Donne, madonne e bimbi

Part 6

Chapter 63,942 wordsPublic domain

— A proposito, ragazzi — disse l'oste — volete voi cenare?

Lo scrivente fece cenno di no con la testa e l'altro milite disse che avevano mangiato due ore prima alle Balze.

Io mi sforzai di provocare il carabiniere ad un discorso possibile e sensato, e gli chiesi de' malandrini, se li avesse veduti, se almeno sapesse dove bazzicavano; e tali domande rivolgevo per sapermi regolare sul da farsi il domani: chè non era partito da pigliarsi a cuor leggero. Ma non riuscii a cavargli di bocca che poche e confuse parole.

Anche qui intervenne il giovane con sicurezza offensiva di parole che mi sorprese. Anche suo babbo gli diè su la voce.

— State cheto, babbo, che io ho tutte le cose mie a posto e so quel che faccio e so quel che dico! — e a noi spiegò così:

— Che cosa vuole che lui sappia dove sono i banditi? Lui fa le sue pattuglie, poniamo come questa sera, dalle Balze a Monte Coronaro, per la strada che gli è prescritta. Per far capire poi che è in pace con tutti, o mette il fazzoletto in cima alla carabina; o viene giù cantando per tutta la strada, quant'è lunga.

Parlava quell'aitante giovane stando ritto e con voce sarcastica tanto che io temetti che il carabiniere s'avesse a levare in piede e i due si azzuffassero: invece nulla. Colui crollava il capo e diceva ogni tanto: «eh, sie!» oppure «non mi vuoi più bene, Menico!» e piuttosto fissava con insistenza me e la mia compagna.

Infine puntò il dito contro di noi e come avesse trovato le idee che cercava, disse:

— Loro due sono saltimbanchi, è vero?

Io e la mia compagna ci guardammo in volto, sorpresi più che sgradevolmente.

Cercai di persuadere che non eravamo saltimbanchi, e anche per prevenire una possibile ingiunzione di mostrare le nostre carte, levai dal portafoglio il libretto con tanto di stemma reale.

Speravo che la vista del documento avrebbe avuto forza di far ritrattare la poco lusinghiera asserzione: ma non fu così: il carabiniere non si commosse niente alla mia presentazione e insisteva che noi eravamo due saltimbanchi.

— A voi — mi disse con tono prepotente — vi ho visto alla sagra di San Piero far ballare l'orso, e quella bella biondina l'ho vista saltare su la corda.

*

L'ostessa si era accostata a noi col lume in mano e disse:

— Se vogliono venire a dormire, la stanza è pronta.

Demmo la buona notte e salimmo in una stanza del primo piano che ci era stata allestita. Era quanto di meglio ci rimaneva da fare per allora.

— Doveva proprio capitare quello sciagurato d'un carabiniere — disse la donna posando il lume che rischiarava a mala pena una stanzetta bassa, nuda, con un odore di chiuso e di reste di cipolle, appese ai travi; e da un lato, occupata tutta da un letto così alto che per salirvi ci voleva la scala.

— Vedano — proseguì — quello lì è un prepotente, un cattivo, un poco di buono: con gli altri si prende la libertà di fare e di dire. Non ci è che mio figliuolo che lo faccia star a dovere e più gliene dice, più lui sta cheto. Loro però, a ogni buon conto, mettano il catenaccio all'uscio e non aprano, veh! Già non busseranno, ma dovessero anche bussare.... — e ci diè la buona notte.

Buona notte! Crudele ironia dell'augurio! Apro la finestra per dare aria a quell'antro e, tratto il catenaccio, lo scuro della finestrola stridette sui cardini e si aprì da per sè. Meravigliosa notte! La luna innondava di un bagliore purissimo la cupa valle: il Fumaiuolo, come un'immensa schiena chiudeva l'orizzonte, lasciando poco spazio al trasparente azzurreggiare del cielo. Sotto, digradavano i tetti d'ardesia delle poche casupole di Monte Coronaro, immerse in un silenzio lugubre, appena rotto dallo scalciare di qualche giumento nelle stalle.

Sentii un singhiozzare represso dietro di me. Era la mia compagna che piangeva.

— Oh, ci mancava questa, e poi il terno è fatto!

— Come sei sgarbato, anche tu.

— Niente sgarbato, non sei stata tu a volermi seguire? — La consigliai di buttarsi sul letto e di dormire.

