Part 9
«Preso al laccio, questa volta: e ti sta bene! — disse il panforte. — Vedi a non fare a modo?»
Era preso, veramente preso; e la signora non aveva intenzione di lasciarselo sfuggire; ma premendo come potea, e facendo fare sforzi eroici alle pupille, disse:
— Il dolore, veda! il dolore di aver dovuto per una malattia della gola, troncare la più splendida delle carriere! Aver calcato le prime scene d'Europa e d'America, aver giocato coi diamanti, e trovarsi nel mio stato, è orribile, signore!
Il cavalier Gaudenzi ebbe un brivido, perchè il senso dionisiaco vuole inni e ditirambi; non elegie e treni sentimentali.
— Ah, artista di canto, la signora? — domandò tuttavia.
— E nei primi teatri del mondo. Oh, ma quello che non può fare la madre, farà la figlia! Mercedes, va avanti!
Il _pesciolino fritto_ che pareva abituato alla manovra, dilungò avanti in silenzio, lungo il muro.
Seguitò la signora: — Non va bene far sentire gli elogi alle figliuole. La mia piccola figlia studia arte drammatica: un prodigio! E _despues está_ molto più dignitoso! Ma _donde_ trovare almeno dodicimila lire per cominciar la carriera?
— Già, molto più dignitoso — ripetè automaticamente il cavalier Gaudenzi —; molto più dignitosa l'arte drammatica.
— Ella non sa, signor! che grazia, che spirito, che sentimento, che disposizione, che slancio ha quella _chica_. Pensi! figlia d'artista!
Il signor cavalier Gaudenzi, assai impacciato, domandò: — Molta disposizione, signorina?
Questa volta la signorina Mercedes fece _dietro-front_ e puntando il dito, disse gaiamente:
— Avrei più disposizione a mangiare quel bel dolce.
Il panforte allora suggerì subito:
«To', ti è capitata la palla al balzo: presto approfittane: lasciami con loro che me la sbrigo io!»
Ma un momento di esitazione guastò tutto, mentre già il cavaliere stava per ubbidire al saggio consiglio.
La signora, alle parole di Mercedes, montò in furibondo furore: — _Ah, Niña desvergonzada, deshonra de tu madre, martirio de su vida!_
Allo strano linguaggio il cavaliere stupì e pregò per carità la signora di calmarsi. Per fortuna la via era quasi deserta.
— Veda, _usted_ — disse la signora — quando mi prende il furore, _me es preciso hablar castellano_. Io sono ancora tutta fuoco.
— Spagnuola, la signora? — domandò il povero cavaliere Gaudenzi.
— Andalusa, _señor!_ — disse come avesse detto «contessa o marchesa».
Gli occhi questa volta mandarono un assoluto splendore. Dissero: «Non si capisce che noi siamo occhi andalusi?»
La signorina Mercedes non si era commossa alle parole andaluse più che alle parole italiane. Fatto ancora _dietro-front_, proseguiva indolentemente presso il muro, conservando la distanza di quattro metri.
La signora, ben sicura che la figliuola non la poteva intendere, disse confidenzialmente:
— La mia _chica_ è buona, tanto buona; educata come non può credere. Sventuratamente è golosa....
— Ma prenda il panforte! — disse il cavaliere.
— _Señor_ — cominciò l'andalusa che per lo sdegno aveva sentito il bisogno di parlare ancora castigliano — ma per chi mi prende? Per una donna disonesta che accetta doni? Lei forse ha figli, ed io priverei i figli? — e prese il panforte; e lo staccò dal bottone; e a forza lo introdusse nella gran tasca della pelliccia.
— Ah, se sapesse tutta la mia vita, _usted_ terrebbe diversa _opinion_ di me!
Il signore non incoraggiò per nulla questa proposta di sentir la storia di quella vita, ma tornò vigorosamente a proferire il panforte, assicurando che non era pei figliuoli: dei quali negò l'esistenza.
— Ah! quello che posso accettare — disse in fine cedendo — è un dolce, un solo dolce per Mercedes. C'è proprio qui vicino una offelleria _donde_ sto solita prendere il mio Madera; fa così bene per la voce il Madera!
Il signore quasi disperatamente cercava di levare di tasca la rotella di panforte, la quale era stata spinta in giù con tanta violenza che non voleva venir fuori.
Dal fondo della tasca la rotella senese ghignava: «in che ballo ti sei messo!»
