Donne, madonne e bimbi

Part 7

Chapter 74,063 wordsPublic domain

Dopo aver tanto lavorato, Ambrogino si divertiva a non lavorare; e spesso si faceva trasportare dalla piazza del Duomo sino a Loreto, come un gran signore, in uno di quei magnifici carrozzoni elettrici che passano folgorando che pare la gloria di Dio; e sono più di quattro chilometri; e con quale spesa? Con soli cinque centesimi.

Questa gita gli serviva anche per far le sue provviste di carne, di caffè e di altri commestibili, i quali abilmente incartati e sepolti in certe tasche recondite, faceva passare di _sfroso_ — come si dice a Milano —, e provava più piacere a _sfrosare_ che a fare eseguire la legge, come aveva fatto per tanti anni. E giunto al suo domicilio e traendo fuori e sciorinando le provviste su la tavola, si convinceva sempre di più che Milano è la città più a buon mercato del mondo per chi sa accontentarsi. Un fornelletto a gas gli cuoceva la colazione; dopo di che egli faceva un po' di _contr'ora_ alla napoletana; e poi attendeva a lucidare, ordinare la sua proprietà.

*

Le finestre di fronte all'appartamento di Ambrogino sono aperte: un nuovo inquilino è venuto ad abitare. Vi si vede dentro come essere in casa loro e si potrebbe sentire quello che dicono. All'accento, Ambrogino capì che dovevano essere venuti dall'_Italia bassa_, e che non dovevano essere molto pratici di Milano. «Sono proprio due sposini freschi: non fanno altro che baciarsi».

Don Ambrogino li ha scoperti che si baciavano alla finestra: lei, come si vide scoperta, è fuggita: «Ma fate pure, le mie tortorelle! — aveva esclamato il dabben uomo, — io a queste cose non mi commuovo più. Di fuori è freddo, così vi riscalderete».

*

Don Ambrogino, diventato libero cittadino, con casa propria, stentò non poco per fare la conoscenza della sua Milano che si era tanto mutata da quella di una volta.

— Che gente! che ingegno che c'è adesso!

E al mattino stava incantato a vedere tutti quei _tram_, quella gente, quegli operai, che si mettevano in moto come un grande esercito.

«Soltanto io son libero di fare quel che mi pare», e per provarlo, saliva su la sua altana a fare delle cassette di legno, dove voleva seminare i fiori; e poi la lattuga, la cicoria, l'aglio, il pomidoro per mangiare la sua insalatina.

*

«Oh, alla finestra dell'appartamento di fronte hanno messo le tendine: i piccioncini non si voglion far vedere, ma poi, se voglio, vedo lo stesso». Difatti egli essendo _più altolocato_, poteva di lassù notare tutto quello che avveniva in quella casa. «Deve essere una buona sposina: non pare nemmeno dell'Italia _bassa!_» E la vedeva far quella stanza da letto e quella cucina (l'appartamento non era più grande di così), girare, montare su le sedie, chinarsi giù; pulire, scopare, lucidare. E poi, messo tutto in assetto, ella si ripuliva, si pettinava; e si metteva al fornello o al tavolino da lavoro, svelta svelta, linda linda, sola sola, finchè arrivava lui, e allora don Ambrogino si ritirava per lasciare alle tortorelle la libertà di baciarsi.

Anche lui, il marito, doveva essere un bravo giovane, benchè dell'Italia del sud o _sudicia_, come sogliono dire taluni. Lo aveva visto, fuori, correre anche lui come tanti altri, messo in moto da quella gran macchina che muove tutta la città. «Però con quel velo di spolverino, che ti piange addosso, il mio caro uomo, devi aver freddo: credi tu forse di essere qui a _Napole_, a _Surriento?_ Qui ci vogliono fior di pastrani! guarda il mio, comperato dai fratelli Bocconi: quaranta lire e fior di roba! A tre usi: c'è per il sole, per la neve e il cappuccio per la pioggia!»

*

Sola sola! linda linda! Ma una mattina, mentre don Ambrogino — era decembre e c'era un sole ammalato, come un saluto della buona stagione che se ne va, — se ne stava su la sua altana a lavorare devotamente le sue cassette, sentì nel silenzio dei tetti una voce languida e gaia che modulava un canto a lui ben noto, per cui egli rimase col martello e col chiodo sospeso: la voce cantava con quella passione di suoni che s'ode laggiù:

A mezzanotte 'n coppa a 'u mare splende la luna d'argiento fino....

