Donne, madonne e bimbi

Part 4

Chapter 44,092 wordsPublic domain

— No, date qua — e messosi il bastone sotto l'ascella fece per aprire la lettera, ma poi volle guardare l'orologio, ma nel taschino del _gilet_ non lo trovò, e allora voleva tornar di sopra a prenderlo; poi si pentì e chiese alla donna: — Sapete che ora è?

— Se non sono suonate, ci deve mancar poco alle tre.

E il poveretto si mise a camminare in fretta con gran fatica perchè la strada che conduceva alla stazione era lunga, e così andando aveva strappato la busta che non si voleva far lacerare e aveva cercato di decifrare i caratteri che gli ballavano sotto gli occhi. Ne indovinò il senso più che non ne leggesse le lettere. «Dev'essere una disgrazia grossa» e questa idea lo faceva fermare, mentre invece doveva correre per non perdere la corsa. Ma giunse infine in vista della stazione. Essa si innalzava bianca, tranquilla come abbandonata nel verde, e sul cielo azzurro spiccava il tetto rosso. Nessun fischio nell'aria ferma, nessun fumo di locomotiva per la linea che si vedeva benissimo fin da lungi. Precipitò nel piccolo caffè della stazione.

— È mica partito il treno?

— C'è ancora un quarto d'ora, sempre se è in orario.

— Meno male — e respirò. — Mi porti allora un _vermut_ che ho fatto una gran corsa.

E la padrona dall'angolo dietro il banco dove agucchiava placidamente, si levò, pulì il bicchierino a calice, lo fermò sul vassoio di ottone e versò il _vermut_. — Belle giornate, eh?

— Sì certo, bellissime — e spiegò la lettera e lesse e poi disse: «Dunque anche lui non sa che sua moglie è a Milano e che è ammalata. Mi domanda di urgenza se è tornata qui. Ma qui non è tornata», e stava in procinto di telegrafare dalla stazione che lui non sapeva niente di niente, ma poi gli parve meglio veder prima di che si trattava.

Il guardiano della stazione stava costruendo nel piccolo giardinetto attiguo alla stazione una specie di gabbia per le sue galline; riconobbe il Manzi e gli chiese: — Va a Milano a divertirsi un poco, eh?

Il treno apparve in fondo alla linea: un treno piccolo che era quasi vuoto. Manzi salì in un carrozzone dove era solo: il treno partì e poi si fermava a tutte le piccole stazioni senza raccogliere su nessun viaggiatore. Pareva che si avviasse verso una città morta.

— Com'è che non monta su nessuno? — chiese il Manzi al frenatore che saliva su la garetta.

— Perchè di Pasqua quelli di fuori stanno a casa loro, e quelli di Milano, se hanno comodo, vanno fuori.

E giunse a Milano che il sole era ancora alto e tutto un lato della via Manzoni ne splendeva da suoi eccelsi palagi. Dame e signori con grave andare muovevano su due marciapiedi, lungo le botteghe chiuse, come chiamati dalle foglie tenere laggiù dei giardini. Nel mezzo della via larga il tram si scontrò con due o tre cocchi signorili lucidi, ondeggianti su gran molle e tratti da cavalli dal collo ricurvo. C'era per gli occhi di Bismarck dell'automatico in quei passeggieri, in quei tram, in quei cocchi; c'era del silenzio dietro a quel rumore di grande città; c'era della tristezza dietro il lusso di quella gente adorna nel giorno festivo.

*

Una nappa di seta verde svanita, che, in vece del bottone elettrico pendeva su la porta chiusa, pareva dovesse destare echi lugubri, e corrispondere a cose e persone che già andavano per lontana via ed era inutile richiamare. Tuttavia il signor Manzi tirò la nappa, e un suono di campanello risuonò nell'interno della casa, ma più forte nel cuore di lui.

Venne ad aprire la porta una giovine che era la cameriera della signora, e quella al lume diurno che ancora pendeva su le scale deserte, in quel dì festivo, riconobbe il signor Manzi ed esclamò:

— Finalmente, venga avanti!

Era una leggiadra biondina, di adolescente età. Da poco tempo era al servizio in quella casa, e il Manzi la aveva a pena intraveduta due o tre volte nella villa, chè ella il più del tempo trascorreva nelle stanze della signora: però ricordava il suo allegro riso e la sua lieta voce squillante. Ora quelle parole le aveva pronunciate in un modo così diverso che ben si capiva che qualche cosa di terribile accadeva in quella dimora in cui egli allora poneva il piede.