— Signorina Mercedes — replicò il _paterfamilias_ — sia tanto gentile di accettare questa rotella di panforte in ricordo del felice incontro.
— Mamà non vuole! io devo essere ubbidiente. Io non voglio essere una _niña desvergonzada_. Ma già che lei vuol fare il generoso, mi paghi una pasta come dice mamà. Ecco il nostro pasticciere.
E facendo seguire il fatto alle parole, la _señorita_ Mercedes, spinse di botto la vetrina di una botteguccia da pasticciere.
— Vede che spigliatezza? — disse la signora al signore; ed il pasticciere, quasi aspettasse la compagnia, aveva fatto sedere il signore e la signora in un angolo discreto della botteguccia solitaria, e aveva detto: — Lei il solito Madera, è vero, signora? E il signore?
Il signore ne aveva d'avanzo dell'avventura. Guardò l'orologio: le sette di già. La minestra sarebbe stata fredda, oramai.
Un uomo può mangiare la minestra fredda e trovarla calda; ma per ottenere questo effetto, bisogna che egli abbia raggiunto un certo numero di gradi nella temperatura dionisiaca. Se no, accade quel che accadeva al signor Gaudenzi in quella sera, di sentir tutti i rimpianti per la minestra fredda.
La signora andalusa fece ogni sua arte per elevare quella temperatura, ma era quell'orribile voce che guastava tutto. Se non fosse stata la voce, quei resti di naufragio di un'antica bellezza avrebbero forse avuto ancora una certa virtù calorifera.
— Signore, guardi, tutti dolci da un soldo come vuole la mamma! — aveva detto la _señorita_ Mercedes che pareva la padrona della bottega, appressandosi con un gran vassoio pieno.
— Va bene! Ma si disturba così la mamma che parla, _hija de mi corazon?_
E parlava di nobili e graziose cose: essere ella, ohimè! dopo tante esperienze, dopo tante amare vicissitudini, ancora ardentissima. E così dicendo gli occhi si volgevano al cielo come quelli di santa Teresa. Naturalmente non ricchezza chiedeva ella all'uomo; ma discrezione e cavalleresco riguardo. Quando la donna andalusa trova l'uomo cavalleresco, essa è vinta.
Tutto inutile!
Il cavalier Gaudenzi ascoltava distratto, e seguiva invece le operazioni della industre signorina Mercedes nella bottega; e avendo notato che i cartocci prendevano sul banco una proporzione inquietante, approfittò di una pausa e domandò il conto.
— Vuole il conto il signore? — domandò alla sua volta il pasticciere che stava accuratamente legando un ultimo involto. — Tre bottiglie di Madera, dodici lire: tre lire il pollo, due i dolci e la consumazione.
— Il pollo? il Madera? — domandò il signore.
— La _gallina_, figlia mia? — ripetè la madre con molta meraviglia.
— C'era in cucina una bella gallina, calda calda, l'ho fatta incartocciare.
— Ma la _gallina_ e il Madera, spetta a me di pagare — disse la signora. — Perdoni, signore, la piccola inesperta figlia mia. Dacchè, signor, la nostra domestica è inferma, fa lei la _menagère_.
E andò in cerca di una tasca e di un borsellino.
Ma esso era occulto in profondo.
Ma il panforte sussurrò: «Questo è lo scotto, e tocca a te: suvvia, paga!»
— Non permetterò mai! — disse la signora.
Ma le tasche negli abiti delle donne non sono facili a rintracciare, e d'altronde il signore avea di già saldato il conto.
«Or senti — bisbigliò ancora il panforte — tu saresti sommamente scortese se non impiegassi il resto delle venti lire a noleggiare una vettura per le signore».
Il suggerimento era cavalleresco, e fu il signore stesso che chiamò una vettura e vi fece salire la signora e la signorina Mercedes.
«Graziosissima avventura e te la sei cavata a buon mercato» — disse il panforte di Siena mentre il legno si allontanava. «Graziosissima, infatti! Venti lire buttate via così!»
«Eh, via! — replicò la rotella di panforte. — Tu oggi, uomo della legge, hai giocato la commedia per mille lire: una povera disgraziata, che forse ha fame, l'ha giocata per venti. Se tiri la somma, quell'infelice — a cui rimangono solo due occhi dell'antica bellezza come il violino del cieco — è ancora in credito verso di te».
UN UOMO IN DUE.
Al mio ritorno dall'America, dove ero stato molto tempo in cerca di fortuna, io fui sorpreso nel vedere la fortuna raggiunta dall'ex mio compagno di scuola Omega Totus-Omnis.