«_Napole!_ — esclamò don Ambrogino; e si ricordò di Santa Lucia, col mare e col Vesuvio. — Già, qui i maccheroni non li sanno fare. E anche il barbèra era più buono quello che si beveva una volta».

*

Ma quante cose nuove a Milano in così breve tempo! La piazza Castello, con le baracche del vecchio Tivoli, dov'è? E quel Parco cresciuto come per opera di una bacchetta magica? E quel castello dove stavano i Croati col Radetzky? Lui se li ricordava i Croati: a scuola le avea anche lui cantate le preghiere per «il nostro imperator!» E il cimitero di Musocco? In _tram_ elettrico anche lì. Più tardi che è possibile, però! Invece laggiù, per i mortorî, tutti quei pianti, quei catafalchi! Qui, invece, in _tram_ e via! Volete essere _cremati_? Basta dirlo prima.

*

Don Ambrogino non è curioso, ma ieri è rimasto parecchio tempo a strologare che cosa faceva la sposina al suo tavolo da lavoro: che cosa cuce, che cosa agucchia? «Oh, che stupido — disse poi: — ma quello è il corredo per un bambino!»

E il giorno seguente la rivide di sfuggita, con uno scialletto di lana in testa: rincasava in fretta dopo aver fatto le provviste col suo cestello: la osservò meglio: — _Issa tiene ò piccirillo!_ — disse don Ambrogino.

Doveva essere negli ultimi mesi, perchè da allora in poi non la vide uscire che assai di rado.

*

Hanno comperato una stufa. Era tempo. Il caldo dei baci va bene per loro due, ma il bambino che deve nascere non la penserà così! Ma che stufa hanno preso mai! di quelle miserabili stufe di lamiera, che ogni quarto d'ora bisogna buttarci un pezzo di carbone. «Dovevano comperare una stufa come la mia, _vera, ti?_», e si rivolgeva alla sua stufa, la quale aveva costituito per lui una questione molto seria. Le avea passate tutte in rassegna: a carbone, a legna, a gas; uno studio fatto sui cataloghi, controllato da debite informazioni; e finalmente avea dato la preferenza ad una stufa tedesca con regolatore, in forma di una casetta con bei metalli nichelati, con le lastrine di mica che fanno vedere il bel fuoco, che veglia di dentro. Chi lo avea deciso a tale acquisto era stato il signor..., un signore che terminava in _mann_, che parlava mezzo tedesco e mezzo milanese; e gli avea detto: «Volete, signor, l'ultima espressione del progresso, una razional stufa? una stufa _hors ligne_ e da _spend poc danee?_ Comprate mia stufa.»

Era costata cara, ma come ne era contento! Non si spegneva mai: andava piano pianino, andava forte, più forte; aveva giudizio come una persona. La completa fiducia nella sua stufa tedesca gli era nata al ritorno da una gitarella a Menaggio, sul lago di Como, dove avea alcuni parenti; ed era stato a visitare anche Brunate, dove è proprio vero quello che dice il bollettino in Galleria, che lassù c'è sempre il sole. E si vede tutta la Svizzera, tutto il lago di Como; e chi vuole spendere cento lire, trova da buttarle via e bene, e chi non vuol spendere niente, non spende niente come aveva fatto lui, e non trova nemmeno un mendicante che lo fermi con un: _Signurì, Eccellenza, facite a carità!_ come nell'Italia _sudicia_. Egli, anzi, si era riempito _gratis_ le tasche delle castagne di cui sono cosparsi que' sentieruoli de' boschi, ed era tornato a Milano. Bene: la sua stufa tedesca ardeva, e lo attendeva tranquillamente col suo mite calore! Brava gente quei signori in _mann_!

Era la stufa come una cosa viva nel suo appartamento solingo, e ne parlava con frequenza e compiacimento e diceva: «La mia stufa» come avrebbe detto: «La mia signora!»

Ora quella gente lì avrebbe dovuto comperare una stufa simile alla sua, se avessero avuto giudizio. «Povera donna, soffia, soffia adesso per accenderla, altro che cantare: _A mezzanotte 'n coppa a 'u mare_».

*

Una mattina Ambrogino scorse il suo inquilino di fronte che alzava la tendina dietro i vetri e aveva un coso bianco in braccio, un fagottino bianco.

— Il piccirillo è nato, eccolo là! — disse don Ambrogino.