Egli venne avanti, ma l'anticamera era quasi buia, e le masserizie che la ingombravano, confuse e ammucchiate, rendevano più difficile l'avanzarsi, e perciò rimase lì quasi presso l'uscio e chiese:

— Come va?

La giovane si strinse nelle spalle e poi gliele voltò, e Manzi cercò di venire avanti, come più si abituava l'occhio alla penombra.

Da una stanza apparve una donna, la quale chiese alla giovane distintamente e con premura:

— È il marito quello lì?

— No, quello è il signore a cui abbiamo telegrafato dopo — rispose la giovane accostandosi alla donna.

— Ah! — fece costei come a dire: «allora è un'altra cosa» e — venga pur avanti — completò il suo dire, — ma piano, come può: anch'io sono poco pratica di questa casa. C'è almeno un lume, la mia tosa? — domandò alla cameriera.

— Adesso vado a vedere se trovo un'altra candela, ma sarà un affar serio: il droghiere ha già chiuso.

— Immagini — seguitò quella donna a dire al signor Manzi — che per scaldare un po' d'acqua, per fare un po' di brodo abbiamo dovuto accendere il carbone. E per trovare una tazza, i tovaglioli ce n'è voluto!... Era tutto fatto su. Oh, finalmente!

E la chiusa del discorso fu rivolta alla cameriera che entrava con una lampada a petrolio.

— Ho trovata questa qui sopra il camino: sento, era piena di petrolio.

— Allora siamo signori — disse quella donna. — Io ho mandato la portinaia alla società del gas perchè venissero a slegare il contatore, ma sì!

Allora il signor Manzi trovò il momento di domandare a quella signora, chi era.

— Non mi conosce?

— Io no.

— Io sono la levatrice — e fece il nome e disse dove era stata _diplomata_.

Il signor Manzi chiese perchè c'era lei lì, nella casa.

— Come, non lo sa? Perchè la signora ha fatto un aborto, e adesso se ne va.

— Se ne va? — e diede indietro atterrito su la sedia, a quella frase tranquilla.

La donna fece un gesto che voleva dire: «se la piglia con me?»

— Ma lei, signora....

Il povero Manzi aveva appena cominciato a dire così che colei si levò come una vipera.

— Mi meraviglio! Che c'entrava lei? Lei era stata chiamata dopo. Vada da quella che ha fatto marrone! Lei era una levatrice onesta.

E non si acquietò se non quando il Manzi ebbe chiesto scusa.

— È che bisogna stare attenti a parlare. Dopo tutto quello che si è fatto, in una casa tutta messa su, che non si trovava nè un lume, nè un fiammifero, nè una pentola da far bollir l'acqua.... Son due giorni sa, che siamo qui, con quella là disperata, che sino a stamattina non voleva che si avvisasse il marito....

— Allora lui non sa niente....

— _Mi so no._ I mariti _sann nagotta_!

— Già! — Non capiva però bene. Soltanto un mistero mostruoso gli era davanti.

— Ma si possono fare queste cose?

— Non si possono fare, ma per la pace in famiglia, si fanno. Mica così da cani però....

— Cioè?

— Scusi, pare mica un uomo lei. Non capisce che è sopravenuta la peretonite e siamo alla fine?

Gli tremavano le gambe a Manzi.

— E perchè.... — domandò.

— Perchè? Vuol che lo sappia io perchè? se non lo sa lei che è di casa....

Allora Manzi fece per andar di là a vedere la signora: gli pareva una cosa impossibile, una fiaba lugubre, che la signora, che nove giorni fa aveva veduto partire piena di salute, dovesse essere in quello stato come affermava quella donna.

— È inutile, caro lei, che vada di là a vedere; già tanto lei non le può far niente; adesso riposa un poco e ne avrà abbastanza quando arriverà il marito, e con un braccio lo fermò su la sedia.

— Ma come è stata? — ridomandò ancora e lo prese il tremito nelle gambe.

— Lo domanda a me come è stata? Io non so niente, sono qui da ieri l'altro mattina e l'ho vegliata tutta la notte: ho un sonno che mi cadono gli occhi!

— Ma c'è davvero questo pericolo? — e sentiva il sudore freddo venirgli giù dalla fronte.