— Ma domattina come faremo?

Era proprio quello che pensavo anch'io.

— Adesso riposa — dissi — che ho un mio progetto in mente che non può esser migliore.

Ella cadeva più dalla stanchezza che dal sonno, e, senza nemmeno svestirsi, salì e si buttò sul letto dove scomparve nella buca del pagliericcio.

Sentii le foglie del detto saccone scricchiolare, suonare, secondo che ella si voltava: poi più nulla: il sonno era sceso su di lei.

Il silenzio durò poco: i due carabinieri salirono nella stanza attigua alla nostra e udii il giovane provvidenziale che a voce bassa ammonì:

— Ehi, ragazzi, lì dormono quei forastieri: non fate rumore se no vengo su io.

Durarono più di un'ora a spogliarsi: si sentiva che buttavano scarpe, abiti, giberna, daga alla rinfusa, su le seggiole, per terra, senza alcun riguardo, e vociavano come fossero stati in piazza.

Finalmente li sentii sprofondare anch'essi entro il pagliericcio: il lume che trapelava dalle fessure della porta, si spense; e poco dopo due canne d'organo, abilmente alternate, porgevano la migliore garanzia che i due militi dormivano.

*

La luna si nascondeva oramai dietro il Fumaiuolo: l'orologio segnava un'ora dopo la mezzanotte.

La notte fu, anche per me, spesa in _consulte angosciose_; l'idea di avventurarmi per quei boschi, per quelle forre dove non s'incontra anima viva, dove il primo uomo che spunta può essere il bandito che vi intima di scendere, non era punto piacevole. E se mi portano via la moglie?

Si poteva battere un'altra via e farci per un buon pezzo accompagnare dal figlio dell'oste. Ma non mai come allora mi parvero serie quelle, che sempre mi erano parse ridicole, parole dell'immortale Don Abbondio quando, al calare dei Lanzichenecchi, si reca al castello dell'Innominato e ragiona con Perpetua del pericolo che può addurre quella mostra di armi: «Non sapete che i soldati è il loro mestiere di prendere le fortezze?» Ah, se invece di studiare il latino, avessi studiato da guardaboschi!

E se quei malandrini fossero stati banditi, diremo così, per bene, la cosa mutava aspetto. Sarebbe stata un'emozione da provare, e piacevolissima da raccontare. Essi ci avrebbero fatto ala ai due lati del sentiero col cappellaccio in mano, e noi avremmo progredito alteramente sulle nostre cavalcature. Ma allora mi persuasi che questi banditi romantici non si trovano che nella letteratura.

Quelli erano banditi notoriamente sanguinari, e vedere una biondina!...

Il miglior partito ancora mi parve quello di accompagnarmi ai due sciagurati carabinieri che il dì seguente dovevano far ritorno a San Piero in Bagno. Lì passa la corriera ogni giorno....

E quella luna il cui bagliore sfuggiva dietro il monte, e quelle canne d'organo che rompevano il silenzio notturno, incutevano una ben singolare tristezza.

Mi addormentai finalmente anch'io.

*

Come discesi nella stanza a basso, il sole era già alzato.

Una mattina fresca, deliziosa, trasparente, tutta olezzi e rugiada. Oh, come sarebbe stato piacevole riprendere il viaggio senza quei maledetti banditi!

L'ostessa stava facendo il caffè; sul tavolo avea preparato le tazze e una scodella di latte.

Vennero giù i due carabinieri e mi salutarono appena.

— La mia sposa, voglio la mia sposa! — urlò l'ubriacone, battendo col pugno sul tavolo.

— Ecco la sposa! — disse la donna che pareva accostumata a quella frase, e portò due bottiglie e ne riempì un bicchiere da tavola, metà di rhum e metà di mistrà.

— Contento, così?

— Va bene! — e rivolto a me, credette opportuno aggiungere: — Sono rauco: del resto un bicchierino mi basta.

— Difatti.... — dissi io seccamente, e seguitai a pensare a' miei casi, e quegli a bere.

— Dov'è suo figliuolo? — chiesi io accostandomi all'ostessa.

— È andato via col cane a caccia prima dell'alba — rispose sottovoce la donna. — Se c'era lui in casa, non glielo davo mica tutto quel liquore.

Entrò in quel punto la guida con un'aria più melensa e con un fare più dinoccolato del solito.

— Ebbene? — gli chiesi.

