Donne, madonne e bimbi

Part 3

Chapter 33,993 wordsPublic domain

Mi buttò sotto gli occhi un cartoncino: _Sotto la presidenza di S. A. R..., ecc., l'illustre conferenziere, ecc., parlerà oggi alle tre sul fenomeno del femminismo presso i popoli latini e presso i popoli germanici._

«Vostro figlio è là, potete stare con lui» — disse uscendo.

Io mi alzai come un uomo straniero che è in casa altrui.

Però dissi: «Allora sono io il debitore verso di voi.»

«Abbiate pazienza, ne riparleremo. C'è giù la carrozza che aspetta.»

Entrai nella camera di mio figlio.

Era tiepida e profumata di lindura la stanza di mio figlio, ma io sentivo un senso di gelo. «Cosa fai?»

«Il compito di latino.»

«E questa è la tua stanza?»

«Sì, ti piace?»

«La mamma è buona con te?»

«Molto buona, ma anche molto severa.»

«Dici le orazioni?» — domandai vedendo un Cristo sopra il capezzale del suo letticciuolo.

«No, cosa sono le orazioni?»

«E allora perchè tieni quel santo?»

«Perchè mamma trova che sta bene.»

«Che classe fai?»

«La seconda ginnasiale.»

«Studi?»

«Sono uno dei primi.»

«Allora ti piace il latino....»

Fece una smorfia. «Tutti a scuola diciamo che è inutile. Anche il senatore dice così, e speriamo nella caduta del Ministero.»

«Allora perchè studi il latino?»

«Ah! per la bicicletta: la bicicletta _for ever_!»

«Ti ha promesso la mamma la bicicletta?»

«No, il senatore: quello che adesso è venuto a prendere la mamma. Ne ha dei soldi....»

Uscii in silenzio da quella casa di marmo.

Non ci siamo più riveduti: c'erano dei morti fra me e lei; ed anche quelli che erano vivi erano come morti.

*

Questo fu il racconto del signor Manzi, detto Bismarck.

Questo racconto fece bene al signor Enrico. Quando si è come Bismarck, si capisce che accadano certe cose.

Una lettera di Maria, mandata di premura, dove lo pregava di dargli spiegazione della sua «inesplicabile» condotta, gli fece molto bene: più del racconto di Bismarck.

Ci pensò la notte: un ufficiale profumato; lei profumata; e per questo? Quell'assalto notturno di lei, nella notte, piuttosto! Ma ora ricordava: lo aveva letto in treno, in uno di quei fascicoli di novelle che vendono alle stazioni: di una moglie, che per crearsi un _àlibi_, si butta sul marito come una meretrice. Effetti di suggestione! Mai leggere novelle!

*

Ritornò a Milano il dì seguente verso le cinque.

La quale è placidissima ora.

Le lampade elettriche splendono nel cilestrino crepuscolo come lune: i _bars_ si riempiono; e le donne mondane uscite dal diurno riposo, dondolano sui marciapiedi come navi pronte a slegare gli ormeggi.

I negozi dei pasticcieri rigurgitano di leccornie, e l'aria è qua e là pregna del caldo profumo delle carni in istufa presso gli aristocratici salumieri.

Entrò dal pasticciere per comperare qualche dolce per Lolò; e per l'appunto ad una parete del negozio era affissa una _réclame_ per il romanzo d'appendice di un giornale cittadino.

Il cartellone _réclame_ rappresentava un signore seduto che si puntava alle tempia una rivoltella con la tranquillità di uno che si netta le orecchie. Alla detonazione entrava una bambina e su la porta si affacciava una signora elegante, nell'atto di esclamare con garbo: Orrore! Il titolo del romanzo era: «L'onore del marito».

Allora provò un dolore lancinante. Ma non era guarito?

Quella stupida _réclame_!

*

Maria stessa venne ad aprire e lo baciò come era solita.