— Sentirà il medico che deve venire prima di sera.

In quel momento suonò un campanello, uno squillo lieve: veniva dall'interno, non dalla porta.

Il Manzi trasalì. La levatrice disse alla servetta: — Vada a vedere cosa vuole!

E la giovane andò là in punta di piedi.

I due tacquero.

Si affacciò poi la giovine all'uscio e disse: — Vuol sapere se il signore qui è arrivato, le ho detto di sì e ha detto che lo vuole.

— A me?

— Sì a lei.

— Faccia piano — ammonì la donna — non parli e non la faccia parlare.

E Manzi andò di là col cuore che gli si gonfiava e la levatrice gli venne dietro.

Sul letto, sollevato in su, vide il volto esangue della povera signora: i capelli vigilavano ritorti, attorno a quel volto cereo e fermo. Stentò quasi a riconoscere quel volto. Capì che era vero quello che le due donne dicevano.

Ogni parola gli si smorzò nella gola ma udì distintamente il soffio della voce di lei che pronunciava queste parole:

— Alle dodici arriva lui, gli ha telegrafato il medico.... lo prepari.... grazie.

— E adesso venga via — gli sussurrò all'orecchio la donna e alle parole aggiunse l'azione e lo trascinò fuori della stanza.

E lo lasciò solo nella stanza dove la lampada a petrolio spandeva la sua luce rossa. I mobili all'intorno erano coperti di tele e di fogli di giornali e su le pareti rimanevano due o tre quadri.

Guardò e ne riconobbe uno: era un ricordo di Lolò, dipinto ad olio. Il bambino era di profilo con la cuffiettina bianca così che non si vedeva se non la guancia tondeggiante e la puntina del naso a pena. Eppure rideva! Certo era Lolò, più piccino, ma poteva certo essere il ritratto di qualunque altro placido bimbo che vive nella casa tiepida ed ampia.

Allora i vecchi occhi ricominciarono a lagrimare.

— Si ricordi che il treno da Genova arriva alle undici e tre quarti — ammonì la cameriera, — se sapesse, signor Manzi, che martirio in questi giorni! Il dottore è dovuto diventar matto per farle capire che il suo stato era grave, e bisognava ben dirglielo perchè lei non voleva che si telegrafasse al signore, ma come si poteva fare diversamente? Fortunato lei che non c'era!

— Ma il medico non viene più? Ma la si lascia morire così?

— Sarà quello che suona adesso, sarà.

E un piccolo suono di campanello squillò dall'anticamera, e la fanciulla e e l'altra donna corsero ad aprire.

Entrò un signore di molto distinto aspetto. Domandò come stava, sentì le risposte che gli dava la donna e crollò il capo. — Andiamo a vedere — e si levava adagio adagio i guanti.

E Manzi rimase ancora solo nella stanza dove il lume della lampada a petrolio spandeva una tranquilla luce rossa e il ritratto di Lolò rideva dalla sua tela.

Quando dopo un quarto di ora tornarono, Manzi chiese:

— Ma è così grave la cosa?

— Gravissima, signor mio, e sarà molto se arriveremo a tenerla su fino a domattina — rispose il medico, sedendosi su di una seggiola che la levatrice aveva prima liberata da altri mobili. — Centocinquanta pulsazioni.

Era un bisbigliare quieto, sommesso, in quella stanza, con tutti i mobili imballati, che avevano finito di vivere lì. Centocinquanta pulsazioni! Perchè la vita del cuore, in sul finire, si accende?

Manzi aveva il terrore di sentire quella quiete che si sarebbe rotta per il grande urlo del povero ingegnere.

Gli pareva al Manzi di essere entrato in un sogno e che tutto quello che gli accadeva da poche ore fosse una cosa lontana che toccasse altre persone ignote. Ma quando quegli fece per andarsene, il senso della realtà lo vinse e disse:

— Per carità non se ne vada, signore!

— Ci posso far ben poco io, sa? la donna che è qui può fare quello che posso fare io.

— Ma non dico per lei, dico per lui che deve arrivare: cosa dirà? cosa penserà vedendola qui sola abbandonata? Dirà che la abbiamo lasciata morire come un cane....

L'uomo aggrottò le ciglia e disse: — Tornerò più tardi.

— Faccia di meglio, per carità, venga con me alla stazione, che cosa vuole che io possa dire al signor Enrico?

