Part 8
— Io? che vuol che le dica? A me dispiace perchè ho paura che si comprometta, che perda l'impiego e forse peggio. Del resto io non me ne intendo di politica. Quello che le posso assicurare è che quando comincia a mancar la roba in casa, si finisce col perdere tutti i buoni sentimenti. Ma lui, creda, gli è un debole. Sono i cattivi compagni che lo hanno guastato, — concluse tristamente.
— E che cosa vuole?
— Lui dice che vuole il comunismo; e anzi una volta per celia io gli dissi: «Oh, vai, allora mi farò un bel damo anch'io!»
— E lui?
— Lui m'ha dato un ceffone.
In verità la felicità aveva fatto San Michele da quelle due stanzette, dove un tempo le due tortore avevano edificato il loro nido d'amore.
*
Passò un anno ed è il giugno. Oh, gli ultimi anni della vita devono essere allegri, viva Dio! Don Ambrogino si è persuaso che luglio, agosto e settembre non sono i mesi più belli in Milano, e quel suo nipote che sta a Menaggio, gli ha detto che se vuol venir _a far campagna_, una stanza a sua disposizione ce l'ha; e, per mangiare, si accozzerà il pentolino.
Ambrogino ha accettato.
Chi lo vede adesso sul lago di Como con un berretto all'inglese, ben rasato e i baffi grigi tirati su le gote piene e rubizze, lo può scambiare per un maggiore in ritiro o per un gentiluomo straniero, e invece è semplicemente Ambrogino: il quale se ne sta in un battelletto alla frescura attendendo senza impazienza che qualche pesciolino onori l'amo della sua lenza.
*
Ottobre. Don Ambrogino, se la va innanzi così, rischia di riuscire una persona qualificata. Le sue buone qualità sono state apprezzate sul lago di Como più che a Milano: uomo indipendente, gentile con tutti, che va d'accordo con tutti i partiti: insomma, l'ho a dire? gli è stato proposto se voleva accettare d'essere consigliere comunale.
Quell'offerta gli aveva cagionato molta gioia. Il Governo lo aveva liquidato senza nemmeno farlo cavaliere? Il popolo, invece, riconosceva i suoi meriti.
*
Novembre. Don Ambrogino è tornato a Milano: è dubbio però se, riuscendo eletto, non trasporterà i suoi Penati e la sua stufa a Menaggio.
Ha riveduto la sposina. Lui le ha contato come passò quattro mesi sul lago e che bella vita vi si conduce. Lei alla sua volta gli ha raccontato che adesso lavora in casa per conto di un mercante di abitini fatti.
— E il suo Pasquà?
La sposina alzò le spalle:
— Peggio di prima — disse.
— E come va per il resto? Coi milanesi ha fatto la pace? Ci si è adattata al risotto e al minestrone?
— Eh, così, così — disse sorridendo —; ci si viene abituando un po' per volta. Sa che dovevo andare in un negozio di mode come banchiera? mi prenderebbero volentieri, mica per la bellezza che non c'è, ma per la parlata: due franchi al giorno e la colazione. Se non fosse pel bambino avrei di già accettato.
— Vede che si adatta anche lei? — disse Ambrogino. — Milano è fatta a posta per svegliar la gente.
— Sì, sì, non sono più così sciocca come prima! — e pareva volesse dire dell'altro, ma si spicciò con un: — Arrivederla, signor Ambrogino.
Ambrogino la seguì con lo sguardo. Ora camminava non più impacciata come una volta; ma avea preso quel fare galante e sciolto della pedina milanese. Il volto non avea acquistato lietezza di vivo sangue, ma da quel pallore traeva profitto l'acconciatura dei capelli e la studiata cura del volto, le quali arti prima le erano ignote.
*
1.º dicembre. Il bambino della vicina deve essere ammalato perchè la finestra della stanza da letto degli sposi è rimasta illuminata tutta la notte. Si vedevano due ombre passare spesso: era lui ed era lei. Dunque, segno che il _piccirillo_ era ammalato. Anche la notte seguente, tornando a casa, vide la luce splendere lassù in alto: stette un poco con gli occhi a guardare come uno che fa un pensiero, di andare a sentire cosa c'era lassù; ma non lo condusse a termine; e infilò la chiave nello sportello della sua casa.