Veramente io non fui troppo sorpreso della sua prosperità economica: da studente, Totus-Omnis commerciava già in dispense; in libri scolastici usati; ci vendeva le sue soluzioni di algebra. E nemmeno fui troppo sorpreso della sua carriera politica: effettivamente, se questa cara Italia manca di giacimenti di carbon fossile, possiede pur sempre foreste vergini di masse umane che si prestano in modo superbo allo sfruttamento.
La mia sorpresa aveva un'altra origine: cioè come dalla fredda pietra del cervello di Omnis potessero scaturire fiamme di parole ardenti. E quando i periodi dell'Omnis intonavano la fanfara rossa delle rivendicazioni proletarie, le foreste vergini applaudivano.
Ma la vita è guerra, e Totus-Omnis combatte la sua guerra. Piuttosto era triste quel _mingere_ quasi quotidiano in _patrios cineres!_ quel cinico stillicidio di veleno che Omnis spargeva su le memorie, le glorie, su i morti di questa cara povera patria! E le foreste vergini applaudivano sempre.
*
Approfittando della antica nostra relazione, domandai udienza all'Omnis per sollecitare una certa mia pratica. Nessuno più di lui, uomo di opposizione, avrebbe avuto autorità per difendere la mia causa.
Mi accolse bene.
Il suo studio era magnifico. Ma lui era ancora lui, come lo avevo conosciuto altra volta. Le cèllule di Totus-Omnis, in vent'anni di lontananza, si erano rinnovate riproducendo sempre Totus-Omnis. Màschera asimmetrica, pàllida del viso, occhi spenti, come una volta: in più una barbetta ancor nera, che il barbiere faceva simmetrica a punta di forbice. Forse più bello — o meno brutto — perchè meglio vestito e meglio nutrito. Ma la sua voce era uguale: nessuna vibrazione. E ancora io mi domandai: «da dove toglie costui la lirica rossa dei suoi discorsi?» Mi congratulai con lui dei suoi _articoli_, dei suoi discorsi.
— Si fa quello che si può — disse, e mi pregò di dargli del tu.
— Io non ho avuto molta fortuna, caro Omnis — gli dissi: — e tu, nella posizione che occupi, mi puoi essere vàlido patrono. L'antica nostra amicizia mi dispensa dal parlarti di me: io sono un uomo onesto. E ammetterai anche tu, caro Omnis, che è bene introdurre individui onesti nelle amministrazioni; e ciò — bada — semplicemente perchè gli uomini onesti costituiscono il combustibile che dà il miglior rendimento.
Mi lasciò parlare stàndosi immòbile con le palpebre socchiuse come costùmano i rèttili.
Quando io finii di parlare, sollevò le palpebre, sprigionò luce da piccole pupille nere. Rispose: — Già!
Si sarebbe occupato della mia pràtica; mi accompagnò fino alla porta; mi porse la mano. Quel contatto mi comunicò una impressione di freddo.
«Ma dove trova costui le fiamme della sua lirica rossa?» tornai ancora a domandarmi.
*
Giù nell'àtrio, incontrai i rettilini: i figli dell'Omnis, di foggia esòtica, con la governante di tipo esòtico: parlàvano linguaggio esòtico.
— I figli del signor Omnis? — domandai al portinaio. — Carini!
Erano quattro rettilini nati dal rettile.
Esòtico, freddo, greve tutto il grande palazzo.
Soltanto, in fondo al peristilio, spiccava una costruzione a un sol piano, di stile fiorentino, con le persiane verdi. Davanti, sul piano di cemento, erano disposti vasi di ortensie dalle inflorescenze metalliche.
Mi soffermai come attratto dalla stranezza di trovare quell'angolo grazioso ed armònico.
— Affitta quell'appartamento? — domandai al portiere.
— Ci abita un parente del signore.
— Un parente del signore?
— Eccolo là.
— Chi?
— Il parente del signore.
Un uomo dal miserabile disordine avanzava fra le ordinate ortensie. Cappellaccio sugli occhi, barbaccia incolta.
Passò davanti a noi senza guardare, nè salutare. Appena sul limitare della strada si fermò come a saggiare l'aria, il cielo, il tempo; e poi, benchè fosse una tepidissima giornata del maggio, senza vento, si tirò su il bàvero, come chi ha la sensazione incresciosa del freddo.
Si avviò con passo lento.
*
Ho seguìto quell'uomo.
