Donne, madonne e bimbi

Part 5

Chapter 54,041 wordsPublic domain

Non si degnò nemmeno di chinarsi per toccare quei cibi. «Quando avrai fame mangerai e quando avrai sete, berrai», dissi allora.

*

Era azzurro il cielo fuori della finestra; un cielo fondo, pieno di libertà e di silenzio. Ma il falco aveva abbassato su le terribili pupille le due palpebre gialle e grinzose e rimaneva ritto, rigido: regalmente rigido. Lo contemplai: non un atto per istrappare la catena!

Piano piano, me gli accostai. «Povero falco», dissi, «vuoi la libertà?» e feci per lisciarlo.

Fu, come prima, un istante: si voltò, si rabbuffò, le ali si spiegarono, le cortine delle pupille si alzarono e le pupille folgorarono. Questa volta la mia mano portava, oltre ad un'altra coppia di solchi, uno strappo sanguinoso; mi aveva ferito anche col becco. La notte dormii con la mano fasciata, e al mattino corsi su in soffitta a vedere che ne fosse del falco.

Il falco non aveva mangiato; il cuore e il fegato imputridivano ai suoi piedi.

«Tu vuoi morire, bestiuola mia, se non mangi», gli dissi, ma ogni mia esortazione cadde a vuoto. Le palpebre gli si chiudevano con una non so quale solennità e pareva ed era immobile. Molta tristezza vinse la mia piccola anima infantile e quel dì non giocai.

Andai nell'orto a trovare dei lombrichi i quali strisciavano i loro umili anelli su la terra; presi larve di insetti, bachi, piccole lucertole, che godevano sul muricciuolo il dolce sole, e, fatto di questi innocenti animaluzzi un cibreo che giudicai appetitoso, lo offersi al mio falco. Non mangiò nemmeno allora.

*

Al mattino seguente era ancora lí, rigido, fermo. Ne ebbi pietà e gli dissi: «Vedi che ti voglio bene e solo desidero che tu ti faccia buono e che noi diventiamo amici!»

Ma poi, vedendo che non dava alcun segno, e meravigliandomi come potesse vivere senza cibo, ne ebbi alquanto sgomento.

E l'Ave Maria del terzo giorno cantava melanconicamente dall'alto di un campanile, quando il falco cadde di botto; le gambe sottili non lo sorressero più. Corsi e con trepidanza paurosa lo toccai; strinsi sotto le piume quel píccolo corpo che non si scosse. Era morto.

Egli, il re dell'aria, aveva vinto su di me.

Allora mi accostai alla finestra col falco fra le mani, e alla luce che ancor pendeva nell'aria, a lungo cercai tra quelle penne di trovare il segreto della sua ferocia, come fanno i bimbi che cercano nei balocchi infranti il segreto del loro moto, ma non ve lo trovai; e da allora ne ebbi grande tristezza.

DALLA PADELLA NELLA BRACE.

Chi legge — se ha una carta d'Italia disegnata su una scala un po' alta — tracci una linea retta fra Sant'Agata Feltria, in terra di Romagna, e il convento della Vernia, in Casentino, un luogo altrettanto famoso quanto poco noto agli italiani che non siano lì del luogo.

Quivi san Francesco, il Santo nostro che rinnovò Cristo con nuova italica lietezza d'amore, ebbe le stimmate ad imitazione di Nostro Signore; e le rondini della foresta selvaggia e sublime, che incorona il monte rupestre, col grido continuo vi dicono: «le sorelle nostre accompagnarono il Santo e si posarono sulle sue spalle, sulle sue mani, quando egli qui venne!» Tracci — dico — una linea e non vi troverà sentiero alcuno o villaggio. Bisogna montar l'alpe, poi si cala in Casentino e si risale quindi la Vernia.

Per quella via noi passammo.

In linea retta, o meglio, a volo d'uccello, saranno a far di molto, venti miglia: invece, dovendo di continuo salire e scendere per i monti, la via si raddoppia; e il fatto è che noi, partiti da Sant'Agata che le stelle erano ancora alte, giungemmo al convento appena in tempo, giacchè dopo l'ave-maria il frate portinaio chiude, e chi è dentro è dentro, e chi è fuori si trova a mal partito e solo i grandi faggi gli possono dare ospitale ricovero, chè, lì d'intorno, per un raggio di più e più miglia, non v'è un casolare.