Quando si svegliò (anzi lo svegliò la portinaia col fattorino della posta che recava una lettera per espresso) erano le otto suonate. La lettera era del nipote che gli scriveva di prendere subito il treno e venire a Menaggio per un'adunanza del Comitato.
Ambrogino mise fuori d'un salto le gambe dal letto, si vestì in fretta, fece la spesa di una vettura e si fece portare alla stazione del Nord, chè il treno per Como partiva in quel punto.
Guarda come è fatto il mondo, e specialmente quello che circonda Milano! Era partito con la nebbia, ebbene, a pena a Saronno, si diradava in una lieve trasparenza di sole, e procedendo ancora, venivano fuori le ville bianche, le vette dei colli ridenti come visi di donne che si tolgano il velo. Ecco lassù Brunate nel sole!
Dal treno saltò sul battello, e allo sbarco a Menaggio c'erano il nipote ed alcuni amici ad aspettarlo. Temevano che non arrivasse. Macchè! Svelto come un giovinotto, Ambrogino era arrivato! Sùbito, in carrozza, e di lì alla sede del Comitato.
Che cosa avea detto? che cosa avea fatto Ambrogino in quella memorabile seduta?
Aveva parlato, e aveva detto una cosa straordinaria: che era venuto il tempo di far la lega dei galantuomini. _L'è inscì ciara!_
*
Ritornò a Milano.
Ma quando fu davanti alla soglia di casa sua, vide una cosa nuova che interruppe il corso dei suoi festosi pensieri; e un'imagine lugubre volle penetrare a forza nella mente di Ambrogino.
Il portone della casa di fronte era per metà socchiuso. Ora è costume a Milano, a pena qualcuno muore, di chiudere uno dei battenti.
Guardò in su alle finestre della casa, come se quelle avessero dovuto dire qualche cosa: non dicevano nulla; solo dal cielo di piombo, venivano giù certe piccole falde di neve, preavviso di una di quelle nevicate che coprono tutto, che hanno virtù di stranamente addormentare i rumori dell'opera umana.
*
Evidentemente il _piccirillo_ è morto!
E anche questa volta Ambrogino parve titubare; ma si risolse alfine.
Entrò dunque e domandò al portinaio se era morto il figlio della napoletana, chè così era chiamata colei, come quella che era di oltre Po.
— Sì sì, l'è morto ieri — rispose il portinaio dal suo deschetto —, ma credo che sia stato meglio così —, concluse con quella filosofia che è caratteristica dei portinai in genere e del portinaio milanese in ispecie.
— Si può andar di sopra?
— Tutte le volte che vuole.
Andò dunque di sopra e si trascinò sino all'ultimo pianerottolo, e ad ogni ripiano delle viscide scale lo ammorbava quel tanfo di latrina in comune. Credeva, di mano in mano che saliva, di sentire gemiti o grida e ne avea sgomento: invece era tutto quieto anche davanti alla porticina chiusa ove stava la napoletana.
— È qui dove sta la napoletana? — domandò ad una bambinella che sul ripiano giocava placidamente con la bambola insieme con due altre bambine.
— _Quella che ghè mort el fiolin?_ — chiese. — _Sì, la sta lì._
— Ambrogino tirò di campanello.
Venne, quasi subito, ad aprire lei.
Aveva gli occhi rossi e gonfi ma non piangeva: si era vestita di nero ed era tutta ben ravviata.
— Povera tosa! — compassionò Ambrogino prendendo la mano di lei, fredda e umidiccia, tra le sue. — Ma come l'è stata?
La madre sospirò di un sospiro profondo e senza lagrime, e poi disse:
— Venga pur avanti, signor Ambrogino.
— Non c'è mica lui, Pasquà?
— No, è fuori.
Attraversò un piccolo corridoio buio, e poi entrarono in una stanzettina.
Era la stanzettina dalle cui finestre, tre anni avanti, Ambrogino avea visto le due tortorelle baciarsi e fare il nido adorato. Allora era un giorno grigio come in quel dì, e l'aria avea anche allora il sospiro pieno di raccolta pace della neve.
— Si accomodi qui, — disse la giovane, e lo fece sedere vicino al tavolo da lavoro dove c'erano le cuffie, le maglie che la donna lavorava per il mercante.
Ella cominciò a raccontare com'era stata la cosa, e lui, prima di sedersi, fece atto di levarsi il cappotto.
— No, lo tenga, — disse lei, — non faccia complimenti, qui è freddo, — e seguitò a raccontare tutta la malattia con una tranquillità indifferente come parlasse dei casi di altra persona.