— Le bestie hanno mangiato.

— Ho tanto piacere, e hanno anche dormito bene?... E a che ora partiamo? — domandai.

— Per me sono sempre pronto.

«Già per lui è tutt'uno, dissi fra me; a lui i banditi non possono fare alcun male».

— E passiamo per la Cella?

— Se non vogliamo passare per quelle macchie, possiamo pigliare una strada più scoperta e fare un sentiero più battuto. Andiamo alle Balze, di lì caliamo sul Senatello, e poi si va sempre pel greto del fiume, sino a Castel d'Elci: quando siamo a Castel d'Elci, siamo quasi a casa: adesso c'è una strada nuova....

Ma anche il vecchio idiota sembrava turbato: forse pensava al sequestro possibile dei suoi due asini. Stette un po' e poi disse:

— Se a Sant'Agata avessimo avuto sentore di quest'impiccio, si poteva aspettare prima di metterci in viaggio.

Quando venne giù la mia compagna, l'ostessa le domandò se avesse dormito bene la notte ed ella rispose di sì.

— Un po' fondi quei materassi, e ogni volta che ci si muove, fanno un rumore....

La vista poi del latte munto, del burro fresco, delle croste di pane abbrustolito, calde calde, sul desco, finì per rabbonirla del tutto: e si mise a mangiare con grande raccoglimento e soddisfazione.

Ed io che la vedevo immergere nel latte montanino quelle fette di nero pane spalmate di burro e poi mangiarsele pensavo: «lei non ricorda più. Ah, tu non ti ricordi più, diciamo noi poeti alle nostre Laure. Ma che stupidi siamo noi poeti».

E così stando, sentii a un tratto i due carabinieri che in quel mezzo di tempo erano saliti alla loro stanza, scenderne a precipizio, l'un dietro l'altro: afferrarono le loro carabine e si buttarono giù per le scale.

— Che c'è? — domandò la mia compagna levandosi in piedi.

— Che c'è? — domandai io all'ostessa.

Ma essa, senza darmi risposta, aveva buttato via una padella che teneva in mano, e su per le scale al piano superiore.

Corsi alla finestra e vidi i due carabinieri che già avevano oltrepassato il villaggio e correvano per la radura.

— Qui c'è del mistero, oh, che imbroglio! — pensavo tra me; e la mia compagna aveva interrotto la colazione e tremava come una foglia.

In quel punto la voce dell'ostessa disse dall'alto:

— Vengano a vedere, signori!

Salimmo su. E ci prese per il braccio, ci spinse alla finestra e indicando un punto lontano dalla parte del bastione, sclamò festosamente:

— Li han presi, li han presi! Vedono?

— Chi?

— I banditi! fossero almeno tutt'e tre! — sospirò poi. — Di qui non si vede se non un gruppo di gente.

— Dove?

— Là, guardi in direzione di quel grosso olmo sul poggio: vede un gruppo di gente? È il delegato con i suoi uomini, e c'è il mio figliuolo, e poi degli altri: li vede?

— E i carabinieri perchè ci vanno incontro? — domandò la mia compagna.

— Per dar man forte, ora che non c'è più di bisogno, i poltroni. Da qui a mezz'ora saranno qui.

Dalle capanne intanto di Monte Coronaro alcuni gruppi di gente si staccavano, e tutti movevano a quella volta. L'oste venne dove eravamo noi e disse alla sua donna:

— C'è anche Sbircio: li hanno acchiappati tutt'e tre, meno male: io non li distinguo, ma il garzone che ha la vista buona, ha detto che c'è anche lui.

— Che il Signore sia benedetto! — sclamò la donna.

Anche noi ci sentivamo liberati da un gran peso, e la vecchia guida sorrideva dalla contentezza.

— Andiamogli incontro anche noi?

Ci avviammo coll'oste; e, andando, egli ci spiegava così:

— Veda, lo Sbircio è proprio cattivo: gli altri due sono due poveri diavoli che non fanno male a nessuno: saranno tre anni che battono questi luoghi: si accontentano di andare dai possidenti a domandare un po' di roba; ma con le buone, senz'arroganza e poi si appiattano per le macchie: i carabinieri li conoscono; e li lasciano stare. Vivi e lascia vivere, dico bene? Quante volte non sono venuti a mangiare anche da me! Ma quello Sbircio, che è quello che è scappato dalle prigioni della Pieve, gli è proprio un infame: un mese fa ha scannato una povera ragazza che badava le sue pecore sul Fumaiolo. Ma sono cose da farsi? Vuoi assaltare un inglese, un forastiero che viene a vedere le sorgenti del Tevere? Assaltalo, senza fargli male, però. Ma scannare la gente del paese di cui potete avere sempre bisogno, non va!