*

Noi si era in cinque, comprese le bestie: due somari, i quali nel paziente loro animo non debbono di certo aver benedetta la memoria di san Francesco; una giovane signora la quale accampò certi suoi diritti per seguirmi, per quanto io le dicessi: «bada che non sarà il viaggio di nozze!», poi c'era la guida, che fa quattro, un vecchio ignorante, secco e sbilenco che amava più di star su l'asino che di camminare, ed io.

Era il mese di luglio.

Quando si levò il sole eravamo già nel regno delle felci e delle ginestre. Rocca Pratifa si perdeva in lontananza: davanti l'Appennino deserto, selvaggio, e noi su e giù per sentieri che eran piuttosto tane e rompicolli, con certe pietre che le vie dell'Abissinia non ci sono per nulla; e il sole dardeggiava su quelle rocce cineree, e non un filo d'acqua. E la domanda continua era: «O, dov'è la Cella! o, quanto manca alla Cella?» chè quivi la guida ci avea promesso la prima sosta, e bel ristoro, e buon soggiorno.

Vi giungemmo alle dieci, e non so come pensai a messer Ludovico Ariosto. È quello della Cella un paesaggio ariostesco: una conca di smeraldo, rotta dall'argento di un rivo, intorniata da neri abeti e faggi, bellissimi. Il nome intero della Cella è: Cella di sant'Alberigo o Romitorio d'Acri, in orrida e profonda valle, allora sorrisa dal sole, sopra cui si eleva il monte a tre dossi della Cella. Abitarono quel romitorio i frati bianchi di Camaldoli, sin dal mille. Oggi non frati, non campana, ma una grande ruina di cadenti edifici. Se vi fosse spuntata Angelica sul bianco palafreno, nessuna meraviglia: vi spuntò invece un villano che parlava mezzo romagnolo, mezzo toscano, e disse che vino non ne avea, ma avea una ricottina fresca e delle uova. Ci guidò per i labirinti di quel grande edificio in ruina, nè mai asciolvere senza vino parve più delizioso. Il luogo era dunque così ameno e singolare che si accolse la proferta del villano di fermarci quivi qualche giorno, al ritorno dalla Vernia: avrebbe allestita una stanza e: «Vi piacciono i lamponi e le fragole?» domandò. I boschi ne erano pieni e ce ne saremmo levata la voglia.

Proprio lì, presso la Cella, alcuni montanari con funi tese e orrendi colpi al tronco, abbattevano una quercia così grande che copriva con la sua ombra tutto un pendìo. La bella pianta, come cosa viva, fremeva pel gran tronco e per i rami alle percosse mortali e squassava, ad ogni tratto di fune, la chioma veneranda e magnifica. Non voleva morire.

Io chiesi a quei montanari se non conoscessero per caso l'_Arbor's day_ e il culto delle piante che un ministro, che ha buon tempo, cerca di instillare nel cuore degli italiani.

Coloro mi risposero mortificati che non conoscevano tutti questi signori.

E le scuri si levarono, inesorabili.

*

Dalla Cella si monta sempre per certe forre chiuse e paurose sino in vetta del Fumaiolo.

«Oh non sarà mai detto che io sia giunto sin qui, che abbia studiato tanto latino senza vedere le sorgenti del Tevere, _Tiberis_, accusativo _Tiberim_» esclamai. «Oh, dove ascòndi il sacro capo, fiume divino di Romolo e di Enea?»

Nessuna risposta: solo alcune giovenche e capre, solinghe alla pastura, come al tempo di messer Angelo Poliziano, e riparate sotto l'ombra d'un gran sasso, ci riguardavano co' loro occhi solenni. E avrei avuto un bel cercare per quel gran ripiano erboso del Fumaiolo, se il villano della Cella che ne avea scorti fin lassù, non mi avesse guidato.

Per chi non lo sa le sorgenti del Tevere nulla hanno di interessante: bisogna scendere a un terzo di costa del Fumaiolo, e quivi, in un terreno scosceso e giallastro, che frana, sotto alcuni magri faggi tutti incisi di nomi, rampollano a breve distanza tre o quattro vene da cui si devolve l'acqua che fu ed è declinata da tante generazioni di scolari. I nomi incisi sulle piante erano quasi tutti di stranieri.

— Tu vedi — dissi alla donna — uno che è stato alle sorgenti del Tevere, e non è un tedesco!

*

Al tocco si arrivò a Monte Coronaro: villaggio abbandonato ai piedi del bastione dell'Appennino, che divide i due versanti.