— Gli è stato meglio così, sì proprio, meglio così! — concluse infine come ebbe il tutto minutamente narrato; e non sapeva poi dir altro che queste poche parole; e lui voleva domandare perchè diceva che «era stato meglio così;» ma allora lei scoppiò in un gran pianto, così grande e con tante lagrime che Ambrogino ne ebbe pietà e le prese la testa e la appoggiò contro il suo pastrano e stette tanto così che sentiva il caldo di quelli occhi e di quelle lagrime arrivargli alle carni.
Si calmò un poco per volta e ritornò come prima, e come prima ripetè:
— Gli è stato, creda, meglio così: il Signore che dicono che non c'è, ha capito lui le cose e se l'è preso; sì, meglio così: ora la è finita: gli è finito tutto. Anche la famiglia fa liquidazione per fine stagione, come dice il mio mercante.
— Ma perchè? — domandò Ambrogino che era confuso davanti al dolore.
— E me lo chiede? Perchè sarebbe stato un infelice, perchè il su' babbo è un poco di buono e io.... io, — e si strinse nelle spalle. — Io non ho più forza di essere una mamma come dev'essere una mamma, e quando le mamme e i babbi non possono essere buoni, è meglio che i figlioli se li prenda il Signore. Vede? Noi tutti si vive così, giorno per giorno, si pensa a tante cose, a questo a quello; ma quando si more, allora soltanto si capisce che cosa è la vita; allora ci è detta una gran parola, e lui poverino, veda, che aveva du' anni soli, capì, sì, capì e chiamò il su' babbo e la su' mamma con una certa vocina che non diceva altro che: «babbo, mamma, tu qui e tu qui!» cioè io da una parte e lui da un'altra; e soltanto quando ci mettemmo come voleva lui, sembrò contento e poi spirò. Ma se l'avesse sentita quella voce! pareva che sapesse tutto, tutto quello che era stato, e che lui ci giudicasse; e ci ha voluti l'uno di qua e l'altro di là del su' letto e teneva una manina su la mano di lui.... di Pasquà, e ci ha uniti per l'ultima volta con più santità che il prete all'altare quando ci sposò.
E la giovane donna che aveva parlato così sino allora, scoppiò in un urlo orrendo che atterrì Ambrogino, e la vide ritrarsi in fondo alla stanza, e gridò tre volte: — Signore! Signore! Signore! — e si buttò per terra, sul pavimento, con le braccia stese che faceva pietà.
Ambrogino guardò attorno impaurito che a quelle grida venisse qualcuno. Non c'era nessuno, ma già cadeva la neve e avvolgeva tutto nel silenzio.
Allora si accostò alla giovane quasi con sospetto, e si chinò e la levò su; le pulì le vesti che erano imbrattate, e col suo fazzoletto le asciugò il volto e non diceva nemmeno più «povera tosa», ma crollava il capo come per dire: «ma guarda che robe ci sono nel mondo!»
Dopo, per fortuna, la si riebbe da per sè, se no Ambrogino era deciso a chiamar gente, anzi dopo quello sfogo sembrò come sollevata. Sorrideva quasi e disse:
— Grazie, signor Ambrogio. Il Signore, che io l'ho sentito vicino, le renderà merito della sua carità: non mi sono potuta sfogare con nessun altro e mi sono sfogata con lei. L'avevo qui nella gola come una cosa dura; ora l'ho mandata fuori. Lui, povero martire, l'ha pagata per tutti, oh, l'ha pagata per tutti! gli ha fatto come Cristo; è morto lui per gli altri, lui povero cittino, solo, capisce? solo e senza difesa!
— Ma che la non si commuova più..., — supplicò Ambrogino.
— No, no, adesso sono tranquilla, sto bene.
— E lui? Pasquà?
— Lui? Oh, ha sofferto anche lui, sì, povero infelice, perchè d'animo non era cattivo. Ma quello che è spezzato non si attacca più. Liquidazione di tutto, le dico. Meglio così! Dopo che lui è _passato_, avrà bevuto più di una bottiglia di grappa: è diventato più feroce e più brutto di prima. Allora ci siamo accapigliati là, davanti a lui. Non voleva il prete e la croce, io la volevo. Finalmente ha ceduto. Ma ha detto che il cadavere lo vuol sbattere in faccia a qualcuno. Perchè ha detto che se era ricco, il su' figliuolino non sarebbe morto; ha detto, e mi ha fatto paura.
