino mio, agnello caro! — e la culla ondulava ancora più forte.
Sulle prime anch'egli si mise a ridere, ma ad un tratto si sentì male, provò un capogiro e cadde dalla culla inclinatasi fino al suolo. Si svegliò col mal di mare. Il mare era mosso; il piroscafo saliva e scendeva da montagne d'acqua; l'acqua saltava fino sopra i passeggieri di terza.
Tutti i condannati soffrivano: alcuni cercavano ancora di scherzare, altri imprecavano; uno, il compagno di Costantino, un uomo dal viso giallo sottilissimo, gemeva come un bambino.
— Oh, — diceva col capo penzoloni, ansante e spaurito, — io sognavo di essere a casa, ed ora... ed ora!... San Francesco bello, abbiate pietà di me...
Costantino, nonostante l'angoscia fisica e morale che provava, ebbe pietà del compagno.
— Abbi pazienza, fratello caro, anche io sognavo d'essere a casa...
— Ah, mi pare che mi sfugga l'anima, — disse un altro. — Cosa diavolo ha questo bastimento? pare balli il ballo sardo! — e taluni ebbero forza di ridere per il paragone.
La tempesta proseguì. In certi momenti a Costantino pareva di morire, e aveva paura della morte, ma nello stesso tempo sentiva un dolore immenso della vita.
La sua anima parve imbeversi del liquido amaro ch'egli cacciava dallo stomaco convulso. Neppure nell'udire la sentenza di condanna egli aveva provato una disperazione simile. Cominciò anch'egli a gemere ed imprecare, stringendo i pugni e contorcendo le dita dei piedi gelati.
— Che tu possa morire così, come muoio io, cane omicida che mi hai rovinato... — diceva; e dai suoi occhi stillava lo stesso liquido amaro che gli inondava la bocca e tutta l'anima.
Verso l'alba la tempesta cessò; ma Costantino, anche dopo passatogli il male, non ritrovò pace; gli pareva lo avessero bastonato a morte, e tremava di freddo, di debolezza, di paura.
Il piroscafo non si fermava mai: oh, si fosse fermato almeno un momento! Un momento di tregua, pareva a Costantino, sarebbe bastato per ridonargli le forze smarrite, ma quel continuo procedere, quel continuo rullìo e quel continuo fragore di onde violentemente infrante, gli comunicavano un continuo tremore di convulsione. Cammina e cammina, passarono lunghe ore di angoscia, ritornò la notte: il compagno dal viso giallo sottile si lamentava sempre, dando a Costantino una irritazione angosciosa. Finalmente egli potè assopirsi e, cosa strana, tornò a sognare lo stesso sogno della notte prima; però questa volta Giovanna era corrucciata, e la culla ondulava quasi dolcemente. Quando Costantino si svegliò, il piroscafo pareva muoversi appena; nel gran silenzio dell'ora antelucana udì una voce dire al di fuori:
— Quella è Procida...
Egli rabbrividì di freddo, e si domandò se lo conducevano a Procida, sembrandogli d'aver sentito dire che colà vi era la galera. Anche il compagno si svegliò, rabbrividì, sbadigliò lungamente.
— Siamo giunti? — domandò Costantino. — Come stai?
— Non c'è male! Siamo giunti?
— Non so: siamo vicini a Procida: c'è la galera là?
— No. È a Nisida. Ma noi non siamo galeotti! — disse l'altro con fierezza: poi tornò a sbadigliare.
— Oh, cosa sognavo... — aggiunse, ma non proseguì raccogliendosi nel ricordo del sogno; e Costantino non parlò oltre.
I condannati vennero sbarcati a Napoli, e chiusi subito in un carrozzone nero e giallo che sembrava un sepolcro ambulante.
Costantino ebbe appena la visione di un gran tratto d'acqua ferma, verde, ombreggiata da enormi piroscafi, con barche piene di uomini luridi che gridavano cose incomprensibili; intorno alle barche, sull'acqua verde, galleggiavano erbaggi, scorze di arancia, carte, immondezze. Edifizi immensi si delineavano su un cielo profondamente azzurro.