V'è però un'osteria discreta con stanzette pulite: un bicchier di vino, una fetta di prosciutto e in via. La maggior fatica fu quella di passar l'alpe. Poi si seguì per un'ora e più il crinale di un monte, sempre entro certe felci così folte e selvagge che montavano sopra la testa; e quel fruscìo iroso delle rame che si spostavano al passaggio, metteva un senso di ribrezzo. Incontrammo due o tre alberi spaccati: in alto era inchiodata una croce di legno; nella spaccatura v'erano dei sassi.

— Perchè quei sassi? — mi domandò la compagna.

— Non lo so! — e ne chiesi la guida che precedeva silenzioso, studiando il passaggio.

— Niente — rispose, e pareva incerto della via.

Fu un gran sollievo quando si abbandonarono quelle felci e calammo giù in Casentino: luoghi più colti.

— Ecco la Vernia! — disse la guida e dirizzò il bastone contro l'alto monte che, tutto verde a forma di cono tronco lampeggiava di fronte, sotto il sole che già tramontava.

Nella valle deserta incontrammo alcune mandrie e tre pastorelle così vezzosamente atteggiate che richiamavano in mente una ben nota ballata del Trecento: co' corpetti rossi, le grandi pamele sul capo alla moda di Toscana: guardavano i porci e l'una leggeva un libro alle altre, che non mi vollero lasciar vedere per quanto io pregassi. E poi che selvagge! che screanzate quelle ragazze! Chiedemmo la via più breve per salire la Vernia perchè di giorno ne rimaneva ancor poco, e ci risposero: «Fate il vostro pensiero!»

Io non suppongo che la nostra spedizione nel complesso, e noi in particolare, avessimo avuto qualche aspetto di ridicolo: ma il vero è che non appena ci fummo allontanati, esse si posero a ridere e con quel gusto che distingue il riso della donna quanto più futile ne è la cagione; e le loro risa e i loro motteggi — che suonavano sonori nel silenzio della aperta valle — ci accompagnarono per buon tratto.

Una delle due: o le _vaghe montanine pastorelle_ erano più gentili, una volta, o dei poeti bisogna fidarsi con moderazione.

*

Si giunse al convento che calava la sera, non però così tardi che non fosse rimasto nella dispensa della foresteria un buon pezzo d'agnello allo spiedo che i buoni padri ci offersero con quella ospitalità semplice che non obbliga, e che vale più di ogni studiata cortesia.

*

Il dì seguente eravamo tutti amici: ospiti e frati. Io ebbi una stanzetta per me, pulita, semplice, fresca che era una delizia; senza specchio, ben inteso, e coll'inginocchiatoio: ma la mia compagna di viaggio si querelava del malo alloggio all'ospizio delle bizze ove sono raccolte le donne, giacchè nel convento è clausura.

— Ma te l'ho pur detto — badava io a dire — che questo non sarebbe stato il viaggio di nozze!

Fu così che anticipammo la partenza con gran rincrescimento mio e de' buoni padri, che ci vollero pur donare di molti scapolari, coroncine, medaglie, con le quali si era garantiti da mali incontri e da sventure.

Erano le due del dopo mezzodì quando partimmo: le cavalcature riposate e fresche, attendevano sellate e bardate sotto certi gran faggi al riparo del sole.

La colazione era stata eccellente e la guida si era munita di un paio di bottiglie di ottimo vino toscano come viatico più positivo del viaggio.

Non si poteva partire sotto migliori auspicî: e avevamo deciso di pernottare a Monte Coronaro, e il dì seguente percorrere la seconda tappa sino a Sant'Agata Feltria.

Rivedemmo la valle dove avevamo incontrato le pastorelle, ripassammo fra le odiose felci e domandai ancora: «Che cosa sono quei sassi negli alberi?»

«Niente!» ripetè la guida. «Facciamo presto chè non ci colga la notte sul bastione!»

Le grige case di Monte Coronaro si distinguevano bene lontano, lontano di contro, e l'animo — non so perchè — sospirava di giungervi.

— Ci arriveremo in un'ora?

— Un'ora è poco: arriveremo a un'ora di notte, ma adesso siamo fuori da quelle maledette forre e poi sorge la luna. — Così insegnò la guida.

