Donne, salotti e costumi La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero
Part 2
E io me li figuro que' dotti tutti o più o meno innamorati. “Ah! che donna! che divino intelletto! Consulta Plutarco di mattinata!„ — Ognun d'essi a farle colpo sfodererà la propria dottrina; e si palleggiarono difatti, narra il Paron, Demostene, Livio, Seneca, Platone. Vi ricordate le parole del Lamartine? Dialoghi di defunti: dissertazioni non conversazioni. Il Denina del rimanente e in argomento di lode, lo dice schietto del salotto della Verza a Verona: una vera accademia di belle lettere: e il Montanari dichiarando, soggiunge: “nè quella che aveva fondato in Milano un secolo prima Teresa Visconti, e di cui parla il Tiraboschi nella storia della nostra letteratura, era stata men benemerita.„
Dunque accademie; e diciamo pure benemerite, sebbene non si vegga quali fossero le vantate benemerenze, ma salotti no. Non già che non possa parlarsi in un salotto, e non si parlasse forse anche a Parigi, di Platone o di Seneca; ma qui se ne parlava soltanto per far pompa di un'erudizione che era fine a sè stessa. Tutte quelle donne, alle quali il bravo Girolamo Pompei aveva insegnato il greco, non potevano stare se non rammentavano a tutti ogni momento che lo sapevano. Non un pensiero originale mai, non mai un'arguta sentenza, di cui dovrebbe trovarsi ne' carteggi o nelle _Memorie_ la traccia. La maggior parte de' frequentatori di que' salotti era quello che era: nè poteva aspettarsi che dalla testa di Mario Pieri, dell'abate Franceschinis o di Clementino Vannetti uscisse ciò che usciva dalla testa del D'Alembert, del Grimm, del Diderot; ma lo stuolo eletto c'era anche qui. Se non che, in Francia la D'Houdetot, la Geoffrin paiono avere a regola e guida la risposta di Curzio Dentato a' Sanniti: “Io fo poco conto dell'oro: molto di signoreggiare su coloro che lo posseggono„; così ad esse piuttosto che l'ostentare il proprio ingegno e la propria coltura premeva incitare l'ingegno, sfruttare la coltura altrui, e vi si adoperano con tatto meraviglioso. Non pretendono insegnare, osservano e imparano, mutando a poco a poco la istintiva chiaroveggenza in sagacia incomparabile. _Vous avez été charmant aujourd'hui_, diceva una volta la Geoffrin a Bernardin de Saint-Pierre dopo aver lungamente conversato con lui: e l'altro: _Je ne suis qu'un instrument dont vous avez ben joué_. L'Albrizzi, la Verza, invece, primeggiano nei loro salotti: e composto intorno a sè un uditorio, fanno cattedra del canapè. La conversazione perciò a casa loro cammina sulla traccia segnata dal loro ingegno mediocre, dalla loro coltura grave ed angusta. La Geoffrin, la D'Houdetot pensano agli altri: battono selce con selce, per isprigionare scintille onde poi si accendano e propaghino nuove luci a irraggiare la Francia; la Verza, l'Albrizzi pensano a sè; vogliono andare a' posteri e, perchè sentono che non han forza a tanto viaggio, cercano chi le accompagni e sorregga. C'è, sì, anche a Parigi, una donna che non si rassegna nel proprio salotto alla parte modesta di ascoltatrice attenta o di incitatrice opportuna, e disputa e giudica e impone: la Du Deffand: ma quale donna! l'acume e lo spirito fatti persona. Le sue lettere, documento prezioso alla storia politica, sociale, morale della Francia d'allora, sono capolavori di naturalezza, di grazia, di malizia, di profondità. Paragonate, i suoi _Portraits_ con i _Ritratti_ della Verza e dell'Albrizzi: quelli potrebbe averli fatti il Saint-Simon, questi, a dire il vero, non vorrei averli fatti nemmeno io.
Ancora: io non vi do quelle donne francesi per stinchi di santo, ma la civetteria era bandita da' loro salotti: ne' salotti invece della Verza, dell'Albrizzi, della Martinetti è uno spasimare continuo e un continuo provocare gli spasimi. Spasima il Monti per l'Albrizzi:
Chiudi, o misero cor, chiudi la porta: Non mostrar tue ferite alla superba, Chè in quel bel seno la pietade è morta.
Spasima (o si sfoga quasi con le parole medesime) il Costa per la Martinetti:
Atti soavi, altere voglie oneste, Senno e virtude non mai pigra o stanca. Fuor che un po' di pietà nulla le manca.
E spasima il Giordani, ma egli si sfoga con parole troppo più acerbe.
Io non mi ricordo nemmeno più se i sospiri sieno piacevoli nei colloqui in due; certo è che in tre sono insopportabili; peggio fra dieci o dodici. Nulla di più antipatico che i languori portati a processione, nulla che geli più la conversazione della presenza d'un innamorato infelice. Il salotto della Recamier, che rammenta quello della Martinetti, guasto appunto dalla coorte degli spasimanti inascoltati, per cagion loro appare agli occhi nostri meno attraente di quelli che lo precederono.
Ve la ricordate la Recamier? Due generazioni di uomini illustri le si prostrarono innanzi adoranti; fu tenuta per la più bella donna di quel tempo, che pur mirò la Tallien, la Santacroce, Giorgina Spencer e la duchessa di Devonshire. Luciano Bonaparte smaniò, Augusto Kotzebue sofferse, Matteo di Montmorency pianse, Beniamino Constant impazzi quasi per lei: a lei il Ballanche e il Chateaubriand volsero morendo gli occhi amorosi.