Era nato nella notte: il babbo ora alzava la tendina della finestra e gli faceva vedere il mondo per la prima volta.

Nevicava quella mattina.

— Queste sono disgrazie che non accadono a noi, _vera, ti?_ — raziocinò a mo' di conclusione don Ambrogino rivolgendosi alla sua stufa, su la quale posava il bricchetto del caffè e latte, giacchè da quell'ingegnoso uomo che era, pensava che la stufa poteva servire anche a risparmiare il gas.

*

Quanti siano i vantaggi di una grande città come Milano, non è facile numerare: ci proveremo tuttavia.

Quando verso mezzanotte rincasava dalla sua partita a tresette — un giuoco che non lo sanno giocare garbatamente se non a Milano — si era sicuri di trovare sempre le vie illuminate, e che luce! Cadeva la neve? Il giorno dopo non c'era caso di trovarne una falda per terra. E lo spettacolo della Galleria? del corso Vittorio Emanuele? Se uno vuole istruirsi — il che non era il suo caso —, vedi quante conferenze, università popolari, con tanti professori che formano una filza più lunga della lista dei piatti del gran banchetto che qualunque mortale può con quattro lire soltanto offrire a se stesso al caffè X***: dove si comincia il primo piatto col Melange Biffi, poi sfilano _consumè, omelette al burro, aspargi all'uovo, salade alla russe_, gelati _à la napolitaine_, che c'era da prendere l'olio di ricino se uno avesse voluto mangiar tutto, come era accaduto a lui che una volta tanto aveva voluto provare.

E i teatri? Ogni tanto opere nuove! Ogni tanto, o lì nei libri, o lì nella musica e nel teatro, un uomo di genio. Come è nato? Chi lo sa? È nato lì in Galleria. Dopo si muta, e sempre così. Ben è vero che don Ambrogino preferiva la serie dei quintini, al teatro, ai libri; ma stando a Milano, a furia di sentir ripetere certi nomi, si finisce coll'istruirsi senz'accorgersi.

E tutta la carità che faceva Milano? Il pane gratis ai poveri, la refezione gratis nelle scuole, i dormitori, l'infanzia abbandonata, le fanciulle perdute che vengono ritrovate. E il baliatico?

— Quella stupida lì, invece di star a farsi succhiare il petto dal suo marmocchio, si poteva rivolgere al baliatico!

*

Fra le molte felicità di Ambrogino vi fu però una scoperta _minga bella_.

Non era soltanto il risotto e il barbèra, _deteriorati_ da quel che erano una volta; ma un'altra cosa di cui a bella prima non si voleva persuadere, cioè che i milanesi veri come lui, dal cuore largo e dal parlare franco, non erano più che in pochi, a Milano. E invece dei veri milanesi, troppi tedeschi! E poi parevano loro i padroni di Milano! E che modi! Se lui fosse andato a Berlino, si sarebbe presentato col cappello in mano, avrebbe chiesto licenza come si fa quando si entra in casa degli altri: invece loro...! Un giorno alla birreria ne aveva vicini due: due pezzi di marcantoni che mangiavano gli spaghetti, e ci mescolavano, ridendo, la parola, _Italia_. Lui non capiva perchè parlavano tedesco, ma gli parve che per coloro _Italia_ e _maccaroni_ fossero due cose che si mangiano. Se avesse saputo il tedesco, avrebbe preso la difesa dei maccheroni, che valgono quanto il risotto e la busecca.

Aveva poi mutato posto per non compromettersi e aveva chiesto al cameriere un giornale: il cameriere, nemmeno a farlo a posta, gli aveva buttato lì cinque o sei giornali tedeschi insteccati, di cui non si capiva nemmeno il titolo.

— _Anca ti te diventet todesch?_ — aveva chiesto al cameriere, il quale di rimando:

— _Was wollen Sie?_

— _Copet!_ — aveva esclamato Ambrogino, e se ne era andato.

E la sera, giocando la sua partita, aveva fatte le sue rimostranze: — Per che cosa allora abbiamo fatto le Cinque Giornate?

Lui veramente nel Quarantotto era nel grembo di sua madre, ma ogni milanese di una certa età ha fatto le Cinque Giornate!

Saltò su uno della compagnia: — _Lü l'è minga_ all'altezza dei tempi! _El capiss no_ che siamo tutti fratelli?

E don Ambrogino avea risposto: — Bene, fratelli! ma loro fratelli padroni e noi fratelli servitori.