Si camminava allora su e giù per un greto biancastro e nudo, dove le ombre dei somieri si proiettavano lievi davanti. Era l'ombra del lume lunare. Procedevamo cautamente in quelle lattee penombre della luna nascente, in fila, e i due lumi di Monte Coronaro splendevano come nelle fole dei bimbi. Non c'era altro rumore che il franare del greto al passo dei somieri.

— Troveremo la cena? — chiese la mia compagna.

— Certamente: e il vino è squisito — diss'io.

— E un pollo in padella e una frittata non mancano mai — disse la guida. Nè altro dicemmo.

Pure io guardava innanzi e non so perchè rabbrividii quando nel biancore vidi elevarsi un non so che era.

Era un cespuglio, un rovo! e respirai. Volevo domandare alla compagna: — Hai paura? — e mi seccava di fare quella domanda che pur ricorreva così insistente.

Quando Dio volle, il sentiero si fece più largo, più battuto, più colto; eravamo presso al luogo abitato e il lume che si vedeva da lungi ora disegnava la porta di una bottega: il tabaccaio di Monte Coronaro.

— Perchè ci sono quei sassi dentro gli alberi? — tornai per la terza volta a domandare.

— Perchè lassù — disse finalmente — hanno assassinato dei viaggiatori che andavano alla Vernia: dove li hanno trovati morti, hanno piantato la croce e ognuno che passa butta un sasso nell'albero per devozione: ma è roba di anni, anni addietro.

— Non ci passerei più per quelle felci — mormorò la mia compagna.

— Ma sei tu che ci sei voluta venire! — E alla guida domandai:

— Ma vi sono dei banditi in giro?

— Una volta: ma adesso è sicuro come in chiesa: niente, niente paura.

*

Gli zoccoli dei somieri sul selciato e l'arrestarsi sotto all'osteria, chiamarono l'ostessa alla finestra.

— Perchè è chiusa la porta? — domandò la guida.

— Non lo sapete che è già sonata l'ora di notte? ora vengo ad aprire. Oh, Menico — sentii che diceva di dentro — va ad aprire.

E Menico — un bel giovanotto, alto, aitante, civile, il figlio dell'ostessa, ci venne ad aprire. — Buona sera a loro! — disse squadrandoci per bene in volto.

Salimmo al primo piano ed entrammo nella cucina dell'osteria. L'ostessa e l'oste — un bell'uomo barbuto — stavano cenando.

Finalmente! e ci sedemmo, che proprio non ne potevamo più, su le seggiole che ci erano state offerte: e l'uomo si era levato e apparecchiava la tavola e la donna a levare la fiamma dalle stipe e sbattere le uova, affettare il prosciutto, imbandire il fiasco, il cacio: e le faccende condiva di buone parole e gaie come si conviene ad un'ospite.

E la frittata, grande come una luna piena, e fumante, fu levata dalla padella. La guida aveva già posto mano ad una enorme pagnotta e tagliava parsimoniosamente col coltello certe fette larghe che scomparivano nella bocca che si apriva grandissima fra le grinze del volto.

Eravamo felici: la felicità placida del riposo e del pasto conquistato con la fatica.

*

Il figlio dell'oste ci sedette accanto e domandò:

— Vengono lor signori dal bastione?

— Sì — diss'io.

— E non hanno incontrato nessuno?

— Nessuno: perchè?

La madre gli diè su la voce:

— Vuoi star zitto? Tu non sai quando parlare e quando tacere: non ci badino e attendano a mangiare.

— Eh, già! — ribattè il giovane; — se fra poco hanno ad esser qui i carabinieri che vengono dalle Balze, capiranno anche loro!

Che c'era di nuovo? Ci guardammo l'un l'altro. E perchè i carabinieri?

— Ma niente! — disse l'ostessa; — è la solita pattuglia.

— Eh, sì! — ribattè il giovane. — Non capite che è meglio parlar chiaro, mamma?

E si rivolse a noi e disse:

— È la polizia che dà la caccia a un bandito che è scappato delle carceri della Pieve di Santo Stefano (la frittata aveva perduto di sapore e la guida aveva sospeso di trangugiare il pane): con costui se ne sono uniti due altri e hanno commesso delle grassazioni; sa come fanno i banditi: vanno dai possidenti, domandano la roba e se trovano dei minchioni.... Se vengono a bussare qui — e si leva in piedi e va in un angolo e prende lo schioppo — li inchiodo tutti e tre!

La mia compagna era impallidita: anch'io mi sentivo poco bene: la guida ricusò il vino che gli volevo versare.

— Ma fanno proprio del male? — domandò la mia compagna con una voce che tradiva quello che le parole non dicevano.