Colui parve turbato alle parole del Manzi, si passò la mano su la fronte.

Pure la levatrice pregò il dottore di rimanere a scanso anche della sua responsabilità.

Allora sembrò persuaso e decise di rimanere.

— Mi troverò nella sala d'aspetto alle undici e mezzo, lei mi cerchi che sarò lì — disse al Manzi e mosse verso la porta.

Ma il vecchio lo fermò per un braccio prima che se ne andasse.

— Cosa c'è adesso? — domandò.

— Proprio, proprio, crede che non possa guarire?

La giovane fra quei due uomini faceva lume e guardava l'uno e l'altro.

Il medico parlò e diede delle spiegazioni scientifiche che il vecchio non capì certo perchè tornò ancora a domandare:

— Dunque non può guarire? nè meno un miracolo?

— Ci crede lei ai miracoli?

Manzi rimase con la bocca aperta.

— Buona sera, e allora alla stazione.

Uscì, e chiuse l'uscio.

— Anche questa è fatta — sospirò la levatrice e il Manzi la sentì insieme alla giovane parlare, accudire a varie faccende, piano per le stanze con passi inavvertiti, ma più che la loro voce sentiva approssimarsi la fine, la dea della fine col suo sacco feroce, come il sacco degli spazzacamini che portano via i bambini cattivi: anche la morte ha il suo sacco: prende e mette dentro tutto, cose buone e cose cattive, prende tutto e butta via: e quando appare, è inutile dirle come allo spazzacamino: «adesso il bambino è buono, va via!» Ella non va via e il suo avvicinarsi fa sentire strani rumori nella casa e nel cuore, e fa tremare le gambe ed ha un passo così terribile che anche le cose in piena vita sembra che debbano andarle dietro per il viaggio per cui lei si avvia.

*

— Guardi che è ora che lei vada alla stazione — ammonì la levatrice: — è pratico, è vero, di Milano? Dico perchè non si sbagli, caso mai prenda una vettura.

Andò alla stazione. Il dottore non era ancora arrivato.

Certi sibili lontani di macchine che manovravano, lo facevano sussultare. Ogni tanto nel buio fuori della tettoia i fanali rossi o verdi dei dischi si spostavano sui loro lunghi bracci di ferro, come i fantasmi che fanno un gesto automatico, e gli occhi del vecchio erano attratti da quelle luci che si muovevano come il balenare sinistro di un volto che è laggiù, nel buio, che non si vede se non nelle pupille.

Arrivò il dottore, si parlò del caso. — Già, un caso disgraziatissimo. Una signora prudente quando si decide a certi passi, lo fa a tempo, si rivolge a persona dell'arte. Ma chissà? la paura! la fretta.... La cosa più dolorosa adesso è lui. Sono incerti del mestiere. Era una fabbrica che andava bene, vero?

In quella rombò il diretto da Genova e Manzi vide passare, davanti, la testa di lui; pareva la testa della Medusa. La barba pareva scomposta come quando uno si trova in mezzo a un temporale.

*

Ma in verità le cose passarono con più tranquillità che il Manzi non avrebbe pensato.

L'uomo era disfatto, sì bene; ma non uscì alcun grido. A lui disse: «Grazie anche a lei, Manzi.» Durante il tragitto in carrozza, parlava col dottore. Lui, di fronte ai due, era come intontito.

Sentiva queste parole di lui: «Infelice, infelice!» E poi diceva che se lo sentiva, che doveva succedere così.

Quando entrarono in quella casa, Manzi aveva una gran paura: di sentire gli urli, gli urli di quell'uomo. Ma non fu nulla di tutto questo.

Quell'uomo entrò. Lui Manzi non ebbe coraggio. Diceva fra sè: «come è coraggioso quell'uomo!»

Anche la piccola cameriera aveva paura. Diceva al Manzi che quella era la prima volta che vedeva morire una persona.

— Muore, muore davvero! — diceva con terrore.

Lei credeva che si potesse arrivare sino a morire, ma morire proprio non credeva.

Poi, nel terrore, raccontava cose che al Manzi suonavano strane per una giovanetta: che lei col suo amante avrebbe fatto tutto, fuori che quella cosa per cui si rimane incinta. — Ah, mai più, mai più! — ripeteva.

Manzi, ogni tanto era attratto là, verso quella stanza. Gli pareva che ci fossero tanti lumi, là.