— Dopo pranzo ne parleremo, — disse il signor Enrico.

— Come vuoi tu; ma Lolò è molto impermalito verso il suo papà. Lolò domanda perchè non sei venuto a casa ieri sera, vero? — e difatti Lolò ebbe seri rimproveri verso suo padre e soltanto i dolci ebbero la virtù di fargli fare la pace.

Quando Lolò fu andato a letto:

— Adesso avrai la bontà di spiegarti, è vero? — ripetè Maria.

— Sono ritornato per questo, ma da te aspetto una parola sincera; — e cominciò a raccontare con voce lenta, ma non così tranquilla che le labbra non tremassero, tutto l'inferno di quella notte.

E Maria recingendo a forza il collo di lui, posò il suo volto presso il volto di lui, e la sua gracilità femminea si avviticchiò al petto di lui e cominciò a singhiozzare prima, poi a piangere dirottamente, e piangeva soltanto.

— Be'? Cos'è questo pianto?

— È una cosa orribile! Un ufficiale, tu hai detto? un ufficiale di artiglieria....

— No, di cavalleria.

— Che guardava in su. Scusa, e a che piano? Ah, e poi il profumo. Anch'io ero profumata! Ma avevo fatto il bagno poche ore prima. Domàndalo a Marta. E non hai altro? Ah, perchè dopo, quando tu eri a letto, ti ho svegliato.... Ah, Enrico! proprio non capisci.

Ed ella riprese a lagrimare, e accostava a lui la faccia lagrimosa.

Ma egli le faceva dolce violenza allontanandola.

— Non son mica Bismarck, sai io — diceva.

— Chi, Bismarck?

— Un disgraziato, laggiù nella fabbrica, che mi ha raccontato una sua storia. Non sono mica un sentimentale, io. Io, quando arrivo, taglio netto.

La notte fu convulsa. Egli sentiva la mano di lei, che ogni tanto si posava su di lui, un po' materna, un po' carnale come si fa quando uno è infermo, e si sente se ha la febbre. Un soffio di voce diceva con la accoratezza, con cui avrebbe parlato a Lolò: «Dormi, caro, non ti tormentare.»

Si addormentò alfine. Ma un riscossone dàtogli, non sapea da chi, lo destò.

Maria dormiva placidamente.

Si sentivano passare per la via i primi carri. Dunque era mattino, oramai.

Stette eretto su di un gomito a contemplare la sua donna dormente. Al riverbero della lampada notturna, vedeva la testa di lei composta in pace sull'origliere. Stette così a lungo e il suo cuore aveva degli arresti come per il timore che un nome, un lamento uscisse rivelatore dalle labbra di lei.

Dormiva composta in pace.

Ma così contemplando la sua donna, la imagine di lei gli si sdoppiò. Ella era composta in pace; ma i capelli erano scomposti. I capelli erano svegli; si rigonfiavano su l'origliere, e, fosse effetto del tremolar della lampada, essi parevano muoversi con quell'ondulamento che hanno le serpi: invadere il letto. Maria era innocente, ma i capelli erano peccaminosi. Sotto le ascelle, giù nel pube pur vigilavano crini peccaminosi.

Provò come un impulso folle di denudarla d'un tratto buttando via le coperte: poi di stritolarla quasi contro di sè.

Ma si rattenne. Si ricordò di Bismarck. Si ricordò di quelle parole che Bismarck aveva riferito: «dopo tutto i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho dati».

Quelle parole della donna vincevano tutti i ragionamenti dell'uomo. La donna, che non ha nome, nè Sara, nè Maria, ma la donna.

Allora per non cedere alla tentazione, uscì lentamente dal letto.

*

— Truce! — fu il saluto di Maria al mattino quando egli entrò nella sala da pranzo dove già la tavola era preparata per la colazione, e in mezzo di essa in un vasetto di cristallo trasparente, vi erano alcune rame di _calicanto_ che diffondevano un olezzo come di neve profumata.