*

Quella notte, rincasando, ci ragionò sopra quella discussione politica, e concluse col dire quella gran parola che aveva imparato laggiù: _nun te ne' incaricà!_

E quando fu a casa, tolse la bottiglia del perfetto elisire: grappa autentica, con l'erba ruta: una sua confezione. Era regolamentare un bicchierino, ogni mattina. Ma quella notte fece eccezione. — Ambrogino, bevi un bicchierino di _me ne impipo!_

Erano le due dopo la mezzanotte: nella casa di contro luceva ancora la lampada.

— Si vede che il _piccirillo_ non vuol dormire, — argomentò don Ambrogino, spogliandosi e ripiegando i suoi abiti di mano in mano che se li toglieva di dosso. E spense il lume e si ravvolse fra le lenzuola.

*

Maggio! È venuto maggio con le rose e i mughetti. Milano splende e suona operosa nel sole. I giardini espongono le loro aiuole fiorite: il parco è un incanto. Le ruote delle carrozze signorili scintillano co' loro cerchioni di gomma su la ghiaia fine; i palafreni vanno di bel portante, fanno suonare i metalli dei loro fornimenti.

E poichè il medico ha consigliato a don Ambrogino la cura del latte come antidoto al barbèra, così egli si reca ogni mattina alla latteria dei Giardini Pubblici; e v'è una stalla «razionale» ove le vacche stan lì pulite in fila, che è un piacere guardarle, e il latte è servito in fini cristalli con sottocoppe, e vi sono bei sedili e opache ombre per bere il detto latte alla frescura: e fanno il servizio fanciulle graziose in grembiule bianco.

*

Alla latteria ha incontrato una giovane donna, col cappellino, e un bambinello in braccio: stentò un poco a riconoscerla, ma poi la ravvisò. Poverina, come è andata giù! È la sua vicina di casa che viene a comperare il latte pel bambino: il quale però è florido. Non è più uno sdentato, ha già due dentini.

— Che bella primavera! par di essere in campagna! — avea esclamato don Ambrogino, e si era presentato come suo vicino di casa.

— Mi pare bene di averlo veduto! — osservò la giovane.

— Sono stato anch'io laggiù tanti anni, che le conosco bene quelle parti.

Ella parve contenta di questa informazione e disse che ciò si capiva un pochino anche dalla parlata, e aggiunse che ella era senese e suo marito di Nocera de' Pagani.

Eh, eh! li conosceva bene tutti quei luoghi dell'Italia _bassa_, Ambrogino. A Nocera c'era stato, anche.

— Già, noi ci siamo conosciuti e sposati laggiù, — disse ella. — Conosce allora il tale, la tal'altra, quella che ha sposato, ecc.? quello che ha fatto, ecc.?

— Altrochè! — Altrochè se Ambrogino li conosceva! che cos'è che non conosceva lui?

— Eh, Milano, — sospirò la giovane, — è una grande città, gran commercio; vi sono i fratelli Bocconi che li conoscono anche dalle nostre parti: ma son gente superbiosa i milanesi!

Ambrogino protestò: — _Che la disa minga inscì!_ I milanesi veri, i veri ambrosiani hanno un cuore _grand'inscì_.

— Sarà come lei dice, ma noi si stava meglio laggiù, nel paese del mi' marito; benchè io, come gli ho detto, sia senese. Ma tant'è: mi ero abituata! E poi lo sa bene: «Ad ogni uccello su' nido è bello!»

— Già, come dicono anche a Milano: _Milan e poeu pu!_

E Ambrogino aveva toccato con la sua grossa mano la guancia del bimbo, così con trepidanza, come si tocca una cosa delicata che non si conosce; e aveva detto: — Il _figlio_, però, l'è milanese.

*

E così fecero conoscenza e si vedevano sovente ed ella gli raccontava dell'esser suo.

— Quella, — essa diceva, — era stata un'annataccia; ma poteva andar peggio, e c'era da ringraziare la Provvidenza perchè il cittino stava bene e non aveva avuto nè il lattime nè la rachitide: un vero miracolo se si pensa che si ha da vivere in quelle du' stanzine basse basse e senza mai sole. Guardi che bei dentini gli ha messo: questo si può proprio dire che glieli ho fatto io col mi' sangue. — Ma ora del latte non ne avea più tanto, e il medico avea consigliato il latte della latteria dei Giardini.