Statua maravigliosa che nessun Pigmalione valse a smuovere dal suo piedistallo, si serbò pura della purezza del marmo, fatto apposta per sfidare gl'incendi. Sotto il Consolato, quando ella entrava ne' diciotto anni, già eran celebri i ritrovi nella sua casa in Via del Montebianco, o nella sua villa a Clichy: là fremevano del sollecito oblìo i letterati della rivoluzione, il Lemontey, il Legouvé, il Dupaty: là gemevano sulle sorti della Francia i vecchi cortigiani di Luigi XV, il De Guignes, il Narbonne, il Lamoignon: là bramosi di fortuna e di gloria, ineggiavano alla Francia nuova il Massena, il Bernadotte, il Beauharnais: là il Fouché dimostrava la utilità del regicidio al principe Pignatelli che non lo stava a sentire, intenti gli occhi malinconici nei grandi occhi azzurri della padrona di casa. In mezzo a loro la divina Giulietta, sempre vestita di bianco, con un fisciù rosso _alla creola_, solo ornamento de' capelli ondati, abbondanti. _Nimium pulchritudini nocet ornamentum_; i troppi ornamenti nuociono alla bellezza, le aveva insegnato il Bouilly, con le parole di Apulejo. Cortese con le donne, con gli uomini affabile, salutava e questo e quello con vocativi diversi e tutti innocenti: _mon ami_ al Chateaubriand, _mon camarade_ al Bouilly, _mon petit frère_ al Dupaty: e così ogni sera fino all'ora dello svenimento. Perchè pur troppo nessuno a questo mondo è perfetto e la Recamier aveva anch'essa il suo mancamento e si sveniva tutte le sere alle undici in punto. Bisognava portarla di peso sul letto: riavutasi, gli ospiti le sfilavano innanzi inteneriti, rapiti: e il cortinaggio, scrive il Lamartine che pur crede simulati gli svenimenti, il cortinaggio scendeva a separare le ineffabili grazie dai desideri ineffabili.
Della Martinetti, Ernesto Masi, il quale pare di lei innamorato tanto quanto il Costa e il Giordani medesimo, scrive: l'adorazione sottomessa e rassegnata fu il sentimento di cui ella più si compiacque. Sarà: io non voglio avvelenare di dubbiezze o sospetti l'animo dell'indulgente biografo: soltanto poichè ho detto che il salotto della Martinetti per la folla degli adoratori si assomigliava a quello della Recamier, debbo aggiungere che la Recamier se s'inebriava degli incensi, non aizzava i turiferari. Per la Martinetti, vedutala a Bologna, il Foscolo prese di primo acchito una delle solite ubriacature, e andatosene a Firenze perseguitava la bella Cornelia con lettere bollenti. Ella rispose, grave, che smettesse: si sentiva (son parole sue) soavemente sicura del proprio cuore, perciò l'insistere fatica buttata; egli malazzato avesse cura di sè, badasse a curarsi e non s'ostinasse in quelle fantasie. Brava! e benedetta la sincerità! Se non che il Foscolo, replicando, le scrive: “avrò cura di me: qui la prima lezione diceva _abbi cura di te_, l'avete mutata; ho poi trascorsa tutta la vostra terza facciata ed ho trovato sotto la correzione del _voi_ molte traccie del _tu_„. Via, qui non c'è indulgenza che tenga: quando una donna scrive ad un uomo ha da esser decisa sul pronome da adoperare; quando una lettera non esprime chiaro il pensiero si strappa; quando una parola si cancella, si cancella per modo che non appaia; quando si mettono gl'innamorati alla porta, non si lascia la porta socchiusa. Ma erano, su per giù, tutte così quelle signore: mezze donne e mezze uomini; degli uomini avevano tutte le ambizioni, delle donne tutte le debolezze; tutti i pregi fisici del loro sesso, molti difetti morali dell'un sesso e dell'altro.
Così, sebbene materiale di letteratura, sebbene sempre attorniate da una cerchia di letterati, passarono, senza esercitare alcuna influenza sopra la letteratura del tempo loro, senza lasciare un libro, una pagina, un motto che a quel tempo sopravvivesse. Noi, infermi di curiosità, ci affatichiamo oggi a rintracciare per gli archivi e le biblioteche le orme loro, ci affacciamo in ispirito a que' salotti, riponiamo al loro posto i medaglioni, gli specchi, gli stucchi, le stoffe, delle quali c'è noto perfino il colore; ma al primo sussurrare delle voci, ci assale un senso di stanchezza e di noia. Aria! Aria! Apriamo le finestre: entrino nei salotti ammuffiti nuove correnti di sentimenti e di idee. Ecco, quanto sentiva di rossetto e di cipria, quanto sapeva di goffa imitazione francese, è spazzato: la Verza, la Grismondi, l'Albrizzi, la Martinetti, si dileguarono come fantasmi; i pastelli di Rosalba Carriera presero la via del museo. Eccolo il salotto italiano. Potete voi entrare a scaldarlo con la fiamma degli animosi presagi, o Teresa Confalonieri, o Costanza Arconati, o Cristina di Belgioioso!
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Donne, salotti e costumi, by Ferdinando Martini