E dal caminetto ove la legna scoppiettava in rosse faville, ella gli era venuto incontro porgèndogli le mani e le aveva spinte contro le labbra di lui perchè le baciasse. — To', bacia!

— Truce! — e sorrideva ansiosamente guardandolo. — L'uomo ha bisogno di essere allegro, se vuol lavorare, — disse lei. — Lo sai?

E terminò dicendo: — Un'altra volta, se devi andare via, mi condurrai con te. Questo è quanto!

Allora, d'improvviso, lui disse: — Via! Prendi la tua roba, quella di Lolò. Qui si chiude casa; si va a stare a ***, alla fabbrica.

Gli pareva come una prova.

— Oh, alla grazia di Dio! Lolò, Lolò, lo sai? Si va a stare in campagna. Così si farà almeno colazione tutti insieme.

E Lolò che aveva ascoltato tutto quel discorso con grande attenzione, concluse lui nel modo che gli sembrò più conveniente; saltò su la sedia ed esclamò: — Un bacio! un bacio!

— Un bacio a chi?

— Al papà.

La signora Maria si era levata dalla sua sedia e fattasi presso al signor Enrico, lo avea baciato su la fronte.

— E perchè il papà non ti ha dato anche lui il bacio? — chiese Lolò.

— Perchè lui è il padrone, e dà i baci quando vuole.

— Anche di me è il padrone?

— Certamente di me e di te; non vedi, bambino mio, che occhi terribili?

Ma la felicità di Lolò non ebbe più limite quando seppe che, in campagna, avrebbe avuto un giardino interamente a sua disposizione. Per il bambino andare in campagna equivaleva a vedere la primavera anche prima del tempo.

*

_10 marzo._

— Sei malinconica, sei distratta, sei strana. Ma cos'hai?

— Come una rivoluzione si compie dentro di me. Ma un po' è anche colpa tua, di voialtri uomini, ecco....

— Sarebbe a dire?

— Che soltanto adesso, qui, vedo chi sei, quello che fai, quello che vali. A Milano? Io ti vedevo, a Milano, andar fuori di casa il mattino e tornare a casa alla sera, quando tornavi: sapevo che tu guadagnavi del denaro, ma e poi? «Maria, vuoi quella pelliccia? quel vestito? quei gioielli?» Così, come per una bambola. E si finisce col diventar bambole.

*

Così nell'ora che il sole tramonta su la campagna, venivano ragionando i genitori di Lolò, ed erano arrivati davanti al cancello della villetta dove, nel giardino, era Lolò e Bismarck.

Il giardino era libero dalla neve, e apparivano le aiuole co' loro disegni e co' loro rilievi: la terra era stata mondata col rastrello e col vaglio dai piccoli sassi.

— Mamma — esclamò il bambino — imparo anch'io a fare il giardiniere: è il signor Bismarck che mi insegna, e questa sera si pianteranno gli alberi delle mele e delle pere!

Il signor Manzi aveva in mano tre magliuoli, e disse: — Sono qui da un'ora a spiegare che non sarà possibile domani cogliere i frutti. Ma lui prende dell'erba, delle foglie e dei rami e li pianta in terra così come sono.

Ma tutto muore così!

*

_15 marzo. (Giorno di azzurro e di sole senza vento. Lolò e Bismarck vanno per il sentiero di bianco spino. Nel cuore più che nell'aria è l'odore della primavera)._

Dice il vecchio Bismarck: — Piccolo Lolò, guarda quell'uccellino con la testa bianca che salta sempre, che strilla. Quella, vedi, è la cìncia, la cìncia allegra, la prima che viene ad annunciare la primavera. Senti? Pare che faccia dei complimenti, dei ringraziamenti, che dica: «Io sono tanto felice!»

— A chi dice così?

— Forse al sole.

— E dopo?