— Eh, non so, — disse il giovane; — ne hanno ammazzato uno la settimana scorsa, e fa il terzo: mi devono incontrare a me, mi devono! — e digrignava i denti.

L'ostessa che s'accorse del pallore della mia compagna disse: — Ma qui in casa mia è sicura, sa!

— Ma e domani — scoppiò lei a dire — che dobbiamo riprendere il viaggio per tornare a casa?

— Stan di molto lontano?

— In Romagna!

— Corbezzoli! il viaggio dell'orto!

E la guida avea smesso del tutto di mangiare, e si grattava la testa.

— E dove bazzicano questi malandrini? — chiesi io al giovane.

— Un po' da per tutto: sul Fumaiolo, alla Cella.... Vivono come le bestie selvatiche.

— Dove siamo passati noi!... — rabbrividì la mia compagna. — Ma i carabinieri non dànno loro la caccia?

— Ma già — dissi anch'io —, cosa stanno a fare i carabinieri?

Il giovane sorrise come uno che la sa lunga, e disse:

— Sentano bene: io sono guardia caccia dei principi di *** (e nominò una gran famiglia romana) e ogni inverno vado a una loro tenuta di Maremma: ho conosciuto il Tiburzi e il brigante Fioravanti come conosco loro: bene, sentano: i carabinieri i briganti non li prendono.

Io protestai; anche perchè mi seccava perdere la fede nei carabinieri.

— Sa lei — disse il giovane — quando i carabinieri prendono o uccidono un brigante? Quando per combinazione ci vanno a battere contro col muso.

— Ma non li vanno a cercare? non li stanano?

— Che dite! La pelle preme a tutti. Non sa lei che un bandito non ha niente da perdere? Li vada, li vada a chiappare per quelle macchie (e indicava i vasti monti che nereggiavano fuor delle piccole finestre al lume lunare). Per dar loro la caccia bene, sa che cosa bisognerebbe fare?

— Che cosa? — chiesi io, e non mi sentivo niente bene.

— Bisognerebbe far la battuta come alla caccia del cignale: lasci dire a me che le so queste cose; è il mio mestiere. Oppure sa che cosa?

— Cosa?

— Aspettare l'inverno. Allora, con la neve, i birboni devono lasciare la macchia e calar giù, e così si possono prendere.

Io vedevo buio nel viaggio del domani: e quei racconti di briganti avrei preferito udirli a casa mia.

— Ma una spia che indichi....

— Allora è un altro par di maniche.

Abbassò la voce e guardandosi attorno disse:

— È il caso di questa sera!...

Il padre lo guardava bieco.

— Ma sì — disse il giovane a voce alta — non li vedete che son gente per bene? Che avete paura che ci tradiscano?

Il vecchio pareva preoccupato.

E la madre disse con tristezza:

— Tu, figliuolo, fai troppo a fidanza col tuo coraggio!

Io allora per rassicurarli dissi chi ero; ma il giovane che aveva da vero un aspetto franco e non imbelle, levò le spalle, fermò la mia mano che voleva estrarre il portafoglio per documentare le mie asserzioni, e disse: — O che non li conosco io i signori e le persone per bene? Dunque stiano a sentire e lei, signorina, si faccia cuore: ecco: l'indicazione l'ho data io al delegato di San Piero in Bagno: e sono venuti stasera travestiti da contadini: c'è il delegato, che è uno che ha il muso duro, e quattro agenti. Hanno cenato qui e una mezz'ora prima che arrivassero lor signori, hanno preso alla spicciolata la via del bastione: è per questo che ho chiesto a lor signori se avevano veduto qualcuno per via, venendo qui.

— E perchè verso il Bastione? — chiese la mia compagna.

— E perchè i briganti — io lo so di sicuro — si sono rifugiati lassù....

— Fra quelle felci?

— Brava! lì presso c'è la casa d'un contadino che fa il manutengolo. (Io guardavo la mia compagna che era smorta come un cencio e la guida che stava a bocca aperta senza però mangiare; e anch'io, suppongo, un aspetto molto allegro non lo dovevo avere). O lì, o lì presso devono essere, e se non era per babbo e mamma, ci volevo andare anch'io. Me l'han giurata, ma l'ho giurata anch'io a loro, e vedremo chi la vince!

— Tu tornerai in Maremma, tu! — disse il babbo.

— E presto — aggiunse la mamma.