«Non mi risulta — pensavo — che Omnis abbia parenti nè prossimo. Omnis non ha _pròximus suus!_ Io sono del suo paese, e nessuno dei suoi parenti assomiglia a costui.»
Ho seguìto quell'uomo. Portava una greve marsina o pastrano, che un tempo forse era stato nero; ma ora aveva marezzature di verde sul nero. Sopra il bàvero cadevano cernecchi grigiastri, i quali, per la consuetudine lunga, avevano lasciata traccia di untume. Se la marsina era lunga, corti erano i calzoni, e lasciavano scoperte grosse scarpe, di quelle con gli elastici che oggi non usano più.
Passava tra la folla come persona strana e infastidita: arrivò ai giardini pubblici, semi-deserti in quell'ora, si sedette su una banchina, vi cercò una posizione di riposo: depose il cappellaccio. Io vidi allora la sua faccia umana in pieno sole.
Ebbi la sensazione di aver già veduto quell'uomo.
E seduto che fu in quella solitudine e quasi beatitùdine, tolse di tasca una penna e un fàscio di fogli e cominciò a scrivere. Non si mosse più: fuor che, ogni tanto, con un gesto automàtico si grattava una gamba, quella che era accavalcata e sospesa, e da cui pendèvano i lacci di una mutanda sudicia.
Quanto tempo passò?
Certo era passato il mezzodì.
Nei giardini c'era qualche bàlia coi bimbi, qualche uccelletto, qualche coppia lenta di amanti. Ma ora non c'era più nessuno nei giardini. Era passato mezzodì.
Allora l'uomo si levò, si avviò.
Un foglietto caduto presso la banchina, dove egli sedeva, fu da me raccolto; e vi lessi queste parole: _Mortem cantando sùscipit; la morte trovò Francesco che cantava nel roseo tramonto di ottobre, ed una campanella gemeva l'Avemaria, e l'allòdola cantava, ed i boschi cantàvano, cantavano i rivi. Ite charissimi fratres, Paupertatis equites, bini et bini, per diversas partes orbis annuntiantes hominibus pacem._
Riposi il foglietto con cura: e se prima potevo avere un dubbio, quel foglietto me lo dissipò.
Avevo riconosciuto l'uomo. Dieci anni fa, prima che io partissi per l'America: eravamo stati insieme nella redazione dello stesso giornale; poi lui era passato nella redazione di un altro giornale, poi in una casa editrice, poi non so: egli era uno di quegli indisciplinati a cui il destino diede questa legge di vita: «Va e cammina! Tu non troverai mai un ramo dove posare, mai una gronda a cui appendere il nido. Va e cammina!» Ma a più crudele legge colui soggiaceva: egli era di quegli uomini destinati a morire due volte, perchè, dieci anni addietro, aveva goduto una certa glòria letterària e poetica: poi i poeti morti si erano accumulati su lui: altri poeti giovani erano nati e cantavano, per morire come lui.
Lui era morto oramai.
*
Tuttavia lo raggiunsi ancora in una osteria.
Solitario, in fondo a una tavola, aveva mangiato con ingordìgia, aveva bevuto con soddisfazione: ed ora con la fàccia immota verso il soffitto, traeva fumo da una pipetta.
Io mi gli accostai inavvertito e, dolcemente, gli dissi: — Caro (ma non posso scriverne il nome), tu hai perduto questo foglietto.
Diè un balzo e le linee del suo volto si scomposero tutte.
— Ma lei chi è?
Dissi il mio nome. — Non ti ricordi?
Chiamò a raccolta tutte le rughe della fronte: ricordò, si ricordò di me, ma non apparve felice di riconoscermi.
Gli parlai del suo passato di poeta. Ma questo ricordo lo ottenebrò.
— Sì, _poeta fui_, — esclamò, — e cantai cose idiote.
E, o aveva bevuto, o era vergognoso di quella pàgina poètica che io gli avevo restituita, inveì ferocemente contro tutti i poeti.
Io gli diedi ragione: i poeti, o mèttono troppo zùcchero o mèttono troppo sale: àlterano sempre la realtà delle vivande.
— Ah, manco male che mi dài ragione!
Solamente di Dante non disse male.
Rilevai la curiosa eccezione.
— Naturale! — disse —. Dante fu poeta per isbàglio. Egli era nato per essere grande imperatore degli uòmini.
— Ecco, vedi — dissi io — una di quelle frasi che rivèlano in te l'uomo di genio. Cosa importa se il mondo non lo sa? Tu rimani lo stesso uomo di genio.