Domandò Ambrogino: — E adesso dov'è?
— Adesso è andato a chiamare i compagni.
— A che ora lo portano via?
— Alle due, hanno detto, ma con questo tempo chi sa se si potrà! Lo vuol vedere?
— No! no! — fece Ambrogino con gran riluttanza.
— Non fa mica paura, sa! — disse la donna sorridendo, — pare così che dorma. Venga!
Ma Ambrogino si tirava indietro.
— No, venga! — e aperse l'uscio della stanza.
Ambrogino allora dovette guardare e vide un corpicino disteso placidamente sul letticciuolo.
— Come è grande! forse perchè è tanto che non lo vedevo più! — esclamò a pena Ambrogino, e rimase con la bocca aperta.
Fra le manine incrociate c'era una corona. La finestra era aperta; e la neve entrava dalla finestra aperta come una schiera di farfalle liete e strane. Sì, pareva proprio che dormisse: solo quei dentini bianchi che venivano fuori dalle labbra, facevano pena e davano al visino un'espressione amara.
Ambrogino fece senza volerlo un antico, obliato segno della mano: il segno della redenzione! e alcune pure parole latine, che invocano pace vera ed eterna, gli ricorsero su le labbra.
Dopo disse:
— Ci viene anche lei dietro?
— Oh sì, — rispose lei, — mi vestivo ora per quello.
Ambrogino salutò e disse che sarebbe venuto anche lui: si sentiva una certa cosa che gli moveva tutt'il sangue e aveva bisogno di respirar dell'aria.
«Guarda che robe ci sono nel mondo!» e crollava il capo. Sul pianerottolo sedevano ancora le tre bambine, e la più grande domandò se il morticino era bello. Ma Ambrogino non vi badò: da tempo immemorabile non si era più commosso e adesso stava male. «Dovevo mica andare; ma già, se anche non andavo, quel dolore lì c'era lo stesso», diceva fra sè e sè. E alla prima bottega che trovò su' suoi passi, entrò e prese un caffè con un bicchierino di grappa per darsi un po' di spirito.
Se lo ricordava quando veniva ai Giardini a bere il latte, e ne beveva! ed era tutto felice di giocare con la terra. Adesso della terra ne avrà anche troppo; e ricordava che gli aveva anche lui fatta una carezza su le guance. E si sentiva certe vecchie lagrime nascere da ignote sorgenti e gli pareva che una voce gli dicesse: «La vita è triste».
*
In via Santa Margherita passò davanti ad una bottega di fioraio: la neve cadeva, e dietro la smisurata vetrina, sur un tappeto di capelvenere, giacevano come stanche di essere nate anzi tempo, pallide rose e ciocche di gran viole. Dai verdi steli, invece, le orchidee spingevano i loro mostruosi petali, come gole aperte di colubri; e le azalee fiorivano in vaghe ombrelle.
Spinse la porta che era pur essa tutto un gran cristallo pesante.
C'era dentro una dama coi capelli di rame e un mantello scarlatto, e la commessa si adoperava a fermare, sul seno di colei, un gran mazzo di viole.
— Buon giorno! — disse la commessa volgendo appena il viso.
E Ambrogino disse che facesse pure, che avea tempo, e si sedette.
— Io vorrei, — disse Ambrogino quando la dama se ne andò, — una corona di fiori per un povero bambino che è morto: mica molto grande e da non spendere tanto.
La giovane commessa disse che andava benissimo; ma quando espose il prezzo, ad Ambrogino parve che andasse malissimo.
— Cinquanta lire una coroncina per un piccolo bambino?
E la commessa spiegò che i fiori venivano dalla Riviera e che adesso, coi teatri, c'era un gran da fare.
E Ambrogino nicchiava. Se avesse avuto tempo sarebbe andato sino fuori di porta Venezia, a Loreto, dove c'è un giardiniere che doveva essere più a buon mercato.
"E poi per chi la compro la corona? — pensava tra sè e sè. — Per lei no, perchè è troppo afflitta e non se ne accorgerà nemmeno e non sta bene che io glielo dica: «guarda che ho comperato la corona», per lui no che è un poco di buono; per il piccino no, perchè non sente più.... Quest'idea strana: «non sente più!» E se sentisse, come sarebbe contento che io gli ho comperato la corona e mi sono ricordato di lui, «povera robina piccola!» E pensava a certe cose strane e tristi, e la sua smemoratezza umana percepì distinto il suono di una verità, che è come il tocco della campana sul faro del mare: suona sempre, ma noi non la udiamo se non quando la morte pone il dito su le labbra e dice: silenzio! e allora sentiamo bene, e solo quel suono ci pare vero e tutte le altre cose ci paiono vane.