— Zitto! — disse il giovane levandosi in piedi e tendendo l'orecchio nell'attitudine del cacciatore che avverte ogni piccolo suono.

— Che è? — e ci levammo anche noi in piedi.

— Niente, niente! — sono i due carabinieri che vengono di pattuglia dalle Balze: sono bene in ritardo!

Due passi uguali udimmo anche noi sul selciato, e si fermarono alla porta dell'osteria.

Una voce grossa d'uomo canticchiò:

— Ehi, di casa! buona gente!

Al lume della luna e fra il silenzio dei monti i suoni più lievi acquistano un carattere paurosamente sonoro.

La mia compagna rabbrividì:

— Ecco i briganti, ci siamo — e mi si attaccò ad un braccio. Poco dopo fu battuto contro la porta di strada col calcio del fucile.

— Ma no, signorina, — disse il giovane — oh, non ha inteso che sono i carabinieri? — e si affacciò alla finestra con un: — Siete voi? ora vi vengo ad aprire.

Ma si ritirò facendo un gesto di malcontento che non prometteva niente di buono.

— C'è quell'imbecille di Villotti; avevo già capito dalla voce! — disse a' suoi, e scese ad aprire.

Io voleva domandarne il padre, ma egli si era fatto già contro la porta.

Sentimmo levare i catenacci, barattare un saluto, poi due passi gravi, accompagnati dal tintinnar cupo delle armi, montarono le scale e apparvero i due carabinieri.

— Buona sera, ragazzi! — disse la donna.

— Buona sera a voi, e alla compagnia — dissero essi vedendo noi.

Deposero i due fucili presso la porta con un «auf!» di sollievo, si stirarono le braccia e si accostarono al camino.

— Cara la mia Ceccona — disse l'uno dei militi andando appresso all'ostessa quasi da abbracciarla —, hai una bottiglia proprio di quello fino che fa venir giù le lagrime? Sta attenta: questa te la pago io coi miei soldi, e se invece non me la dai, non ti faccio il buono per il sindaco di Verghereto, hai capito?

— Io — disse l'ostessa — ho questo qui da darti — e gli levava un bastone della fascina, contro il viso.

— Oh, come sei cattiva, Ceccona, questa sera!

— Gli è, vedi, Villotti — disse il figliuolo dell'oste —, che se mamma ti dà con la scopa, io prendo lo scudiscio, che è di nerbo di bue.

— Come sei cattivo anche tu! Dammi almeno la bottiglia.

— La bottiglia non te la diamo.

— E perchè mo'? Credi che non abbia soldi?

— Ti dico di no.

— Allora mezzo litro....

— Mezzo litro sì; ora te lo vo a spillare.

— E non ci aggiungere acqua, eh!

I due militi non facevano niente affatto onore alla benemerita arma. L'uno mingherlino, imberbe, con una faccia pallida, e due occhi spaventati, in nostra presenza non disse una parola: si sedette in disparte su di una cassapanca e rimase lì tutta la sera: pareva istupidito.

L'altro che parlava toscano, sotto cui però si indovinava il natìo dialetto veneto, era un omaccio di mezza età, più adiposo che gagliardo, con un volto congestionato e affocato.

Lerci poi ambedue: la metà inferiore della divisa era coperta di polvere: la metà superiore di padelle, strappi e frittelle.

Lessi negli occhi della mia compagna l'impressione disgustosa prodotta dal contegno dei due militi: tuttavia in omaggio alla montura, mi credetti in obbligo di essere con loro cortese e li invitai alla mensa dove sedevamo noi.

Non ci fu però bisogno d'invito; quello mingherlino non si mosse e ringraziò a pena: l'altro si sedette in modo che si sarebbe seduto anche senza invito. Offersi da bere e quegli tracannò il bicchiere colmo d'un fiato.

— Non gliene dia, non gliene dia — mi disse dietro le spalle il giovane che veniva su dalla cantina —, ha qui il suo mezzo litro che gli è di troppo.

— Come sei cattivo, Menico, con me! Tu non mi vuoi più bene — mugolò il carabiniere.

— Senti: prima mi devi fare il buono — e gli porse un foglietto, penna e calamaio.

Lo sciagurato tracciava i segni sulla carta con mano vacillante che faceva pietà.

— Se tu tieni la carabina come tieni la penna — lo schernì il giovane —, i banditi ti possono ballare la monferina davanti!

Ma quegli non udì o era troppo intento nello scrivere.