Si contorse infastidito. — Io me ne infischio! — Riattaccò ancora col dir male di tutti i poeti. S'infervorò, e io ordinai una bottiglia di barolo.
Stette a lungo contemplando lo scintillio fremente del vino dai riflessi di rubino; poi con compiacimento più da filosofo che da beone, gli zampillò questa frase: _Il divino licore dell'uva_. — Sai chi dice così?
— Non lo so — risposi.
— Leonardo.
— Il divino Leonardo?
— Precisamente.
Sorbiva con lentezza il barolo.
E allora io dissi:
— Il quale divino Leonardo da Vinci fu, del resto, al servizio di un'autèntica figura _porca_ quale era Ludovico il Moro.
— Precisamente — accennò appena, bevendo. — Del resto — aggiunse lentamente — il divino Leonardo dichiarò che serviva chi lo pagava meglio.
— Come tu — dissi io continuando su lo stesso tono soave di voce — sei ora al servizio di quell'altra figura _porca_ che è Totus-Omnis.
Al delinearsi di queste mie parole, egli diè un balzo come lo avessi toccato con una macchina elettrica: stralunò gli occhi pietosamente.
Balbettò: — Che roba è questa? Cosa vuoi tu da me? Che tradimento è questo? Che mestiere fai tu?
Lo calmai ancora dolcemente: — Io non faccio la spia, caro amico, io non esèrcito il tradimento; fra le altre cose io ho abbandonato la politica: io sono press'a poco come te; io consìdero come te il mondo da olìmpiche serenità come una sèrie di enormi sciarade. La tua, vedi?, è una sciarada interessante, ma per la cui soluzione è inùtile che tu dica sì o no. Capirai, caro amico, che io conosco l'Omnis da ragazzo, e le imagini smaglianti dei suoi articoli, dei suoi discorsi non possono essere sue. Non sono tue? Non importa. Saranno di un altro.
Protestò in difesa di Omnis quale _figura porca_. — Nel mondo — disse egli assiomaticamente — non vi sono che due strade: o comandare o ubbidire. Omnis è di quelli che sanno comandare. Omnis non ha imagini; ma ha la conoscenza dell'oggi. Il vero dell'oggi è così, e basta. Egli è un disciplinatore. Indisciplinati, ribelli non dèvono più esistere. Noi, io, tu, altri ronziamo ancora su le fole, fantastichiamo ancora la _Civitas Dei_, a base di carità, di sacrificio, di amore, di eroismi, di riposo, o in Dio, o nella coscienza, ecc., ecc. Fantasie! La critica ha ucciso per sempre tutte queste cose. Lui invece ha la visione netta, realistica.
— Queste cose — dissi — non m'interessano. Mi interessa un'altra cosa: gli articoli, i discorsi su queste idee, glieli fai tu all'Omnis?
— Gli faccio un po' di _toilette_ verbale.
Sorrisi.
Sorrise anche lui. Capì: — Già, è ridicolo — disse —: io che vesto così — e si guardò con ischerno gli abiti in disòrdine — io faccio il sarto, il parrucchiere, il manicure all'Omnis.
— Ma gli presti le idee!
— E dài! Da farne delle idee! Basta una idea. Guai se Omnis avesse due idee! Ed io sono entrato compiutamente nell'idea di Omnis!
— Cioè?
— Cioè una concezione eminentemente precisa della società. Gli eroi, i santi, i poeti vollero eliminare l'egoismo, l'invidia, le cupidigie, le superbie, le lussurie — dacci il nome che vuoi, chiamali i sette peccati —; ma così facendo, accumulavano enormi materiali di rifiuto, per cui la macchina sociale si inceppa. L'Omnis, invece, è un grande meccànico: fa entrare il materiale di rifiuto in circolazione; fa conto come le grandi fogne, le cui masse fecali divèntano poi acque potabili. Puoi tu abolire i sette peccati? No. E allora accetti la concezione meccanica di Omnis, cioè la società concepita come un enorme macchinario, messo in movimento dall'umanità lurida che vi circola dentro.
— E un'idea geniale — dissi io. — Però non è dell'Omnis. È tua.
— È di tutti e due. Vedi, il maggior ostacolo alla concezione politica di Omnis è l'uomo geniale. Esso è come un sasso, un èmbolo introdotto nel macchinario.
— Sopprimerlo allora — dissi io.
— Finchè si può! — rispose lui.
— E se non si può? — domandai io.