A Napoli i condannati furono separati: Costantino fu condotto al reclusorio di X. e non rivide più il suo triste compagno di viaggio dal viso giallo e sottile.
Giunto al suo destino, il condannato fu messo in cella, dovendo scontare sei mesi di segregazione. La cella misurava appena due metri di lunghezza e sei palmi di larghezza: ci stava appena uno strano lettuccio piegabile, che di giorno veniva chiuso e fermato alla parete. Dal finestrino scorgevasi soltanto il cielo.
Fu il tempo più triste della condanna di Costantino. Egli restava ore ed ore immobile, seduto, con le gambe accavalcate, le mani intrecciate intorno al ginocchio; ma, cosa singolare, non disperava mai, non si ribellava mai. Era convinto di espiare il «peccato mortale», come egli lo chiamava, di aver vissuto a lungo con una donna senza sposarla religiosamente. Sentiva sempre in fondo al cuore la certezza che un giorno o l'altro, finita l'espiazione del peccato, risulterebbe la sua innocenza e verrebbe liberato.
Intanto, se non disperava, soffriva: e contava i giorni, le ore, i minuti, nella continua e snervante attesa di un cambiamento di cose che non arrivava mai, preso da una nostalgia accorata che lo istupidiva. E giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, viveva col pensiero vicino a Giovanna ed al bambino, ricordando con precisione profonda tutti i più minuti particolari della casa, della vita passata, delle gioie vissute. E oltre che del suo dolore soffriva per il dolore di Giovanna. Impeti di tenerezza per lei, più che per il bimbo, lo scuotevano dalla sua immobilità pensosa: allora balzava in piedi, camminava a grandi passi, e siccome questi passi erano due o tre, si fermava di botto, appoggiava e sfregava forte la testa sul muro, quasi volendolo abbattere. Erano i suoi momenti più disperati.
Poi tornava a sperare, a intrecciar nella mente sogni fantastici di liberazioni romanzesche, subitanee. Ogni volta che il guardiano entrava, Costantino si sentiva battere il cuore, aspettando la lieta novella.
Qualche volta giocava da sè alla morra, dandosi il gusto di perdere o di vincere; e dopo rideva fra sè, come un bambino: altre volte contemplava a lungo la palma della mano aperta, figurandola una grande pianura divisa in _tancas_[2] coi muri, i fiumi, gli alberi, gli armenti, i pastori, ai quali creava una vita di avventure emozionanti.
[2] Pascoli chiusi, ma vastissimi.
E poi pregava, contando sulle dita, e cantava le laudi a voce alta, provandosi anche ad improvvisare dei versi religiosi.
Così compose una lauda di quattro strofe dedicata a San Costantino, dove specialmente raccomandava al santo i condannati innocenti. Il ritornello infatti diceva:
Santu Costantinu pregade, Pro su condannadu innocente.
La composizione di questa lauda lo occupò completamente per molti giorni, rendendolo quasi felice: e quando la ebbe finita ne provò una gioia profonda. Subito sentì il bisogno di far sapere a qualcuno che aveva composta una lauda. Ma a chi dirlo? Il guardiano, un piccolo uomo napoletano, calvo, sbarbato, con un naso schiacciato e all'insù, che pareva il naso d'uno scheletro, qualche volta parlava col condannato, ma non era in grado di capir la lauda.
Nell'ora di aria era proibito assolutamente al condannato in segregazione di rivolgere la parola ai compagni. Allora egli chiese di confessarsi, per poter recitare la lauda al confessore. Il confessore, cioè il cappellano dello stabilimento, era giovine e intelligente; un settentrionale dai movimenti rapidi; alto, scarno, svolazzante, con vivissimi occhi neri. Ascoltò pazientemente Costantino, si fece tradurre la lauda; poi gli chiese se, volendosi confessare per poter recitare quei versi, non avesse peccato di vanità. Costantino arrossì e disse di no. Il confessore sorrise benevolmente, lo confortò, lodò i versi, e lo mandò via assolutamente beato.
Dopo pochi giorni il condannato chiese nuovamente di confessarsi.