— Pensi, signor mio, che cosa mi costa questo latte! Da porta Ticinese venir sin qui col bimbo in braccio, io non ci reggo: dunque dieci centesimi del tranvai a venire, e dieci a tornare: un po' il bimbo ne beve, un po' bisogna portarne a casa e sa, è vero? che cosa costa qui il latte al litro, che non è mai un litro, dieci soldi! Anche dal macellaio, dal pizzicagnolo, dal droghiere....

— Sì, dal _fondeghee_ — corresse Ambrogino.

— .... non danno mai la misura giusta: mettono certi pezzettacci di carta fatti a posta con la polvere di marmo che su di un etto se ne vanno venti grammi a dir pochino: e poi dànno certe spinte alla bilancia che la va giù anche a non volere. Io un giorno ho fatto le mi' rimostranze, e si dovevano mostrar confusi: che! Hanno risposto, e con che tono! e m'hanno chiesto se la su' pigione e le su' tasse le pagavo io. Creda che son molto superbiosi i milanesi. E poi, eh dico, signor mio, non hanno mica una gran creanza! Che almeno avessero quella! Tu vai in una bottega e ti senti chiamare dal merciaio: _ehi lee, popòla, bella tosa!_ ma son modi codesti? I primi tempi me ne feci caso: oh, per chi mi han presa, per una poco di bono? ma poi non ci badai più: ho inteso che anche alle signore dicono così a volte.

— _Vèdela_ — spiegò Ambrogino che si divertiva a sentire quella parlata — è un modo di dire: anche a me _me disen bel tos_.

— Ma sono anche — ribattè lei — tanto sfacciati: anno, quando venni qui, che ero un po' belloccia, sentivo de' ragazzacci buttarmi de' complimenti che non si dicono nemmeno a quelle che fanno quel mestiere.

— Che li compatisca, — disse Ambrogino in modo che ella ne rise — fan mica a posta. Siamo sensibili, noi milanesi, alla bellezza!

Ella proseguì:

— Ora la faccia il su' conto: per il latte sono quattordici soldi che vanno ogni volta, a dir poco, e io non ho più tempo di badare alle mi' faccenduole e il mi' marito mi sgrida perchè non trova la colazione pronta. Ma come s'ha a fare che le braccia son due e questi piccini non intendono ragioni? Ho provato il latte del lattaio, ma gli è tutt'acqua. Anch'io, veda, dovrei venir qui a bere il latte, perchè sono diventata anemica; ma se bevo io, non beve il bimbo, le pare? I piccoli impiegati, come noi, non possono ricorrere alla carità come fanno gli operai, e aggiunga questo: che per noi vi sono troppe esigenze. La vuol sapere che io mi vergogno a uscir di casa così mal vestita? Io ero venuta a Milano con qualche soldo di mio e ora ce n'è rimasti pochini.

*

E così parlavano sotto una bella ombra: e don Ambrogino le diceva che lei avrebbe dovuto fare come fanno tante spose a Milano, che i figliuoli li dànno a balia, e loro poi vanno commesse di negozio e si cavano la giornata meglio di un uomo.

— Ah, lo so bene, — rispose la giovane, — che qui fanno così, e il mi' marito voleva che lo mandassi a balia, il mi' citto. Ma veda: io al mi' marito gli ubbidisco in tutto, che se mi dice: sta costì e non ti muovere, e io non mi muovo: ma in questo di dare il mi' figliuolo a balia, no, no, e poi no! L'ho fatto io? Lo voglio allevare io. Saran pregiudizi, ma il sentimento mi dice così: o che si fanno i figliuoli per il piacere di farli? E poi di quelli che vanno a balia ne muore la metà.

«Buona tosa, ma un po' _cialla_, — che gli è come dire un po' citrulla, pensava don Ambrogino: — Si muore a balia? Ma son morto io che sono stato dato a balia?»

*

Ma, ohimè, Ambrogino ne dovea sentire venir fuori delle altre da quelle pallide labbra di mamma giovane, e con le parole vennero fuori anche certe lagrime amare.

La pace non c'è ora più in famiglia: suo marito che prima era tanto buono, tanto di casa, adesso non lo si riconosce più: non la guarda più e la trascura.