— Dopo verranno le rondini con un bell'abito bianco e nero. Poi verrà il rosignolo.

— E che cosa fanno?

— Cantano e vivono. Adesso guarda quest'alberino di mandorlo, come è grazioso con tutti quei bei fiorellini bianchi: beve il sole senza vento.

— Beve il sole senza vento? E quelle brutte bestie, lì ferme, cosa fanno?

— Le lucertole? Bevono il sole e vivono.

— E allora perchè, se tutto vive, si dice che c'è anche la morte?

— Questa, bambino mio, è una brutta parola: ma gli uccelli, le piante, non lo sanno.

— Quando anche tu, Bismarck, eri bambino, tuo papà ti conduceva intorno a vedere la primavera, anche a te?

— Sì, Lolò.

— E perchè adesso piangi?

— Perchè io non sono come la cìncia.

— Io sì! Io voglio essere sempre allegro come la cìncia.

*

_19 marzo. (Nel giardino: dopo che la sirena della fabbrica ha dato il segnale che la giornata è finita)._

Bismarck a Lolò:

— Quale è, piccolo Lolò, la cosa più bella che ti piacerebbe di vedere?

— I peri ed i meli del mio giardino quando avranno i frutti, ed io li mangerò.

— Bambino mio, ce n'è una anche più bella: tua mamma e tuo babbo che si vogliono bene. Li vedi laggiù?

*

_24 marzo. (Nell'ora del tramonto: nel giardino)._

— Va su, Lolò, nella mia stanza a prendermi le forbici nel cestino da lavoro.

— No, io solo, no, io solo non ci vado!

— Vede, signor Manzi, che inesplicabili terrori? Guardi, si è fatto pallido, trema tutto; è un fenomeno impressionante.

— No, mamma, non ci vado solo. Ho paura, ho paura: la biscia!

— Lolò ha veduto una biscia, signor Manzi?

— Mai, che io sappia: qui di biscie non ce ne sono. Perchè, piccolo Lolò, non vuoi ubbidire alla mamma? Di sopra non c'è nessuno. Vedi? Tutte le finestre sono aperte, noi ti sentiamo di quaggiù. Va dunque, ubbidisci.

La signora aggiunse: — Lolò, voglio che tu ubbidisca.

Ma il bambino trema tutto e l'occhio si fissa su di un punto con un'espressione di terrore.

— Aspettiamo un po' e poi vediamo di persuaderlo con le buone — disse Bismarck.

— Aspettiamo; ma non voglio che si abitui pauroso. Ora però mi ricordo che altre due o tre volte si è destato in piena notte, d'improvviso, con un urlo disperato. Lo abbiamo preso nel nostro letto, io e suo babbo: abbiamo acceso il lume e gli abbiamo fatto vedere che non c'era nessuno fuori che noi due. Stava con gli occhi dilatati e guardava sui cuscini, fra le coperte del letto. Una pena! Ora il fenomeno si ripete. È strano, di giorno.... Ma non lo dica a mio marito. Lui, Lolò, quando gli è passata, non se ne ricorda più.

— Di', Lolò — disse il signor Manzi —, vuoi che andiamo insieme di sopra a prendere le forbici della mamma? Ti farò vedere io che non c'è proprio niente.

— Se mi prendi in braccio; se mi terrai su in alto, ma alto!

— Dev'essere quella stupida della Marta con le sue storie del serpente, del diavolo, dei santi....

Così disse la signora, mentre Manzi sollevava il piccino.

— Così in alto, sei contento? ma non mi stringere il collo. Adesso entriamo: queste sono le scale, guarda! questa è la sala da pranzo, vedi? non c'è nessuno, lo vedi? guarda qui: questa è la stanza da letto del babbo e della mamma. Vedi tu niente? Niente, e allora di che cosa hai paura? Ecco le tende....

— No, le tende! no!

— Ma non urlare, ma sta quieto, bambino, dietro le tende non c'è niente.