— Mètterlo nell'alternativa o di isolarsi completamente — costituendo un manicòmio per gli uomini geniali — oppure costringerlo a diventare tècnico del macchinario, o trombetta meccanica. È un'idea geniale dell'Omnis.
— O è tua?
— Di tutti e due: siamo due uomini di genio in collaborazione.
Tacemmo un po'. Poi, dolcemente sempre, gli chiesi:
— E quel _mingere in patrios cineres_, quell'oltràggio contro i poveri morti di questa patria?
— Fa parte del sistema — rispose. — I morti non esistono, e perciò si utilizzano. Servono nella guerra contro i vivi.
— Non è nobile.
— Anzi è cosa vile. Ma io faccio appunto _l'uomo vile_. La prima impressione non è stata gradevole; ma, sai? È come quando si va a fare il bagno nel mare. Ripugna a buttarsi nell'acqua, ma dopo ci si trova bene. L'Omnis poi è nato così: animale acquatico, a sangue freddo: le cose aristocratiche, come il lusso del sacrificio, irritano la sua pelle, e allora _secerne_. Tu dici che _minge!_ Grazioso! Ma non è esattissimo: è una secrezione naturale. Ma, compagno caro, — parliamoci schietti — io per tanti anni, quando avevo energie fisiche e fede, ho gridato dai tetti: «Chi vuole comperare un uomo aristocratico, quasi appartenente alla _Civitas Dei_ di sant'Agostino?» Nessuno della società borghese mi ha voluto. Morivo di fame.
Allora mi sono venduto al serpente — se lo vuoi chiamare così —, il quale poi non è così brutto come si crede. Mi alloggia, mi paga, e mi làscia alle mie fantasticherie, perchè l'arte che finge una vita fuori della vita, vale più del barolo, più di una pipa di tabacco, più di una gamba di donna coperta di seta, più del macchinario di Omnis. Vedi, io adesso sto componendo un poema su la vita di san Francesco, come avrai forse capito dal foglietto che mi è caduto.
Milano, 1905.
I FIAMMIFERI.
Mister Teòdoli adorava mistress Teòdoli, e mistress Teòdoli adorava mister Teòdoli.
La sera, quando lui tornava dal giornale e lei tornava dalle lezioni, si baciavano ancora. E veramente, dopo tanti anni di matrimonio, si erano differenziati alquanto: lei pingue, e quasi obesa, ma giuliva nel volto; lui scarno, alto, triste: pareva qualcosa come un uomo di chiesa. Ma le due anime si erano ravvicinate e raffinate con gli anni.
Si baciavano ancora, la sera: e si davano il buon dì, la mattina: e lui talvolta nelle ore di quiete, prendeva la mano, bella ancora di lei, e fissandosi a lungo, vi cercava antichi ricordi.
— Nostra povera piccola Italia! — diceva lui. — Nostro povero piccolo che àbita laggiù; — aggiungeva con un soffio di voce e con un nome: ma mistress Teòdoli sentiva lo stesso quel soffio di voce e gli diceva:
— Zitto, zitto: non nominare i morti.
Rispondeva lui: — Ma si risveglieranno quando verremo anche noi.
Mistress Teòdoli crollava il capo, perchè lei non credeva nel risveglio dei morti; e lui credeva invece di sentire un fruscìo di ali; e dopo tanti anni, sempre, quando diceva: _Nostro povero piccolo_ con quel nome, l'indice scarno di lui trovava sempre quella lagrima solitaria nell'angolo dell'occhio. E gli sarebbe parso di perdere tutto se stesso, perdendo quella lagrima.
E anche in altre piccole cose mister Teòdoli dissentiva da mistress Teòdoli. Mistress Teòdoli avrebbe voluto, ogni tanto, ritornare a vedere l'Italia, ma mister Teòdoli non voleva: e l'una senza l'altro non poteva andare!
Ma oramai stavano bene a Londra; avevano la loro casetta e i loro buoni amici; e se lei, mistress Teòdoli, trasportava ancora per la metropoli la sua pingue persona a dar lezioni, non era più per necessità come nei primi tempi, ma per la gioia di vivere operosamente.
Mister Teòdoli era un po' segretamente, un po' ridicolmente tirchio. Fiammiferi mai in casa! Per i fiammiferi erano messi a contributo gli amici. «Lo so, voi mister Teòdoli, volete avere fiammiferi, poi volete avere un poco tabacco per vostra piccola pipa».
Ciò era notorio al giornale.