La commessa intanto prese a dire, e pareva ad Ambrogino che fossero parole lontane:
— Se vuole spendere poco, faccia una cosa, prenda a nolo una di quelle corone di fiori secchi: fanno la loro figura e con quattro o cinque lire se la cava.
— No! no! — fece Ambrogino crollando il capo, — li voglio freschi, povero bambino.
— Allora parli col principale.
E sollevò una tenda e scoprì una stanzetta interna dove alcune donne facevano corone per morti e per cantanti: la tavola e il pavimento erano sparsi di fronde e di fiori: le donne legavano i mazzetti rapidamente e li infilavano in certe anime di paglia.
Venne il padrone e combinarono per quarantacinque lire una coroncina «garantita»: piccola, ma di fiori freschi.
— Ma che siano belli, mica quella roba che è lì per terra!
*
Alle due era davanti alla porta del morticino.
Davanti alla porta c'era già il carro funebre con un vecchio cavallino bianco e il piccolo catafalco bianco: sul cocchiere e sul cavallino cadeva la neve. Nell'atrio c'era un prete che parlava con l'apparitore e stava dietro il portone per evitare la neve.
Ambrogino cercò con gli occhi e con animo di sdegno il padre: Pasquà. Ma quando lo vide, gli fece più pietà che ribrezzo. Se ne stava livido, con gli occhi nel vuoto. Cinque o sei figure bieche e miserabili al par di lui, lo circondavano senza parlare.
Ambrogino cercò con i suoi occhi gli occhi di Pasquà; ma non fu veduto.
Poco dopo scese giù dalle scale il becchino che qui chiamano, col bel nome greco, il «necroforo». Portava la piccola bara di abete sotto il braccio; e molti bimbi della casa seguivano la bara, e facevano sonar gli zoccoli di legno giù per le scale. Tutti si scansarono e si tolsero il cappello. Ambrogino sentì che uno diceva: _La pesa nagott_. Il coperchio del sarcofago si alzò su la piccola bara e ricadde con un rumore secco e forte.
All'apparire del feretro, Ambrogino guardò ancora Pasquà.
Ma quando la croce fu inalberata davanti a lui e passò, anche il capo di lui cadde in giù; e i piedi strisciarono dietro il feretro.
Tutti gli altri seguirono.
Ambrogino vedeva la sua corona bianca più distinta di tutte le cose belle e grandi della grande città: come una luce di stella.
*
Il piccolo convoglio ora andava diritto: il piccolo convoglio della morte avea forza di sospendere per un breve istante la furia dei tram, delle carrozze, della gente.
Attraversò tutta Milano.
E quando furono poi nello spiazzale pulito entro il recinto del cimitero monumentale, dal carro fu tolta la piccola bara. Venivano giù intanto fuor della neve i grandi carrozzoni parati a nero del tram elettrico di Musocco. La piccola bara ignota fu messa dentro fra altre bare ignote, attendendo Chi la distingua.
Alcuni salirono: le ruote scintillarono una luce verde e il tram della morte sibilò e fuggì.
Tutto in fretta, come a Milano.
Milano, 1901.
LA INGEGNOSA SIGNORINA MERCEDES.
Era l'ora soave in cui le lampade elettriche si accendono, la minestra già bolle sul focolare, ed i buoni padri di famiglia sono attesi dalle care consorti.
Anche il cavalier ingegner Gaudenzi, capo dell'ufficio tecnico di X***, col naso appena sporgente dalla pelliccia, filava verso casa.
Egli era molto lieto e la sua letizia era visibile — benchè non sporgesse che il naso — da una grande dorata rotella di panforte di Siena, pendente per una cordicella da un bottone della pelliccia.
Era lieto perchè in quel giorno, in una logica transazione con un appaltatore (vittima, oh, pover'uomo, di uno sciopero continuato) era rimasto sul suo tavolo di capo ufficio un bel cadò, leggero leggero: mille lire.