— Sì, c'è la biscia, non toccare: c'è!...

— Ma dove l'hai vista?

— Nel giardino....

— Ma no, bambino mio, nel giardino non ci sono biscie, io lo so.

— L'ho vista, ti dico che l'ho vista.

— È stata la Marta a raccontarti la storia della biscia?

— No!

*

_27 marzo. (Le sere degli ultimi di marzo fanno rabbrividire le tenere piante del giardino e la legna che dopo pranzo scoppietta nel camino, non è disaggradevole davvero)._

— Lei mi pare — disse la signora al vecchio Manzi — che non sia mica troppo favorevole per le donne.... (Si parlava della maestrina che doveva, dopo Pasqua, venire per l'istruzione di Lolò).

— C'è il peccato d'origine! — disse lui cupamente.

— Ho sempre inteso dire, da quando imparavo il catechismo, che il peccato d'origine era di tutti e due, di Adamo e di Eva.

— No, no! È di Eva!

— E in che cosa consiste il peccato d'origine del nostro sesso?

— Un veleno — disse il Manzi — che hanno nel sangue.

— Tutte le donne? Ma lei si vede che non ha conosciuto mai una signorina per bene....

— Può bene essere, signora; ma io penso così.

— Sa che lei è poco gentile?

— Mi perdoni, signora. Ma è lei che mi ha interrogato.

— Ti sei accorto — disse poi la signora al marito — che quell'uomo puzza di grappa? È odioso.

*

_Fine di marzo._

La settimana di Pasqua è vicina.

È stato deciso che le feste di Pasqua il signor Enrico, la signora e il piccolo Lolò le andranno a passare a Noli, presso la nonna. I giorni sono splendidi e la felicità canta nel cuore del piccolo bambino.

La signora è partita alcuni giorni prima per Milano dove porrà in assetto tutta la mobilia dell'appartamento, giacchè è anche deciso di stabilirsi per sempre nella villa. Ella così vuole. È partita con la cameriera, una allegra giovanetta, e raggiungerà il marito e il figlio a Noli.

Oggi sono partiti: il signor Enrico e Lolò in carrozza per la stazione di Y***, dove passa il treno per Genova.

Quante cose felici erano giunte tutte in una volta per il piccolo bambino! la Primavera, la Pasqua, il viaggio! E la tiepida aurora nel giorno della partenza lo aveva destato prima dell'ora, susurrandogli amiche cose; ed i bimbi si destano e cantano.

Si destò, e fu per lui desta tutta la casa.

La vecchia fantesca, in mancanza della mamma, gli ravviò i capelli, quella mattina, lo pulì, e ce ne volle della pazienza perchè egli avea gran fretta, chè il treno partiva! Salì nella carrozza col babbo; e rivolto indietro:

— Addio Marta — diceva —, ti porterò la ciambella di Pasqua!

*

Poichè la testa bionda di Lolò fu disparita, e la vecchia fantesca risalì piano piano le scale.

«Oggi, signori, sarà una giornata di grande lavoro: voi dovete quindi essere buoni e ubbidienti e farvi ben pulire, perchè è Pasqua». Parlava ai mobili.

Era una buona bestia da lavoro la Marta, e siccome gli altri non parlavano troppo con lei, lei parlava alle casseruole, ai mobili e alle galline.

Tutto il resto, anche il cervello, valeva poco; ma le braccia erano ancora di buona montanara. Tirava, smoveva i mobili gravi con molta facilità.

Lavorò tutto il dì, strofinando, scopando.

«Cominciamo dalla stanza da letto.... Oh, fuori voi!» e sciorinò le lenzuola di bucato che ondeggiarono sul tàlamo: le stirò con le mani. «E anche voi, piccolino, birichino di Lolò, li volete i lenzuoli puliti? Puliti sì, ma non nuovi. Non si sa mai!».