— Ebbene, avete composto un'altra lauda? — chiese benevolmente il cappellano.
— No, — disse il condannato, con gli occhi bassi. — Ma vengo a chiederle una grazia.
— Qual grazia? Sentiamo.
Costantino rimase un momento col respiro sospeso, pauroso di quanto stava per chiedere; poi disse rapidamente:
— Ecco. Mandare la lauda al mio paese.
— Ah, — disse il cappellano. — Io non posso far ciò. D'altronde come potreste voi scrivere la lauda?
— Oh, io so scrivere! — esclamò il condannato, sollevando i limpidi occhi.
— Sì, ma non dico questo, fratello mio. A voi non è permesso di scrivere.
— Oh, io mi _arrangerei_ in quanto a ciò...
— Bene, bene, ma io non posso.
Costantino prese un'aria desolata e per poco non si mise a piangere; poi si confessò, chiese se non era meglio intitolar la lauda ai Santi Pietro e Paolo, che erano stati carcerati, e chiese perdono al confessore se aveva osato fare quella tal domanda.
Il giovane cappellano diede l'assoluzione, e pregò a lungo ad alta voce, mentre il condannato pregava silenziosamente: poi si passò una mano sul capo e disse, piano, lentamente:
— Sentite. Scrivete pure la lauda, se vi riesce. E fate da bravo.
Un impeto di gioia assalì il condannato; e da quel momento egli non ebbe altro pensiero che di riuscire a scriver la lauda.
— Io ho studiato, — disse al guardiano, — ma so fare anche le scarpe. Volete che ve ne faccia un paio? O ve ne accomodi...
— Tu desideri qualche cosa, — rispose l'ometto, in napoletano. — Tu non puoi far niente.
— Siate buono, zio Serafino. Pensate all'anima immortale.
— Io penso all'anima, ma ti ho già detto che non sono tuo zio. Tu hai ammazzato tuo zio.
— Ebbene, non importa. Noi chiamiamo zio le persone importanti.
Don Serafino, però, voleva il suo titolo, che Costantino non riusciva a dargli, perchè in Sardegna appartiene solo ai nobili; e per quel giorno non si concluse nulla.
L'indomani il condannato ritornò alla carica, disse che era di famiglia nobile, che aveva studiato, che suo zio, quello della cui morte lo accusavano, dopo avergli mangiato un grosso patrimonio, lo costringeva a lavorare, a far le scarpe, rinchiudendolo in una stanzetta buia, e che una volta gli aveva scorticato interamente un piede.
E voleva farlo vedere; ma don Serafino scuoteva il capo, con segni di raccapriccio, e imprecava a bassa voce contro il morto crudele.
Così Costantino riuscì ad avere un foglio di carta, e col suo sangue e con un fuscellino scrisse le laudi per la protezione dei condannati.
L'inverno passò, e un giorno di marzo venne alla cella di Costantino una ispezione guidata da un grosso uomo che aveva due grandi occhi d'un azzurro latteo, rotondi e immobili, e il mento così corto che due baffi biondi lo coprivano interamente.
— Ehi là, — gridò al condannato, — cosa sapete fare, voi?
C'era anche don Serafino, che volgeva al condannato il suo viso di scheletro; e il condannato, ricordando tutte le fandonie narrate al guardiano, rispose che sapeva fare le scarpe.
— Ehi là, — disse l'uomo grosso dagli occhi immobili, — voi avete ammazzato vostro zio.
Il suo accento non ammetteva repliche, e Costantino aprì le braccia come per dire:
— Ehi là, io ho ammazzato mio zio, se così piace alla Vossignoria.
L'ispezione andò via, e poco dopo don Serafino fece sapere a Costantino che in breve l'avrebbero tolto di cella, diminuendogli così di più d'un terzo la segregazione. Costantino pensò di dover questa grazia alla sua buona condotta, ma don Serafino gli confidò d'aver interceduto per lui presso persone potenti, dicendo loro che il condannato era di famiglia nobile, che aveva un piede scorticato e che sapeva far le scarpe.