Vedeva lei avviticchiata al collo di lui; ma poi un rantolo, un singhiozzo, lo respingevano indietro.

Ogni tanto passava la levatrice per questo e per quello.

Diceva: — Una donna robusta. Stenta a morire. Ma è già via con la testa: adesso dice che vuole andare a fare Pasqua con Lolò e con la nonna.

Ma poi si udì un grido di là.

Manzi ne ebbe come una lacerazione, e balzò. Vedeva lei che si veniva distaccando da lui. Quei grandi capelli di lei strisciavano sul volto dell'uomo, e seguivano la testa di lei.

Lei si era rovesciata sul cuscino.

Allora lo condussero via, quell'uomo.

Guardava tutti con occhi inebetiti come per interrogare.

Rispose la levatrice e disse con voce forte, come con voce piana avea parlato sino allora. — Sì, possiamo aprire le finestre.

E fu una cosa curiosa. Quando furono aperte le finestre non era più notte e nè meno l'alba: era giorno col sole.

E il sole entrò.

Il cero che prima ardeva e pareva così grande, impicciolì e si allontanò anche lui.

Anche quel cadavere di femmina adultera che giaceva, parve allontanarsi.

L'uomo fece per accostarsi al letto, ma il fantasma del dramma che si era svolto in quell'anima e in quel corpo, si rilevò tutto grande e mostruoso davanti a lui, e lo tenne indietro.

Le coperte segnavano la curva di quelle miserabili carni che la concupiscenza avea un tempo toccato col suo fremito.

Il ventre si disegnava nettamente rigonfio come una tumefazione di male che ella, la martire, austera ora, trascinava dietro a sè, e a qual torso erano congiunte le braccia rigidamente, e le gambe. La passione le aveva agitate in ignoti amplessi; ora giacevano rigidamente.

L'amante non avrebbe più osato accostarsi.

L'uomo tradito fece ancora un gesto per avvicinarsi a quella che era stata la sua Maria; ma ella stessa si era già allontanata.

E mentre nessuno parlava più, si udì bene la voce della giovane che chiedeva con angoscia:

— Ma non c'è in tutta la casa una croce da mettere sul petto della povera signora?

Milano, 1899.

LA MORTE DI UN RE.

Quando io avevo dieci anni, o giù di lì, giocavo coi re, e fu il solo tempo in cui vissi in dimestichezza con gente di gran paraggio. Li avea fatti io stesso di cartone e dipinti di rosso e di azzurro con elmo e spada. L'ho a mente quella stanzaccia a soffitta, diroccata, con un odor di topi. Là i miei re conducevano un'esistenza da fare invidia ai veri re della terra. Si cavavano tutte le voglie, i miei nobili re. Ma in fondo ero io che mi cavavo le mie: ed era certamente per questa specie di incantamento che io non mi stancavo mai dal giocare a quel giuoco silenzioso e calmo, ma pieno di terribili cose; giacchè vendicarsi, sterminare i nemici e farne strage, e poi riportarne il trionfo era il più grande de' miei piaceri.

I miei di casa si meravigliavano come io potessi stare per ore e ore con un pupazzo in una mano e un pupazzo nell'altra, e non capivano che era un re che parlava ad un altro re suo rivale, vinto, stretto in catene davanti a lui.

Io non ero malvagio, ma i miei re erano terribilmente feroci, e inesorabili. Quali diritti esercitavano mai!

Un'altra cosa ricordo ancora, cioè che i miei re riposavano delle fatiche della guerra in grandi e sontuosi pranzi, i quali corrispondevano appunto a quelli che non si facevano a casa mia.

*

Un bel giorno, non ricordo da chi nè come, mi venne regalato un piccolo falco: un falchetto.

Ora, quando venne il falco, i re furono messi in riposo, anzi furono dimenticati. La polvere cadde su di loro; lo scudiero non venne ad avvertire i nobili signori che già il sole era levato e i palafreni bardati scalpitavano.

Il senso di profonda soddisfazione che mi invase al nuovo possesso doveva provenire da questo: cioè che ora possedevo un re autentico, non di cartone, ma vivo; un re dell'aria; un re anzi prepotente e crudele, ma che adesso si trovava sotto la mia giurisdizione assoluta, astretto in catena e sul quale io certamente avrei avuto finale vittoria. Era il medesimo giuoco che continuava, soltanto che la finzione aveva una parvenza di realtà.