Poi guardando la _toilette_ della signora, diceva: «Io preferisco fare la lavanda ai piedi di tutte le sedie, piuttosto che mettere in ordine tutte quelle pomate. Io? un po' d'acqua, e basta! Siete pure andata alla fiera, la mia signora! Il padrone l'avete trovato. Non vi basta quello?».

E quando la giornata dolce e tranquilla declinò, aveva finito.

«Ora va là, va in riposo anche tu, povera scopa, tu sei come me!»

Ma la scopa riposò, ella no. Per una lenta abitudine ed una svanita memoria di ciò che si faceva nel suo paese di montagna, volle lucidare i rami della cucina «.... si appendevano sopra la cappa del camino e poi si mettevano in mezzo belle frasche di palme...!» E non solo lucidò i rami, ma pose in pieno assetto ogni altra cosa, poichè la dimane, che era la domenica dell'olivo, non avrebbe toccato neppure il manico della scopa.

*

Ma la giovanezza del sole al mattino batte alle vecchie pupille, dicendo: «Destati, Marta! per chi è vecchio, meglio è vegliare che dormire: di dormire è vicino il gran tempo: oggi è la domenica dell'olivo!»

E allora si levò e ripulì anche le sue vecchie carni e poi tolse gli abiti festivi.

Si vestì e andò alla chiesa.

C'erano dei fiori, degli incensi, dei canti: _Agnus Dei qui tollit peccata mundi_. La vecchia Marta, avea comperato alcune palme e con quelle entrava a passo lento nella villa.

Nell'appartamento vuoto e quieto entrava il sole e si rifrangea sui mobili lucidi, su le vernici fresche delle stanzette gaie.

La Marta girò per tutto l'appartamento con le rame dell'ulivo in mano; passò in rivista tutte le sue stanze pulite. Ma nel mezzo della stanza si arrestò come spaurita.

Era la molla dell'orologio grande sul caminetto della sala da pranzo che si discioglieva: e il martelletto s'alzò su la campana metallica e ricadde con uno squillo d'argento: battè le ore chiare, penetranti per tutto il silenzio dell'appartamento; dodici volte s'alzò e ricadde dodici volte con lo stesso suono.

La Marta le contò su le dita, ferma nel mezzo della stanza. «È mezzogiorno — disse. — Ecco perchè c'è tanto silenzio; perchè è la domenica dell'ulivo! Le campane non suonano oggi! Oggi, come sarebbe mille ottocento novanta anni fa, è morto Nostro Signore» e si inginocchiò e si segnò la croce su la fronte.

Nel mezzo del cielo il sole faceva il suo viaggio.

La memoria si disugellava alla vecchia fante. Dopo tanti anni che non vedeva se non piatti da risciacquare, scarpe da lustrare, rivide la sua montagna, là nella Càrnia: chiesetta nera, casette nere di pietra, boschi di castagni: ma sotto i castagni che verde! un verde smeraldino che lo aveva sempre negli occhi e non l'aveva riveduto mai più! E sul verde, occhi d'oro del sole; e la leggenda della fata degli occhi d'oro, chiamata Drianna, che fu sepolta lì, e in nessun luogo il sole era lucente come lì.

Lì, quando era bambina, con altri bambini, consumava i giorni della settimana santa, nelle lunghe ore che la campanella non interrompe più. Si incantavano a far mazzi di fiori stellati e bianchi, e la notte dormivano profondamente.

Buona gente lassù in Càrnia! Si conoscevano tutti. Si poteva lasciare la biancheria al sole che nessuno la toccava, e la porta di casa aperta di notte.

Le venne poi malinconia, lì sola. C'era quell'altro pur solo, il Manzi, e lo andò a chiamare. Era oramai come di casa, quello lì.