— Guardi le mi' mani come son diventate rosse a forza di lavare, — dicea. — Bisognerebbe far quello che fa l'inquilina del primo piano! Tutto il giorno la si gingilla in vestaglia, una più bella dell'altra, e quando esce, bisogna veder che roba! Quella lì il mi' marito la guarda, e i fornitori le fanno credito e la chiamano _sciora_, e non è invece che una svergognata, che una donnaccia di quelle.... Son sola il giorno perchè lui è all'ufficio: son sola la notte, perchè quando ha mangiato quel boccone, scappa, e chi lo vede più? La mia compagnia è questo povero citto. Lui, poverino, non intende nulla, gli ha nove mesi ormai, si figuri! ma io ragiono con lui come se fosse grande, e certe volte mi fa certi sorrisi aperti che pare intenda tutto. E mi dica, con chi dovrei parlare tutto il giorno e tutta la sera quant'è lunga?

— Che la guarda che _el fiolin_ ride! — disse con istupore Ambrogino.

— Ma se le dico che par che intenda tutto! O veda que' du' dentini che gli ha messo! veda come son bellini, bianchi! La mi' pena era che non gli nascessero denti, chè è segno di rachitide; e invece se lei gli mette il dito in bocca, sente come le gengive sono accalorate.

Ambrogino si sfogava in elogi e lei rispondeva crollando le spalle, e aveva certi «che, che!» e un certo modo di dire così grazioso che non c'è neanche in milanese: diceva: «canini, gattini e bambini di contadini son carini quando son piccini. Dopo poi!».... — e qui un gran segno. — Io, veda, vorrei che restasse così piccino.

*

30 maggio. Chi vuol vedere che città sia Milano, deve venir qui di maggio quando ci sono a San Siro le corse, quelle che fanno i signori. Chi non va a San Siro, sta ad aspettare il ritorno dalle corse. Tutta via Dante, tutto il largo Cairoli è zeppo di gente, e tutta ben vestita, perchè a Milano, se qualcuno ha della miseria, se la tiene in casa e non la mette in mostra. I soldati a cavallo, i carabinieri in gran tenuta, col piumaccio rosso, regolano la folla e fanno proprio un gran bel vedere. Adesso che non ci sono più le guerre, i soldati servono per decorare la città.

Anche Ambrogino stava ad aspettare il ritorno dalle corse, col naso in su, quando si abbattè nella giovane sposa, che portava il bambino in braccio, con una bella cuffiettina nova di bucato, tutta a sbecchi. La sposina presentò Ambrogino a Pasquà, il marito, che già si conoscevano di vista e di saluto.

A un tratto la gente cominciò a dire: ecco! ecco!; e passano le grandi carrozze, gli _stages_, con sopra tutta quella signoria di belle donne, di belli uomini, tutti felici. A quel nembo di ricchezza e di gioia che trasvolava al galoppo dei grandi corsieri, la sposina non potè frenare la sua ammirazione; e ritta su la punta de' piedi, si sporgeva in avanti quasi dimenticando il bambino che reggeva. Esclamazioni di stupore le fiorivano su le labbra smorte.

Ma Ambrogino che godea di quell'ammirazione, quasi che quelle berline, quello splendore di vestimenta e di monili fossero stati un tantino di sua proprietà, le diceva:

— Altro che il palio di Siena!

— È altra cosa — rispondea lei a pena, senza voltarsi. — Ma, certo, questo seduce di più.

Chi non sorrise, chi non spianò la fronte fu Pasquà. Si faceva livido. Finalmente scoppiò a dire digrignando i denti:

— _Quanto se' fessa!_ Ammira, ammira, perchè è tutto sangue del povero quello che hanno addosso quella gente lassù, e lo portano in mostra! Ma lo vogliamo fare anche noi il maggio con del rosso di sangue: e _li mortaretti_ per da vero. Sfruttatori!

Ambrogino gli fece osservare che lì si veniva per divertirsi, e non per guastarsi il fegato. — E vada per _sfruttatori_, ma la sua _siora_, che colpa ne ha?

— Ci ha colpa sì, ci ha colpa! — rispose lui con fare da cattivo. — Via, a casa chè non la voglio più vedere questa mascherata!

Lei supplicò un altro istante.

— A casa, dico — ripetè lui, e ruppe di traverso la folla. Lei gli andò docilmente dietro con la cuffietta bianca del bambino che, immemore, sopravanzava la gente.

— Della felicità non ce ne deve essere rimasta più tanta — disse a se stesso Ambrogino, come li vide scomparire.

*

Il dì seguente Ambrogino, vedendo la sposa ai Giardini, le chiese bonariamente:

— Suo marito non deve mica essere del partito del Governo....

— Che! Lui ora è tutto per la rivoluzione.

— E lei cosa ne dice?