Non mi parve opportuno in quelle circostanze contrariare le idee liberali (le chiamerò così) del mio barbuto ospite, il quale proseguì:

— Il mio figliuolo è più buono di un pezzo di pane, ma certe prepotenze non le può sopportare. Una sera, pensi, all'ora che si andava a letto, capita lo Sbircio. Noi lo si conosce, e zitti.

Ordina da mangiare e mangia, ordina da bere e beve, ordina la stanza e gli si dà la stanza; hai avuto quello che vuoi? sta buono, sta contento. Dico bene? Chè, chè! Si alza e dice: «Domattina, Menico (precise parole) mi farai trovare giù la tua cavalla sellata e stasera gli vai a dar la biada».

«La mia cavalla non te la do» dice lui.

«Tu me la darai» dice lo Sbircio.

Allora il mio Menico lo prende per il petto, l'altro fa per tirar fuori il coltello. Allora mi butto addosso io e lo teniamo lì fermo. Mio figlio lo voleva scannare, e lo Sbircio ruggiva: «Tu vuoi la taglia, vigliacco d'una spia!» È stata la mia donna a salvarlo, chè ha detto: «Lasciatelo andare, volete rubare il mestiere alla polizia? non vi vergognate?» E lo abbiamo lasciato andare e abbiamo fatto male, perchè lo Sbircio da allora la giurò al mio figliuolo. Questa notte, quando noi siamo andati a letto, lui è scappato col cane e col fucile ed è andato lassù sul bastione a dar la caccia a quella bestia selvatica. Siamo stati in pena tutta la notte.

E così ragionando, non senza qualche trepidazione, eravamo giunti presso la compagnia dei banditi e delle guardie.

Riconobbi Menico col suo fucile e un bellissimo bracco che gli saltava accanto. Davanti procedevano i due carabinieri che avevano recato il soccorso di Pisa e tenevano la catena dei tre ammanettati. Dietro seguivano il delegato e le guardie.

— È ferito qualcuno? — domandai a Menico.

— Il delegato si è buscata una palla: fortuna che l'ha sfiorato appena, ma il tiro era buono, vero, Sbircio?

E si volgeva ad uno degli ammanettati che non rispose; ma rivolse due occhi che fecero voltare indietro la testa alla mia compagna.

— Datti pace, Sbircio, per questa volta hai l'alloggio sicuro fin che campi.

Parevano i tre malandrini tre bestie feroci, prese alla taglia: pallidi, esterrefatti, con gli occhi dilatati e spauriti. Anche le guardie, con gli abiti lordi, stracciati, recavano le visibili tracce della sofferenza nella lunga attesa notturna, e della lotta che avevano dovuto sostenere.

Mi accostai al delegato che camminava per ultimo con la fronte bendata. Era un uomo di mezz'età, una fisonomia buona e aperta. Mostrò di accogliere con riconoscenza le nostre domande.

— La ferita è niente: ma un centimetro più in dentro, ed era finita: mi dispiace perchè ho due bambini piccoli a casa. Vuol vedere che arma avevano? Dia qua.... — disse ad una delle guardie che teneva una carabina ad armacollo, e quegli gliela porse. — Guardi che arma stupenda.

E andando, ci facevamo raccontare l'appostamento notturno e come avvenne la cattura in casa del manutengolo.

— E quello non l'hanno preso?

— Quello lì è rimasto sul luogo: come si fa? Hanno fatto resistenza e abbiamo dovuto difenderci: un colpo è andato male e ha steso per terra quello che ne aveva meno colpa di tutti....

— Ma se era un manutengolo.... — dissi io.

— Veda, caro signore, qui non si può giudicare coi criteri con cui possono giudicare loro nelle grandi città e nei loro giornali: molte volte si è manutengoli per forza o per guadagnare qualche danaro: intanto lassù ci sono tre bambini e una donna che piangono attorno ad un morto, o moribondo che sia.

— Fra quelle felci?