— Mi aiuti — disse — a mettere le rame d'olivo sopra i letti, ma ben in alto, chè se anche non le vogliono, faranno fatica a portarle via.... Sopra il letticciuolo di Lolò mettiamoci una bella rama. E anche sopra il loro.... Veramente non se lo meriterebbero.

— Ma ci credete voi Marta, a queste cose?

— Se ci credo? E se non ci credessi, che cosa sarei io? Oh, buon uomo, anche tu credi che io sia venuta a questo mondo soltanto per lustrare le scarpe? Via! C'è un po' di carne nella pentola, delle uova sode e del salame. Volete mangiare con me?

*

E allora in quell'ora tranquilla del giorno della domenica dell'ulivo, fu udito un forte squillo di campanello.

Era un fattorino che recava un dispaccio per Manzi.

Era tanto tempo che la posta non funzionava per lui, che fu colto da un tremito.

Ma ebbe appena disuggellato il dispaccio, che, percorrendo quelle strisciette bianche, capì che la cosa non riguardava lui.

Poi capì che dicevano una cosa breve, ma non la capiva bene.

— Che cosa dice? — domandò la Marta.

— Dice che la signora è ammalata e che io vada sùbito a Milano. Sapete voi che la signora fosse ammalata?

— Ammalata la signora? È stata sempre bene da quando la conosco. Mi faccia il piacere legga il dispaccio. — E quando Manzi ebbe letto esclamò:

— Ma questa è una disgrazia!

— Ma la signora non doveva a quest'ora essere a Genova dai parenti che hanno da quelle parti?

— Sicuro che doveva. Si era rimasti anzi d'intesa che lei sarebbe rimasta a Milano due o tre giorni per imballare e spedire la mobilia: e poi avrebbe raggiunto il padrone.

— E invece?

— E cosa vuole che sappia io? Il telegramma canta chiaro, che la signora sta male e che lei vada subito a Milano.

— Ma cosa c'entro io?

— Oh, Santa Madre! — rispose la Marta. — Se stiamo anche a parlare fino a stasera, vedrà che non spieghiamo niente. Piuttosto si muova, si scuota, il treno parte alle tre, sa? e appena arrivato mi mandi due righe perchè anch'io sto in pena.

E il signor Manzi si avviò a casa sua pensando a che cosa potesse essere.

«Che cosa potrà essere?» ruminava tra sè, e nel presentimento di andare incontro ad una disgrazia, camminava adagio come trascinato. E come fu salito nella sua stanza, tolse da un armadietto una bottiglia scura e tracannò. E si mise il soprabito e il cappello duro per andare a Milano. Ma aveva paura di andare incontro a una disgrazia, e allungò la mano nell'armadio e prese ancora quella bottiglia e tracannò ancora.

Non vi era nessun rumore nelle campagne, e le macchine non rombavano, e i telai della fabbrica non correvano, e i fumaioli non spiegavano il fumo.

«Cristo è morto, Cristo è morto! — diceva Manzi, vestendosi. — Ma non sei mica morta tu!» E indicava su la parete il ritratto di una giovane e vezzosa donna in cappello e veletta, ridente, con la testa inchinata, Sara.

Ma il foglio giallo del dispaccio lo richiamò alla realtà presente: «certamente deve essere succeduta una disgrazia; facciamosi coraggio (e rimise alla bocca la nera bottiglia e tracannò). Io non ho più molta forza per andare incontro alle disgrazie! Ma intanto, qui, qui al soprabito manca un bottone. Ci metteremo uno spillo. Ora trovare lo spillo!».

Uscì, ma nell'uscire una donna che faceva da portinaia, lo vide da una stradicciuola da cui veniva e gli fece segno di aspettare. Quando lo ebbe raggiunto, disse: «C'è una lettera per lei: stamattina non glie l'ho potuta consegnare perchè io era andata alla messa» e gli porse una lettera.

Manzi riconobbe subito la scrittura del signor Enrico e una nuova trepidazione si aggiunse alla prima.

— Lascia qui il bastone?