Egli comunicava la sua gioia alla famiglia con l'acquisto di un bel panforte di Siena: dolce sostanzioso, economico, di lenta consumazione: e poi, dolce nazionale!
Che festa avrebbe fatta la numerosa prole al panforte di Siena!
Tutti bravi figliuoli, e tutti bene instradati!
Il cavalier Gaudenzi fila verso casa: fila e conta: «Rina, professoressa, professora, no! professore — oggi si dice così — di inglese: ha un piede nell'aristocrazia. Un bel piedino in verità! Chi sa che non possa fare un buon matrimonio? Giulio, già avvocato, è con un piede nella democrazia!... Carletto in collegio militare; posto gratuito: sarà il guerriero della famiglia. Egli non mangerà il panforte di Siena, perchè è in collegio. Ma ve ne sono altri tre piccini in casa che mangeranno il panforte! Quanta famiglia! Tirarla su con decoro, per tanti anni, una famiglia che seguitava a dilatarsi quasi ad ogni nove mesi! e gli affitti di casa pure dilatavano: tutto dilatava. E lo stipendio era rigido! Ma per forza bisogna transigere! Del resto il mondo vive di transizioni!»
Però — diciamo tutta la verità — il cavalier Gaudenzi, oltre alla gioia, si sentiva nel sangue un non so che di morbinoso, per cui la visione dei bei ristoranti rossi con le tovaglie candide, gli dava un'insolita voluttà. Sedersi ad uno di quei tavoli ancora vuoti con la fedele consorte e tutta la prole? No! Solo, allora? Oh, nemmeno solo!
Ah, quante restrizioni, mortificazioni accompagnano le gioie della famiglia!
Il cavalier Gaudenzi era in tale stato di spirito, quando due grandi, attonite, languide pupille attraversarono — come uno sbarramento reale — la linea onesta e diritta per cui il detto signor Gaudenzi passava.
Naturalmente, fu costretto a fermarsi.
Sì! il signor Gaudenzi, come un treno allo sventolare della bandiera rossa, arrestò la rapida corsa, e si fermò: allora quegli occhi comandarono: «Seguiteci fedelmente, ma prudentemente!»
Ed egli seguì per una via fuori mano. Infine quegli occhi dissero: «Ora vi è permesso di farvi avanti e renderci il tributo della vostra ammirazione!»
— Occhi stupendi! — disse allora il cavalier Gaudenzi.
E gli occhi erano davvero bellissimi, straordinariamente grandi, misteriosi, violacei; anche dietro la veletta.
Essi appartenevano ad una signora dignitosa, composta; la quale, a conferma di maggiore dignità e compostezza, aveva con sè una ragazzina dalle gonne ancora corte, di quell'età ancor neutra, che i tedeschi denominano «pesciolino fritto».
Quella sera il cavalier Gaudenzi a dispetto del _pot-au-feu_ familiare, delle pratiche emarginate, era preso violentemente da istinti dionisiaci! Quella signora velata, seria, rappresentava l'ideale del dionisiaco combinato con la prudenza. Peccato che, eccettuati gli occhi, ci si vedesse poco, dietro la veletta!
Ripetè: — Occhi stupendi!
Questa volta gli occhi, dopo aver girato due o tre volte nella lattea malinconia dell'orbita, furono costretti a cedere il posto alla parola, la quale si espresse così: «Un tempo, signore!»
Ma per quanto si sforzasse quella voce di imbeversi di soave rimpianto, il cavalier Gaudenzi ne ebbe una sensazione inattesa, spiacevole, che gli raffreddò la esaltazione dionisiaca: una voce nasale, afona, con un certo non so che.... veniva fuori dalla veletta.
Il cavalier Gaudenzi fissò interrogando le pupille.
Esse confessarono ingenuamente:
«Noi si fa quel che si può, signor mio, ma le altre parti non ci sostengono, e la commedia casca quasi tutte le sere.»
Allora parlò il panforte di Siena e disse: «Suvvia! domanda scusa alla signora. Dille che hai preso abbaglio per effetto della nebbia, e andiamo a casa.»
Ma il cavalier Gaudenzi, fra gli ultimi guizzi dionisiaci e il rispetto cavalleresco verso la donna, non osò seguire il saggio consiglio del panforte di Siena; e rimase lì.
Ne approfittò la donna, e insinuando il suo braccio sotto il braccio del signore, si studiò mercè il pannicolo adiposo, di rianimare l'ardore dionisiaco del cavaliere.