— Fra quelle felci. È la vita che è fatta così! — concluse il delegato. — Gli manderemo su il prete di Monte Coronaro con l'olio santo, se ci vorrà andare.

E noi, preso commiato da tutti, ci partimmo assai lietamente alla volta del grande ed erboso monte da cui, dal tempo di Enea, volve continuamente l'acqua del fiume Tevere.

E mentre gli asinelli salivano i botri del rupestre sentiero e scandevano gli aspri sassi, la mia compagna mi parlava festosamente delle fragole, dei lamponi, della ricotta fresca che ci attendevano alla Cella.

— Vogliamo portarne un bel cesto ai bambini e alla nonna, è vero?

Rideva tutta la campagna, e la vecchia guida, quando vedeva lamponi, avellane, mele selvatiche ne coglieva e ne portava a mia moglie.

E lei mi diceva: — Vedi tu come lui è cavaliere?

Ma io pensavo a tutt'altro: «come è bella la terra, se non ci fossero in giro le bestie selvatiche!»

Rimini, 1898.

SOTTO LA MADONNINA DEL DUOMO.

Aristotile (non si conturbi il signor lettore), nel principio della sua etica dice che _ogni arte, ogni dottrina, ogni operazione pare muovere verso alcuna felicità di bene_.

Ora il signor Ambrogino, o don Ambrogino, come si chiamano laggiù le persone rispettabili, non conosceva Aristotile, ma in tutti i suoi quarant'anni di impiegato d'ordine di Prefettura aveva avuto in mente ed inseguito questo sogno di felicità: cioè liquidare la sua pensione e vivere almeno altri vent'anni, sano e vegeto; ma da libero cittadino e sopra tutto a Milano: a Milano, cittadino fisso, stabile, con dimora sua, non randagio, come una pedina su lo scacchiere, per tutte quelle _fetenti_ città della bassa Italia.

Giustizia vuole però che si dica come, tranne la servitù dello spostarsi ogni due o tre anni, egli non si era troppo consumata la salute, nè i suoi nervi erano stati colpiti da nevrastenia per eccessivo zelo di servizio, nè la sua destra minacciata dal crampo degli scrittori per effetto dello straordinario lavoro.

— Dunque voi ci volete lasciare, don Ambrogino? — gli chiedevano i conoscenti. — Ma vedete che _bellu_ mare, che _bellu_ cielo, che _belli_ fiori: qui le zaghere fioriscono tutto l'anno, qui bevete del vino di Gragnano che lo avrete da rimpiangere, qui potete stare alla buona, in maniche di camicia e nessuno vi dice niente: fermatevi fra noi, don Ambrogino!

Ma don Ambrogino alzava gli occhi al cielo come a dire, compassionando: «povera gente, cosa possono capir mai loro di quello che è la capitale morale! Il sole? il mare?» E per cortesia rispondeva talvolta: — Il mare? ma non sapete cos'è il lago di Como? il vino di Gragnano? Ma voi non avete l'idea di che cosa è il Barbèra fino che si beve a Milano! E la busecca e il risotto? e quei minestroni con le cotiche? Il sole? Ma intanto il sole c'è anche a Milano, e poi Edison con le sue lampade ha messo in pensione la luna e fra poco metterà a riposo anche il sole. _Milan!_ solo a sentir dire, _Milan!_ si capisce che è una città straordinaria, in vece _Napole, Sorriento_, cos'è?

Terra matta, terra _ballerina_, era quella!

*

Quando dunque sbarcò definitivamente a Milano — una grigia alba di autunno — tanta fu «carità del natio loco» che quelle lampade elettriche, immote come lune morte, attorno a cui friggeva la nebbia, gli parvero più belle del sole puro che aveva lasciato a Salerno; e quando il conduttore del tram, assonnato e rozzo, lo scosse con un: _Ehi lu, go minga daa el bigliett?_ gli si allargò tutto il cuore e gli parve che la più armoniosa e la più pura favella italica fosse quella che si parlava

presso il bel fiume Lambro a la gran Villa,

ancorchè il signor Ambrogino non conoscesse Dante più di Aristotile.

Una delle prime cose che fece appena sbarcato a Milano, fu di andare a fare un libretto alla Cassa di Risparmio, in quella sala così grande, in quel palazzo di macigno, dove, sotto, son tanti milioni che nessuno lo sa. È un piacere mettere i soldi lì! Non fruttano quasi niente, ma pare che sia tutta roba propria.