*

Li avevo visti spesso nel cielo i falchi o, più esattamente, me li avevano indicati.

Nel cielo lucido del mattino avevo visto certi uccelli che un più trionfal giro volgevano nel cielo; poi si libravano in alto e disparivano nella profondità dell'azzurro. Ne avevo chiesto ai villani e quelli, sospendendo il placido lavoro della vanga: «Son falchi!» dicevano, «tutta l'aria ubbidisce a loro: quando ci sono quei signori lassú, non vedrai altri uccelli volare e cantare.»

Ora un falco stava in mia balìa e lo contemplavo con avida curiosità per iscoprire il segreto della sua potenza. Lo avrei pensato più grande, come un tacchino almeno o un pavone. Era un piccolo re, non più di una colomba. «Sei un piccolo re!» gli dissi.

Piccolino era infatti, liscio, grigio, con due zampe aduste come due ferri da calza; immobile, con la testa piatta ritirata fra le penne. Immobile come una mummia, supremamente indifferente alle mie ispezioni.

«Dico a lei, signor falco, ha inteso? Le ho detto che lei è un píccolo, anzi ridícolo re!», e, siccome quegli pareva non tener conto alcuno delle mie parole, tanto mi accostai col dito che lo toccai. Non lo avessi mai fatto! Quel re disprezzava le parole, ma non ammetteva scherzi di mano. Fulmínee vidi aprirsi due alacce smisurate che pareva impossibile dovéssero star rinchiuse in quel piccolo corpo, e in pari tempo mi ritrassi con la mano ferita: il dosso della mano portava l'impronta di cinque scalfitture, dove il sangue segnò cinque tracce di avvertimento. Come ebbi a lungo contemplata la mia ferita, mi riaccostai al falco, ma con molta prudenza, e lo vidi con regale solennità, immobile come prima; solo l'ala rientrava come da per sè quasi serpe che rimbuca, e quattro lunghi e sottili aghi adunchi si ritraevano nei loro alvèoli.

I suoi occhietti gialli, tondi, si movévano solo essi, e seguívano ogni mio gesto, come l'immàgine nello specchio segue chi vi si affaccia; e col muover delle pupille si moveva un becco breve, ma uncinato, di cui prima non mi era accorto, e dava alla fisonomia un aspetto grifagno.

Compresi allora come il piccolo animale, uguale nell'aspetto agli altri uccelli, ne fosse diverso per certe qualità segrete che prima non avea sospettato.

Pensieri di rappresàglia si agitàvano nel mio cervello. «Io ti punirò di morte», dissi con voce di giúdice che sentenzia, ma la mia voce risonò a vuoto nella stanzaccia melancònica; ma era una voce dolce la mia, egli invece mi avea colpito senza emettere un suono.

Gli enumerai con persuasione tutti i suoi torti: «Voi siete un violento, un rapace, un masnadiero dell'aria, voi avete, signor falco, spogliato tanti nidi, lacerato e ucciso tanti innocenti augelletti, i quali cantavano la gloria del Signore e provvedevano il vitto ai loro piccini. Gran perfidia fu la vostra, signor falco; ma ora siete in mia balìa e ne sconterete bene la colpa senza alcuna remissione o pietà.»

Così fermato il proposito della pena, dopo essermi assicurato che il falco era ben legato, corsi in cerca di un bastoncello e feci per colpirlo.

Ma il falco stette: solo si contorse nell'atto superbo con cui sogliono effigiarsi le aquile negli stemmi, e le pupille perforanti saettarono un senso: «Vile!»

Ed io non lo percossi.

*

Come la mia píccola anima si mutasse, io non so. Ma ricordo che, dopo èssermi aggirato due o tre volte per la stanzaccia, sentii nascere in me per il prigioniero una grande pietà e una viva ammirazione; ma, sopra tutto, un indistinto desiderio di farmelo amico, di allearmi a quella sua indomita fierezza, a quella sua forte malvagità.

«Ti faccio gràzia della vita per ora, e ti porterò da mangiare», gli dissi.

E con tale proponimento mi recai da un certo tale, esperto di cacce e lo richiesi quale fosse il nutrimento dei falchi.

«Cuore e fegato», mi fu risposto.

Cuore e fegato ebbe, e, presentando quella superba imbandigione, mi lusingavo di ottenere almeno un cenno di ringraziamento. Non fu così.