«Questi qui non si toccano — diceva levando il pacchetto di sotto al gilè. — L'è il morto, ma serve a far stare vivi in sicurtà».

Secondo le sue abitudini parsimoniose bisognava stare dentro il limite della pensione. Ma anche la parsimonia, per chi ci è abituato, è un divertimento.

Però gli fece specie: l'impiegato, con gli anelli di diamanti alle dita, gli prese i biglietti, messi da parte in quarant'anni, come fossero stati carta straccia, e dopo mezz'ora gli buttò quasi in faccia un libretto.

*

A Milano con poco più di centocinquanta lire al mese, al tempo che corre,[1] non è cosa agevole mettere su casa, e sarebbe falsare il vero dicendo che per Ambrogino i princìpi non furono alquanto difficili. Per uno, ad esempio, che s'era abituato a far delle mangiate d'insalatina fresca, e con due centesimi ne comperava tanta che ne avanzava per il dì appresso, vedersi misurare la lattuga, ben bagnata e fangosa, col bilancino, era uno sconforto. Egli è vero che il fruttivendolo lo aveva assicurato che tutte le città di commercio sono così: dove la roba _se paga nagott_, son mica città! Anche la scelta dell'alloggio costituì una certa difficoltà, giacchè don Ambrogino dopo essere stato tanto tempo sotto gli altri, voleva essere padrone lui di casa sua. Ma appena ebbe tastato il polso ad un appartamentino di quattro stanze nella nuova Milano, proprio carino, e si sentì rispondere «novecento lire», provò l'effetto di una scottatura. Del resto codeste furono inezie che non turbarono punto la sua felicità. — Bisogna prima conoscere tutti i vantaggi di una grande città e poi giudicare se è cara o no. Non sai tu, Ambrogino, povero _fesso_ — diceva a se medesimo — che stare a Milano, al giorno d'oggi, è come vivere a Londra, a Parigi?

[1] Questa novella fu scritta assai prima della guerra! Tutti i rapporti economici sono oggi spostati.

*

Dopo lungo cercare, alfine avea trovato un appartamentino là dalle parti di San Celso, formato di tre stanze di cui una così grande che ci poteva stare anche il letto matrimoniale, se don Ambrogino non fosse stato tanto savio da conservarsi celibe.

Era una di quelle vecchie case della vecchia Milano, coi ballatoi e coi vecchi tetti sporgenti, care al tuo cuore, o Emilio De Marchi, poeta, che ora ben dolcemente riposi sotto la tua terra lombarda!

Una gran corte: nel mezzo della corte un giardino macilento. Ma ai quattro angoli della corte c'erano dei ritorti antichi tronchi di glicine che al tempo di aprile si svegliavano e mandavano su per i quattro piani le loro foglioline, assetate di luce, ad annunciare alle etiche piante del giardino che il sole della primavera nasceva.

Casa di umili lavoratori: triste e tranquilla come un monastero. È permesso quivi di stendere su le ringhiere i pannilini lavati in casa: i bambini non sono rifiutati dal padrone di casa, e possono anche giocare a tondo nel cortile. Verso le cinque, ogni sera, una trentina di pentole mandavano quell'odore di battuto e di aglio, che non si sente che a Milano. È il _minestrone_ che va.

Ambrogino nel fissare questo suo quartierino, avea provato una segreta dolcezza, come chi rivede un amico perduto, perchè la sua infanzia era trascorsa proprio in una casa simile a questa ove ora trasportava gli Dei Penati della sua vecchiezza.

Il solo dispiacere che provò, fu quando la portinaia lo chiamò _el napoletano_. «_Ma mi son milanes pü assee de lee!_»

Abitava, come egli diceva, al primo piano sotto i tetti; e dalle sue finestre si vedeva la cupola della chiesa di San Lorenzo con que' frenetici angeli del Seicento, e le pire con le pazze fiamme di marmo. Si vedeva, più lungi, la linea pura della guglia del Duomo con la Madonnina d'oro.

Si vedeva l'Arco della Pace, con quei cavalli che ballano; e se era sereno, si scopriva il verde dei poveri prati ed ortaglie che si muovono indietro, conquistati dall'assalto edilizio dell'immensa città.

Qualche volta, o gioia insperata, si scopriva anche la cresta del Resegone, proprio rimasta eguale a quella che descrive il Manzoni.

*